A Ocean Rain’s A-Gonna Fall – L’era aurea degli Echo & The Bunnymen

Supponiamo (giusto per un attimo, ché subito dopo conoscendo i protagonisti della vicenda scappa da ridere). Supponiamo che in un qualche universo parallelo quei Crucial Three che nel maggio 1977 mettevano assieme Ian McCulloch (voce), Pete Wylie (chitarra), Julian Cope (basso) e un carneade di batterista di cui forse anche lì si sono perse le tracce siano durati qualche anno almeno. Conglomerato di talenti quale a Liverpool non si vedeva dai Beatles, riuscendo a far convivere ego smisurati hanno fatto la Storia del pop-rock e sono oggi ricordati come i Fab Three. Nel nostro di mondo separavano invece le loro strade dopo neppure tre settimane (bastanti in ogni caso a McCulloch e a Cope per scrivere a quattro mani una canzone, Read It In Books, che poi entrambi incideranno) ma la Storia l’hanno fatta lo stesso. Sì, pure Wylie, con il tanto magnifico quanto ingiustamente dimenticato esordio a 33 giri del suo progetto Wah! (“Nah=Poo ─ The Art Of Bluff”, datato 1981), ma soprattutto Cope, prima con i Teardrop Explodes e quindi con una pletora di album da solista fra lo stellare e lo sconcertante, e ovviamente McCulloch, che commercialmente se la caverà discretamente anche quando si metterà in proprio ma la cui fama di Jim Morrison (fortunatamente al netto degli eccessi e della fine prematura di quegli) della new wave resta imperituramente legata all’epopea degli Echo & The Bunnymen. Di costoro e con il marchio che li griffò in origine ─ Korova, finta indipendente gravitante in realtà in area Warner ─ sono freschi di ristampa quelli che in un formidabile quinquennio, 1980-1984, furono i primi quattro LP. Non è che sia una notiziona (le ultime edizioni in vinile, sempre griffate Korova, datavano 2013-2014 e nel 2010 il secondo della serie era stato sottoposto da Mobile Fidelity Sound Lab al suo nobilitante trattamento: stampa quella però da lungi fuori catalogo e che oggi costicchia), ma come scusa è ottima per rievocare una parabola artisticamente straordinaria. Non sono moltissime negli annali del rock le band che possono vantare un tale poker di assi calati uno via l’altro: album in perfetta continuità nel senso che gli elementi che rendevano riconoscibile il gruppo dopo pochi secondi sono sempre presenti, eppure parecchio diversi ciascuno da quanto lo aveva preceduto. Persino un debutto che marcava una fondamentale svolta rispetto all’esordio a 45 giri Pictures On My Wall, in esso ripreso in una nuova versione, visto che vedeva l’ingresso in squadra, accanto al cantante Ian McCulloch, al chitarrista Will Sergeant e al bassista Les Pattinson, del batterista Pete de Freitas, in sostituzione di… una drum machine (Echo, secondo una leggenda peraltro sempre smentita dai Nostri ma che tuttora circola). Arrivo fondamentale e gli ultimi Bunnymen “veri” anche se non più indispensabili saranno quelli del deludente solo se raffrontato ai predecessori omonimo e quinto LP, uscito nel 1987, due anni prima della tragica dipartita causa un incidente in moto dell’appena ventisettenne de Freitas. Veniva a mancare con lui un’alchimia magica e irripetibile, irriproducibile.

Che si tratti, come a posteriori appare evidentissimo laddove al tempo ogni capitolo conquistò nuovi cultori e ne fece perdere qualcuno, spiazzato da un’evoluzione (che non necessariamente vuol dire crescita) costante, di una quadrilogia è evidenziato da quattro copertine ognuna delle quali epocale, bellissima, degna di figurare in un’ideale mostra di grafica applicata alla musica. Significativamente tutte firmate dal medesimo fotografo, Brian Griffin. E al pari significativamente nessuna con un’immagine, come da una delle convenzioni del rock, dei componenti della band a mezzo busto, quasi in primo piano, come quella che banalmente (e dire che è di Anton Corbijn!) sarà scelta come artwork di quel quinto 33 giri di cui dicevo sopra. “Crocodiles” immortala gli allora ragazzi nella notte di un bosco fiabesco; “Heaven Up Here” li coglie di schiena su una spiaggia al crepuscolo, con la bassa marea, sagome irriconoscibili, gabbiani in volo all’orizzonte; “Porcupine” li colloca fra gli orridi di un ghiacciaio islandese; “Ocean Rain” su una barca (sappiamo purtroppo chi, inconsapevolmente, nel ruolo di futuro Caronte) in un lago sotterraneo sito in Cornovaglia. A rendere ulteriormente eccezionali le copertine in questione è che il contenitore invariabilmente anticipi e rispecchi il contenuto.

