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It Was A Family Affair – Il secondo capolavoro degli Spirit

Album di pura, ineffabile magia l’omonimo debutto dei losangeleni Spirit, dalle prime ticchettanti battute e dall’ondivaga melodia di Fresh Garbage – brano subito ripreso dai Led Zeppelin – al suggello “in jazz” Elijah, passando per la perfetta fusione fra Beatles e Pink Floyd di Uncle Jack e il raga Girl In Your Eye, l’ipnosi pop di Topanga Windows e la circolare cantilena Water Woman. A proposito di Zeppelin: per Stairway To Heaven si “ispireranno” al primo, indiscutibile classico firmato dal giovanissimo chitarrista Randy California, Taurus. A consegnare definitivamente gli Spirit alla storia del rock provvede entro quello stesso 1968 “The Family That Plays Together”. Ventiduesimo nella classifica di “Billboard” dopo avere fruttato un numero 25 con il singolo fra rock’n’roll ed errebì I Got A Line On You. Rimarrà l’unica hit del gruppo, ma ci sono gioielli nel forziere del secondo Spirit di caratura superiore: il sogno lisergico It Shall Be; una favolistica The Drunkard; una Darlin If che è come se Dylan fosse stato il quinto di CSN&Y; una Jewish che dispensa fragranze etno; una Aren’t You Glad nel cui perentorio finale solista e ottoni si rincorrono. In rampa di lancio per lo stardom, la casa discografica sconsigliava ai nostri amici di comparire a Woodstock. Ci sono treni che passano una volta. Non andrai più da nessuna parte, se li perdi.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti 2012. Cadono oggi i cinquant’anni dalla pubblicazione di questo disco.

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The Day Soul Music Died (per Otis Redding)

Niente affiliazione al “club dei 27”, quello delle rockstar decedute prima di festeggiare il ventottesimo compleanno, per Big O. Non è tanto questione che quando se ne andò Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison erano ancora di questa terra, Kurt Cobain aveva dieci mesi e quanto a Amy Winehouse non sarebbe nata che sedici anni dopo. In fondo Robert Johnson vi viene tranquillamente associato e lasciò questa terra nel 1938, ben prima dunque che si cominciasse a parlare di rock’n’roll. No, fatto è che il povero Otis Redding non arrivava a festeggiare il ventisettesimo di compleanno. Periva il 10 dicembre 1967, nello schianto del bimotore che lo stava portando da Cleveland, Ohio, a Madison, Wisconsin, per un concerto, a ventisei anni, tre mesi e un giorno. Nella compagnia di cui sopra si sarebbe trovato in ogni caso fuori posto anche fosse vissuto appena di più, avendo in comune con tutti e tutte un talento immenso ma non il maledettismo. La morte lo coglieva giovane e bello senza che se la fosse andata a cercare. Rubandocelo così presto, cambiava insieme la storia della black music e del suo possibile rapporto con il pubblico bianco: prima vera platea rock, quella del “Monterey Pop Festival” si era fatta conquistare dal nostro uomo giusto pochi mesi prima senza riserve. Ma non vale piangere sul latte versato e gli aerei caduti, abbiamo avuto mezzo secolo per elaborare il lutto e gioire dell’immensità di un lascito rimarchevole per quantità oltre che per qualità. In una storia, quella del soul ante-1968, scandita per lo più da singoli l’artista georgiano si fa notare pure per la consistenza unica della sua discografia a 33 giri: sette, dal più che discreto al molto buono e in mezzo una pietra miliare quale “Otis Blue”, che usciva nel settembre 1965 ed era il terzo. Stratosferico il livello di interpretazioni vocali e parti strumentali così come della scrittura, a renderlo il capolavoro che è contribuisce egualmente l’essere paradigmatico di un canone. Qui quasi ogni Otis possibile: alle prese, raccogliendone l’eredità, con ogni Sam Cooke possibile (politicamente consapevole con Change Gonna Come, ballabile con Shake, romantico in Wonderful World); a suo agio con il soul parimenti sofisticato e occhieggiante al pop di scuola Motown (My Girl dei Temptations) e  quello più viscerale di ascendenza sudista (Down In The Valley di Solomon Burke, You Don’t Miss Your Water di William Bell); in grado di tracciare una precisa linea retta dal blues di Chicago (Rock Me Baby di B.B. King) al coevo rock britannico (Satisfaction dei Rolling Stones). E che dire dei tre brani autografi? Evocazione di sofferenze ataviche, mediazione superba fra spiritual e blues, Ole Man Trouble a momenti sparisce dinnanzi al proclama di fierezza di Respect e alla ballata sentimentale soul per antonomasia, I’ve Been Loving You Too Long.

