Archivi del mese: marzo 2021

Blow Up n.275

Benché marzo non sia ancora finito il numero di aprile di “Blow Up” è in edicola già da qualche giorno. Sono lieto di annunciare urbi et orbi che delle sue 144 pagine dieci sono occupate da un mio omaggio alla più grande cantautrice che probabilmente non avete mai ascoltato: Janis Ian. Che il prossimo 7 aprile fa settant’anni e ne aveva tredici quando scrisse la canzone che le guadagnò la prima di diverse candidature ai Grammy. Venti quando decideva di ritirarsi dalle scene (avrete inteso: ci ripensò). Ventiquattro quando si ritrovò con un album al primo posto delle classifiche USA e un singolo al numero 3.

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Il rock oltre il rock degli Slint

Siccome (almeno per scarti minimi come questo) la data di pubblicazione conta più di quella di incisione, il secondo e ultimo album degli Slint, registrato nel 1990 ma pubblicato nel ’91, va annoverato senz’altro fra i capolavori degli anni ’90 e non fra quelli del decennio precedente. E c’è una logica in ciò, dacché questo disco ha singolarmente disegnato tanta parte del post-rock dei successivi due lustri e in nessun modo può essere invece datato come appartenente ai precedenti due. Ma si potrebbe in fondo dire la stessa cosa del predecessore, il più succinto e spigoloso “Tweez”, inciso nell’87 e uscito nell’89. Altra indicazione che il quartetto di Louisville fu sempre fuori sincrono rispetto al proprio tempo, in anticipo e dunque, inevitabilmente, incompreso. Mutatis mutandis, sono in fondo stati degli altri Velvet Underground, gli Slint: pochi li ascoltarono, ma quei pochi ne ebbero la vita cambiata.

Due degli Slint, il chitarrista Brian McMahan e il batterista Britt Walford, erano stati insieme, imberbi, negli Squirrel Bait (con loro David Grubbs, che fonderà poi i Bastro e quindi i Gastr Del Sol). Il rovinoso ed emotivo hardcore punk di costoro si trasforma radicalmente in “Tweez” e in “Spiderland”: cala il ritmo, sparisce l’innodia, l’abbassarsi dei volumi induce aumento in luogo che diminuzione della spigolosità. Emergono scampoli di blues (ma raffreddato), country (ma niente affatto cantabile), psichedelia (transumante dalla moviola al raga, alla scala arabeggiante). È musica per certi versi già sentita, eppure inaudita, senz’altro catalogabile alla voce “rock”, eppure oltre. Irripetibile magia di un momento di passaggio. McMahan scioglierà il gruppo poco dopo la pubblicazione dell’album, in preda a una profonda crisi esistenziale da cui uscirà capitanando per breve tempo quei For Carnation logica evoluzione del suono esposto in “Spiderland”. Alcuni ottimi dischi all’attivo ma ─ come dire? ─ “normali”. Ritroveremo il suo contraltare chitarristico David Pajo nei For Carnation stessi, nei Tortoise, solista sotto pseudonimo come Aerial M o Papa M.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019. A oggi sono trascorsi trent’anni esatti dalla pubblicazione di “Spiderland”.

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The Notwist – Vertigo Days (Morr)

Poche giravolte nella storia del rock sono risultate più spiazzanti di quella con cui nel 2000 i Radiohead si riposizionavano da “nuovi U2” ad alfieri del post-rock. “OK Computer” aveva dato indizi al riguardo ma con “Kid A” Thom Yorke e soci azzardavano ben di più e nessuno avrebbe scommesso sulla loro sopravvivenza commerciale. E invece… Rischiando assai meno sul piano delle vendite dacché erano sigla nota a pochi ma persino di più musicalmente, i tedeschi Notwist sul finire del decennio prima si erano analogamente reinventati “post-” essendo partiti da un hardcore punk con tratti metal. Pure loro al quarto album, lo splendido “Shrink”, del ’98, dopo averne pubblicato uno interlocutorio. Andranno in tutti i sensi più in là nel 2002 con “Neon Golden”, indiscutibile capolavoro loro e totale. Sempre pensato che “Shrink” ai Radiohead non fosse ignoto.

