Archivi categoria: archivi

Damien Jurado – In The Shape Of A Storm (Loose)

Ma quanto è diverso il quattordicesimo album in studio di Damien Jurado, nei negozi nei giorni in cui questo “Audio Review” andrà in edicola, dal tredicesimo? Pubblicato nel maggio 2018 e dunque appena undici mesi fa. Era e per ora rimane, “The Horizon Just Laughed”, il lavoro più “mainstream” dell’artista di Seattle, pieno com’è di canzoni che in altri tempi – diciamo in quel 1973 che intitola uno dei suoi undici brani – le radio americane in FM avrebbero senz’altro messo in playlist. Ma fra quanti stanno leggendo queste righe solo chi non lo ha mai seguito nel quasi quarto di secolo trascorso dacché debuttava discograficamente, con un EP, può pensare che con quell’album Jurado volesse imprimere una svolta commerciale (certi anni ’70 sono tornati – senza essere in fondo mai passati – di moda) a una carriera tutta sottotraccia. Giacché stiamo parlando di uno che – sotto contratto per la Sub Pop in patria e su Rykodisc su questa sponda dell’Atlantico – temendo che la sua visibilità crescesse troppo, sottraendolo a un lavoro e una famiglia “normali”, decideva di passare alla più piccola Secretly Canadian. Se in Europa “In The Shape Of A Storm” vede la luce per la londinese e di medie dimensioni Loose, negli USA esce per la minuscola Mama Bird.

Sarà psicologia da due soldi ma, se in “The Horizon Just Laughed” si coglieva la felicità per la salute ritrovata dopo un periodo difficile, da ogni singolo brano dei dieci che sfilano in “In The Shape Of A Storm” traspare il dolore per la recente scomparsa di Richard Swift, collaboratore e amico fraterno. Sono le canzoni più scarne e tristi che ci abbia mai donato Jurado. Probabilmente quelle che meno verrà voglia di riascoltare tranne una, lo squisito bozzetto coheniano Oh Weather. Purtroppo, dura un minuto scarso.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.408, aprile 2019.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Il suono di New Orleans – In ricordo di Dr. John (20/11/1941-6/6/2019)

Ci ha lasciati ieri Malcolm John Rebennack, in arte Dr. John, e con lui un bel pezzo di storia di New Orleans. Ci restano per fortuna i suoi dischi, che sono tanti e quasi invariabilmente meravigliosi. È stato un grandissimo fino all’ultimo e qui lo celebro recuperando le recensioni di tre delle sue cose più belle dell’ultimo ventennio di una carriera lunghissima.

Duke Elegant (Parlophone, 1999)

Il primo incontro del Dottore con la musica del Duca avvenne esattamente quarant’anni prima di porre mano a questo, fra gli omaggi a Ellington usciti nel centenario della nascita il più spassoso: “Ero in un gruppo che suonava nei locali di spogliarelli e facevamo sempre brani di Duke, arrangiati rock o R&B. Mi piace ancora trasfigurarli così. So essere fedele alla lettera di Ellington, ma posso anche adattare la sua musica alla mia personalità”. E proprio questo fa il nostro uomo in un disco che, vivaddio, sottrae spartiti nati per essere suonati nei bordelli più infimi come nei teatri più prestigiosi, nei bar malfamati come nei club alla moda all’insopportabile seriosità delle accademie e del jazzofilo standard. Il peggiore nemico del jazz, con la sua voglia di rispettabilità e di malintesa cultura dimentica del fatto che il jazz nacque come musica da ballo e ha le sue origini più remote nelle danze degli schiavi nelle piazze di New Orleans, nostalgica memoria dell’Africa perduta.

Proprio di Crescent City è figlio Dr. John e si avverte chiaramente in queste dodici rivisitazioni di alcuni dei più celebri cavalli di battaglia di Ellington, da It Don’t Mean A Thing (If It Ain’t Got That Swing) a Perdido, da Satin Doll a Mood Indigo a Caravan (ma ci sono anche composizioni meno note come On The Wrong Side Of The Railroad Tracks, I’m Gonna Go Fishin’ e Flaming Sword): esecuzioni travolgenti, dense di bassi funky, piani a rotta di collo, organi grassi e sincopati, colme di una gioia di vivere che il Duca avrebbe senz’altro riconosciuto come sua.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.201, aprile 2000.