Quanto agli altri vale tantissimo “Dictionary Of Soul”, del 1966, soprattutto per una prima facciata sul livello di “Otis Blue”: in forza di una Day Tripper che fa ai Beatles ciò che Satisfaction aveva fatto agli Stones, della “canzone triste” più consolatoria di sempre, Fa-Fa-Fa-Fa-Fa (Sad Song), e di un’accorata Try A Little Tenderness. E qualcosina ma non molto di meno “Sings Soul Ballads” del 1965, che è l’album della roca serenata That’s How Strong My Love Is e dell’esuberante (ma con un fondo di tristezza) errebì Mr. Pitiful e quello in cui Otis Redding diventava grande, dopo il debutto dell’anno prima “Pain In My Heart”, ancora acerbo al netto di una delle ballate più belle del Nostro, These Arms Of Mine. Meglio “The Soul Album” (il seguito di “Otis Blue”, 1966; pur lontani i vertici del predecessore si fa apprezzare per la liturgica Just One Day, la martellante Chain Gang, la tenerissima Everybody Makes A Mistake), così come la collezione di duetti con Carla Thomas “King & Queen” (1967; da ricordare, oltre che per la travolgente Tramp, per una When Something Is Wrong With My Baby che surclassa Sam & Dave) e anche “The Dock Of The Bay” (1968), pure un po’ raffazzonato a seguire l’emozionantissimo valzer che inaugura e battezza. Il 33 giri andava al numero 4 della classifica pop di “Billboard”, il 45 al numero 1.

Lo avrete notato: lo scorso 10 dicembre cadevano i cinquant’anni dalla scomparsa del nostro eroe. Era una domenica e la Rhino ha aspettato il venerdì seguente per mandare nei negozi “The Definitive Studio Album Collection”, un box che ne raccoglie l’integrale a 33 giri (giustamente esclusi i discutibili postumi “The Immortal”, “Love Man” e “Tell The Truth”). Ha badato al sodo l’etichetta californiana: ti aspetteresti quantomeno il minimo sindacale, un fascicolo a corredo analogo a quello (ben modesto!) che accompagna il cofanetto di Ray Charles “The Atlantic Years” segnalato in settembre e invece no, a questo giro niente. E però lo sapete che c’è? Che a fronte di un prezzo tanto clamorosamente basso – ho acquistato “The Definitive” sul più noto dei siti di vendita per corrispondenza pagandolo una cifra ridicola: poco più di nove euro a LP – e di una qualità altrettanto clamorosamente elevata lamentarsi stavolta non avrebbe senso e pazienza anche se (vizio tipico da major) le buste interne non sono antistatiche. Ho aggiunto pochi spiccioli al conto e le ho cambiate. Così come ho sostituito con queste nuove le edizioni che avevo, un paio giapponesi e le altre americane, i primi due album in mono, i restanti in stereo. La verità è che Otis Redding era a oggi piuttosto malservito persino dalle stampe d’epoca e in particolare da quelle stereo, spesso penalizzate da un’immagine innaturalmente ampia, la voce su un canale, la più parte della strumentazione sull’altro con fastidiosi dislivelli nel missaggio. La verità è che per Otis Redding funziona infinitamente meglio il mono e la Rhino per il mono ha optato: il punch della batteria, la vigoria degli ottoni, il grasso groove dell’organo, il guizzare della chitarra – e naturalmente “quella” voce – risuonano come mai prima. Vinile silenziosissimo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.397, marzo 2018.