Da allora il gruppo dei fratelli Markus e Micha Acher si è concesso con parsimonia, con due coppie di album fatti uscire in rapida sequenza a interrompere lunghi silenzi, sei anni per dare un seguito a “Neon Golden”, altri sei a separare “Vertigo Days” da “The Messier Objects”, che era però una trascurabile raccolta di musiche per teatro e radiodrammi e dunque il predecessore vero è “Close To The Glass”, del 2014. Se solo non si facessero desiderare tanto! Ma meglio loro dei troppi che non ci danno tregua, no? Si potrebbe dire a questo punto “i soliti Notwist” e tuttavia ben venga una routine così stellare, benvenute queste quattordici tracce che fluiscono una nell’altra senza soluzione di continuità, fra vigorosi attacchi percussivi e sospesi accordi di piano, passi di valzer e accenni di rumba, sfregi noise, pop yé-yé rivisitato Stereolab, funk bianco screziato di jazz, downtempo e ─ ma va! ─ krautrock.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.428, febbraio 2021.

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5 pezzi facili per Scott Walker, americano a Londra

“Ne morirà di gente nel frattempo!”: così, con impagabile umorismo nero, Noel Scott Engel, in arte Scott Walker, rispondeva all’intervistatore di “Mojo” che nel 2000 gli domandava quando avrebbe concesso all’umanità la grazia di un nuovo album. Non che se ne stia con le mani in mano, spiegava, ma scrivere è divenuto per lui con il tempo un processo sì tormentoso nel suo tendere alla perfezione che possono volerci “un paio di mesi perché io metta assieme la metà della metà di una canzone”. Si potrebbe dire che ha tenuto fede alla promessa, visto che siamo arrivati a inizio 2004 e ancora aspettiamo il successore del fosco e sublime “Tilt”, una faccenda del 1995 doverosamente inserita nei “500 dischi fondamentali” designati dalla nostra succursale “Extra” a rappresentare la storia del rock, termine da intendere nell’accezione più ampia e vaga possibile se si fa riferimento a capolavori come il suddetto. D’altro canto, fra “Tilt” e il predecessore “Climate Of Hunter” il nostro uomo di anni ne aveva messi undici e per ora siamo appena a nove. Pazientiamo. Ci aiuterà alla bisogna un cofanetto di cinque CD uscito in prossimità delle feste natalizie, con griffe Mercury/Universal, e beffardamente chiamato “5 Easy Pieces”. Naturalmente, anche nei suoi momenti più populisti, un prolungato esercizio dell’uneasy listening più uneasy che si possa immaginare. Naturalmente, ché sarebbe stato se no troppo banale, organizzato non cronologicamente ma tematicamente. Naturalmente comprendente materiale dei Walker Brothers, il complesso con il quale l’oggi sessantenne Scott soggiornò a lungo in cima al mondo in altri anni ’60, ma altrettanto naturalmente orbo della canzone per la quale tutti li ricordano, vale a dire The Sun Ain’t Gonna Shine Anymore (con il senno di poi, quel che si dice un titolo programmatico). Infine (a tirare l’ultima riga sulla lista delle iconoclastie prevedibili): fornito di un libretto, di eleganza e austerità somme, che ben si guarda dall’offrire all’acquirente informazioni biografiche su un soggetto che da un quarto di secolo sfugge le luci della ribalta, dopo essere stato personaggio di visibilità immane: l’annuncio dello scioglimento dei Walker Brothers provocava nel 1967 reazioni, in particolare fra il predominante pubblico adolescenziale femminile, di un’infima frazione meno estreme di quelle che causerà tre anni più tardi la fine dei Beatles. A parte l’elenco dei brani (novantatré) e una-foto-una del soggetto, il tascabile e smilzo volume non si compone che di citazioni citabili di celebri colleghi che esprimono ammirazione prossima all’idolatria per il Nostro. Ne pilucco qualcuna qui e là e vediamo se vi impressiono.