La musica, allora. Per “Crocodiles” si parlava per la prima volta, in anticipo sul recupero di sonorità sixties che da lì a breve (ma molto più in Europa e sull’altra sponda dell’Atlantico che non nel Regno Unito) si porrà inaspettatamente in competizione con una new wave programmaticamente volta a raccontare il presente cercando di immaginare il futuro, di neo-psichedelia. In esso di revivalistico non vi è in realtà quasi nulla e per essere quei “nuovi Doors” di cui si scrisse a Echo & The Bunnymen non mancavano soltanto (quasi sempre) le tastiere ma proprio la volontà. Era in verità musica per moltissimi versi inaudita: una chitarra che si ispirava ai Television paradossalmente negando la caratteristica principale di quel sound, mai in assolo piuttosto che perennemente, con un susseguirsi inesausto di piccole armonie, tocchi delicati, lirismi accennati; un basso insieme funky e melodico; una batteria che nel mentre ancora il tutto svaria in maniera non dissimile dalla chitarra. E poi la voce che, d’accordo, ha una grandeur morrisoniana ma in essa instilla gocce di cupezza esistenzialista in luogo dello sciamanico, dionisiaco maledettismo dell’originale. Non che a “Crocodiles” difetti un vitalismo che in “Heaven Up Here” (che per una critica quasi unanime al riguardo è il capolavoro del quartetto, laddove i fans in genere gli preferiscono “Ocean Rain”) cede il passo ad atmosfere talvolta fosche, a uno sperimentare pur restando nel solco del rock che lo rende a tratti accostabile a contemporanei quali Joy Division, P.I.L., Gang Of Four, Talking Heads. “Porcupine” verrà in un primo momento rimandato al mittente e per una volta una casa discografica farà la cosa giusta, giacché gli arrangiamenti d’archi aggiunti da L. Shankar a The Cutter e a The Back Of Love porteranno le due canzoni, oltre che nelle classifiche dei singoli, in un’altra e trascendentale dimensione. In Heads Will Roll in zona “Forever Changes” e scusate se è poco. Quanto a orchestrazioni, “Ocean Rain” forse eccederà, ma che gli vuoi dire a un disco con dentro una hit e insieme un classico monumentale quale The Killing Moon e una favolosa ballata di impronta folk come The Yo Yo Man? Si chiude con l’elegiaca traccia omonima e forse McCulloch e soci avrebbero dovuto farla finita lì. Non potevano più superarsi, non si supereranno più.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.438, gennaio 2022.

2 commenti

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2 risposte a “A Ocean Rain’s A-Gonna Fall – L’era aurea degli Echo & The Bunnymen

  1. MauroVelvet

    Caro Eddy mi hai fatto venire dei favolosi brividi di piacere nel rileggere degli Echo & The Bunnymen, gruppo molto amato da me, fine anni 80, quando tutto il giorno non facevo altro che leggere i tuoi articoli e quelli di Massimo Cotto e Federico Guglielmi sulle pagine del mucchio, prima, e su quelle di Velvet poi….ma tu eri sempre il mio preferito, l’unico che mi faceva comprare i dischi a scatola chiusa….e non sbagliavi mai!!!!

  2. marktherock

    eppure a me ai tempi dell’uscita ‘Ocean Rain’ provocò qualche piccolo, fastidioso eritema…col tempo l’ho rivalutato, come no, ma continuo a metterlo sempre due spanne sotto al trittico precedente.
    PS: e che bello però leggere parole come: ‘Sì, pure Wylie, con il tanto magnifico quanto ingiustamente dimenticato esordio a 33 giri del suo progetto Wah! (“Nah=Poo ─ The Art Of Bluff”, datato 1981)’

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