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Quando Detroit bruciava: gli MC5 di “Kick Out The Jams”

La città più “rumorosa” al mondo? All’incrocio fra ’80 e ’90 Seattle, a quello con il decennio seguente Detroit ed erano gli White Stripes che doveva ringraziare. Per la da tempo ex-Motor City era un riconquistare il titolo dopo averlo già a lungo detenuto, dagli ultimi ’60 alla metà del decennio seguente: merito dei Grand Funk Railroad come di Ted Nugent e dei suoi Amboy Dukes, di Alice Cooper, del primo Bob Seger e di nomi troppo di culto per entrare in questo volume ma nei cuori di tanti appassionati: SRC e Frost, Frijid Pink e Third Power. E nondimeno se si mettono nella stessa frase “Detroit”, “heavy rock” e “tardi anni ’60” sempre degli stessi due nomi si finisce per discorrere: Stooges ed MC5. Enorme il divario di rilevanza fra loro e la concorrenza, non molto altro li accomuna. Non l’organico, a quattro nel primo caso e a cinque nel secondo come segnala la ragione sociale, e soprattutto non l’attitudine: menefreghisti quelli, impegnati questi, dualismo che il punk riproporrà con Sex Pistols e Clash. E se il lascito di entrambi si concretizzerà fondamentalmente in tre LP gli Stooges non accuseranno cali di tensione, ove Rob Tyner e – ahem – compagni non riusciranno a dare adeguata replica in studio al debutto immortalato in concerto.

Motor City Is Burning avverte il titolo di una delle canzoni (ironia: la meno incandescente, un rock-blues appena intinto nell’acido) che sfilano in questo straordinario documento di storia non soltanto della musica ma anche del costume giovanile. Ed è proprio vero: “Kick Out The Jams” fa fuoco e fiamme dal primo all’ultimo solco, rivisitando nel suo incedere la punkitudine ante litteram di un Eddie Cochran, anticipando i Motörhead di quasi un decennio, i Metallica di quasi uno e mezzo, giocando con acuminate sperimentazioni jazz che prefigurano Zorn. I proclami dei cinque di Detroit oggi faranno magari sorridere, ma il loro rock resta insieme classico e moderno.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012. Gli MC5 registravano “Kick Out The Jams” dal vivo al Grande Ballroom di Detroit il 30 e 31 ottobre del 1968. L’album usciva su Elektra nel febbraio dell’anno dopo.

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Una celebrazione di “Electric Ladyland”, a cinquant’anni dalla pubblicazione

Per certuni quest’ora e un quarto sistemata in origine su quattro facciate di vinile, e che oggi alloggia in un disco solo (la “Deluxe Edition” del quarantennale si straraccomanda nondimeno per l’aggiunta di un magistrale Making Of in DVD di circa un’ora e mezza), rappresenta lo zenit del chitarrista di Seattle. Per talaltri è un’opera sfilacciata, con momenti altissimi ma pure chiari indizi di decadenza. Non ci iscriviamo né a questo partito né a quello. Rispetto ai due primi LP “Electric Ladyland” non rappresenta un’involuzione bensì un’evoluzione, e non è un Hendrix né migliore né peggiore quanto piuttosto – restando riconoscibilissimo – diverso. Di seduzione meno immediata ma più premiante nel tempo. Qui più che nei predecessori a ogni passaggio noti particolari che ti erano sfuggiti. Ci sono brani che avrebbero potuto figurare in “Are You Experienced”: una Crosstown Traffic dall’irresistibile riffarama, la cover a rotta di collo di Come On di Earl King, una Voodoo Chile figlia di una Foxy Lady inseminata da una Purple Haze. Ce ne sono che agevolmente si sarebbero potuti mimetizzare fra le pieghe di “Axis: Bold As Love”: il cosmico/acquatico preludio di And The Gods Made Love, una souleggiante title track in cui il Nostro improvvisamente si ricorda di essere stato uno degli Isley Brothers, la poppissima (firma Noel Redding) Little Miss Strange. Ma la terza facciata, quasi una suite, si affaccia su dimensioni afrofuturibili che saranno quelle esplorate dal Davis e in parte dall’Herbie Hancock elettrici. Potrete incontrarci Sun Ra e trovarlo impegnato in una conversazione filosofica con George Clinton. E poi c’è la parabola biblica di All Along The Watchtower: una versione che Dylan apprezzerà così tanto che la canterà e la suonerà sempre, lui che l’aveva scritta, come stesse facendo una cover di Hendrix. E poi… E poi e anzi prima c’è House Burning Down. Vi piace l’odore del napalm la mattina?

