Predicator veridicus, inquisitor intrepidus et doctor egregius (in memoria di Valerio Evangelisti, 20/6/1952-18/4/2022)

Valerio Evangelisti è nato a Bologna nel 1952. Laureato in scienze politiche, di professione fa il funzionario del fisco. È uomo dagli svariati interessi: il computer, il cinema (predilige i film fantastici, ovviamente), la storia, lo scrivere. Nel tempo libero, funge anche da direttore della rivista Progetto memoria – La comune, un archivio aperiodico di materiali di storia contemporanea. Questo Nicolas Eymerich, inquisitore, che gli ha permesso di vincere il Premio Urania con l’assoluta unanimità della giuria, è la sua prima opera di narrativa che venga pubblicata; ma Valerio conta già una robusta bibliografia di saggi storici, tra i quali voglio ricordare almeno Il galletto rosso (1992), Gallerie nel presente (1988), Gli sbirri alla lanterna (1992). È, quindi, tutt’altro che un esordiente.

Così Vittorio Curtoni, illustrissimo e reverendissimo signore e padrone onorandissimo della SF italiana – poca cosa complessivamente (con qualche rilevante eccezione) prima che apparisse alla ribalta il nostro uomo e tutto sommato, ahinoi, anche dopo (ma con qualche eccezione in più) -, presentava Valerio Evangelisti in un epocale numero del quattordicinale Mondadori, quello del 2 ottobre 1994. Del travolgente impatto del debutto narrativo del Bolognese testimoniava l’apparire nella collana, tempo nove mesi, di un secondo romanzo di Eymerich e dopo altri nove di un terzo. Mai accaduto in precedenza per uno scrittore di casa nostra, dacché nel mondo AE (avanti Evangelisti) le vendite di “Urania” crollavano quando presentava autori italiani mentre nel mondo DE si impennano. Probabilmente perché ci aspettiamo tutti epigoni all’altezza e continuiamo a comprare nonostante le delusioni (aveva fatto sperare Luca Masali).

Di quella postfazione del Curtoni due curiosità mi sono rimaste lì. Una è che mi stupisce che nessuno abbia pensato a ripubblicare i volumi storici dell’Uomo in Nero. Saranno pure materiale per specialisti ma per il semplice fatto di avere quel nome in copertina venderebbero assai. Per quanto mi riguarda, prenoto le mie copie. L’altra è legata a quell’informazione sulla vita “prima” dello scrittore bolognese: funzionario del fisco. Informazione che non ho letto, ch’io ricordi, da nessuna altra parte e che rimpiango amaramente di non avere verificato di persona l’unica volta che mi sono trovato a dividere una stanza e una serata con l’ideatore di Eymerich, in occasione di un caffè letterario all’ombra delle Due Torri, qualche inverno fa. Che un ispettore delle tasse si fosse  reincarnato in  prosa in un inquisitore medioevale domenicano mi pareva faccenda dai risvolti irresistibilmente umoristici e dietro il suo aspetto inquietante – fisico allampanato in abiti color pece, dita affusolate, faccia severa – si ha l’impressione che Valerio Evangelisti sia tutt’altro che refrattario ai piaceri di una risata e con essa del bel vivere, del buon mangiare e del bere anche meglio: la dice lunga al riguardo l’affettuoso ritratto di Rabelais delineato ne Il presagio, atto primo della trilogia di Nostradamus. In questo totalmente diverso dal personaggio che gli ha dato la fama, che vedremo anche in TV (ogni scongiuro è lecito) e che personalmente non riesco a immaginare con altro volto che il suo. Del resto, in una vecchia intervista dichiarava: “Eymerich è come io sono, con i miei lati più negativi. Tutto quello che di peggio c’è in lui, c’è anche in me, più attenuato”.

A ben vedere sono però caratteristiche caratteriali positive ad accomunare maggiormente creatore e creatura: un’onestà intellettuale, un’integrità morale assolute. Che in Evangelisti si riflettono nella limpidezza delle prese di posizione politiche e anche in un giudizio sulla propria opera tanto distaccato da imporgli a suo tempo, per dire, la pubblicazione del sesto Eymerich, Picatrix – La scala per l’inferno, ritenuto inferiore ai due precedenti, direttamente in tascabile piuttosto che in edizione rilegata. Con un ovvio danno economico. Mentre interdicono ogni sfumatura di sadismo al crudele agire di Eymerich, prodotto del fare della fede (come giustamente annotava Ernesto G. Laura) una rigida astrazione priva di molti se non di tutti i valori evangelici: né carità, né comprensione, né tolleranza in lui. Figlio esemplare del suo tempo al di là del fatto che sia stato ispirato da un personaggio realmente esistito, Eymerich combatte il disordine – dei costumi, delle idee – “con ogni mezzo necessario”. Sicché la lotta per ciò che considera essere il Bene ne fa un esempio indimenticabile di Male Assoluto.