Per noi Captain Beefheart e Scott Walker sono l’epitome di ciò che davvero vuol dire punk, artisti che seguono la loro strada senza curarsi di nulla e di nessuno.” (Nick Power, The Coral)

Lo sai che ‘Tilt’ è stato registrato nello stesso studio e nello stesso periodo di ‘The Bends’? Ma non ci siamo mai incrociati. Non è stato che al Meltdown Festival che abbiamo avuto finalmente l’occasione di conoscerlo… Fondamentalmente, è stato per lui che abbiamo suonato. Ero lì sul palco e non facevo che pensare: ‘C’è Scott Walker fra il pubblico e non mi frega niente di chiunque altro possa esserci’.” (Thom Yorke, Radiohead)

Ha avuto un’enorme influenza su di noi…” (Damon Albarn, Blur)

Prosegue per altre 7.327 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.562, 20 gennaio 2004. Scott Walker ci lasciava due anni fa a oggi, settantaseienne.

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Shame – Drunk Tank Pink (Dead Oceans)

Vivaddio (quello del rock, ovvio) ci sono ancora giovani che per comunicare la loro visione del mondo si affidano a strumenti che i più fra i coetanei considerano oggetti di antiquariato: chitarra elettrica, basso, batteria. Una voce, incredibile a dirsi, non manipolata con l’autotune. Giovani gli Shame ─ formazione a cinque che include il cantante Charlie Steen, i chitarristi Sean Coyle-Smith e Eddie Green, il bassista Josh Finerty e il batterista Charlie Forbes ─ lo sono sul serio, ventenni a malapena o poco più che nondimeno suonano assieme dal lontano 2014, nel 2015 si autoproducevano un EP (non affannatevi a cercarlo, pare ne esistano non più di trenta copie), nel 2016 debuttavano ufficialmente con un 7” per il quale c’è già chi chiede quei cinquanta euro ed erano invitati a partecipare a un importante festival parigino, a inizio 2018 pubblicavano il primo album, l’esplosivo “Songs Of Praise”. Promozionato suonando ovunque, inclusi i peggiori bar (nei quali i ragazzi prima non potevano entrare, giacché minorenni) di quella South London da cui provengono. Curiosità per un seguito che Coyle-Smith annunciava influenzato “dalla highlife e da ESG e Talking Heads”. Be’, bravo chi riesce a scovarne tracce in un disco schizzato nella settimana di uscita al numero 8 della classifica UK degli album.

Performance tanto più rimarchevole perché compiuta da un lavoro persino più fragoroso e urticante del predecessore: da una Alphabet che lo inaugura con un muro di chitarre contundenti e voci innodiche fin quasi a una conclusiva Station Wagon che dispiega inquietudine senza invece bisogno di alzare i volumi, se non a due terzi dei suoi ben 6’36”. Pensateli come una versione post-hardcore di Fall e Gang Of Four. Non per tutti, ma impressionanti.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.428, febbraio 2021.

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Audio Review n.429

È in edicola da lunedì il numero di marzo di “Audio Review”. Contiene mie recensioni dei nuovi album di Besnard Lakes, Chris Brokaw, Cloud Nothings, Deacon Blue, Django Django, DJ Muggs, Steve Earle & The Dukes, Aaron Frazer, Goat Girl, Langhorne Slim, Telescopes, Virginia Wing, Weather Station, James Yorkston & The Second Hand Orchestra e di una ristampa dei Medicine Head. Nella rubrica del vinile, un’intera pagina su “Magic And Loss” di Lou Reed.

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Woman Child – I formidabili anni giovani di Neneh Cherry

A leggerlo oggi fa ridere, ma forte. Nel 1990 Neneh Cherry, in forza del suo prodigioso esordio “Raw Like Sushi”, album dal quale erano stati anche tratti tre singoli di successo, fu candidata al Grammy nella categoria “Best New Artist”. Vinsero i Milli Vanilli. Cristosanto. Ma ve li ricordate i Milli Vanilli, ne avete mai sentito parlare a dispetto di vendite che furono al tempo multimilionarie? Se sì, è solo per la figuraccia planetaria quando ammisero che nei “loro” dischi non facevano letteralmente nulla, manco ci cantavano, e a ragione di ciò il premio venne ritirato, fu la prima volta che accadeva e a oggi resta l’unica. I Milli Vanilli… la più grande barzelletta della storia dell’industria discografica ma per niente divertente, visto che qualche anno dopo uno dei componenti il duo morì appena trentaduenne, di alcol, droga e vergogna. Neneh Cherry per fortuna non soltanto è fra noi ma, dopo una lunghissima assenza dalle scene, negli anni ’10 è tornata a far musica, e che musica! Ardita e sovente geniale come nella sua fantastica giovinezza ma con un sacco di spigoli in più. Papà Don ─ che poi in realtà era il patrigno e tuttavia fu lui a crescerla e di lui assumeva il cognome, essendo venuta alla luce Neneh Marian Karlsson il 10 marzo 1964, figlia di una pittrice svedese e di un musicista della Sierra Leone che si separavano poco dopo la sua nascita ─ ne andrebbe fiero. Del resto fece in tempo ad ascoltare, apprezzare, amare almeno i primi due album della fanciulla.