N’Awlinz Dis Dat Or D’Udda (Parlophone, 2004)

Unica grande città statunitense che non è mai stata a maggioranza protestante, dove il francese a lungo è stato più parlato dell’inglese, dove la percentuale di neri liberi prima dell’abolizione della schiavitù era considerevole e agli schiavi era consentito danzare e usare i tamburi. Filo diretto insomma, via Indie Occidentali, fra Africa e America, con il vudù presenza costante sullo sfondo: c’è da stupirsi se New Orleans è stata la culla di ogni musica afroamericana a cominciare dal jazz, che nacque nei suoi bordelli? E poi di un funk che oltre a essere quello primigenio è sempre stato unico e inconfondibile, sofisticato e terrigno insieme, urbano e campagnolo, distante dalla muscolare meccanicità di un James Brown e più vicino al gusto sincopato di un Jelly Roll Morton. Progenie inevitabile e bellissima della città più meticcia del paese meticcio per antonomasia. Ha tutto ciò come retroterra culturale Malcolm “Mac” Rebennack Jr., in arte Dr. John, sessantaquattro anni splendidamente portati il prossimo novembre e una carriera musicale lunga quasi cinquanta e che negli ultimi dieci lo ha visto rilanciarsi prepotentemente, quando da tempo lo si era ormai consegnato alle enciclopedie: un bianco per sbaglio, se mai ce n’è stato uno, e lo riconoscevano i suoi colleghi di colore quando nel 1961 lo invitavano a entrare, unico viso pallido in una compagnia tutta di neri, nella storica AFO, una cooperativa che raccoglieva tutti i principali musicisti di Crescent City. In quello stesso anno fatidico Prince Lala lo introduceva ai misteri del vudù, onore ancora più inusitato per un bianco. Non si sarebbe mai più ripreso, per fortuna.

Non è questo il primo omaggio che il Dottore organizza e dedica alla città della Louisiana e anzi si può dire che lo siano stati, direttamente o indirettamente, quasi tutti i suoi album, un paio di dozzine dal 1968 a oggi. È però uno dei meglio congegnati, il più corposo, quello più attentamente bilanciato fra standard e composizioni autografe e insomma il disco che riesce in un’impresa che nessuno avrebbe creduto possibile: sbaragliare capolavori in tutti i sensi antichi come “Gris Gris” (1968), “Gumbo” (1972), “In The Right Place” (1973). “With a little help” da un po’ di amici del posto (Cyril Neville, Dave Bartholomew, la Dirty Dozen Grass Band) oppure no (B.B. King, Willie Nelson, Randy Newman, Mavis Staples). Non faccia passare in secondo piano, la loro presenza, una scaletta sensazionale per come mischia spiritual e funk, blues e rock’n’roll, marce funebri e/o carnascialesche e tanghi, organi da chiesa e pianoforti da casino. Un album monumentale, spassosissimo, commovente.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.586, 6 luglio 2004.

Locked Down (Nonesuch, 2012)

Inclassificabile se non alla voce “New Orleans” ma usualmente taggato come “rhythm’n’blues classico”, il pianista, autore e cantante Malcolm John Rebennack – in arte Dr. John – ha settantun anni e un’abbondante paio di dozzine di album all’attivo. Vecchi di decenni i suoi conclamati capolavori – “Gris-Gris”, “Gumbo” e “In The Right Place” vedevano la luce fra il ’68 e il ’73 – neppure nel secolo nuovo si è però accontentato di essere una leggenda vivente. Praticante e pure ancora a ottimi livelli se devo giudicare, oltre che da ciò che leggo, da alcuni titoli che ho in casa, e dunque dire “Locked Down” un grande ritorno sarebbe improprio. Che nondimeno si tratti della sua prova più brillante da quei leggendari primi ‘70 in cui perfezionava un inconfondibile stile a base di funky e rock’n’roll, psichedelia ed errebì, jazz, blues e misticismo vudù pare evidente sin dal primo ascolto e sempre di più con il prolungarsi della frequentazione. E c’entrerà più di qualcosa che la produzione sia firmata da un Dan Auerbach che potrebbe divenire per Dr. John ciò che Rick Rubin fu per Johnny Cash. Rubin non reinventò l’Uomo in Nero. Gli ricordò chi era stato, lo mise nella condizione di tornare a esserlo. Suoni meravigliosamente lucidati ma levigati mai, “Locked Down” si potrebbe definire una versione in HD delle pietre miliari di cui sopra.

