Genio, controvoglia, controvento – L’arte di Caetano Veloso

Camminando controvento/a testa scoperta e senza documenti/nel sole di quasi dicembre, io vado…/perché no? perché no?” (Alegria, alegria, da “Caetano Veloso”, 1968)

Ormai più vicino ai sessanta che ai cinquanta (il prossimo 7 agosto festeggerà il cinquantasettesimo compleanno), Caetano Veloso conserva il fisico di un ragazzino. Snello, i capelli corti appena brizzolati, il volto pochissimo segnato dallo scorrere delle stagioni. Da qualche anno si presenta sul palco vestito con eleganza oxfordiana, lui che da giovane amava le chiome fluenti e i vestiti chiassosi dell’hippysmo e corteggiava l’ambiguità sessuale, fino a spingersi a fare il verso a Carmen Miranda. Oggi l’aria è quella del carismatico docente universitario per il quale le allieve muoiono. A volte porta con sé un libro e, come testimonia “Prenda minha”, magnifico live uscito lo scorso inverno, fra una canzone e l’altra ne legge qualche pagina. Il pubblico applaude. Tutto è permesso a Veloso dacché è un’icona del pop, non solo del suo paese ma mondiale, ma c’è stato un tempo in cui ogni disco, ogni concerto scatenavano faide dialettiche. Non che abbia perso il gusto della controversia, ma cosa è mai la reprimenda del cardinale di Bahia per una canzone (Camisinha) che elogia il preservativo rispetto alla paradossale contestazione mossagli nel 1968 nientemeno che da certa gioventù contestataria brasiliana per É proibido proibir? Il cofanetto di quattro CD “Caetano”, che riassume esemplarmente il primo quarto di secolo della carriera del Nostro, scorciatoia ideale se non si ha voglia di perdersi nei meandri di una discografia che consta di decine di titoli, immortala quel brandello di storia. Ai fischi Veloso rispondeva sprezzante: “Non capite nulla! Ma che gioventù è questa! Non conterete mai niente”. Dimenticata quasi subito la canzone (del resto una delle più dimenticabili fra le centinaia di un catalogo con pochi eguali nella musica di questo secolo), rimosso in fretta lo scandalo, proprio quella Sinistra che accusava i tropicalisti di connivenza con l’imperialismo culturale amerikano ne recuperava l’emblematico titolo come slogan. Più coerente, la dittatura militare gettava in carcere il sovversivo, insieme all’amico fraterno Gilberto Gil, e poi costringeva entrambi dapprima al confino, quindi all’esilio.

Sono passati trent’anni dal concerto di addio al Brasile che Veloso e Gil tennero al Teatro Castro Alves di Salvador, munifica concessione del governo per permettere ai due di togliersi di mezzo con qualche soldo in tasca, e il disco che testimonia l’evento, “Barra 69”, è ancora straordinariamente emozionante. A dispetto di una qualità tecnica che fa il paio con quella del coevo “1969” dei Velvet Underground. Siamo insomma ai limiti dell’ascoltabile, ma che importa se il cuore è in gola, il pugno serrato, la lacrima sul ciglio? Non c’è in scaletta, ovviamente, É proibido proibir, ma figura quella Alegria, alegria che due anni prima aveva fatto sobbalzare le vestali della canzone brasiliana con la bestemmia delle prime chitarre elettriche in un contesto post-bossa nova.

Sui tropicalisti Peter Sarram ha fatto, sullo scorso numero di “Blow Up”, considerazioni acute e che condivido in toto. Rimando a quell’articolo il lettore e in questa sede mi limito a sottolineare che l’apporto che Caetano Veloso offrì a quel movimento fu propulsivo, essenziale, determinante.

Io non ho scelto la musica, la musica mi ha scelto. Avevo molto talento per le arti e una di loro mi ha scelto. Perché la musica? Perché sono brasiliano.

La vocazione del giovane Caetano ha una data precisa: dicembre 1958. Vede allora la luce una canzone chiamata Chega de saudade. Ne è autore e interprete Joao Gilberto, con Antonio Carlos Jobim e Vinícius de Moraes il principale artefice di uno stile inaudito che si è battezzato bossa nova e fonde samba e jazz. Desafinado, “stonato”, titola un altro brano celeberrimo, a firma Jobim/Mendonça, e sarà quella l’etichetta, di cui Gilberto si approprierà senza esitare, che i detrattori appiccicheranno alla novella voga. “Il cantante è completamente stonato, l’orchestra va da una parte e lui dall’altra”: con queste parole un amico racconta al sedicenne Caetano Chega de saudade, che è “una cosa folle che mi ha fatto subito pensare a te”. Veloso l’ascolta e la sua vita da quel giorno non sarà più la stessa.

Quinto in una schiera di nove fra fratelli e sorelle, il ragazzo ama la danza come la pittura e la letteratura e adora il cinema, Fellini in particolare. Coltiva però anche la passione per la musica, trasmessagli sia dalla madre Dona Canô, che gli canta le antiche canzoni nordestine, che dal padre Josè Augusto. E nel mentre acquisisce una conoscenza sempre più approfondita della tradizione brasiliana si incuriosisce per l’elettricità e i ritmi alieni del rock’n’roll e, dopo la folgorazione per Joao Gilberto, si butta sul jazz: Ella Fitzgerald, Thelonious Monk. Più tardi Chet Baker e il Miles Davis di “Sketches Of Spain”. La sorella minore Maria Bethânia lo segue in queste estatiche peregrinazioni. L’antropofagico sincretismo che caratterizzerà “Tropicália” – spericolata sintesi di bossa nova e psichedelia, folk autoctono e avanguardia europea, cultura alta e bassa – pare connaturato nel DNA dei Veloso.

Una delle cose che più mi colpì dei tropicalisti era la naturalezza con cui accettavano che tutto nel mondo fosse mescolato. Più tardi, quando ero a New York e partecipavo alla no wave, mi accorsi di come la musica di tale scena mi suonasse familiare. Sentivo di conoscere già quella combinazione di arte e rock post-punk, così simile a ciò con cui ero cresciuto.” (Arto Lindsay)

Prosegue per altre 20.065 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.13, giugno 1999. Caetano Veloso festeggia oggi il settantanovesimo compleanno.

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