Come vieni su sei figliastra di uno dei trombettisti che hanno fatto la storia del jazz? Non può essere che un’infanzia particolare, sempre circondata da musicisti, spesso in viaggio con Don e per il resto divisa fra Stoccolma e New York, studi irregolari e abbandonati a quattordici anni per trasferirsi poco dopo a Londra (ma papà ti manda sola? sì; ogni tanto però viene a trovarti e magari dà una mano in sala d’incisione, lui che ne ha frequentato mille). Lì subito si immerge in quella scena punk che sta mutando e maturando in new wave. Fonda le Cherries, per breve tempo fa parte di Slits e Nails. Si sposta a Bristol e lì si unisce ai neonati Rip Rig + Panic. Nome preso da un LP di Rahsaan Roland Kirk e costola del disciolto Pop Group, costoro in tre LP ineguali ma che suonano ancora freschi e godibilissimi incroceranno free jazz e reggae, avanguardia, soul, funk e post-punk, che era più o meno la ricetta della band di provenienza ma reinterpretata con piglio decisamente più ludico e spogliandola di ogni sovrastruttura ideologica. Palestra preziosa per Neneh, che ne diveniva presto il punto focale, a un certo punto cambiavano senza alcun motivo il nome in Float Up CP e con la nuova ragione sociale davano alle stampe un 33 giri che risultava il loro più venduto. Poi ognuno per la sua strada, ma restando amici. Era il 1985 e la ragazza una cosina in proprio già l’aveva messa in curriculum, tre anni prima, un brano contro la guerra delle Falklands, Stop The War. La strada che la porterà al primo lavoro da solista comprenderà come tappe intermedie una collaborazione con The The e, crucialmente, il sodalizio stretto con Cameron McVey aka Booga Bear (per qualche tempo partner sentimentale oltre che artistico) e il lato B di un singolo del duo Morgan-McVey prodotto nientemeno che da Stock, Aitken & Waterman. Chiamata Looking Good Diving è chiaramente una canzone troppo buona per restare relegata sul retro di un 45 giri comprato da pochi e destinato a venire dimenticato in fretta. Neneh ci torna su, per rimodellarla chiede aiuto a Tim Simenon, in arte Bomb The Bass, e quando infine ne è soddisfatta la propone alla Virgin, con cui è rimasta in contatto dopo la fine dell’avventura Rip Rig + Panic. Adesso il pezzo si intitola Buffalo Stance, viene pubblicato a fine novembre 1988 e comincia subito a scalare classifiche un po’ ovunque, fino al terzo posto in Gran Bretagna, USA, Canada e Norvegia e al primo in Olanda e Svezia, mentre in Germania e Grecia è secondo, in Belgio quarto, in Finlandia quinto, in Austria settimo e così via. Un trionfo commerciale che premia quella che artisticamente resta una pietra miliare, uno di quei rari brani capaci da soli di aggiungere qualcosa al canone della musica pop.