Tantissimo ci sarebbe ancora da dire – della maestria con cui Evangelisti mischia generi e influenze (il capolavoro Cherudek è Kafka più Dick più Lovecraft, Il corpo e il sangue di Eymerich cita apertamente Poe, il recente Il castello di Eymerich Mary Shelley) e piani temporali, innanzitutto – ma ho già ampiamente sforato sugli spazi concessimi. Due cose tengo però particolarmente ad appuntare: che il ciclo di Eymerich è un work in progress il cui protagonista si arricchisce di sfumature episodio dopo episodio (è questo a farlo tanto vivo) e che quella “immortalità da edicola” (quella che ha fatto sì che i Sandokan, gli Sherlock Holmes, i Maigret siano sopravvissuti a tanta letteratura cosiddetta “alta”) cui l’autore bolognese dichiarò anni fa di aspirare è stata appieno raggiunta. “Figura quasi cristologica, anche se in negativo”, Eymerich è già immortale. Tradotto con grande successo in Francia e in Spagna, Valerio Evangelisti è scrittore senza eguali nell’odierno panorama italiano. I soloni della Cultura naturalmente non se ne sono ancora accorti, ma questo è un problema loro, non nostro.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.452, 24 luglio 2001.

Vita (e morte) oltre Eymerich

Scrittore orgogliosamente “di genere”, a inizio carriera, in una delle sue prime interviste importanti, Valerio Evangelisti ebbe a dichiarare che i suoi romanzi non avrebbero mai avuto altro protagonista centrale che Eymerich. Ci ha a un certo punto ripensato e, sebbene rimanga sempre l’inquisitore domenicano la sua creazione più memorabile, è buona cosa che ciò sia accaduto. Prendete ad esempio la trilogia di Nostradamus, una faccenda del 1999 ambientata nel XVI secolo, qualcosa come mille pagine mandate in libreria nell’arco di appena sette mesi: non solo un graziosissimo divertissement, non solo un fumettone (sia detto nel miglior senso possibile) splendidamente congegnato e con un’impagabile attenzione al dettaglio storico (come quando veniamo incidentalmente informati dell’introduzione sulle tavole del raviolo, o che i poco pratici archibugi si stanno trasformando in pistole), ma anche un modo per arieggiare le stanze di un’ispirazione che in Picatrix per la prima volta aveva costeggiato le sabbie mobili della maniera. E difatti i successivi Il castello di Eymerich e Mater Terribilis si sono rivelati di ben altro livello, il secondo non molto distante dal capolavoro Cherudek.

Ha maggiori ambizioni la saga di Pantera, pistolero e sciamano fulcro di uno dei racconti della raccolta Metallo urlante (in materia di musica il nostro uomo ha gusti temibili) e poi di un romanzo, il recente e foschissimo Black Flag, giocato, come è consuetudine per l’autore bolognese, su più piani temporali: il passato di una guerra civile (civile?) americana combattuta da uomini che sono lupi anche fuor di metafora; il lontano futuro di un’umanità in cui il disordine mentale è la norma; il futuro prossimo di un paese dell’America Centrale in cui gli Stati Uniti fanno, al solito, i loro comodi. Pagine di impressionante crudezza che però avrei volentieri barattato (non scambiatelo per un giudizio critico, è solo una questione di pelle) con un altro Eymerich.

Ce ne vorrebbero viceversa dieci e della grandezza di Cherudek per farmi rinunciare agli Interventi sulla paralettura, diversi dei quali apparsi per la prima volta sulla rivista amatoriale diretta dal Nostro, “Carmilla”, antologizzati in Alla periferia di Alphaville. Ove si rinviene un po’ di tutto: ritratti di assassini seriali e un saggio (poteva mancare?) sull’inquisizione, un omaggio a Manchette e una dissertazione sull’ideologia di Nero Wolfe, debiti saldati nei riguardi di H.P. Lovecraft e di Vittorio Curtoni e un’esilarante Apologia del cinema bruttissimo. Purtroppo già di ardua reperibilità perché uscita per la minuscola L’Ancora del Mediterraneo, ove l’Evangelisti narratore ha visto la luce per Mondadori (Eymerich e Nostradamus) o per Einaudi (Pantera). Ma da avere, divorare, meditare a tutti i costi.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.508, 5 novembre 2002.

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