Archivi del mese: giugno 2021

Teenage Fanclub – Endless Arcade (PeMa)

Album che sulla carta segnerebbe una cesura importante in una vicenda artistica ultratrentennale, questo che per i Teenage Fanclub è il tredicesimo (non proprio degli stakanovisti i “ragazzi”: OK il Covid ma “Endless Arcade” lo abbiamo atteso cinque anni; comunque uno meno  di “Here”): è che è il primo senza il dimissionario (nel 2018; nessun contrasto artistico o dissapore alla base di una decisione sofferta, solo il desiderio di non passare troppo tempo in giro per il mondo, lontano dalla famiglia: ironico, eh?) Gerard Love. Che negli equilibri del quintetto scozzese non era uno qualunque, dacché da sempre con due degli altri tre fondatori ancora in squadra (il batterista Francis Macdonald a un certo punto lasciò, ma è poi tornato), i cantanti e chitarristi Norman Blake e Raymond McGinley, si divideva in parti eguali l’autorialità del repertorio. Verificate per credere pescando un disco a caso fra quelli che hanno preceduto “Endless Arcade”: quasi tutti contengono dodici brani, in quasi tutti i tre di cui sopra ne firmano quattro a testa.

Eppure si va avanti, come i R.E.M. quando se ne andò Bill Berry. Senza scossoni, con la sola differenza che Blake e McGinley hanno offerto al programma stavolta sei canzoni cadauno, Dave McGowan è passato al basso e alle tastiere lo ha rilevato Euros Childs, ex-Gorky’s Zygotic Mynci. All’ascolto la defezione di cui sopra risulta indolore, altissimo al solito il livello medio di un programma che mischia con sentimento e vigoria folk-rock di scuola americana (se un brano stupisce un minimo è allora The Sun Won’t Shine On Me, in cui risuona un’eco di Fairport Convention) e power pop. Imperdibile per i cultori, mentre tutti gli altri non sanno cosa si perdono.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.430, aprile 2021.

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Nick Waterhouse – Promenade Blue (Innovative Leisure)

Attacco la recensione del quinto album dell’artista californiano sapendo che a scriverla impiegherò meno tempo di quanto ne abbia dedicato (invano) a cercare di risolvere il mistero delle due tracce in coda al promo lossless in mio possesso assenti dalle scalette di CD e 33 giri, fuori dal 9 aprile. Saranno dei lati B? Sia come sia, che peccato che il nostro uomo (non nuovo a scelte autolesionistiche: anni fa pubblicava una stupenda rilettura “vintage” di Smooth Operator di Sade solo in formato liquido) non abbia incluso nel “Promenade Blue” che potrete ascoltare le sue versioni ─ la prima piuttosto fedele all’originale, con un tocco di raffinatezza in più che non le sottrae un’oncia di energia; la seconda viceversa a stento riconoscibile, rivisitata com’è alla Ben E. King ─ del classico garage-punk dei Seeds Pushing Too Hard e di Spanish Is The Loving Tongue di Bob Dylan.

Anche nella versione di undici brani (che dovrebbero essere tutti autografi) “Promenade Blue” è in ogni caso raccomandabile a chiunque, avendo in casa i capisaldi del soul dell’era aurea, apprezzi il filone revivalista cui l’oggi trentacinquenne Nick Waterhouse si iscriveva sin dal debutto del 2012 “Time’s All Gone”. Risultandone da subito uno dei migliori esponenti per la sapienza con cui miscela senza richiamarsi a nessuno in particolare le più varie influenze (aggiungendo blues e jazz q.b.) e per una penna spesso assai ispirata. Qui in particolare in una Place Names che reinventa Brian Wilson in chiave Phil Spector, nello sferzante errebì Vincentine, nella latina Silver Bracelet, nello stiloso strumentale jazzato Promène bleu e in B. Santa Ana, 1986, dal micidiale groove tastieristico. Ai dischi prima avevo sempre dato 7,5. Questo sarebbe stato da 8 se solo…

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.430, aprile 2021.

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Patti Smith – So You Want To Be A Rock’n’Roll Star




Certamente i Jefferson Airplane hanno realizzato album migliori di “Bark”, non bruttino come il successivo “Long John Silver”, con il quale non a caso il loro volo si concludeva con un atterraggio di semi-emergenza, e però un chiaro indizio che stava diventando difficile mantenere, per i disaccordi fra i membri dell’equipaggio, quota e rotta. Nondimeno sta proprio in “Bark” una delle loro canzoni più memorabili e (con Lather) la più toccante, il malinconico quadretto di Third Week In The Chelsea. Induce un curioso effetto di dislocazione ideologica ascoltare coloro che appena due anni prima, in un barricadero 1969, avevano chiamato a raccolta i volontari d’America per inscenare una Rivoluzione ripiegare così apertamente nel privato. E induce un al pari bizzarro effetto di dislocazione geografica che uno dei gruppi più quintessenzialmente californiani di sempre ambienti uno dei suoi rari brani a nervi emotivi scoperti in un luogo mitologico dell’arte e in particolare del rock’n’roll newyorkesi. Ove non sorprenderà affatto, tre ulteriori anni più tardi, che un ebreo (dunque errante per definizione) canadese con il nome dell’albergo al 222 di West 23rd Street addirittura la intitoli una sua canzone: la più lubrica e struggente di tutte, resoconto dell’incontro fra lui, Leonard Cohen, e un’altra habitué di quegli appartamenti, quelle stanze, quei corridoi, quel bar. Tal Janis Joplin.

