Linton Kwesi Johnson e la nascita della dub poetry

Compie oggi settant’anni Linton Kwesi Johnson, intellettuale, attivista, grande poeta prestato alla musica. Sfortunatamente da troppissimo aspettiamo invano da lui un disco nuovo, o un libro.

Forces Of Victory (Island, 1979)

L’immagine più emblematica di Linton Kwesi Johnson – attivista politico, intellettuale, poeta – è quella leggendaria che campeggia sulla copertina del suo primo album, “Dread Beat An’ Blood”, o per essere precisi sulla stampa che ne è da molto tempo disponibile e sostituisce la prima, pubblicata nel 1978 dalla Virgin con un davanti di confezione di gusto crassiano e a nome  Poet And The Roots: aria già allora professorale Linton è colto mentre, megafono in mano, arringa la folla davanti a una stazione di polizia. Aveva ventisei anni, da quindici risiedeva in Inghilterra, otto anni prima si era unito alle locali Pantere Nere, nel mentre contemporaneamente si guadagnava da vivere come contabile, studiava sociologia e poco dopo, contraltare britannico dei newyorkesi Last Poets, cominciava a scandire le sue rime sui ritmi elaborati da una congrega di percussionisti, i Rasta Love. Di tali rime in patwa – argomento la difficile situazione degli immigrati dalle Indie Occidentali sudditi di Elisabetta, affrontata con vivace verve polemica non scevra però di tocchi di tenero umorismo – riempiva due volumi, The Voices Of The Living And The Dead e, appunto, Dread Beat An’ Blood, che dopo che un libro diveniva un disco. È un lavoro di una rilevanza storica difficilmente sopravvalutabile, siccome è con esso che nasce la cosiddetta dub poetry, che con Michael Smith e Mutabaruka, Benjamin Zephaniah, Queen Majeeda e Jean Binta Breeze (quest’ultima una scoperta dello stesso Johnson) troverà altri validi esponenti. Musicalmente però non è eccezionale, le legnose basi poco più che uno sfondo al fluire delle rime.

È con “Forces Of Victory” che la collaborazione con Dennis Bovell, produttore abilissimo e figura di spicco, con i Matumbi, del reggae locale dei ’70 decolla sul serio, accompagnando ragionamenti e proclami con spartiti raffinati in cui nel dub si fanno largo seduzioni jazz. Le “forze della vittoria” sono quelle che animano quell’agostano carnevale caraibico di Notting Hill che tanto ispirò anche i Clash. Mirabili quanto sempre più distanziate repliche in “Bass Culture” (1980), “Making History” (1984), “Tings An’ Times” (1991).

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.20, inverno 2006.

Bass Culture (Island, 1980)

Caso raro di intellettuale prestato alla musica (viene in mente un altro nero, in America però: Gil Scott-Heron), Linton Kwesi-Johnson milita nelle Pantere Nere britanniche, lavora da contabile, studia sociologia e pubblica poesie (prima sul periodico “Race Today”, quindi in due volumi), che legge in giro facendosi talvolta accompagnare (i Last Poets un’evidente ispirazione) da un gruppo di percussionisti. Nel 1978 stringe con Dennis Bovell, collaboratore anche del Pop Group, produttore abilissimo e figura di spicco, con i Matumbi, del reggae locale dei ’70, un sodalizio destinato a segnarne l’intera vicenda discografica. “Dread Beat An’ Blood” sistema le cantilenanti rime in patwa (l’inglese spurio delle Indie Occidentali) di Johnson su dilatate scansioni in levare inventando una formula, la dub poetry, che il successivo “Forces Of Victory” perfezionerà aggiungendo spezie jazz. Ancora meglio “Bass Culture”, denuncia accorata ma anche carica di humour delle condizioni di vita degli immigrati porta su un dub di asciutta vigoria e nondimeno eccezionale godibilità. Un disco enorme nella sua semplicità. In una produzione via via sempre più rada, spiccano ancora “Making History”, dell’84, e “Tings An’ Times”, del ’91, musicalmente più ricchi ma meno intensi.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019.

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