In curioso ritardo di quasi otto mesi rispetto all’uscita originale datata giugno 1989 la Virgin ha appena ripubblicato (via Universal) “Raw Like Sushi” in una lussuosissima edizione per il trentennale in triplo vinile e box con allegato un libro con testi, disegni, foto, un’intervista, il tutto rimasterizzato comme il faut (sto facendo girare la stampa italiana d’epoca e, per quanto sottile, la differenza si coglie in un suono insieme più arioso e dinamico, con una gamma bassa dall’impatto più deciso e una alta appena arrotondata). Il secondo 33 giri è occupato quasi interamente da remix (fra gli altri due di Arthur Baker e uno di Kevin Sanderson) di Buffalo Stance, il terzo da versioni alternative di vari altri brani, senza però nemmeno un inedito. Raccontata così pare un’operazione “only for fans”, ma è possibile acquistare a parte il solo LP originale. Nondimeno l’oggetto è talmente bello che la differenza fra i 55 euro circa che costa portarsi a casa il triplo (prezzo relativamente economico) e i 25 (un po’ caro) richiesti per il singolo è sufficientemente modesta da mettere in difficoltà l’acquirente. Decida il lettore, che a suo tempo consumò il disco o viceversa non se l’è mai messo negli scaffali, magari ritenendolo “leggero” quando è invece opera di clamorosa consistenza e rilevanza. I tre singoli – l’esplosivo incrocio fra pop, soul e funk aromatizzato hip hop di Buffalo Stance, la romantica Man Child, la latineggiante Kisses On The Wind – aprono una prima facciata completata da una Inna City Mamma impossibilmente esultante, eppure intrisa anche di jazz, e dalla post-electro di The Next Generation. Vale uno zero virgola qualcosa di meno una seconda inaugurata da una Love Ghetto che insieme prefigura e umilia tanto modern R&B a venire e che, con in mezzo la sbarazzina Phoney Ladies, sciorina principalmente rap da Old Skool, ma mai pedissequo, per certi versi anzi in anticipo su un trip-hop che era dietro l’angolo. “Raw Like Sushi” ha trent’anni (e qualche mese) ma non è invecchiato di un giorno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.418, marzo 2020. Neneh Cherry compie oggi cinquantasette anni.

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The Kinks – Lola Versus Powerman And The Moneygoround, Part One (BMG)

Il “9” in fondo è all’album originale, che vedeva la luce nel novembre 1970 e già era stato oggetto di tre ristampe arricchite (o almeno non impoverite) da una manciata di bonus e, nel caso di quella datata 2014 su Sanctuary, da un secondo CD contenente il successivo 33 giri dei Kinks, il peraltro dispensabilissimo (il difetto nel manico: trattavasi di colonna sonora) “Percy”. Quello a questo cofanetto che ne “celebra” il cinquantennale non potrebbe essere più che “4”. OK i mix mono dei 45 giri e al limite il paio di versioni stereo alternative aggiunte al primo dischetto, ma con il loro disordinato, insensato affastellare chiacchiere, demo, scampoli di esibizioni live (una del 2006! che c’entra?) e nuovi e pletorici remix il secondo e terzo CD sono imperdonabili. Il peggio del peggio con cui chi scrive abbia mai avuto a che fare in quest’epoca in cui dalle “Deluxe” si è passati direttamente ai box per lucrare qualche soldo ancora da appassionati in questo caso limite trattati alla stregua di imbecilli. Quando sarebbe stata cosa buona, giusta e magnifica integrare invece con uno o due concerti d’epoca. Non ve ne sono di disponibili o di qualità accettabile? Nessuno obbligava alla riedizione superespansa.

Ciò premesso: esiste una versione di un solo CD e il lettore che possiede quantomeno i classici anni Sessanta dei Kinks (“Face To Face”, “Something Else”, “The Village Green Preservation Society”) non può non avere l’ulteriore capolavoro con cui inauguravano il successivo decennio. Forte di una title track fra le loro canzoni più memorabili di sempre e di altre dodici variamente formidabili capaci di passare dal country al rock’n’roll, dall’hard alla ballata, dal power pop al folk-rock, al vaudeville.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.427, gennaio 2021.