E adesso facciamole scorrere di nuovo all’indietro, le lancette del tempo, fino ad arrivare a un imprecisato giorno dell’autunno 1969. Una giovane donna filiforme, dall’aria un po’ androgina e che dimostra meno dei ventitré anni che sta per compiere, si aggira nella hall del Chelsea Hotel. Si sente chiamare. “Dove hai imparato a camminare in quel modo?” “Non dove ma da chi: da Dylan in Don’t Look Back.” L’uomo scoppia a ridere. “Che è quel quaderno?” “Lo porto sempre con me. Ci scrivo poesie.” “Me ne fai leggere una?”. Nelle settimane seguenti Bob Neuwirth presenterà Patti Smith a tutte le celebrità di cui è amico e che risiedono saltuariamente o stabilmente nell’albergo: la Joplin, Roger McGuinn, Kris Kristofferson, William S. Burroughs e con lui mezza Beat Generation, tutto il giro ─ Velvet Underground compresi ─ di Andy Warhol. Sfortunatamente, non passa mai da quelle parti nei pochi mesi in cui Patti fa base al Chelsea, in una camera affittata con il fotografo Robert Mapplethorpe, l’amico di Neuwirth più amico e più celebre di tutti: Bob Dylan. I due non arriveranno a incrociarsi che il 26 giugno 1975, quando lui andrà a uno spettacolo di lei all’Other End per toccare con orecchio come sia la prima donna battezzata “un nuovo Dylan”. Dopo, nei camerini, con davanti a sé per la prima volta colui che fra i viventi più di tutti ha contribuito a renderla ciò che è, la Smith sarà scostante ai limiti dell’offensivo. “C’è qualche poeta da queste parti?” “Non mi piace più la poesia. Mi fa cagare.” Così lei stessa racconterà lo storico incontro, venti tondi anni dopo, a Thurston Moore dei Sonic Youth. Insieme ancora vergognosa e divertita.

Tempo di anniversari, per Patricia Lee Smith. Quarant’anni dal fatidico scambio di battute con Bob Neuwirth e venti dalla scomparsa di Robert Mapplethorpe: prima di un’incredibile serie di morti premature che ha fatto il deserto attorno alla Jersey Girl, ultima delle quali (proprio nei giorni in cui mettevo mano a questo articolo) quella del Catholic Boy Jim Carroll. Nel perfetto mezzo il trentennale dei due spettacoli italiani, Bologna e Firenze, che suggellarono la prima metà della vicenda che qui si narra. Patti ha rinnovato il ricordo di quelle adunate oceaniche tornando sul luogo del delitto, non solo da musicista (in Piazza Santa Croce in luogo che all’Artemio Franchi) ma anche, e forse a questo punto specialmente, da artista completa, rinascimentale nella città rinascimentale per antonomasia. La sua mostra “Fotografie per Firenze” sarebbe dovuta durare fino al 9 ottobre, ma tale è stato il successo di critica e tanta l’affluenza dei visitatori che mentre scrivo già è ufficiale che si prolunga, fino al 10 gennaio. Vedere i quotidiani dedicarle pagine su pagine nei loro inserti culturali non stupisce. Non era già accaduto trent’anni fa? Spiazza al limite, creando magari qualche disagio agli estimatori di più vecchia data, che per intervistare “la mamma del rock” (titolo tremendo, domande accettabili) si sia scomodata addirittura “Famiglia Cristiana”. E però non è un cerchio che si chiude? Nelle note interne di “Easter” figurava una citazione dal Nuovo Testamento e proprio al concerto fiorentino del 10 settembre ’79 la diffusione dagli altoparlanti della voce di Albino Luciani, Papa Giovanni Paolo I, aveva provocato l’unica bordata di fischi della serata. Questa è per intero una storia di cerchi che si chiudono. Piace allora ipotizzare, piace sperare che un’ennesima ricorrenza che incombe ─ nel giugno 1980 la Smith si esibiva a Detroit in uno spettacolo a metà fra il reading e il concerto destinato a restare per un decennio la sua ultima apparizione pubblica ─ venga celebrata con l’uscita ─ finalmente! ─ di un live dell’Età Aurea. Basterebbe ripulire qualcuno dei tanti bootleg che circolavano all’epoca e contribuirono almeno quanto i dischi per la Arista a diffondere la leggenda di un gruppo perlopiù di semidilettanti che, uno show dopo l’altro, seppe trasformarsi in una delle più gioiose macchine da guerra che mai abbiano calcato i palchi del rock’n’roll. Basterebbe recuperare l’audio di un favoloso spettacolo ripreso dalla TV tedesca proprio del tour di “Wave” che non vi sarà difficile rintracciare in Rete: un’ora e mezza indimenticabile fra l’accordo iniziale di So You Want To Be (A Rock’n’Roll Star) e l’ultimo scroscio di feedback di My Generation.

