Il favoloso mondo di Emma (Tricca)

Ieri sera sono andato a vedermi Robyn Hitchcock in concerto, terza volta in vita mia e forse (ma la memoria è traditrice, spesso) è stato il suo spettacolo migliore. Graditissimo bonus in apertura una manciata di canzoni di Emma Tricca, che invece dal vivo non avevo visto mai. Spettacolo memorabile, come mi attendevo, con l’unico neo di essere stato troppo, troppo breve. A seguire le recensioni di quelli che a oggi sono gli ultimi due album di questa cantautrice. Favolosa.

(La foto di Emma è di Roberto Remondino.)

Relic (Finders Keepers, 2014)

Curiosa vicenda, quasi una favola, quella di Emma Tricca, romana che in una sera della sua adolescenza mette insieme il non poco coraggio che ci va ad avvicinare un monumento del folk moderno quale John Renbourn, alla fine di un concerto, e a fargli ascoltare una sua canzone. Al signor Pentangle piace e oltre che un incoraggiamento decisivo sarà l’inizio di una bella amicizia. Da lì a breve un’altra leggenda, Odetta, la conforterà nella decisione che ha preso di andarla a studiare in loco quella musica che tanto la affascina, a Londra. Faccio breve una storia lunga una quindicina di anni limitandomi a dire che gli ambienti folk della capitale britannica la accoglieranno con rispetto e simpatia e che, dopo un disco del 2001 con i Gypsies And Red Chairs, Emma esordirà da solista (in mezzo il pellegrinaggio a una Mecca chiamata Greenwich Village) nel 2009 con l’austero quanto intenso “Minor White”: quattro stellette su cinque sia su “Mojo” che su “Uncut”, per darvi un’idea di come fu accolto. Seguito lungamente meditato, “Relic” sta mietendo analoghi consensi e meriterà notare che in diverse recensioni non una parola viene spesa per i natali italiani dell’artista, tanto per dire come Emma Tricca venga ritenuta una londinese a tutti gli effetti.

Vale il tempo che lo si è atteso quest’album, certificazione di un talento che sta giungendo a maturazione trovando una sua specificità pur in un ambito dai canoni consolidatissimi. È come se Emma partendo dal folk revival si fosse incamminata verso un folk-rock in odore di psichedelia. Dalle semplici voce e chitarra d’antan si è evoluta verso un suono ancora scarno e lieve ma estremamente raffinato, con arrangiamenti nei quali entrano in gioco chitarre elettriche e percussioni, archi, ottoni, persino un po’ di elettronica.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.358, dicembre 2014.

St. Peter (Dell’Orso, 2018)

“Registrato a Hoboken”, leggo del nuovo album di Emma Tricca e punto i crediti in cerca di un’ospitata degli eroi locali Yo La Tengo. Se in carne, ossa e strumenti mancano, in spirito ci sono: come minimo in una Julian’s Wings che idealmente sono loro alle prese con un’astrazione di Joni Mitchell, ma anche subito dopo, in una Buildings In Million fra Velvet Underground e Fairport Convention. Ecco: mi pareva un buon punto da cui partire per raccontare questo disco. O da lì o da Solomon Said, che potrebbe essere un John Cale (tanto per citare di nuovo i Velvet) da qualche parte fra The Gift e “Paris 1919”. Non fosse che la voce recitante è femminile. E che voce! Judy Collins, che declama la sua Albatross su una base man mano sempre più disturbante e come sigillo di approvazione sull’opera della cantante e chitarrista romana vale quello originale di un John Renbourn che, avendone ascoltato alcune canzoni, incoraggiava Emma a trasferirsi a Londra. Laddove la scena folk l’accoglieva a braccia aperte, prima dimostrazione che l’ex-Pentangle aveva visto lontano. Molti anni (una ventina) e vagabondaggi (soggiorni anche a New York e in Texas) dopo, “St. Peter” è la definitiva certificazione della grandezza di un’artista capace, come i principali fra i suoi modelli da Davey Graham in giù, di muoversi da un’idea di folk per poi trascenderlo.

Prodotto da Jason Victor dei Dream Syndicate e con alla batteria Steve Shelley dei Sonic Youth, pur non negandosi parentesi incantate e incantevoli (una Salt da Neil Young circa “Harvest”, il valzer Mars Is Asleep, l’attacco molto fairportiano di The Servant’s Room) è il suo lavoro più elettrico di sempre. Misuratamente stralunato, se è concessa la contraddizione in termini. Di una precisione millimetrica che nulla sottrae al sentimento.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 400, luglio/agosto 2018.

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