Blue Notes – Il pop del crepuscolo

Ve ne siete accorti? Sono immerse, le ultime cose buone del pop inglese (quelle non frutto dei consueti hype, non costruite/immaginate/esaltate oltre ogni limite da una stampa sempre pronta a entusiasmarsi, anche quando non sarebbe il caso; quelle, insomma, nate e impostesi senza sponsor), in un’atmosfera crepuscolare, impregnata di una sensualità torbida. Inquietante. Eppure, straordinariamente fascinosa. Varrebbe la pena di provare a metterle insieme anche se ad accomunarle fosse solo questo (e non sarebbe poco: cos’è il pop se non una faccenda di atmosfere, stereotipi, melodie?), ma a collegarle vi è una fitta serie di rimandi incrociati che, sebbene non evidentissima a un primo sguardo, le avvolge tutte in una rete inestricabile. Seguirne le maglie si è rivelata impresa suggestiva come di rado sono le investigazioni nel mondo della musica.

Yeovil, Somerset

“Sei quasi brutta, priva di lusinga/nelle tue vesti quasi campagnole”: non fossero i capelli di Polly Jean Harvey corvini come quelli della protagonista ideale di un racconto di Edgar Allan Poe, la tentazione di tracciare un parallelo con la signorina Felicita di gozzaniana memoria sarebbe ancora più irresistibile. Ma quella aveva “bei capelli di color di sole” che la facevano “un tipo di beltà fiamminga”, e Polly Jean è il Calimero del pop. Quella, sotto la faccia “buona e casalinga”, celava un’anima semplice, e aveva modi ingenuamente civettuoli, ove la nostra eroina ostenta un sentire contorto come un’esplosione para-jazz beefheartiana. Infine, risulta arduo immaginare Polly Jean compiere “quel romantico gesto d’educanda” che tanto fece godere l’animo di Gozzano. Non la stessa Polly Jean che ha intitolato una canzone a Sheela-Na-Gig, una figura femminile che ricorre nei bassorilievi celtici e che, accovacciata, ride in modo sguaiato e si divarica la vagina con le mani.

Anche se, leggendo il Gozzano che a scuola non ti fanno leggere, si scopre che la signorina Felicita vera, non il personaggio letterario dunque, avrebbe potuto benissimo esclamare, come la Harvey in Rid Of Me, “leccami fra le gambe, sono infoiata”. E forse lo fece.

A parte le comuni origini agresti, Polly Jean Harvey fa venire in mente Felicita perché, come quella era una figura inedita e freschissima in un panorama letterario in cui la donna veniva da sempre idealizzata, lei è un tipo di personaggio che il rock non ha mai conosciuto: tanto per cominciare, viene appunto dalla campagna e il rock’n’roll del dopo Sun, del dopo Elvis, del dopo Jerry Lee è sempre stato urbano, prevalentemente quando non esclusivamente; poi è una ragazza che affronta le questioni del sesso con una franchezza che, essendo quasi maschile, produce sovente un effetto di imbarazzo totale nell’ascoltatore uomo. Quella spudoratezza che le fa cantare, in Man Size, “fammi abbassare gli occhi e le mutande” è altra cosa rispetto alla sensualità fra il sofisticato e lo sfrontato di Madonna, o anche a quella, già peculiare, da Peter Pan in gonnella di Björk. Il sospetto è che se Polly Jean fosse bella (per i canoni classici non vi è dubbio che non lo sia, con quel suo corpo magro tutto spigoli e le sopracciglia ispide che schiacciano verso il basso l’ovale del volto, e però a suo modo intriga: “fa tipo”, come si suol dire) non muterebbe comunque nulla nel suo approccio all’altro sesso.

La ragazza mascolina, chiodo e Doc Martens ai piedi, i capelli raccolti all’indietro, dei tempi dell’esordio su singolo, nel 1991, l’anno dopo si faceva immortalare a seno nudo (mai seno nudo fu meno provocante) sul retro di copertina del suo primo album e nel ’93 scioglieva i capelli e si mostrava in due pezzi in camera da letto. Oggi è sacerdotessa pagana, ninfa di sepolcrale beltà (torna Poe) come quella del celebre quadro di Millais che la copertina di “To Bring You My Love” (il quadro più ricorrente nelle vicende grafiche del rock: lo usarono già Pearls Before Swine, Christian Death ed Electric Peace) omaggia. Cambia tutto e non cambia niente.

Prosegue per altre 16.849 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Dynamo!”, n.8, giugno 1995.

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