L’ultimo album in studio che Hendrix completava in vita sarà il primo e unico ad andare al numero uno negli Stati Uniti.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012. La copertina qui riprodotta è quella della “Deluxe Edition” citata in scheda e non l’originale, quella con le signorine ignude, per intenderci: scelta non filologica ma sfortunatamente resa obbligata dalla demenziale policy di Facebook in materia di nudo.

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Il primo John Lennon post-Beatles: ingeneroso, imperfetto, immortale

Imperfetto, e nondimeno egualmente candidato all’immortalità da tre canzoni immani a fronte di otto buone ma irrimediabilmente sminuite dal raffronto, l’omonimo debutto in studio di John Lennon con la Plastic Ono Band viene inciso fra il 26 settembre e il 5 ottobre 1970. Uscirà in dicembre, pochi giorni prima che Paul McCartney, intentando causa agli ex-compagni per ottenere una dissoluzione pure giuridica di ogni legame e mettersi così al riparo dai maneggi del manager Allen Klein, tolga anche al più ostinato dei fan dei Beatles ogni residua illusione che si possa tornare indietro. Che il sogno sia finito è probabilmente l’unica cosa su cui John al momento concorda con l’ex-sodale e amico. Lo esplicita come più non si potrebbe nella fulminante litania su rotolante piano circolare di God, che inizia affermando che “Dio è un concetto/per tramite del quale misuriamo/il nostro dolore” e continua con un elenco di ciò in cui l’autore non crede più. Drammatico crescendo, dalla magia agli I-Ching, da Gesù a Kennedy a Budda, che culmina con Elvis, Zimmerman (ossia Bob Dylan) e – amara bestemmia ultima e suprema – proprio i Beatles. E poi: “Credo soltanto in me stesso/in me stesso e Yoko/e questa è la realtà/Il sogno è finito/e che altro posso dirvi?/Il sogno è finito”. E quindi, con subitaneo rovesciamento di prospettiva che fa transitare dal nichilismo a una visione di futuro quietamente eccitante in cinque versi: “Ieri/ero il tessitore di sogni/ma oggi sono rinato/Ieri ero il tricheco (I was the walrus)/ma oggi sono John”. Per poi concludere: “E così cari amici/dovrete andare avanti/il sogno è finito”. Mozza ancora il fiato ad ascoltarla oggi e chissà che effetto dovette fare allora. Al pari insieme consolatorio e dilaniante è il finalino che le va dietro, l’accorata ninnananna My Mummy’s Dead, chiusura del cerchio aperto dai lugubri rintocchi di campana della torturatissima (non danno consolazione alcuna gli accenti gospel del piano di Billy Preston) Mother, seguito della beatlesiana Julia e per così dire resa dei conti con una madre che lo aveva abbandonato e che un adolescente John perse definitivamente, uccisa in un incidente automobilistico, quando l’aveva appena ritrovata. Trauma analogo a quello subito da Paul e che incommensurabilmente contribuì a farli sentire vicini al principio del loro rapporto. Mai album pop ha avuto attacco di una simile, brutale emotività. Fra Mother e God, l’altro grande classico di questo disco, il valzer sulla falsariga della dylaniana Masters Of War di Working Class Hero. Fra Mother e God altri sette brani più che apprezzabili ma che finiscono per essere contorno. Si tratti del sommesso invito a se stesso a tener duro di Hold On John o dell’urticante rock (con un acido riferimento a McCartney) I Found Out, di una sospesa e dissonante Isolation o dell’urlante blues Well Well Well, o ancora di una Look At Me in cui si sente Donovan e non soltanto per la tecnica, che proprio il menestrello scozzese gli aveva insegnato, con cui John suona la chitarra.

