I migliori album del 2020 (1): Moses Sumney – græ (Jagjaguwar)

L’album che ho ascoltato di più nel 2020 è uscito a puntate e le prime (come probabilmente tutte le registrazioni) datano 2019. Era il 14 novembre di quell’anno quando Moses Sumney disvelava la prima delle venti tracce (le canzoni “vere” sono in realtà quindici) che sono alla fine andate a comporre questo suo magnum opus. Con in memoria il soul appena infiltrato indie del debutto del 2017 “Aromanticism” Virile risultava spiazzante all’estremo, con il suo rutilare nel contempo storto e squadrato di chitarre e batteria rock. Né sarebbe potuto risultare più stridente il contrasto con la sofferta ballata acustica Polly, che gli andava dietro il 13 dicembre. Un primo indizio di capolavoro si palesava il successivo 6 gennaio, con l’idea abbacinante di Radiohead prestati al Tim Buckley di “Starsailor” di Me In 20 Years. Un secondo il 7 febbraio con una Cut Me in cui la voce inietta di soul il Charles Mingus innamorato del folk. E da lì a quattro giorni, sempre solo in formato liquido, ecco emergere infine l’album e anzi no. “græ part 1”, recita il titolo, i brani in scaletta sono dodici e dei quattro già pubblicati manca all’appello Me In 20 Years. Ancora anticipato di pochissimo da una Bless Me di solennità liturgica che passa dal bianco al nero quando si fa largo, appoggiandosi al caracollare del basso e a una percussività metronomica, un coro gospel, “græ” raggiunge infine i negozi non solo virtuali in forma di doppio vinile o CD singolo il 15 maggio. Non credo sia passata settimana da allora senza che almeno una parte del suo corposo e sontuoso programma abbia risuonato fra le mie mura domestiche.

“Sono consapevole della mia molteplicità, e chiunque desideri creare con me o con il mio lavoro un rapporto significativo deve esserlo lui pure”: parole non del nostro uomo, californiano di origini ghanesi, bensì della scrittrice, londinese di nascita e di radici miste ghanesi e nigeriane, Taiye Selasi. Suggellano il recitativo su fondale ambient-jazz di Also Also Also And And And e fanno da manifesto a un album uno ed effettivamente bino: una prima parte nella quale l’inestricabile intersecarsi di folk, art-rock, jazz ed elementi di musica classica produce brani più complessi, e a tratti contundenti, che tolgono definitivamente a costui il patentino (del resto sempre rifiutato) di artista errebì; una seconda assai più lineare e introspettiva, per quanto sul subito quasi non si noti la sutura essendo affidato il delicato passaggio a due tracce sentimentalmente affini quali la summenzionata Polly e la Björk in versione pastorale di Two Dogs. Bino? Sul serio “græ”, il cui tema prevalente (e preveggente, se si pensa che la sua stesura ha preceduto la pandemia) è l’isolamento, e nella cui realizzazione Sumney ha nondimeno coinvolto una quarantina (!) fra musicisti, produttori, tecnici del suono, contiene moltitudini. In esso, la visione di una musica né bianca né nera, né maschile né femminile (non so se ho mai sentito un altro falsetto così falsetto). Gli anni ’20 del XXI secolo cominciano qui: fra il dittico guerresco e ansiogeno formato da Conveyor e Boxes e il macinare blues sul quale soffiano venti astrali e fra le cui pieghe si insinua il piano, nell’occasione più cameristico che jazz, del compianto Esbjörn Svensson di Gagarin; fra una Colouour in cui Billie Holiday è viva e si strugge insieme a noi e l’arazzo spagnoleggiante che trasmuta in spastica danza di Neither/Nor; fra l’Al Green in versione This Mortal Coil di Bystanders e una Keeps Me Alive che chissà cosa mai ne avrebbe fatto Amy Winehouse. Ma pure così… Immenso.

5 commenti

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5 risposte a “I migliori album del 2020 (1): Moses Sumney – græ (Jagjaguwar)

  1. Mauro

    Ci avevo azzeccato. 🙂 🙂 🙂

  2. Mauro

    Infatti, lo definisti l’unico disco uscito fino a quel punto nel 2020 che potesse essere definito un capolavoro. Ed effettivamente è un lavoro magnifico! Uno dei tantissimi per cui ti devo ringraziare per avermelo fatto scoprire.

  3. Francesco

    Boia come sto invecchiando, questo non l’avevo mai neppure sentito nominare, mai vista la copertina, neppure come consiglio di qualche algoritmo…provvederò!
    ciao

    • luca tarozzi

      Fin qui non ci arrivo davvero, Mea culpa ammetto ,ma tutta questa contaminazione e soprattutto quel falsetto cosi’ dominante,,,,non riescono a scaldarmi proprio.Gli altri album che hai messo in “classifica” li trovo tutti super .

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