Archivi del mese: febbraio 2020

Il capolavoro dimenticato di Andrew Weatherall

Negli innumerevoli omaggi apparsi ieri all’uomo che più di ogni altro contribuì a mettere in comunicazione rock ed elettronica da dancefloor, in una stagione felicemente, estaticamente irripetibile, tutti si sono naturalmente diffusi su “Screamadelica” e sul ruolo che ebbe Andrew Weatherhall (venuto a mancare davvero troppo presto) nel suo concepimento. In pochissimi hanno viceversa anche solo citato un altro grande classico griffato dal nostro uomo. Talmente negletto da non essere mai stato ristampato da quando vide la luce, la bellezza di ventisei anni fa.

Sabres Of Paradise – Haunted Dancehall (Warp, 1994)

Uomo di fatica e tecnico al seguito dei Clash a sì e no vent’anni (e già solo per questo andrebbe invidiato e idolatrato), Andrew Weatherall incrocia nel 1989 il percorso di un altro gruppo importante, i Primal Scream. È rimasto nel frattempo folgorato dalla acid house e così Bobby Gillespie e soci. L’incontro frutta prima il remix di Loaded e quindi, nel 1991, l’epocale “Screamadelica”, nettamente l’esito più succoso della copula fra rock e dance. Poco dopo Weatherall si inventa una sua carriera discografica non solo come produttore e remiscelatore dando vita, con Jagz Kooner e Gary Burns, ai Sabres Of Paradise, titolari di due album più una raccolta prima che il leader cambi ragione sociale e collaboratori avviando la saga Two Lone Swordsmen. “Haunted Dancehall” è il secondo: un viaggio notturno nelle viscere di Londra dagli umori affatto diversi (stacco che si nota soprattutto nella preziosa edizione vinilica che lo divide in quattro facciate) fra una prima metà smargiassa e ludica (favolosi l’elettro-jazz di Duke Of Earlsfield, una Wilmot fra Arabia e golfo di Napoli e una Tow Truck fra surf e dub e parecchio clashiana) e una seconda via via sempre più cupa e rarefatta.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.14, estate 2004.

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Prince – 1999 (NPG/Warner, 5CD+DVD, 10LP+DVD)

Quando vedeva la luce nel 1982 il già quinto album in altrettanti anni dell’allora ventiquattrenne Prince era il suo primo a violare la Top 10 di “Billboard” e questo nonostante l’imponenza dell’opera, undici brani, settanta minuti e dunque un doppio, con conseguente prezzo di vendita più alto di quello di un singolo LP. Arrivava al numero 7 e vedeva due dei tre 45 giri che ne venivano tratti entrare a loro volta nei Top 10 USA. Quando nell’aprile 2016 il genio di Minneapolis ci lasciava, per tragica fatalità e davvero troppo presto, il primo in ordine cronologico dei suoi tanti (quanti? almeno sei, a essere di manica stretta) capolavori si riaffacciava come diversi altri suoi dischi nelle classifiche americane. Era curiosamente di nuovo un numero 7. Se non forse nella sua versione più maneggevole da tutti i punti di vista ma meno interessante – un doppio con sul primo CD il programma originale e sul secondo i 7” e i 12” d’epoca, lati B inclusi – ha scarse possibilità di compiere un terzo exploit questo “1999” in ogni caso destinato, in tale forma, giusto ai pochi che non avessero già in casa l’imprescindibile classico in cui Prince diventava definitivamente Prince, shakerando vertiginosamente soul e funk iniettato di elettronica, pop, rhythm’n’blues e un rock dagli accenti tanto psichedelici che new wave. O a quanti volessero sostituire precedenti stampe in digitale di qualità non ineccepibile.

