Archivi del mese: marzo 2020

Blow Up n.263

Se siete stati saggi e avete approfittato dell’offerta che reclamizzavo qui, il numero di “Blow Up” di aprile dovrebbe già essere nella vostra buca delle lettere e con esso il diciottesimo volume della collana “Director’s Cut”, Captain Beefheart – Avventure nel Vlietnam, di Riccardo Bertoncelli. In caso contrario avete ora un’ottima scusa per prendere una (breve) boccata d’aria e raggiungere la più vicina edicola, dovete troverete senz’altro la rivista e, con un po’ di fortuna, anche il libro. Mi raccomando: quando uscite non dimenticate di portare con voi l’autocertificazione in cui dichiarate che state lasciando il vostro domicilio momentaneamente per procurarvi beni di consumo essenziali.

Nelle solite 148 pagine si perde un po’, ma anche questo mese ho offerto un piccolo contributo, recensendo due gran bei libri.

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Riguardo al libro

È pronto già da un po’ ma al momento non può venire stampato. Come forse saprete quella che era nata per essere la più grande libreria del mondo, ossia Amazon, ha comunicato domenica scorsa (ma era un annuncio atteso da qualche giorno) che, stante l’emergenza coronavirus, non accetterà più ordini per prodotti non ritenuti di prima necessità. I libri come oggetto fisico non sono stati fatti rientrare fra i suddetti e dunque in questo momento su Amazon vendono solo eBook.

Avrei in realtà pronta anche la versione in formato elettronico, ma a farla uscire ora temo che brucerei il cartaceo, che è l’edizione alla quale tengo di gran lunga di più e che inoltre dà un margine di guadagno sensibilmente superiore.

Se mi chiedete quando “Venerato Maestro Oppure” vedrà la luce la risposta è: “Non ne ho idea”. Quando Amazon riprenderà a spedire libri di carta e quindi chi lo sa? Forse fra due o tre settimane, più probabilmente non prima di un paio di mesi. E questo è quanto. Statemi bene, per quanto è possibile, che è la cosa più importante.

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Sweet Soul Makossa (r.i.p Manu Dibango, 12/12/1933-24/3/2020)

Quel che si dice non partire con il piede giusto: scritta nel 1972 per accompagnare, in una dimenticata Coppa dei Tropici, una nazionale di calcio del Camerun ben lungi dall’essere la spettacolare macchina che a Italia 90 umilierà i campioni in carica dell’Argentina, Soul Makossa pagava l’eliminazione subito subita dalla squadra venendo fatto a pezzi dai tifosi delusi. Leggenda narra che ben pochi esemplari della prima tiratura di quel singoletto si salvarono. Ma, smaltita la delusione, le radio riprendevano a passare il pezzo, che in breve diventava il più richiesto nei concerti dell’allora già trentottenne sassofonista. Di passaparola in passaparola, di paese in paese, di continente in continente, andava a finire che si vendevano un paio di milioni di copie del 45 giri e svariate centinaia di migliaia dell’album prontamente approntato per cavalcare l’onda. Un solo pezzo bastava a Manu Dibango per conquistare una popolarità ben più diffusa globalmente di quella di un Fela Kuti e a insidiarne il trono di re dell’afrofunk. Artisti (collaborarono anche) da non confondere tuttavia: Dibango veniva dal jazz e nei suoi dischi, certo meno di impatto di quelli del rivale ma in compenso più variegati, si è sempre sentito.

Non fa eccezione questo spettacolo che testimonia di una forma invidiabile per un’età ormai ai limiti del venerando. Spalleggiato da un gruppo eccelso, in “Uriage 2005: En Live” il nostro uomo dà fondo al suo bagaglio di trucchi aggirandosi gigione fra New Orleans, Giamaica e Africa, declinando indifferentemente funky dal pigro all’indiavolato e festoso reggae, soul e giustappunto jazz. È un’abbondante ora e mezza di godibilità estrema, rimpinguata da una ventina di minuti di “dietro le quinte” tratti da altri concerti. Indovinate a quale brano è riservato il gran finale…

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.276, febbraio 2007.

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Un appello a sostenere la piccola editoria indipendente (musicale, ma non solo)

Il già pericolante settore dell’editoria musicale, e più in generale tutte quelle piccole riviste più o meno specializzate anche in altri ambiti che tirano/vendono qualche migliaio di copie, rischia non di essere messo in ginocchio ma di essere spazzato via dall’emergenza coronavirus. Tenendo conto che non tutte le edicole sono rimaste aperte, ogni distributore ha chiesto a questi giornali una riduzione del 15-20% della tiratura, che si tradurrà in una perdita di venduto di almeno il 10%. Può sembrare poco, ma se aggiungete che molti inserzionisti (soprattutto i piccoli) ridurranno o cancelleranno gli spazi pubblicitari che acquistano di solito, o rimanderanno sine die (essi stessi in grossa crisi: pensate ad esempio alle agenzie di booking dei concerti) il pagamento delle fatture già emesse, può bastare a far chiudere chi vive da anni sul filo.

