Fab One – Il genio dissipato di Harry Nilsson

Piena di ironie la vita breve – moriva nel 1994, cinquantaduenne, ma ci aveva in realtà lasciato già da quindici anni – e tragica di Harry Nilsson: uno dei giganti della canzone d’autore americana, coglieva i due successi più grandi con due riletture, una di Fred Neil (Everybody’s Talkin’, un numero 6 USA) e l’altra dei Badfinger (Without You, al primo posto sia negli Stati Uniti che in Gran Bretagna); fra i suoi album migliori (diciamo uno dei tre, massimo quattro) va poi ricordato il magnifico “Sings Newman” (vedi AR 349), che invece vendeva nulla; e nella mitologia di un rock con il quale musicalmente ebbe a dire il vero pochino a che fare resta sempre e soltanto il compagno di bagordi di John Lennon. Soprattutto nel famigerato “lost weekend” dell’ex-Beatle, i diciotto mesi a cavallo fra il ’73 e il ’75 in cui, separatosi da Yoko Ono, intrattenne una relazione con May Pang. Flashback… 1968, conferenza di presentazione della Apple Records… Lennon e Paul McCartney citano non una ma due volte Nilsson come il loro cantante americano preferito: un perfetto sconosciuto! Che, naturalmente, dal giorno dopo non lo era più. Si torna al paradosso di partenza: a indurre i Fab Two a prestare orecchio a “Pandemonium Shadow Show”, il secondo LP del nostro eroe, era la presenza in scaletta di due loro cover, You Can’t Do That e She’s Leaving Home (registrata a dieci giorni dalla pubblicazione dell’originale). Ed era così che si innamoravano, oltre che dell’Harry Nilsson interprete (in possesso, prima di rovinarsela con alcool, fumo e cocaina, di una voce tenorile con la rimarchevole estensione di tre ottave e mezzo), dell’Harry Nilsson autore.

Era nato il 15 giugno 1941 a Brooklyn, New York, e non aveva che tre anni quando il padre si separava dalla madre e scompariva dalla sua vita, lasciando il buco che potete immaginare. A crescerlo erano principalmente i nonni paterni, due artisti circensi il cui numero di punta intitolerà il disco la cui ristampa ha offerto il pretesto per scrivere questa pagina. Traferitosi in California adolescente, era uno zio a dargli lezioni di canto dopo che la nonna gli aveva insegnato i rudimenti del pianoforte. Dopo avere lavorato per qualche tempo al Paramount Theatre, un gigantesco cinema losangeleno, nel 1960 si procurava un impiego in banca mentendo sul possesso di un titolo di studio che non aveva. Si dimostrerà però tanto abile nella programmazione dei primitivi computer usati allora da conservare il posto pure quando l’inganno verrà scoperto. Curiosamente, in banca lavora di notte, mentre di giorno scrive canzoni. Quella carriera artistica in nuce comincia a prendere consistenza nel 1963, quando compone a quattro mani con John Marascalco un paio di brani per Little Richard, I Just Ain’t Right e Building Me Up, e si dice che costui ascoltando il demo abbia commentato: “Canta mica male per essere un bianco, questo qui”. È Marascalco a pagare le spese per alcuni 7” pubblicati sotto pseudonimo per minuscole etichette indipendenti e ancora lui a procurargli un contratto per la Mercury, che si rivelerà però infruttuoso. Nel 1964 collabora con Phil Spector e conosce il compositore e arrangiatore George Tipton, che investe tutti i suoi risparmi per finanziare la registrazione di quattro canzoni che vende poi alla Tower, una sussidiaria Capitol. Lati B compresi quei singoli costituiranno, nel 1966, il grosso della scaletta del debutto a 33 giri, “Spotlight On Nilsson”, esageratamente succinto (22’29”!) e acerbo (ma nella recente reunion i Monkees hanno rispolverato Good Times e non si è potuto non rivalutare – e tanto – almeno quella).

Di tutt’altro livello risulta in ogni caso, nel dicembre 1967, il già menzionato “Pandemonium Shadow Show”, esordio per la RCA che leggenda vuole che John Lennon abbia trascorso trentasei ore di seguito (lo si può immaginare discretamente fatto) ad ascoltare: come un “Sgt. Pepper’s” a stelle e strisce e in miniatura, un po’ Randy Newman, un po’ Van Dyke Parks e naturalmente un bel po’ (al di là delle due cover: superlative) Lennon/McCartney. Un piccolo capolavoro di pop aromatizzato lisergico e un perfetto prodromo per “Aerial Ballet”, che gli andrà dietro appena sette mesi più tardi. Un album grossomodo su quella falsariga e semplicemente meraviglioso, con a incorniciarlo due numeri da musical (Daddy’s Song e Bath) e in mezzo stupefacenti apocrifi pepperiani (Good Old Desk, Mr. Richland’s Favorite Song), country sentimentale (Don’t Leave Me), Americana colta degna del migliore Van Dyke Parks (Together, il valzerone I Said Goodbye To Me), una ninnananna divisa in due parti (Little Cowboy) e del vaudeville psichedelico (Mr. Tinker). Ho lasciato per ultime le due tracce più memorabili, che sono una autografa – l’ombrosa, scandita da archi luttuosi One – e una – Everybody’s Talkin’, arrangiata in forma di galoppante folk-pop – di Fred Neil. Grazie all’inclusione nel 1969 nella colonna sonora di Midnight Cowboy (in Italia Un uomo da marciapiede) quest’ultima diventerà un successone in differita di un anno, quando alla prima uscita a 45 giri si era arrestata a un modestissimo numero 113 nella classifica dedicata di “Billboard”. È una rilettura favolosa, ma che sia rimasta l’unica canzone “di Harry Nilsson” che tutti ma proprio tutti conoscono (molto più di Without You) è una beffa.

Incredibile a dirsi: nonostante l’affiliazione con i Beatles “Aerial Ballet” non vendeva granché all’uscita, forse anche perché penalizzato dal ritiro dai negozi della prima tiratura, sostituita dopo poco da una seconda e inferiore stampa orba dell’iniziale Daddy’s Song. Nel frattempo coverizzata dai Monkees nel megaflop “Head” e ripresa con l’accordo (all’insaputa dell’autore) che diventasse una loro esclusiva. Ecco: spiace che la recente riedizione per i tipi della Speakers Corner ricalchi questa seconda versione, quando a essere proprio filologi avrebbe dovuto rimanere fedele all’originale. Per il resto niente da ridire: vinile silenzioso e un’incisione piacevolmente ariosa e assai attenta (nonostante le limitazioni tecniche dell’epoca) al dettaglio. Perfetta per valorizzare le sottigliezze di arrangiamenti di estro ed efficacia sublimi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.389, luglio 2017.

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