Dieci mesi dopo toccherà a Imagine inaugurare l’omonimo LP e non pretenderete mica che vi racconti quella che in più di un referendum, mentre gli anni ’90 sfumavano nei 2000, è stata eletta a “canzone del secolo”? Mi accontento di appuntare che non credo esista un’altra canzone che sia stata “sentita” così tanto e “ascoltata” così poco, la radicalità estrema del testo messa in secondissimo piano dalla sognante dolcezza della melodia. Come il predecessore, “Imagine” l’album presenta un netto stacco qualitativo fra tre brani, essendo gli altri due Jealous Guy e How Do You Sleep?, e il resto del programma. Più alto però il livello medio di seconde linee in cui spiccano il quasi-country Crippled Inside, il blues (in cui per una delle ultime volte ruggisce il sassofono dello sfortunato King Curtis) It’s So Hard, una romanticissima Oh My Love e l’esuberante celebrazione di Oh Yoko!. Abbozzata sin dal 1968 (stava per finire sul “White Album”) con un titolo diverso, Child Of Nature, e tutt’altro e francamente imbarazzante testo, Jealous Guy è immediata quanto la title track, zuppa di lussuria per l’amata e di rimpianti per il cattivo agire del ragazzaccio che fu. Che fu? Che è. Valga come decisivo teste per l’accusa la rancorosissima e a dir poco ingenerosa polemica, nei confronti di Paul McCartney tanto per cambiare, di How Do You Sleep?: salmodiare di accuse cui si racconta che a un certo punto un rattristato Ringo Starr, in visita in studio (aveva suonato nell’album prima, in questo non c’è; George Harrison invece sì), cercò di porre fine con un perentorio “Adesso basta, John”. Brano fra i più riusciti del Lennon solista per sapienza della costruzione, attenzione al particolare, intensità dell’interpretazione; eppure piacerebbe cancellarlo dal repertorio e la biografia dell’ex-Beatles avrebbe assai a guadagnarne. Fa onore all’autore di un pezzo che il pur partigiano “Rolling Stone” (John Lennon la prima star di copertina e a lui la lunga intervista, concessa al fondatore Jann Wenner, che diede definitivamente autorevolezza al giornale) definì “ripugnante e indifendibile” che abbia in seguito, espulso il veleno residuo con una lettera al “Melody Maker” tanto livida che la rivista stessa decise di tagliarla, finito per vergognarsene. Cercando persino, goffamente, di farlo passare per autodenigratorio. Fa onore a McCartney che ci sia passato sopra senza fare una piega. Ambiva a ricostruire il rapporto con colui che era stato il suo amico più grande, oltre che il co-autore di un paio di centinaia di canzoni straordinarie, e almeno in parte ci riuscirà. Facciamo allora finta che How Do You Sleep? non esista e ricordiamo piuttosto il John Lennon che il 31 agosto 1971 lascia per sempre (lui naturalmente non lo sa) il paese che gli ha dato i natali con lo sgranarsi di accordi della canzone che sarebbe bastata da sola (da sola! anche senza il gruppo che sapete!) a farlo immortale. Con le bellissime immagini del video di meravigliosa semplicità cui da quarantaquattro anni la leghiamo nella memoria: Yoko che spalanca le finestre di una grande stanza spoglia, il sole che la illumina, John seduto davanti a un piano a coda bianco e… “immagina che non ci sia un paradiso/è facile se ci provi”.

Da poche settimane tutto il John Lennon post-Fab Four – tolti gli LP sperimentali, incluso il postumo “Milk And Honey” – è disponibile in un cofanetto di otto vinili su UMC, venduto intorno ai centottanta euro. Tutti i titoli (trattasi delle rimasterizzazioni del 2010) sono disponibili anche separatamente e dovreste pagarli sui venticinque euro cadauno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.368, ottobre 2015. Fosse ancora fra noi, John compirebbe oggi settantotto anni.