L’appello che faccio è dunque il seguente: specialmente ora e nei mesi che verranno continuate a comprare le vostre riviste preferite. Nell’edicola vicino a casa (che ha un disperato bisogno anch’essa del vostro sostegno), o abbonandovi. Vi dirò di più: tornate a dare una possibilità a chi magari leggevate un tempo e poi avete smesso di acquistare. Potreste scoprire (a me è successo) che è di nuovo meritevole della vostra attenzione, che è tornato un piacere leggerlo.

Sostenete l’editoria indipendente oggi per non doverla rimpiangere domani.

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Wire – Mind Hive (Pink Flag)

Non ci si crede. No, davvero. Per quanto gli Wire ci abbiano abituato bene in questa terza vita che ha segnato il secolo nuovo con la loro sequenza di album più lunga di sempre: con questo otto quando fra il ’77 e il ’79 ne pubblicarono tre e fra l’87 e il ’91 sei. Certo non si possono lamentare di una stampa che ha incensato ogni uscita, né di un pubblico che li segue con affetto e spesso fa registrare il “tutto esaurito” ai concerti. Miracoloso che non solo abbiano conservato la dirompente freschezza dei lontanissimi esordi ma che sul serio dopo “43 years of not looking back” (per dirla con il titolo, allora gli anni erano quaranta, che pubblicizzò uscita e tour del precedente “Silver/Lead”) il loro sguardo seguiti a essere lucido, attento al presente, ancora e persino volto al futuro. Colin Newman, Graham Lewis e Robert Grey (sessantacinque, sessantasei e sessantotto anni; l’altro fondatore, il settantatreenne Bruce Gilbert, da tempo non è più della compagnia ma ancora pubblica dischi, l’ultimo nel 2018) mai fanno revival di se stessi e dire che potrebbero permetterselo.

Non ci si crede. No, davvero. Che sul serio “Mind Hive” possa risultare, come da comunicato stampa, “the most masterful 35 minutes of post-punk you will hear this year” e invece probabilmente sarà così. Lo certificano subito la voce declamante su melodia arabeggiante e ritmica dallo squadrato allo sferzante di Be Like Them e fino alla conclusiva, molto più rilassata Mind Humming è un susseguirsi di “oh” e ah” di meraviglia. In particolare per l’ultravoxiana Cactused, per una Off The Beach spiazzantemente pop, per il variegato tour de force (7’54”) Hung. Soprattutto per Unrepentant: dimostrazione da manuale del perché gli Wire a un certo punto furono definiti “i Pink Floyd della new wave”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.417, febbraio 2020.

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Pete Molinari – Just Like Achilles (We Are Hear)

Da emulo (eccelso) di Bob Dylan a cantautore con una vista a 360° sul rock ma finora solo quello dei ’60 (a meno che non si voglia considerare come prima eccezione alla regola, qui, una Steal The Night che potrebbe confondersi in un “Best Of” degli Oasis; non che i Gallagher non abbiano debiti rispetto a quel decennio, eh?): questo il percorso dall’inglese Pete Molinari dacché venne scoperto nel 2006 da Billy Childish, che ne eternava l’esordio “Walking Off The Map” nella cucina di casa sua con un Revox antidiluviano. Per il nostro uomo “Just Like Achilles” è il quinto album, vede la luce a sei anni dal precedente “Theosophy” ed è stato prodotto da Linda Perry e Bruce Witkin fra Lussemburgo, isola di Wight e California, stando a quanto si evince dalla pagina FB dell’artista in assenza di un comunicato stampa. Non l’unica cosa che manca all’appello per un lavoro la cui uscita è stata celebrata con una festa-concerto negli studi Capitol di Los Angeles che ha visto il nostro uomo fiancheggiato per l’occasione da gente del calibro di Don Was, Mike Garson, Jakob Dylan (ahem…), Ronnie Spector e Joey Waronker. Non c’è per ora una pubblicazione in CD e/o vinile per un’opera incisa evidentemente talmente bene che la registrazione risulta convincente persino in mp3. Ma sarebbe folle se non ci fosse, e presto.

È la migliore prova di Molinari da “A Virtual Landslide”, del 2008. La più variegata di sempre, con episodi folk e folk-rock (Goodbye Baby Jane, una Waiting For A Train quintessenza di Sua Bobbitudine, una Colour My Love da manuale Byrds, una Absolute Zero con tocchi spiritual) alternati ad altri che evocano Phil Spector (I’ll Take You There) come i Beach Boys (Please Mrs. Jones), Kinks e Stones (I Can’t Be Denied) come certa psichedelia (la traccia omonima).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.417, febbraio 2020. A oggi “Just Like Achilles” è ancora reperibile soltanto in mp3.

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Audio Review n.418

È in edicola da alcuni giorni il numero 418 di “Audio Review”. Contiene mie recensioni degli album nuovi di Marc Almond, Bombay Bicycle Club, Bonny Light Horseman, Basia Bulat, Deacon Blue, Dining Rooms, Drive-By Truckers, Brigitte Fontaine, Heliocentrics, Maria McKee, Orb, Andy Shauf e Torres e di un cofanetto di Sam Cooke. Nella rubrica del vinile ho scritto in lungo di Neneh Cherry e più in breve dei Doobie Brothers.

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