Uno studio arkeologico su Lee “Scratch” Perry

Posso garantire che, se solo il governo britannico mi lasciasse mano libera, potrei riportare questo paese ai vertici. In che modo? La musica rende tutto possibile. La musica è felicità e la felicità è potere. Sto cercando di portare la verità alla gente. Un uomo deve dire ciò che pensa e cercare la perfezione. Anche l’uomo più perfetto commetterà degli errori, ma saprà trarne un insegnamento.

– Che progetti hai per l’immediato futuro?

Sposare la Regina d’Inghilterra, licenziare il Duca e vivere a Buckingham Palace. Voglio che la Regina abbia un’opportunità di fare sesso con me. Ciò potrebbe guarirla dai suoi malanni e scioglierle la lingua – lo so che è timida. Ma è comunque amabile, una bella figliola.

– Raccomanderesti lo stesso trattamento a Margaret Thatcher?

Bah! Ti aspetti che mi piaccia una strega? A tutto c’è un limite. (scambio di battute fra Lee Perry e un intervistatore, 1987)

Del superare ogni limite Rainford Hugh Perry, sessantatré anni ben portati il prossimo marzo, ha fatto una filosofia di vita. Suoi gli abiti di scena più bizzarri che mai si siano visti eccettuati gli altri due grandi eccentrici della musica nera dell’ultimo mezzo secolo, Sun Ra e George Clinton. Sue le interviste più stravaganti nelle quali possiate imbattervi: torrenziali diluvi di parole, a volte persino in rima, in cui si mischiano ricostruzioni inverosimili della sua carriera e brandelli di una personale mitologia a base di alieni e peculiari interpretazioni della Bibbia, umoristici deliri di onnipotenza e ogni tanto una genuina perla di saggezza. Sa di avere la fama di esser matto e ci gioca su. Nel momento più drammatico della sua vita matto probabilmente, nel senso clinico del termine, lo fu davvero. Stressato da troppi anni di superlavoro, scaricato dalla Island, abbandonato dalla moglie che aveva portato con sé i figli e – pare – un bel po’ di nastri, in preda a ossessioni paranoidi accentuate dall’abuso di alcool e cocaina, una mattina del 1979 Lee Perry diede fuoco alla sala di registrazione che aveva inaugurato cinque anni prima e in cui aveva posto mano a diverse delle pietre miliari della storia del reggae e la guardò bruciare. Poi, dopo avere coperto le macerie dei Black Ark Studios di graffiti insensati, prese il primo aereo per la Gran Bretagna. “Ho impiegato dieci anni per ricostruire la mia vita”, confesserà in un’intervista in un passeggero momento di serietà.

Da tempo Perry vive in Svizzera, sposato a un’ex-tenutaria di bordello dal look crampsiano che gli fa anche da manager. Benché siano trascorsi sette anni dall’uscita dell’ultimo album all’altezza del suo genio (“Lord God Muzik”), l’interesse per la sua opera non è mai stato così vivo. Il recupero di un catalogo immenso (fra produzioni sue e per altri, un migliaio di 45 giri e svariate decine di LP: perdonate l’assenza di una discografia) prosegue senza posa e i giornalisti fanno la fila per parlargli. Una nuova generazione di ascoltatori va scoprendolo, grazie in primis ai Beastie Boys, che gli hanno dedicato un numero monografico della fanzine “Grand Royal” e lo hanno invitato a partecipare ai concerti pro-Tibet. Si comincia infine a percepirlo per ciò che è: uno dei giganti della musica del Novecento. Non sono solo comportamentali i limiti che ha violato da quando, nel 1959, trovò lavoro presso la sala di incisione di Coxsone Dodd, la più importante di Kingston.

