Quello che sta oltre – Il 1969 di Miles Davis

Non suonare quello che ti piace. Suona quello che sta oltre.

Istruzioni per la registrazione: impartite da Miles Davis a Dave Holland un imprecisato giorno del 1969, probabilmente in agosto, probabilmente durante una delle tre epocali sedute in sala d’incisione che fruttarono “Bitches Brew” – ma il contrabbassista non ne è certo. Ricorda in compenso altre frasi al pari perentorie e sibilline di colui che per due anni, dall’estate 1968 a quella del 1970, fu il suo datore di lavoro: “Non suonare quello che c’è ma quello che non c’è”, e ancora: “Non suonare dove ti cascano le dita”. Il fiatista Dave Liebman, che con il Man With The Horn incrociò la strada dal gennaio 1973 al marzo 1974, rincara la dose con “non completare la tua idea, lascia che la finiscano gli altri” e “termina il tuo assolo prima di finirlo”. Mentre a un John McLaughlin già nervosissimo, all’esordio in studio con Davis il 18 febbraio 1969 e impegnato nell’ardua reinvenzione dello spartito di In A Silent Way, Miles intimava, gettandolo nel panico: “suona come se non sapessi suonare”.

Ma si vada a riascoltarli quegli stupefacenti quattro minuti e quindici secondi a firma (e poco di più) Josef Zawinul prestando un’attenzione speciale alla chitarra. L’eleganza di tocco e la limpidezza di suono usuali per McLaughlin sono ben presenti ma si accompagnano a un senso come di esitazione, a una timidezza che è esattamente ciò che rende memorabile una melodia in transito da lì al sassofono soprano, quindi alla tromba. Il contrabbasso disegna un bordone, due pianoforti traslucidi gli intrecciano attorno danze colpite al cuore da una chitarra fattasi ora dissonante – però con gentilezza. A finire su disco fu la prima take e i musicisti ne restarono sbalorditi, convinti com’erano che non si trattasse che di una prova. Un ennesimo incantesimo riuscito per il Mago – “Sorcerer”, aveva ammiccantemente battezzato un album due anni prima; “Dark Magus” sarà il titolo di un altro.

C’è chi fa cose straordinarie e nondimeno è una persona in apparenza ordinaria. Miles Davis ha fatto cose straordinarie – determinante come pochi nella complessiva storia musicale del Novecento, non una, non due, non tre ma quattro volte ha deciso dove dovesse andare il jazz – senza mai fingere di essere uno qualunque. Carismatici si nasce e lui, modestamente, lo nacque, “a puzzle wrapped in an enigma” secondo la celebre definizione di Michael Zwerin. Si stupirà allora il lettore se dico che per costui il 1969 non cominciò il 1° gennaio né finì il 31 dicembre, come per tutti i comuni mortali? Senza neppure forzare troppo, si potrebbe azzardare che il 1969 di Miles Davis inizi oltre un anno prima, il 4 dicembre 1967. È il giorno in cui, negli studi di New York della Columbia, sulla Trentesima Strada, il quintetto classico si allarga a sestetto con l’aggiunta per la prima volta di un chitarrista, Joe Beck – presenza invero transitoria. Si registra Circle In The Round e ci vorranno dodici anni perché una casa discografica che non sa più che inventarsi per riempire il silenzio del trombettista lo pubblichi, su un omonimo doppio. Bizzarramente, un brano assolutamente cruciale (non solo perché introduce una chitarra amplificata, anche per le inedite influenze indiane) per l’evoluzione dell’arte davisiana sfuggirà ai radar per l’intero primo periodo per così dire “fusion”, anello la cui mancanza finirà per falsare tante analisi.

Il 28 sempre di dicembre la medesima formazione imprime su nastro Water On The Pond, ed è una seconda gemma a lungo perduta che marca un’altra “prima volta”: Herbie Hancock seduto a una tastiera elettrica, un Wurlitzer, non il Fender Rhodes che adotterà, in forza di una timbrica più varia, da lì a breve. Non il 15 febbraio 1968 quando, alle prese con quella Sanctuary di Wayne Shorter che sarà designata due anni dopo a suggellare “Bitches Brew”, suona acustico ed è allora George Benson a regalare fremiti di corde sotto tensione, non elettrizzanti però quanto avrebbe desiderato il padrone di casa.

Slabbrando di meno il calendario, non l’evidenza, il 1969 davisiano potrebbe essere invece fatto cominciare l’11 oppure il 27 novembre del 1968.

Prosegue per altre 20.438 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta in 1969 – Da Abbey Road a Woodstock, Giunti, 2009.

1 Commento

Archiviato in Hip & Pop

Una risposta a “Quello che sta oltre – Il 1969 di Miles Davis

  1. andrea K. bonomo

    le istruzioni di Davis potrebbero comparire in qualsiasi testo taoista, apparenti paradossi di chi padroneggia il suo mestiere con maestria.

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