A proposito dell’inno degli Who… Un live ufficiale di Patti Smith in realtà esiste, però recente. Nel 2005 veniva invitata ad assumere la direzione artistica dell’annuale “Meltdown Festival” e naturalmente si esibiva anche lei. Eccezionalmente prestigiose cornice e ribalta, quella della londinese Royal Festival Hall, il concerto non poteva essere qualunque. Veniva eseguito integralmente “Horses”, pure la scaletta quella primigenia eccettuato il post-scritto di una “My Generation” che, tre decenni prima, non era stata che il retro di un singolo. Entro fine anno la registrazione dell’evento vedeva la luce come secondo CD della “Deluxe Edition” proprio di “Horses” e quasi tutti storcevano la bocca. Quasi tutti lamentavano che non si fosse invece optato per un live coevo delle incisioni in studio. Non facevo eccezione e adesso vado a Canossa, perché avendo orecchie per intendere non si può non cogliere come l’operazione fosse tutt’altro che meramente commerciale e, al contrario, squisitamente artistica. E allora vi dico che: le interpretazioni, tanto vocali che strumentali, come minimo pareggiano per intensità gli originali e almeno in un clamoroso caso ─ la suite raddoppiata in durata Land/Horses/Land Of A Thousand Dances/La mer (de), con successiva ripresa di Gloria ─ si va ben oltre. E allora vi dico che: ci si diverte ─ perché è pur sempre rock da estasi e da battaglia e poi fa ridere che alla fine di Free Money si annunci “Side two!” ─ e ci si commuove, all’elenco di cari estinti che sfilano in quella Elegie che era stata scritta per Jimi Hendrix. E allora vi dico che: l’intera parabola artistica e umana di una donna letteralmente straordinaria si offre da questo osservatorio con prospettive, se non completamente inedite, fresche. Cerchi che si chiudono: la perentorietà di due versi definitivi quali “Jesus died for somebody’s sins/but not mine” trasformata nell’interrogarsi dolente di “Jesus died for somebody’s sins/why not mine?”; la chiamata alle armi in calce a My Generation ─ “We created it, let’s take it over” ─ che si fa concione sferzante sui sogni traditi che hanno generato un George Bush (il figlio, allora presidente USA). Per quindi diventare invito ai giovani di oggi a sognare i sogni che furono dei Sixties e a trasformarli ─ loro sì ─ in realtà. Lo stesso tema di People Have The Power, no? Patti Smith è viva e lotta ancora insieme a noi.

Sono nata a Chicago, ho vissuto in un allevamento di pecore nel Tennessee per poi infine trasferirmi nel South Jersey, che è molto diverso dal North Jersey. Mio padre ci ha insegnato a non essere pedine nel gioco di Dio. Era un fiero bestemmiatore ed è stato lui a trasmettermi l’avversione per le religioni. Ma nel contempo ne sono anche attratta e questo mi viene da mia madre, che al contrario è religiosissima. Ho cominciato a interessarmi all’arte non perché avessi particolari pulsioni creative ma perché mi sono innamorata degli artisti. Quando venni qui a New York, il piano non era quello di diventare un’artista, quanto piuttosto l’amante di uno. Inizialmente l’arte per me non era uno strumento per esprimermi in prima persona, bensì una scorciatoia per allearmi con degli eroi. Non riuscendo a stabilire un contatto con un Essere Supremo ne cercavo uno con dei semidei: Brian Jones, Edie Sedgwick, Rimbaud… Che sono certo individui superiori ma in ogni caso più vicini a noi, più accessibili. Ci sono i loro lavori, puoi ascoltarne le voci, conoscerne i volti. Ma adesso non ho più eroi. Sono anch’essi mortali e allora sono diventata io l’eroe di me stessa. Da quando, da un anno in qua, la mia produzione si è fatta più solida posso specchiarmi e adorare la mia di immagine. Quasi non leggo più versi che non siano i miei.” (dichiarazioni raccolte da Penny Green per la rivista edita da Andy Warhol “Interview”, 1973)

Prosegue per altre 50.223 battute su Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.32, autunno 2009. Foto di Robert Mapplethorpe. Patti Smith sarà in tour in Italia (quattro le date previste) dal 10 al 14 luglio prossimi.

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