Archivi del mese: febbraio 2021

Pubblicità per me stesso (6)

A suo tempo il mio primo libro con marchio Hip & Pop, Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015, ha beneficiato di una più che soddisfacente copertura da parte della stampa specializzata. Come era normale che fosse del secondo, Extraordinaire 1 ─ Di musiche e vite fuori dal comune, si è scritto meno. È dunque con particolare soddisfazione che segnalo una benevola recensione a firma Alessandro Besselva Averame, che ringrazio, sul numero di “Rumore” attualmente in edicola. A chi volesse fidarsi del recensore in questione, che secondo me è uno che ci capisce, faccio in ogni caso presente che, diversamente da altri possenti tomi pubblicizzati a spron battuto su Facebook, i miei libri non contengono né illustrazioni di alcun tipo (no, nemmeno una figura) né “copia e incolla” di materiali altrui. Pare anche che siano scritti in un italiano passabilmente corretto, ma di questo chiedo conferma a chi li ha letti.

3 commenti

Archiviato in Hip & Pop

Fuzztones – NYC (Cleopatra)

Non fossero i tempi quelli che sono il consiglio sarebbe di non farvi sfuggire i Fuzztones se dovessero passare dalle vostre parti: lo stagionato Rudi Protrudi e i suoi variabili e invariabilmente più giovani soci/socie sanno ancora regalare divertimento ed emozioni e non necessariamente solo a chi negli ’80 si prese una sbandata per quella scena che celebrava un altro decennio, i ’60, che oggi appare paradossalmente meno lontano di quanto non sembrasse allora. Essendo purtroppo i tempi quelli che sono, passare da un quarantennale a una quarantena è un attimo. Il 2020 avrebbe dovuto essere un anno di celebrazioni per la band, ufficialmente fondata nel 1980 anche se non arrivò a esordire discograficamente che nell’84. Erano in programma un libro fotografico, una raccolta di classici (che poi sono perlopiù brani di altri sui quali la Protrudi & Co. ha impresso il suo marchio), un nuovo album in studio a ben nove anni da “Preaching To The Perverted” e ovviamente tanti, tantissimi concerti.

Giusto “NYC” è sopravvissuto di tutto ciò ed è anche per gustarsele dal vivo queste quindici cover che omaggiano la Big Apple, percorso che da Sinatra giunge a Patti Smith, che non si vede l’ora di tornare alla normalità. Fatto è che, con l’eccezione del debutto “Lysergic Emanations”, i Fuzztones in studio mai hanno saputo avvicinare il proprio formidabile live act. Complice una produzione non all’altezza, queste versioni paiono per la maggior parte poca e smorta cosa (Dancing Barefoot imbarazzante per quanto è piatta). Discrete eccezioni: una 53rd & 3rd memore di quanto i Ramones amassero i Byrds; una Skin Flowers che gira garage-pop i Fugs; una Babylon e una You Gotta Lose che riprendono rispettivamente New York Dolls e Richard Hell senza far danni.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Il 1976 magico e tragico degli Earth, Wind & Fire

A quanto pare non ne aveva mai abbastanza degli Earth, Wind & Fire il pubblico americano nel magico biennio 1975-’76, breve arco di tempo in cui il gruppo di Maurice White (e del fratello Verdine, e di Philip Bailey) si inerpicava per la prima volta fino al numero uno della classifica degli LP di “Billboard” con “That’s The Way Of The World”, replicava prontamente l’impresa con il live “Gratitude” e di nuovo la sfiorava, fermandosi al secondo posto, con “Spirit”. Magico ma anche tragico, siccome proprio nel pieno delle registrazioni di quest’ultimo veniva a mancare prematuramente ─ quarantacinquenne, per un infarto ─ il produttore Charles Stepney, uno cui dobbiamo (fra il tanto resto) una mezza dozzina di album dei Rotary Connection e un paio di capolavori di Terry Callier. Per il maggiore degli White un’ispirazione e come un fratello più grande ed era insomma un rapporto, al di là dei tanti brani pure cofirmati da Stepney, che andava molto oltre quello che può essere normale fra un produttore e un musicista. Sapendolo in uno stato di salute precario Maurice aveva scritto per lui il brano di grandissimo pathos che intitola questo 33 giri fresco di ristampa su Speakers Corner e ne chiude la prima facciata. Non arriverà mai ad ascoltarlo. Dopo “Spirit” la qualità (il successo no, ancora a lungo) dei dischi del combo di Chicago declinerà, ma qui siamo ancora a un top di ispirazione, dal funky-pop di Getaway (a 45 giri faceva sfracelli) che inaugura prefigurando il Michael Jackson di “Thriller” all’elegante midtempo soul, con un profumo di jazz, Burnin’ Bush, che suggella. La languidissima Imagination e una Biyo strumentale e dall’attacco esplosivo a marcare i confini di un suono capace di spaziare dalla ballata sentimentale al ballabile secco, di evocare New Orleans nel mentre lancia ponti verso l’Africa. Rimasterizzazione impeccabile.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.390, agosto 2017. Maurice White ci lasciava cinque anni fa a oggi, settantaquattrenne.

Lascia un commento

Archiviato in anniversari, archivi

Allison Run – Walking On The Bridge (Spittle)

Prendessero esempio, le nostre major, su come si valorizza il catalogo dalla romana Spittle. Che, pur potendo contare su una frazione delle loro risorse, lungi dall’imbastire operazioni troppo spesso sciatte e meramente speculative come le suddette (a ogni appassionato ne sarà venuta in mente qualcuna) da anni si dedica alla storicizzazione di ciò che furono punk, new wave e neo-psichedelia in Italia. Buona, ottima cosa ovviamente rimasterizzare “comme il faut”, ma trattasi del minimo sindacale. Fondamentale, come da decenni si fa all’estero, è anche offrire un adeguato apparato informativo e iconografico a corredo. Cosa cui provvede, nel caso di “Walking On The Bridge”, un libretto di ventiquattro pagine che vi racconterà quanto avete bisogno di sapere su chi furono i brindisini di natali e bolognesi di adozione Allison Run.

In poche parole: una delle band più peculiari all’opera nel Bel Paese nei secondi ’80. Che se solo fosse stata inglese oggi una citazione, un paragrafetto nelle storie del rock lo avrebbe senz’altro invece di essere patrimonio di chi a suo tempo, e quasi solo in Italia, ascoltò e ne rimase incantato. Psichedelici senza “se” e senza “ma”, Amerigo Verardi e soci non si limitarono mai tuttavia al semplice revival. Rivisitandoli avverti chiari echi dei Pink Floyd barrettiani e dei Kaleidoscope, dei Beatles sotto LSD come dei Kinks, ma ci senti dentro pure Julian Cope, Robyn Hitchcock, gli XTC, Echo & The Bunnymen. Altissimo il livello della scrittura, pubblicavano prima di sciogliersi un mini, un 12” e un LP che vengono qui raccolti nel primo di tre dischi. Quello indispensabile, a fronte di un secondo di ritagli e performance live e un terzo di demo che i cultori in ogni caso apprezzeranno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

4 commenti

Archiviato in archivi, ristampe