Per amore della canzone – La ballata triste di Townes Van Zandt

Forse deve solo cantare per amore della canzone/e chi sono io per decidere che sbaglia?” (For The Sake Of The Song)

Il Van Gogh della canzone americana.” (“Billboard”)

“Townes Van Zandt è il migliore autore di canzoni al mondo e lo direi anche a casa di Bob Dylan, salendo su un tavolo con i miei stivali da cowboy.” (Steve Earle)

Doveva essere il 1995 (la memoria non è più quella di una volta) quando ebbi occasione di toccare con mano il Mito. Ideale il luogo dell’incontro: lo stanzone di quel torinese Folk Club abituato a vedere il suo palco calpestato da piccole e grandi leggende, attorniate da cento spettatori o poco più, medesima capienza di quel bar di Houston in cui il nostro uomo registrò uno dei più memorabili doppi dal vivo di sempre. Andai lì pieno di aspettative.  Nello stesso tempo, con il timore che in nessun modo un concerto avrebbe potuto darmi le emozioni regalatemi, una vita prima, da “Flyin’ Shoes”. Un colpo da cui il mio cuore non si è mai ripreso, quell’album, che fra l’altro non è nemmeno il più bello (come ebbi pian piano modo di scoprire) nella discografia del Texano. Ma in un amore è il primo incontro quello che permane nel ricordo, anche quando i successivi si rivelano più soddisfacenti. Poco dopo i miei vent’anni lo consumai quel vinile, che difatti si è rivelato assai scrocchiante quando sono andato a riascoltarlo, scoprendo di riconoscerne ancora ogni dettaglio. Rammento che lo comprai per posta, pagandolo 1.900 lire. Avrei dovuto essere più furbo e acquistarne cinque copie. Ma sto divagando. Il Folk Club, dicevo.

Townes Van Zandt si presentò da solo, come mi attendevo. Pur essendo stato avvisato riguardo alla qualità altalenante delle sue performance, ciò che non mi aspettavo era che risultasse… patetico. Per interminabili quarti d’ora biascicò con voce impastata e mani non meno incerte sulla chitarra facendo a pezzi un brano meraviglioso dopo l’altro. Uno spettacolo imbarazzante. Uno spettacolo da incazzarsi fino a mettergli le mani addosso, non fosse che nello sguardo perso nel vuoto si leggevano una tristezza e una gentilezza infinite. E poi d’un tratto fu come se scattasse un interruttore. La schiena si raddrizzò, le dita si mossero più sicure, la voce acquistò calore e confidenza e addirittura qualche sorriso inciampò sulle labbra cadendo fra gli astanti. La seconda metà del concerto si rivelò indimenticabile in positivo. Chissà cosa era successo, all’improvviso, in quella testa matta.

Vivere è volare/in alto e in basso/e allora scuoti la polvere dalle tue ali/e il sonno dagli occhi/…/e le lacrime…” (To Live Is To Fly)

Townes Van Zandt aveva un idolo: Hank Williams. Townes Van Zandt ha avuto una vita di merda. Townes Van Zandt è morto un capodanno, proprio come Hank Williams.

Prosegue per altre 16.936 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.32, gennaio 2001. Townes Van Zandt lasciava questa terra il 1° gennaio 1997. Aveva cinquantadue anni.

3 commenti

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3 risposte a “Per amore della canzone – La ballata triste di Townes Van Zandt

  1. marktherock

    è stato bello ritrovare quell’articolo (articolo? maddechè…lectio magistralis, piuttosto) nel volum(on)e
    Buon anno, Magister

  2. Stefano

    Un grande. Per quanto mi riguarda ci sarebbe da approfondire sia la sua opera in musica che la sua vita e il personaggio se davvero così interessante

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