Out Of The Blue – La prima vita dei Dream Syndicate, all’alba della seconda

Saranno in tour in Europa nei giorni in cui questo numero di “Blow Up” raggiungerà le edicole, i Dream Syndicate. Fa strano apprenderlo, guardare il calendario e vederci scritto 2013, non 1986.

Più o meno all’altezza di quando diedero alle stampe il singolo album, “Medicine Show”, che li iscrive alla storia maggiore del rock, Steve Wynn osservava in un’intervista che i Dream Syndicate non erano un gruppo bensì minimo cinque, parecchio diversi l’uno dagli altri: da qualche parte, fra i Dream Syndicate capaci di lanciarsi in improvvisazioni prevalentemente chitarristiche di tre quarti d’ora cadauna e quelli professionalissimi esecutori di se stessi, se ne potevano rintracciare – a seconda del luogo, dell’ora, dell’umore – di hard, di sentimentali, di psichedelici. Impossibile incrociarli tutti nella stessa serata ma, dove cascavi, cascavi bene. La più grande live band della sua generazione? Probabilmente, e una pur pressoché impeccabile, e in più punti esaltante, discografia in studio non li racconta che in parte. Logico allora che questa storia, prima ancora che fra album in diversa misura classici, sia da incorniciare fra due concerti. Al primo presenziarono poche decine di persone perché il luogo, uno stanzone in un club (il Vex) di East L.A., poche decine poteva contenerne. Della data non ho certezza ma doveva essere la primavera dell’83, siccome il complesso era reduce da due mesi passati ininterrottamente “on the road” e che avevano messo a tal punto a dura prova la bassista Kendra Smith da indurla a lasciare. Era insomma un’ultima replica e l’ultima canzone dell’ultimo bis era quell’unica in repertorio cantata da Kendra, Too Little, Too Late, una gemma di ballata dell’innocenza perduta con la quale – chissà se essendone consapevoli – a congedarsi per sempre erano anche quei Dream Syndicate che avrebbero potuto essere “i nuovi Velvet Underground”. Al secondo gli spettatori si calcoleranno fra le quaranta e le cinquantamila unità, era il 5 luglio 1986 e all’annuale festival di Roskilde, in Danimarca, ai nostri eroi toccava l’improbo compito di sostituire – e senza che nessuno in platea ne avesse avuto sentore fino all’annuncio dal palco – l’attrazione principale in cartellone, ossia i Cult, niente di meno. Sfida che vincevano a mani basse, facendo impazzire un pubblico che in massima parte manco li aveva mai sentiti nominare, e il giorno dopo i giornali locali ne riferivano facendo paralleli con il debutto americano a Monterey di tal Jimi Hendrix, AD 1967. Ci sarà bene qualche universo parallelo nel quale, partendo da lì, Steve Wynn e soci sono divenuti le stelle che avrebbero meritato di diventare, anticipando il grunge invece che venendone – a posteriori – obnubilati. Sicuro che lì sono più popolari dei Pearl Jam, sicuro che lì dei Pearl Jam si parlò, al loro apparire alla ribalta, come dei novelli Dream Syndicate e hanno durato fatica a togliersi l’etichetta. Dalle nostre parti le cose sono andate alquanto differentemente. All’incirca così.

È il 1978 quando Steve Wynn e Kendra Smith – entrambi classe 1960, il primo losangeleno, la seconda originaria del Minnesota – si incrociano per la prima volta a Davis, cittadina di sessantamila abitanti di cui mediamente il 10% allievi, come all’epoca i Nostri, della locale University Of California. Sono a quanto pare gli unici a sapere chi siano i Jam e tanto basta a farli simpatizzare ed entro breve a fare loro condividere un gruppo. Si chiamano Suspects e oltre a Kendra alla voce e a Steve alla chitarra ritmica schierano Russ Tolman alla solista, Steve Suchil al basso e Gavin Blair alla batteria. Apprendendo che Tolman e Blair saranno poi nei True West il lettore potrebbe immaginare chissà quali meraviglie dell’unico e rarissimo singolo autoprodotto nel ’79 da costoro, It’s Up To You/Talking Loud. È in realtà poppetto acerbo, senz’arte né parte e che lo stesso principale artefice – Wynn, da subito il songwriter della compagnia, di qualunque compagnia – dice peggio che scadente, orribile.

Prosegue per altre 17.767 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.181, giugno 2013.

1 Commento

Archiviato in Hip & Pop

Una risposta a “Out Of The Blue – La prima vita dei Dream Syndicate, all’alba della seconda

  1. DaDa

    Grande band, anche se io sono innamorato principalmente del loro primo periodo ( quello di The Days of Wine and Roses). Certo che anche i loro dischi recenti sono eccellenti. Speriamo di riuscire a vederli dal vivo.

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