Laura Veirs – My Echo (Bella Union)

Racconta Laura Veirs che il video di Burn Too Bright, il brano che ha anticipato di alcuni mesi il suo undicesimo album, è stato girato in marzo, appena prima che anche lì scattasse il lockdown. Vi si vedono lei, i due figli di sette e dieci anni e la babysitter tracciare con gessetti colorati scritte e disegni sull’asfalto di un parcheggio. Il giorno dopo diluviava e l’acqua lavava via tutto. Fin troppo appropriato per una canzone in memoria del cantautore e produttore Richard Swift, che la Veirs non ha mai conosciuto ma con cui condivideva molte amicizie, e in cui si parla per l’appunto del fuoco che fa brillare particolarmente taluni ma nel contempo consumandoli. Per un disco che rinnova un sodalizio, con Tucker Martine (sua per l’ennesima volta la regia), che è però solo più artistico e non anche sentimentale, giacché i due hanno divorziato e l’ombra di questa separazione inevitabilmente si allunga su “My Echo”. Che parla di disintegrazione, apatia, della consapevolezza di come tutto sia effimero. E nondimeno ─ questo l’argomento di Mermaloose Island, la più vivace (paradossalmente, ineffabilmente: alla pari con la summenzionata Burn Too Bright) delle dieci tracce ─ talvolta ci si sorprende egualmente grati di esser vivi.

In un’altra epoca, gli anni ’70 delle cantautrici confessionali, l’artista di Colorado Springs sarebbe stata una star. Nella sua e nostra l’apice è stato toccato con una collaborazione con la Nonesuch che fra il 2004 e il 2007 fruttava tre album eccellenti ma venduti ai soliti “happy few”. Se incuriositi, una Another Space And Time che adombra la bossa nova, la sbarazzina cantabilità di Turquoise Walls, il favolismo folk di Bricklayer potrebbero indurvi a iscrivervi al club.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.425, novembre 2020.

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