Considerate quanto segue: la sua People Funny Boy, colorita invettiva nei confronti dell’ex-principale Joe Gibbs, è ritenuta una delle prime canzoni che appropriatamente possano essere definite reggae; fu il primo a portare un gruppo reggae in tour in Gran Bretagna (accadde nel 1969 a ruota del suo più grande successo, Return Of Django, numero 5 nella classifica dei 45 giri); fu il primo a valorizzare Bob Marley; il suo “Blackboard Jungle Dub” contende ad “Aquarius Dub” di Chin Loy e a “Java Java Java Java” di Clive Chin il titolo di primo 33 giri dub; ogni volta che si fa una lista dei cento, dei cinquanta, dei venti migliori LP di reggae mai usciti vi figurano al peggio uno o due titoli suoi e tre o quattro prodotti da lui. Per John Lydon è poco meno che Dio. I Clash lo idolatravano e lo vollero per registrare Complete Control. E una collaborazione con i Talking Heads non andò a buon fine soltanto per un madornale equivoco: dacché stazionavano presso i Compass Point di Nassau, Perry credette che fossero sotto contratto per l’odiata Island e non ne volle sapere.

Tranne i diretti interessati, nessuno sa perché non abbiamo mai avuto l’opportunità di scoprire cosa avrebbero potuto combinare insieme Paul McCartney e Lee “Scratch” Perry.

Dub! La batteria è il cuore che batte. Bum! Bum! Il basso è il cervello. Il basso che cammina, il basso che parla. Sono perfetti insieme.

Dibattuta, e in fondo irrilevante, la questione della primogenitura del dub, ciò che conta è che il Nostro ne è stato, oltre che uno degli inventori, il supremo maestro. Nato in maniera casuale dagli esperimenti cui diversi produttori cominciarono a sottoporre, nei primi anni ’70, la versione strumentale che si accompagnava nei singoli di reggae alla canzone principe, con il passaggio al formato del 33 giri il dub conquistò l’autonomia dallo stile che lo aveva generato ed esasperandone la lentezza e la ripetitività completò il processo di moviolizzazione della musica giamaicana, scandito in precedenza dalla trasformazione dello ska in rocksteady e di quello in reggae. Ma a parte ripetitività e lentezza, altre caratteristiche rendono storicamente il dub un modo di fare musica unico e straordinariamente innovativo: la prevalenza assoluta della sezione ritmica; la rilevanza avuta dalla tecnologia (unità di ritardo, stanze d’eco, equalizzazioni estreme) nella sua nascita e nella sua evoluzione e l’uso creativo del mixer, assurto con esso alla dignità di strumento; la sovrapposizione di ritagli di melodie con una tecnica accostabile al cut up burroughsiano; l’accento posto sull’improvvisazione (di molti titoli di Lee Perry – come dei vari King Tubby, Bunny Lee, Joe Gibbs – non esiste master, perché la manipolazione del nastro originale venne impressa sulla lacca in diretta) che rende ciascuna version un esemplare unico come nel jazz, dal be bop in avanti, ogni esecuzione live; infine, l’effetto straniante che ne fa la più lisergica delle musiche. Ma ove nel rock psichedelico l’effetto allucinatorio è raggiunto di norma con l’addizione di elementi, nel dub è ottenuto per sottrazione.

Prosegue per altre 15.200 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.8, novembre/dicembre 1998. Lee “Scratch” Perry ha lasciato ieri il pianeta Terra, alla bella età di ottantacinque anni. Buon viaggio, Maestro. Stupisci gli alieni.

5 commenti

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5 risposte a “Uno studio arkeologico su Lee “Scratch” Perry

  1. marktherock

    questo articolo lo ricordo ancora, dal momento della sua pubblicazione originaria, come la Bibbia di riferimento.
    Neanche Paolone Ferrari aveva fatto tanto per Lee Perry…e chi deve sapere sa cosa voglio dire

  2. DaDa

    Probabilmente è stato l’ultimo testimone della golden age del reggae. Va detto comunque che nel periodo successivo a questo articolo ha pubblicato cose interessanti: su tutte “From My Secret Laboratory” e l’accoppiata recente “Rainford/Heavy Rain”, con la quale ha chiuso in bellezza il suo soggiorno sul nostro pianeta.

    • “From My Secret Laboratory” è largamente antecedente alla redazione di questa monografia, pubblicata nel ’98 e non nell’88 (adesso ho corretto, almeno qui sul blog; provvederò appena possibile a farlo pure sul libro) come purtroppo erroneamente scritto (nell’88 “Blow Up” nemmeno esisteva), e dunque nel’articolo se ne parla eccome.

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