I migliori album del 2022 (10): The Black Angels – Wilderness Of Mirrors (Partisan)

Il gruppo che meglio ha trasposto il verbo psichedelico nel XXI secolo? Questi texani devoti a Roky Erickson come ai Velvet Underground, da una cui canzone prendevano il nome e nel 2017 il titolo di un album, il quinto, “Death Song”. Anche ora che si è aggiunto un sesto resta il più fosco e minaccioso in discografia, tensione che non mollava per quasi intero il suo svolgimento, dando requie giusto nella conclusiva Life Song: estatico space rock dalla malinconia sorridente, se l’ossimoro è concesso. “Wilderness Of Mirrors” riparte da lì, con una Without A Trace intessuta di chitarre elettriche trillanti e tamburi tribali, animatamente torpida (altro ossimoro) e stupefatta. Grandioso incipit per un’opera che nel solco dei predecessori continua a dilatare i tempi. Sono 57’49”, praticamente la stessa durata del debutto del 2006 “Passover”, 58’48”, che nel 2008 nel monumentale in ogni senso “Directions To See A Ghost” diventavano 70’25” (quasi ottanta nella versione triplo LP). Laddove nel 2010 “Phosphene Dream” con i suoi 36’11” oltretutto alquanto pop pareva al confronto una bagatella e nel 2013 “Indigo Meadow” nei suoi 45’44” mostrava qualche lieve appannamento. Per una prima volta rimasta unica un che di formulaico. “Death Song”, 48’42”, riportava in quota la band.

Sarà parso ozioso al lettore questo minuzioso dettagliare i minutaggi. Non lo è. La musica dei Black Angels trae giovamento dagli svolgimenti lunghi, non nel singolo brano ma nell’articolarsi di un discorso che qui risulta chiaramente distinto in tre parti: una prima di impianto garagista (zenit toccato in Empires Falling, chitarre dal ruvido all’ustionante su ritmica dal frenetico al motoristico); una seconda folk-psych (ai Love in combutta con Nancy Sinatra di Firefly e colti da empiti arabeggianti di Make It Known risponde il raga-rock quicksilveriano di The River); una terza che sintetizza alternando un macinare inesausto (Icon rimanda alla new wave guerriera dei dimenticati Theatre Of Hate) a sprazzi cinematicamente cinematografici (la morriconiana Vermillion Eyes, una Suffocation con tracce di Procol Harum). Immaginifici e magnifici.

Pubblicato per la prima volta in una versione più breve su “Audio Review”, n.447, novembre 2022.

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