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Wilco – Summerteeth (Warner)

Di un esempio da manuale di come oltraggiare un classico ripubblicandolo con un contorno di materiali nel migliore dei casi trascurabili, potete leggere a fianco. Va viceversa vicino a rappresentare un ammirevole caso opposto (ecco come si dovrebbe fare, insomma) questo box che per celebrare il ventennale della pubblicazione originale di quello che fu, nel 1999, il terzo lavoro in studio dei Wilco esce un anno in ritardo. Non si formalizzerà il cultore, a fronte dell’eccellente rimasterizzazione di un album che già suonava molto bene, di un secondo dischetto che raccoglie demo e versioni alternative non imprescindibili ma spesso interessanti e soprattutto di un terzo e un quarto eternanti uno splendido concerto a Boulder, sempre del ’99 e inedito. Laddove non potrà invece che irritarsi scoprendo che la versione in quintuplo vinile offre sulle prime otto facciate lo stesso programma dei primi due CD riservando le due restanti a un coevo show radiofonico. Si doveva proprio? Visto quanto offre in più come minutaggio e quanto poco costa il quadruplo CD (sui 35 euro) laddove la versione a 33 giri richiede un esborso più che doppio, non avrei dubbi su cosa scegliere.

Quel che più conta è che almeno due album dei Wilco non dovrebbero mancare in una discografia rock di base e questo è uno essendo l’altro il successivo (del 2002) “Yankee Hotel Foxtrot”. Qui è dove il gruppo nato dallo scioglimento dei pionieri dell’alt-country Uncle Tupelo diventava definitivamente cosa “altra”, in un disco in cui le tastiere sopravanzano le chitarre in una favolosa quindicina di brani che vedono i Big Star incrociare i Beach Boys, i Radiohead Neil Young e la lezione di The Band sporgersi sul secolo alle porte. Per andare oltre si sconfinerà nel post-rock.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.427, gennaio 2021.

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No More Living Wailers – Un tributo a Bunny Wailer (10/4/1947-2/3/2021)

E così dopo Bob Marley, rubatoci da un tumore l’11 maggio 1981, e Peter Tosh, che mani omicide ci strappavano l’11 settembre 1987, se n’è andato anche l’ultimo dei Wailers. Lo ricordo con una scheda dell’album con cui esordiva da solista che scrissi per il numero di “Extra” in cui compilavo una discografia di cento classici del reggae. Lo includevo fra i venti più classici di tutti.

Blackheart Man (Island, 1976)

Ogni medaglia, si sa, ha due facce. Ci si può interrogare, considerato quanto siano straordinari i dischi dei Wailers del solo Marley, se avrebbero potuto esserlo persino di più se la banda fosse rimasta la creatura tricefala che fu per oltre un decennio. Se quelli che rispetto al leader non furono mai dei gregari, ossia Peter Tosh e Neville O’Riley Livingston, non avessero fatto mancare il loro apporto in una pluralità di voci ineguagliata nel reggae e con pochissimi pari in qualunque altro ambito. D’altro canto il rovescio è che così, oltre ai capolavori di Marley, ci ritroviamo in mano un bel gruzzoletto di dischi eccezionali firmati degli altri due. Ogni medaglia ha due facce. Se da un lato possiamo crucciarci del fatto che la stessa ragione che portò Livingston a sciogliere un sodalizio che era umano (era cresciuto in casa Marley come un fratello minore) prima ancora che artistico, ossia l’insofferenza per le pressioni  del successo, l’ha indotto a concedersi molto di rado al pubblico fuori dalla Giamaica, dall’altro è stato esattamente il fortissimo legame con la sua terra a conservarlo vitale e curioso fino ai tardi ’90: oltre che per il profilo uniformemente alto, la sua discografia in proprio è rimarchevole pure per l’essere rimasta sempre in sintonia con quanto accadeva sull’isola. Sublime esempio l’immersione nei ritmi digitali compiuta nel 1987 con lo spettacolare “Rule Dance Hall”. Due anni più tardi “Liberation” avrebbe confermato una felicità d’ispirazione inaudita per uno a quel punto sulle scene da oltre un quarto di secolo. Questo o quel titolo sarebbero stati più che degni di rappresentare Bunny Wailer in questa lista.

Si è deciso però alla fine per quello che fu il debutto in proprio, assemblato con l’aiuto di Marley stesso, di Peter Tosh e della ritmica dei Wailers (a testimoniare che la separazione era stata amichevole) e coinvolgendo la crema dei turnisti di Kingston. Diviso più o meno a metà fra già conclamati classici come la a quel punto giurassica Dreamland, e poi Bide Up, Fighting Against Convictions e Rasta Man e canzoni, prima fra tutte quella che lo intitola, che saranno subito riconosciute tali.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.20, inverno 2006.

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