Disco strepitoso nel riassumere un suono e una carriera aggiungendo un qualche ineffabile di più: la battuta che è quella dell’hip hop nell’infervorarsi di gospel di Kingdom Of Izzness e nella sferzante funkadelia di Eleggua, un tocco Gnarls Barkley (ma alle prese con Tom Waits!) in Big Shot. Quando la traccia omonima è Jimi Hendrix se ce l’avesse fatta a darsi sul serio al funk, Getaway sono i Little Feat, The Band e i Grateful Dead che sfilano a una parata carnascialesca e You Lie… be’, sì, la si riascolterebbe volentieri giusto dai Black Keys. Più indimenticabile di tutto il resto è Revolution: Sun Ra, Duke Ellington e Mulatu Astatke riuniti chez Stax.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.694, maggio 2012.

3 commenti

Archiviato in archivi, coccodrilli

Less Than Zero – Gli orribili Tortoise di “Beacons Of Ancestorship”

Collaboro ad “Audio Review” dal 1996 e il mio contributo in questi ventitré abbondanti anni ammonta a diverse migliaia di recensioni. Lì si usa dare i voti. Ebbene: due sole volte mi sono spinto ad affibbiare uno zero. La seconda a un album di cui mi sono occupato per il numero attualmente in edicola. La prima era nel 2009, quando così scrivevo di un gruppo che pure ho amato molto.

La storia si ripete, le tragedie si ripresentano in forma di farsa e di degenerazioni di idee stupende sono lastricate le strade per l’inferno della musica. Dici “Sgt. Pepper’s” e non puoi non ricordare che il semino di certo progressive veniva interrato lì. Celebri “Weather Report” e sai che, navigati i mari del jazz elettrico, si sbarcherà non su una spiaggia di rena fina, calda e accogliente ma su sabbie mobili chiamate fusion. Era sembrato una bella trovata il post-rock, un non-luogo perfetto da cui ripartire dopo grunge e crossover. Riprendeva il jazz elettrico e con esso la psichedelia ma più che altro il krautrock, del progressive stava attento a citare al massimo Canterbury e legava il tutto con il dub e un’astrazione di folk, con ambient e minimalismo ma pure con l’exotica ed era un recupero che certificava un bel “sense of humour”. Tanto più benvenuto trattandosi di musica tutta di testa, cuore poco, viscere meno persino quando si corteggiava il funk. I Tortoise sono stati il più grande gruppo del post-rock. A suo tempo salutai come un capolavoro il secondo album, “Millions Now Living Will Never Die”, e tredici anni dopo resto della medesima opinione. Però se qualcuno mi dicesse che, a ben scrutinare cotanta magnificenza, si sarebbe potuto già allora vaticinare lo sfacelo odierno, gli darei ragione. Ho il sospetto di averlo sempre saputo anch’io che sarebbe finita così.

Che esaurite le idee avrebbe preso il sopravvento il “saper suonare”. Che i Can sarebbero stati sostituiti dai Soft Machine e malauguratamente non da quelli con Wyatt, che da “Bitches Brew” si sarebbe arrivati agli ultimi Return To Forever (ma magari!). Di “Beacons Of Ancestorship” non saprei dire se sia più noioso o tronfio. Gli do zero perché di meno non si può.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.302, luglio 2009. Trovate un’altra stroncatura del medesimo disco qui.