La versione “Super Deluxe” qui segnalata è inevitabilmente per pochi cultori terminali ma, diversamente da analoghe e discutibilissime operazioni, regala (si fa per dire, per quanto l’edizione in CD abbia un prezzo relativamente abbordabile; inavvicinabile il vinile) tantissimo di interessante: innumerevoli inediti, alcuni dei quali di spessore, e due concerti da paura.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.416, gennaio 2020.

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Audio Review n.417

È in edicola il numero 417 di “Audio Review”. Contiene mie recensioni di album nuovi di  Big Moon, Black Lips, Destroyer, Eminem, Field Music, Futurebirds, Dana Gillespie, Holy Fuck, The Men, Pete Molinari, Nada Surf, Josh Rouse, Squarepusher, Kanye West & Sunday Service Choir, Wire e Wolf Parade. Nella rubrica del vinile ho scritto di Scott Walker, Beth Gibbons & Rustin Man e Blood, Sweat & Tears.

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Il favoloso mondo di Emma (Tricca)

Ieri sera sono andato a vedermi Robyn Hitchcock in concerto, terza volta in vita mia e forse (ma la memoria è traditrice, spesso) è stato il suo spettacolo migliore. Graditissimo bonus in apertura una manciata di canzoni di Emma Tricca, che invece dal vivo non avevo visto mai. Spettacolo memorabile, come mi attendevo, con l’unico neo di essere stato troppo, troppo breve. A seguire le recensioni di quelli che a oggi sono gli ultimi due album di questa cantautrice. Favolosa.

(La foto di Emma è di Roberto Remondino.)

Relic (Finders Keepers, 2014)

Curiosa vicenda, quasi una favola, quella di Emma Tricca, romana che in una sera della sua adolescenza mette insieme il non poco coraggio che ci va ad avvicinare un monumento del folk moderno quale John Renbourn, alla fine di un concerto, e a fargli ascoltare una sua canzone. Al signor Pentangle piace e oltre che un incoraggiamento decisivo sarà l’inizio di una bella amicizia. Da lì a breve un’altra leggenda, Odetta, la conforterà nella decisione che ha preso di andarla a studiare in loco quella musica che tanto la affascina, a Londra. Faccio breve una storia lunga una quindicina di anni limitandomi a dire che gli ambienti folk della capitale britannica la accoglieranno con rispetto e simpatia e che, dopo un disco del 2001 con i Gypsies And Red Chairs, Emma esordirà da solista (in mezzo il pellegrinaggio a una Mecca chiamata Greenwich Village) nel 2009 con l’austero quanto intenso “Minor White”: quattro stellette su cinque sia su “Mojo” che su “Uncut”, per darvi un’idea di come fu accolto. Seguito lungamente meditato, “Relic” sta mietendo analoghi consensi e meriterà notare che in diverse recensioni non una parola viene spesa per i natali italiani dell’artista, tanto per dire come Emma Tricca venga ritenuta una londinese a tutti gli effetti.

Vale il tempo che lo si è atteso quest’album, certificazione di un talento che sta giungendo a maturazione trovando una sua specificità pur in un ambito dai canoni consolidatissimi. È come se Emma partendo dal folk revival si fosse incamminata verso un folk-rock in odore di psichedelia. Dalle semplici voce e chitarra d’antan si è evoluta verso un suono ancora scarno e lieve ma estremamente raffinato, con arrangiamenti nei quali entrano in gioco chitarre elettriche e percussioni, archi, ottoni, persino un po’ di elettronica.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.358, dicembre 2014.

