R.I.P. Bunny Lee, producer (23/8/1941-7/10/2020)

In linguaggio aziendale si chiama “massimizzare le risorse”, nel parlare di ogni giorno “fare di necessità virtù”. Giacché Edward O’Sullivan Lee è sempre stato bravissimo a fare questa e quella cosa, pare singolarmente appropriato che il cofanetto che ne celebra la spettacolare carriera appena pubblicato su Jet Star, “The Bunny ‘Striker’ Lee Story”, sia tanto povero nella confezione quanto ricco di sostanza. I quattro CD sono alloggiati in custodie slim (quelle da singolo, per intenderci) racchiuse a loro volta in un riquadro di un cartoncino quasi impalpabile, presentazione poverissima, cui per fortuna fa eccezione un libretto spesso e ben fatto quanto basta e cui d’altro canto corrisponde un prezzo invero invitante, sicché l’economia vale pure per il consumatore che sul contenuto nulla potrà mai avere da ridire: centouno brani, quasi cinque ore e venti di musica, ma che dico di musica, di storia della musica. Giamaicana e chiunque per il reggae nutra un pur minimo interesse prenda nota. E anche il collezionista più fornito, che sa che un’indagine esaustiva sull’opera del nostro eroe richiederebbe diversi box siffatti, vi scoverà, fra questo e quel successo, rare pepite in quantità più che sufficiente a giustificare l’investimento.

Nato il 23 agosto 1941, ribattezzato Bunny ancora bambino da una cugina per via delle fattezze tonde e simpatiche, Edward Lee entrava ventunenne nella già florida industria discografica di Kingston su raccomandazione del cognato Derrick Morgan, giovanissimo ma cantante già affermato, accasandosi presso la Treasure Isle di Duke Reid. Passerà verso metà decennio alla Caltone di Ken Lacks per quindi promuoversi nel 1967, da factotum di studio che era, a produttore in prima persona. Anno cruciale: se il primo brano su cui mette le mani, Listen To The Beat di Lloyd Jackson & The Groovers, passa inosservato pochi mesi dopo Music Field di Roy Shirley è una hit, per i tipi della Wirl, e prima che l’anno finisca il Nostro ha un’etichetta ─ omonima ─ tutta sua. Contrariamente ad altri produttori, non però una sala di incisione ed entra allora in ballo la necessità di cui sopra, quella che notoriamente aguzza l’ingegno. Sporgendosi sui ’70 con King Tubby come braccio destro (l’uomo che disputa a Herman Chin Loy, Clive Chin e Lee “Scratch” Perry l’invenzione del dub), Lee riflette su un fondamentale meccanismo del pop, quello del ricambio generazionale che rende riciclabili a oltranza, siccome per chi al primo giro non c’era risulteranno nuovi, i vecchi successi. Ed ecco che articoli dei ricchi cataloghi Studio One e Treasure Isle, che lui ben conosce avendoci spesso posto mano in origine, vengono reimmessi sul mercato in edizioni rivisitate, nel mentre viene sfruttata a fondo la moda del toasting, antesignano isolano del rap, sistemando sui retri dei 45 giri le versioni strumentali del lato A. Ovvio il risparmio di prezioso tempo, che è denaro, in sala di registrazione e non basta: quella stessa base ─ il cosiddetto “ritmo” ─ può essere venduta più volte se si portano in studio i dj soliti declamarci sopra dal vivo. O se diversi cantanti ci incollano su diversi testi, magari che rispondono uno all’altro (impagabile esempio, sul terzo compact nel cofanetto in questione, Dawn Penn che replica con I’ll Let You Go Boy alla Let Me Go Girl di Slim Smith & The Uniques). E ancora non abbiamo considerato il dub…

Raccontata così, a chi di reggae non è proprio un esperto potrebbe sembrare una presa in giro se non tout court una truffa. Si può capirlo, ma un simile giudizio non terrebbe conto delle straripanti personalità degli artisti che si trovarono a lavorare con Bunny Lee. Per non fare che pochi nomi: quel Johnnie Clarke che “può essere detto il primo cantante dancehall nella moderna accezione del termine” (Steve Barrow) e formidabili interpreti soul come “l’usignolo” Horace Andy e John Holt, Delroy Wilson e Leroy Smart, e inoltre dj di riconoscibilità assoluta come I- e U-Roy, Prince Jazzbo e Tappa Zukie, Doctor Alimantado e Jah Stitch. Leggenda vivente sebbene negli ultimi tempi non troppo praticante (la “Story” si ferma ai primi ’80, al pigrissimo quanto irresistibile Lovers Rock Medley di Sugar Minott), “Striker” ebbe il non indifferente merito di mettere assieme tutti questi talenti e molti altri, a partire dalla non ancora nominata band “della casa”: quegli Aggrovators da cui sono passati chitarristi come Earl “Chinna” Smith e Winston “Bo Beep” Bowen, tastieristi come Winston Wright o Ossie Hibbert, bassisti come Robbie Shakespeare e Aston Barrett (con Sly Dunbar o Carlton alla batteria), fiatisti come Bobby Ellis, Tommy McCook, Lennox Brown, Vin Gordon. Se non è abbastanza per essere chiamato genio, allora in materia di produzione soltanto Phil Spector (forse!) lo è stato.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.608, marzo 2005.

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