David Sylvian – Ritratto di un artista senza rete, né confini

Un brutto anatroccolo che in un paio di anni si trasforma in un bellissimo cigno: così i Japan, creatura cui giovanissimi davano vita, ed era il 1974, i fratelli David e Stephen Batt e Andonis Michaelides, trio chitarra ritmica (e voce), batteria e basso cui presto si univa un altro allievo della stessa scuola londinese, il tastierista Richard Barbieri.  L’anno dopo il quartetto diventava quintetto con l’ingresso del chitarrista solista Rob Dean. Complesso a quel punto ancora senza nome mentre cantante, batterista e bassista già avevano provveduto a cambiare i loro, l’ultimo ribattezzandosi Mick Karn e i fratelli rispettivamente David Sylvian e Steve Jansen, quegli prendendo ispirazione da Sylvain Sylvain, questi da David Johansen e insomma nel 1975 Morrissey non era l’unico adolescente inglese in fissa con i New York Dolls. Avendo rimediato dopo mesi di prove un ingaggio per un concerto dovevano alla buon’ora adottare una ragione sociale e senza un motivo particolare optavano per quella che sapete. Scelta che porterà loro fortuna quando, dopo essersi guadagnati un contratto discografico vincendo un concorso per esordienti indetto dalla tedesca Hansa, pubblicavano nell’aprile 1978 il debutto a 33 giri “Adolescent Sex”, dandogli un seguito da lì ad appena sei mesi con “Obscure Alternatives”. Indovinereste mai l’unico paese al mondo dove i due LP entravano nelle zone alte delle classifiche? In Giappone. Mentre in patria i ragazzi collezionavano recensioni negative fino al dileggio, scherniti per il loro essere glam fuori tempo massimo, etichettati come una scadente imitazione dei Roxy Music (quando a riascoltarli oggi quei dischi suonano sì ingenui ma mica così orrendi; anzi). Salvo poi venire accostati alla nascente voga new romantic allorché alla fine dell’anno seguente davano alle stampe “Quiet Life” e la critica era comunque meno spietata, le vendite discrete. Ovazioni a scena aperta saluteranno nel 1980 “Gentlemen Take Polaroids” e nell’81 “Tin Drum”. Compiuta con quelli la metamorfosi accennata dal synth—pop del terzo album, fattosi raffinatissimo e soprattutto unico un sound ancora debitore ai Roxy ma capace nel contempo di inglobare dal funk all’elettronica più rarefatta passando per derive terzomondiste, asiatiche in particolare.

La storia di questo mese parte da qui, da una che finisce ed è quella di un quintetto che si dissolve allo zenit di ispirazione artistica e fortune commerciali e che vi devo dire? “Cherchez la femme”, Sylvian e Karn hanno litigato perché l’ex-ragazza del secondo si è messa con il primo e ciao ciao. Lei, che guarda caso è giapponese, si chiama Yuka Fujii, è fotografa e designer di livello e avrà – sta già avendo – un’influenza enorme sul nostro uomo. Facendolo appassionare al jazz, introducendolo alla pratica della meditazione, curandone (a partire dalla grafica dei dischi) l’immagine. I Japan si sciolgono nel 1982 e nell’83 aggiungono una preziosa postilla a una carriera inusuale con il doppio live “Oil On Canvas” (beffardamente un numero 5 UK: il loro piazzamento più alto). Avendo già colto due hit a 45 giri in coppia con Ryuichi Sakamoto (Bamboo Houses e Forbidden Colours), il loro ex-cantante debutta a 33 giri (restando fedele alla Virgin, che aveva griffato la seconda metà di discografia della ex-band) nel luglio 1984 con “Brilliant Trees”, (capo)lavoro che riprende il discorso esattamente da dove si era interrotto con il gruppo. Dà man forte al titolare un dream team di collaboratori che oltre al fratello Steve, a Barbieri e a Sakamoto include fra gli altri l’ex-Can Holger Czukay, l’ex-Pentangle Danny Thompson e i trombettisti Mark Isham e Jon Hassel. Presenza invero significativa l’ultima, siccome quella Fourth World Music che ha teorizzato – mettendo insieme minimalismo e assortite musiche etniche e manipolando elettronicamente il suono del suo strumento – è un influsso lampante anche al di là del fatto che Hassel co-firma con Sylvian, in apertura di seconda facciata, una Weathered Hall di sconfinate (proprio nel senso di “senza confini”) suggestioni. Verrebbe da dirla un apice del disco non fosse che è un disco di soli apici, dal funk fra Talking Heads e il Bowie di “Lodger” di Pulling Punches a quello con venature jazz di Red Guitar, a quello ghiacciato e fosco di Backwaters, dalle sognanti The Ink In The Well e Nostalgia a una traccia omonima e conclusiva fra lo stralunato e il solenne, versante liturgico.

Copertina che curiosamente non è quella originale bensì riprende l’edizione rimasterizzata in CD del 2003, “Brilliant Trees” è fresco di ristampa in vinile ed è una gran bella notizia, visto che sul più nobile dei supporti fonografici mancava da troppissimo all’appello. Ma per i cultori la notiziona è un’altra: fa parte di un’emissione di quattro titoli che comprende come secondo “Alchemy – An Index Of Possibilities”, che all’epoca (dicembre 1985) era uscito (tranne che in Australia, pensate) soltanto in cassetta. Con su un lato la suite in tre parti (la terza co-firmata Jansen/Hassell) Words With The Shaman (disponibile al tempo pure su 12”) e sull’altro la davvero rara Steel Cathedrals, traslucida gemma di ambient-jazz fra Eno e il primo Miles elettrico. Completano il poker di assi il doppio “Gone To Earth” (settembre 1986; non sono a conoscenza di altre versioni con questo – credo nuovo – art work) e “Secrets Of The Beehive” (settembre 1987). Vicinissimi ai vertici di “Brilliant Trees”, il primo grazie alle due facciate di canzoni laddove le due di musica per ambienti risultano un po’ dispersive, e a giudizio di alcuni l’ultimo persino superiore. Magari no e tuttavia articoli come la desolata e gassosa Maria, il valzer western con spruzzate di jazz Orpheus, la spagnoleggiante When Poets Dreamed Of Angels e la luttuosa a dispetto del titolo Let The Happiness In sono fra i più memorabili di un catalogo sfortunatamente non troppo cresciuto (solo altri cinque album) da allora. Sono ottime stampe, eccelse nel loro riprodurre filigrane finissime. Qualche dubbio lo suscitano giusto le buste interne cartonate, quando sarebbe stato meglio (per evitare graffi casuali e accumulo di elettricità) optare per degli inserti e i delicati vinili inserirli in buste antistatiche.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.409, maggio 2019. David Sylvian ha festeggiato ieri, per certo con la consueta eleganza, i suoi sessantadue anni.

2 commenti

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2 risposte a “David Sylvian – Ritratto di un artista senza rete, né confini

  1. Paolo Backstreet Iglina

    Ricordo che all’epoca sulla rivista Rockstar prese il massimo dei voti (mai un disco era stato valutato in maniera così plebiscitaria…tutti tranne il critico di musica heavy avevano dato il massimo dei voti).
    Personalmente lo sentii ai tempi e non mi piacque ma sono passati anni e sono cambiato, forse oggi lo apprezzerei.

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