St. Peter (Dell’Orso, 2018)

“Registrato a Hoboken”, leggo del nuovo album di Emma Tricca e punto i crediti in cerca di un’ospitata degli eroi locali Yo La Tengo. Se in carne, ossa e strumenti mancano, in spirito ci sono: come minimo in una Julian’s Wings che idealmente sono loro alle prese con un’astrazione di Joni Mitchell, ma anche subito dopo, in una Buildings In Million fra Velvet Underground e Fairport Convention. Ecco: mi pareva un buon punto da cui partire per raccontare questo disco. O da lì o da Solomon Said, che potrebbe essere un John Cale (tanto per citare di nuovo i Velvet) da qualche parte fra The Gift e “Paris 1919”. Non fosse che la voce recitante è femminile. E che voce! Judy Collins, che declama la sua Albatross su una base man mano sempre più disturbante e come sigillo di approvazione sull’opera della cantante e chitarrista romana vale quello originale di un John Renbourn che, avendone ascoltato alcune canzoni, incoraggiava Emma a trasferirsi a Londra. Laddove la scena folk l’accoglieva a braccia aperte, prima dimostrazione che l’ex-Pentangle aveva visto lontano. Molti anni (una ventina) e vagabondaggi (soggiorni anche a New York e in Texas) dopo, “St. Peter” è la definitiva certificazione della grandezza di un’artista capace, come i principali fra i suoi modelli da Davey Graham in giù, di muoversi da un’idea di folk per poi trascenderlo.

Prodotto da Jason Victor dei Dream Syndicate e con alla batteria Steve Shelley dei Sonic Youth, pur non negandosi parentesi incantate e incantevoli (una Salt da Neil Young circa “Harvest”, il valzer Mars Is Asleep, l’attacco molto fairportiano di The Servant’s Room) è il suo lavoro più elettrico di sempre. Misuratamente stralunato, se è concessa la contraddizione in termini. Di una precisione millimetrica che nulla sottrae al sentimento.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 400, luglio/agosto 2018.

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FKA twigs – Magdalene (Young Turks)

Artista dai molteplici talenti l’inglese (padre giamaicano, madre di ascendenze ispaniche) Tahliah Debrett Barnett, nota come FKA twigs: debutto nel mondo dello spettacolo da danzatrice (fra i tanti video in cui appare alcuni di star quali Kylie Minogue e Ed Sheeran), coreografa, produttrice, regista dei suoi stessi video promozionali. Naturalmente cantante (dai notevoli mezzi vocali) e autrice. Adorata dalla critica su entrambe le sponde dell’Atlantico ma, a dimostrazione di quanto poco conti oggi collezionare recensioni ditirambiche, l’esordio del 2014 “LP1” (candidato al Mercury Prize e a un Grammy Award, nella categoria “Best Recording Package”) non ha fatto chissà che numeri. Oddio, buttale via quelle centocinquantamila copie vendute in giro per il mondo, di cui metà negli Stati Uniti e però appena un decimo in patria: a fronte di un potenziale commerciale ben più promettente e a dispetto dell’essere diventata, l’artefice, oggetto dell’attenzione dei tabloid per via di una relazione con l’attore Robert Pattinson.

Ed eccolo qui il successore dell’acclamato debutto e altro che battere il ferro mentre è caldo: la titolare lo ha fatto attendere cinque anni, trascorsi in parte impegnata in altri progetti, ultimamente combattendo (battaglia vinta) con un tumore. Seguito dalla personalità ancora più spiccata, volendosi distanziare la ragazza dal cosiddetto (etichetta che rigetta come razzista) alternative R&B. Salvo piazzare fra le nove tracce una banale Holy Terrain sull’orlo della trap, che toglie mezzo voto a un disco se no di grandi suggestioni, fra Kate Bush e Björk (una gemma l’iniziale, dall’onirico all’incubotico, Thousand Eyes) con echi della Bristol che fu di Massive Attack e Tricky. Trame rarefatte talvolta sapientemente lacerate da rumori e ritmiche non convenzionali.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.415, dicembre 2019.

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Lavori in corso

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3 febbraio 2020 · 12:00

Blow Up n.261

Nel nuovo “Blow Up” racconto perché e percome il pub-rock fu molto, molto più che “soltanto” la scena che fece da apripista al punk.  L’articolo consta di un’introduzione al fenomeno e venti schede di album classici nell’ambito (qualcuno classico e basta) e occupa diciotto pagine. Have fun.

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