Thelonious Monk – Bebop e oltre

Il 28 febbraio 1964 sulla copertina di “Time” campeggia la foto di un jazzista. È solo la quarta volta che accade dacché, quarantuno anni prima, il più influente e venduto dei settimanali americani ha fatto la sua comparsa nelle edicole. Prima di questo signore – aria seria, pizzetto e berretto calcato in testa – a venire così onorati erano stati Louis Armstrong, Dave Brubeck e Duke Ellington. Dopo, e bisognerà attendere il 1990, toccherà a Wynton Marsalis. Non è più successo. Ironico che in corsa per il prestigioso riconoscimento ci fossero pure Ray Charles e Miles Davis, bocciati perché ritenuti figure troppo controverse quando fino a quel punto, naturalmente se è di musica e basta che si parla, il prescelto era stato certamente più discusso, persino le sue capacità tecniche oggetto di accesi dibattiti. Quantomeno nel decennio precedente. Per Thelonious Monk, perché è di lui che si tratta, il 1963 era stato però l’anno in cui, da musicista per musicisti e icona per il sottobosco beatnik, si era trasformato in una figura, se non di vasta fama, comunque nota non soltanto più a un pubblico specializzato. Merito principalmente del passaggio da una casa discografica medio-piccola, e “di genere”, come la Riverside a una maggiore, con notevoli mezzi promozionali e abituata a muoversi a 360° come la Columbia. Ma forse anche dell’attesa involontariamente suscitata, complice una controversia con la precedente etichetta riguardo a diritti d’autore e pagamenti in generale, da un’assenza prolungata dal mercato. Che si conti o meno come tale “Thelonious Alone In San Francisco”, registrato in presa diretta ma in assenza di spettatori, oppure che si consideri tale “5 By Monk By 5”, edito pochi mesi prima, era dal 1959 che il pianista non pubblicava un LP in studio con incisioni nuove. Assenza dai negozi solo parzialmente colmata nel 1960 dal live “At The Blackhawk” e l’anno dopo dall’assai acclamato (ma più che altro a posteriori) “With John Coltrane”, contenente però nastri del ’57. “Monk’s Dream” veniva allora percepito come un grande ritorno. Resta per il pianista l’album più venduto di sempre, tallonato a breve distanza, sia per numeri che perché lo seguiva di pochi mesi, da “Criss Cross”. Il 1963 ruggente di Thelonious Monk avrebbe dovuto essere completato proprio dalla copertina di cui sopra, fissata in un primo momento per il numero del 29 novembre. Non fosse che il 22 a Dallas veniva assassinato John Kennedy e in copertina andava il successore Lyndon Johnson. “Time” finiva così per celebrare un artista in realtà già avviato su una china discendente, a dispetto del perentorio titolo del primo dei due LP in studio dati alle stampe dalla Columbia in quello stesso 1964, “It’s Monk’s Time”.

Per tre ragioni Monk è una figura unica nella storia del jazz. Perché all’apparizione alla ribalta il suo stile strumentale appare già perfettamente formato e non c’è bisogno di mettere mano e orecchio a “Trio”, il Prestige del 1954 con registrazioni però in massima parte del ’52 che era il suo debutto da leader, per rendersene conto: testimonia in tal senso già il primo dei due volumi di “Genius Of Modern Music”, che la Blue Note compilava nel 1951 con incisioni perlopiù del 1947 e per il resto dell’anno dopo. Perché è uno stile inconfondibile e peculiarissimo: dissonante, spigoloso, percussivo. Molto affidato all’improvvisazione e ciò nonostante il Monk compositore è il secondo più ripreso nel jazz, dopo Duke Ellington, performance resa particolarmente straordinaria dal fatto che, mentre il Duca appose la sua firma in calce a qualcosa come un migliaio abbondante di spartiti, il nostro uomo non ne ha lasciati che una settantina e per l’80% prodotti negli anni ’50 quando non nei tardi ’40. Il suo primo interprete? Lui stesso medesimo. In “Monk’s Dream” gli standard Body And Soul, Just A Gigolo e Sweet And Lovely sono affiancati da cinque tracce autografe: l’omonima, Bright Mississippi, Five Spot Blues, Bolivar Blues e Bye-Ya. Giusto la seconda fresca di composizione, risalendo le prime esecuzioni delle altre al 1952, al 1958, al 1956 e di nuovo al ’52. In “Criss Cross” – proveniente in parte da una delle sedute del predecessore e realizzato con la medesima formazione, Charlie Rouse al sax tenore, John Ore al contrabbasso e Frankie Dunlop alla batteria – gli standard sono due (Tea For Two e Don’t Blame Me) e i brani siglati dal capobanda sei: Hackensack, la title track, Eronel, Rhythm-A-Ning, Think Of One e Crepuscule With Nellie. Due già noti addirittura dal 1948, uno dal ’52, uno dal ’53 e il paio rimanenti dal ’57. Come dire che l’ispirazione se n’era andata e Monk già viveva di trascorse glorie? Assai prima del triste ritiro dalle scene di fine 1971, cinquantaquattrenne, per i ben noti e insieme oscuri problemi di salute, innanzitutto mentale, dieci anni e qualche mese prima della prematura scomparsa.

No, sarebbe assolutamente ingeneroso. Entrambi gli album del 1963 certificano che, perlomeno come esecutore, viveva invece, anche grazie ai formidabili fiancheggiatori, una stagione felicissima. Per quanto riguarda “Monk’s Dream” l’audiofilo vinilomane può rivolgersi a una stampa Impex del 2013 ma ancora disponibile. Direi con fiducia, per quanto non mi sia stato dato di ascoltarla, diversamente dall’invece recentissima riedizione Pure Pleasure di “Criss Cross”. In ogni senso una gemma di disco, sebbene non uno dei classici imprescindibili nella produzione dell’artefice. Regia di Teo Macero perfetta nella ripresa di una ritmica che (per dirla con Muhammad Ali) svolazza come una farfalla e punge come un’ape, di un sassofono scintillante, di un pianoforte di memorabili energia e giocosità. Ma pure di favoloso lirismo, nella sua unica performance da solo Don’t Blame Me e in una delle più belle Crepuscule With Nellie di sempre.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.392, ottobre 2017.

1 Commento

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Una risposta a “Thelonious Monk – Bebop e oltre

  1. andrea K.bonomo

    Posso lasciare soltanto una lacrima di commozione, null’ altro…

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