Gli Yo La Tengo fra ciò che era stato e ciò che sarà di “Electr-O-Pura”

Mi fa un immenso piacere che il caso o per meglio dire la Matador ─ che con una collana di ristampe in vinile chiamata “Revision History” sta celebrando il quarto di secolo dacché occupava il centro della ribalta indie rock USA (l’anno dopo la Capitol acquisirà il 49% della compagnia newyorkese) ─ mi offrano il destro per tornare a spendere buone parole per una band che idolatro e che mi toccava per la prima volta bocciare appena un mese fa, trovando senza capo né coda le jam incise sotto lockdown e radunate nell’inconsistente “We Have Amnesia Sometimes”. Mi rende se possibile anche più felice che l’album che il trio di Hoboken pubblicava nell’annus mirabilis della Matador e viene quindi ora riedito, apprezzabilmente su quattro facciate vista una durata che sfiora l’ora e non su due come al primo giro, sia “Electr-O-Pura”, che ebbe ottima stampa ma è stato poi da tanti ridimensionato. Disco “di transizione” (ma non lo era già stato il precedente di due anni “Painful”?) fra il jangle-pop degli esordi e il sound più turgido e ipnotico che trionferà nel 2000 nel monumentale pure per durata “And Then Nothing Turned Itself Inside-Out”, dicono certi esegeti. Ma non necessariamente “di transizione” significa irrisolto e/o minore e in tal senso “Electr-O-Pura” è a mio giudizio un caso di scuola. Non fosse che era già il settimo e dei predecessori non ne scarti uno, potrebbe magari invece essere ricordato ed etichettato, per il gruppo formato nel 1984 dal chitarrista e tastierista (ed ex-critico musicale) Ira Kaplan e dalla batterista Georgia Hubley (sentimentale oltre che artistica la relazione fra i due), come l’album della raggiunta maturità. Di un felicissimo compromesso fra ciò che era stato e ciò che sarà. Quasi verrebbe da consigliarlo al neofita come ideale primo approccio.

Quel che è certo è che erano senza tempo nel ’95 e non sono invecchiate di un giorno sia aggraziate canzoni come il folk-rock a combustione lenta Pablo And Andrea o le velvetiane (i Velvet Underground del terzo album) The Hour Grows Late e Paul Is Dead che sfuriate come Flying Lesson (ove i Velvet evocati sono quelli di Sister Ray; torneranno più avanti in una torpida My Heart’s Reflection), la collisione fra primi Feelies e Sonic Youth False Alarm e la via via più turbinosa, fragorosa e ansiogena Blue Line Swinger. Per quanto il pezzo che ruba subito il cuore sia Tom Courtenay: i R.E.M. con il tiro degli Hüsker Dü.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.424, ottobre 2020.

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