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Metti, una sera a Berlino con Miles Davis

Grande eccitazione la sera del 25 settembre 1964, un venerdì, alla Philharmonie Hall della allora Berlino Ovest, una stella di abbacinante fulgore chiamata a chiudere il primo festival jazz organizzato nella ex- e futura capitale. Favoloso oltretutto, ma di questo ci si renderà conto nei mesi e anni successivi, il quartetto di accompagnatori appena assemblato da Miles Davis. Al sax Wayne Shorter, che il trombettista corteggiava sin dal ’60 e ha infine strappato a Art Blakey. Dietro al piano siede Herbie Hancock, ventiquattro anni appena ma già un cv impressionante per collaborazioni e discografia in proprio e, a proposito di gioventù prodigiosa, che dire del batterista Tony Williams? Ancora deve compiere diciannove anni. Completa la sezione ritmica il contrabbasso di Ron Carter, che con i suoi ventisette anni ne concede undici al capobanda. È appena il loro terzo concerto insieme, ma mai lo si direbbe per come approcciano un programma di soli classici, in un’ora di assoluta magia. La conformazione ad anfiteatro della sala fa sì che Miles non possa suonare come preferisce, con le spalle rivolte alla platea, e allora ogni tanto si accoccola per terra. Posizione bizzarra che non gli impedisce di porgere assoli sublimi, pieni di lirismo e sfumature, ma anche di forza. Se Autumn Leaves si distende tenerissima concedendo una benvenuta pausa, Milestones, So What e Walkin’ vengono affrontate a velocità mozzafiato, con virtuosismi da vertigine (fenomenale Shorter nella seconda) e nello stesso tempo con il rilassato abbandono dato dall’alchimia subito, miracolosamente creatasi fra i musicisti.

Fra gli innumerevoli live di Davis è uno dei più cruciali di prima della svolta elettrica e tuttora suscita stupore la sua uscita solo in Europa all’epoca. Oltre a quella tedesca, datata 1965, l’unica altra edizione in vinile prima di questa è una giapponese del 1967 (negli USA “Miles In Berlin” vedrà la luce solamente nel 2005 e in CD, con la scaletta originale riprodotta per intero grazie alla preziosa aggiunta di una Stella By Starlight di quasi tredici minuti). Sorprende pure la scelta della Speakers Corner di ristampare non la versione stereo, bensì quella mono. In ogni caso cromaticamente inappuntabile e di dinamica paragonabile alle migliori incisioni dal vivo del tempo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.393, novembre 2017.

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Odiava se stesso e voleva morire: Nirvana in studio, l’ultimo atto

La rabbia giovanile ha pagato bene/Ora mi annoio e sono vecchio”: queste le parole con cui si apre il terzo LP vero e proprio dei Nirvana. Primo titolo di lavorazione “I Hate Myself And I Want To Die”, odio me stesso e voglio morire. Non si può dire che Cobain non avesse offerto al mondo chiare avvisaglie della tragedia che stava per compiersi (in una session fotografica per un giornale francese giunse a mimare il suo suicidio giocando con una pistola). Registrato molto velocemente (ma la parcella, studio escluso, è oltre duecento volte quella di “Bleach” visto che il produttore, l’“alternativo” Steve Albini, chiede 124.000 dollari), “In Utero” subisce un ritardo di quattro mesi nell’uscita perché alla Geffen dopo averlo ascoltato lo giudicano impubblicabile, pieno di canzoni “non all’altezza”.  Un rimodellamento della scaletta e il remissaggio di due dei brani più accattivanti, Heart-Shaped Box e All Apologies (provvede il produttore dei R.E.M., Scott Litt), placano la casa discografica e migliorano la riuscita d’insieme dell’album, pur accentuandone la schizofrenia. Il fragile equilibrio su cui si reggeva “Nevermind” fra melodie straordinariamente insidiose e sapienti modulazioni noise, in un continuo gioco di tensione e rilascio, è infranto ed è ciò che impedisce al disco, pur notevolissimo, di essere, al pari del suo predecessore, un indiscutibile capolavoro. Là le incursioni nel rumorismo fine a se stesso erano state confinate nella lunga traccia fantasma Endless, Nameless (ovviamente assente nell’edizione su vinile). Qui, oltre che nel brano nascosto a fondo corsa nel CD (una pessima usanza di cui i Nirvana sono i principali responsabili), divampano sovente e hanno il perverso gusto della latta di colore scagliata contro un quadro se no bellissimo.

Pubblicato per la prima volta in Grunge, Giunti, 1999.  A oggi sono passati venticinque anni dall’uscita di “In Utero”.

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