No More Living Wailers – Un tributo a Bunny Wailer (10/4/1947-2/3/2021)

E così dopo Bob Marley, rubatoci da un tumore l’11 maggio 1981, e Peter Tosh, che mani omicide ci strappavano l’11 settembre 1987, se n’è andato anche l’ultimo dei Wailers. Lo ricordo con una scheda dell’album con cui esordiva da solista che scrissi per il numero di “Extra” in cui compilavo una discografia di cento classici del reggae. Lo includevo fra i venti più classici di tutti.

Blackheart Man (Island, 1976)

Ogni medaglia, si sa, ha due facce. Ci si può interrogare, considerato quanto siano straordinari i dischi dei Wailers del solo Marley, se avrebbero potuto esserlo persino di più se la banda fosse rimasta la creatura tricefala che fu per oltre un decennio. Se quelli che rispetto al leader non furono mai dei gregari, ossia Peter Tosh e Neville O’Riley Livingston, non avessero fatto mancare il loro apporto in una pluralità di voci ineguagliata nel reggae e con pochissimi pari in qualunque altro ambito. D’altro canto il rovescio è che così, oltre ai capolavori di Marley, ci ritroviamo in mano un bel gruzzoletto di dischi eccezionali firmati degli altri due. Ogni medaglia ha due facce. Se da un lato possiamo crucciarci del fatto che la stessa ragione che portò Livingston a sciogliere un sodalizio che era umano (era cresciuto in casa Marley come un fratello minore) prima ancora che artistico, ossia l’insofferenza per le pressioni  del successo, l’ha indotto a concedersi molto di rado al pubblico fuori dalla Giamaica, dall’altro è stato esattamente il fortissimo legame con la sua terra a conservarlo vitale e curioso fino ai tardi ’90: oltre che per il profilo uniformemente alto, la sua discografia in proprio è rimarchevole pure per l’essere rimasta sempre in sintonia con quanto accadeva sull’isola. Sublime esempio l’immersione nei ritmi digitali compiuta nel 1987 con lo spettacolare “Rule Dance Hall”. Due anni più tardi “Liberation” avrebbe confermato una felicità d’ispirazione inaudita per uno a quel punto sulle scene da oltre un quarto di secolo. Questo o quel titolo sarebbero stati più che degni di rappresentare Bunny Wailer in questa lista.

Si è deciso però alla fine per quello che fu il debutto in proprio, assemblato con l’aiuto di Marley stesso, di Peter Tosh e della ritmica dei Wailers (a testimoniare che la separazione era stata amichevole) e coinvolgendo la crema dei turnisti di Kingston. Diviso più o meno a metà fra già conclamati classici come la a quel punto giurassica Dreamland, e poi Bide Up, Fighting Against Convictions e Rasta Man e canzoni, prima fra tutte quella che lo intitola, che saranno subito riconosciute tali.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.20, inverno 2006.

3 commenti

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3 risposte a “No More Living Wailers – Un tributo a Bunny Wailer (10/4/1947-2/3/2021)

  1. marktherock

    che tristezza…buon viaggio, fratello

  2. DaDa

    Se ne va un altro pezzo di storia … A me è piaciuto molto anche Liberation del 1989.

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