1 Commento

Archiviato in archivi

Steve Earle & The Dukes – Guy (New West)

Abbonato alla classifica country dacché ne conquistava la cima nell’86 con il tardivo esordio “Guitar Town” (bella rivincita su una Nashville che lo aveva emarginato più di quanto non provvedesse lui a emarginarsi da sé), l’eterno ribelle Steve Earle è entrato un’unica volta nei Top 20 di “Billboard”: fu dieci anni fa e con un’antologia – lui che è autore superbo – di canzoni altrui. “Townes”, dentro una quindicina di riletture da brividi di Townes Van Zandt, splendido cattivo maestro cui il nostro uomo era a tal punto legato da chiamare un figlio (a sua volta divenuto artista di vaglia) Justin Townes. C’è da credere che quel piazzamento se lo sia appuntato come una medaglia al valore, non per le vendite (figurarsi!) quanto per la soddisfazione di avere contribuito lui pure alla glorificazione, sfortunatamente post mortem, di un gigante del cantautorato USA. “Più grande di Dylan”, azzardò una volta proprio Steve Earle e se esagerava non stava esagerando troppo.

Ora: due modelli ha avuto il Nostro e l’altro era Guy Clark, uno che (parole di quell’altro grande cantastorie di Jerry Jeff Walker) scriveva “di uomini anziani e treni vetusti e ricordi come fossero film in bianco e nero”. E “se ho un rimpianto”, racconta il titolare di questo disco (che è uno che si è sposato sette volte e ha rischiato di morire, di eroina o alcool, settanta volte sette), “è di non avere mai scritto un pezzo con Guy e dire che me lo aveva chiesto lui”. Gli domanda perdono, a tre anni da quando un tumore glielo e ce lo ha strappato, rifacendone sedici dei brani più memorabili. Fedele alla lettera oltre che allo spirito quando con Townes qualche libertà se l’era presa. Sto parlando di classici come Desperados Waiting For A Train e Rita Ballou e ogni appassionato di Americana sa che non serve aggiungere altro.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.408, aprile 2019.

3 commenti

Archiviato in archivi, recensioni

He Walked With The Zombies – Roky Erickson dopo i 13th Floor Elevators

Per ricordare in un giorno triste che non di soli 13th Floor Elevators è costituito il lascito di questo uomo fragile, nonché artista immenso.

The Evil One/Don’t Slander Me/Gremlins Have Pictures (tutte ristampe Light In The Attic, 2013)

L’uomo che scrisse You’re Gonna Miss Me quando non era che un ragazzo per troppo tempo è mancato alla musica e soprattutto a se stesso ed è un dispiacere che non ci lascerà mai. Per quanto temperato dal sollievo che colui che in tutti i sensi stava ai 13th Floor Elevators come Syd Barrett ai primi Pink Floyd non solo non abbia fatto la fine del secondo ma che, oltre che a una vita sufficientemente piena e serena, sia stato restituito pure al rock dall’operoso affetto di un fratello a sua volta celebre musicista, sebbene in tutt’altro (classico) ambito. Che abbia o meno un seguito, “True Love Cast Out All Evil” (davvero!) ha rappresentato nel 2010 uno dei ritorni alla ribalta più attesi e inattesi di sempre e resta uno dei dischi più intimamente commoventi di cui chi scrive abbia memoria. Al di là di una qualità dei materiali presentati che comunque c’è, eccome se c’è.

La prima rentrée ericksoniana era una storia di esattamente trent’anni prima e lietamente la si celebrava dalle nostre parti, ignorando dapprincipio che quello che sembrava un trionfo – il riemergere da un incubotico, abbondante decennio di peripezie assortite e salute mentale al meglio traballante – celava ampie zone d’ombra. Nuovi prolungati silenzi e un florilegio di piccole e grandi e vigliacche speculazioni (al Nostro non ne veniva un centesimo) provvederanno a renderlo evidente. Ci restano i dischi e, a sapersi orientare, è tanto. A cominciare da quello che usciva, nel 1980, in Gran Bretagna come “Roky Erickson & The Aliens”, doppiato l’anno seguente dall’americano “The Evil One”, entrambi i programmi di dieci titoli cadauno con però quattro in comune e ad aggiungere confusione a confusione provvederà nell’87 un’altra esclusiva per il Regno Unito, “I Think Of Demons”, su Edsel, stessa scaletta di “& The Aliens” integrata però da due titoli da “The Evil One”. Questa nuova e probabilmente definitiva riedizione su Light In The Attic recupera tutto quanto e lo trasforma alla buon’ora nel mezzo capolavoro che sarebbe potuto essere da subito, fra riff hard, rock’n’roll e de-evoluzioni di jingle jangle, ricetta che soltanto nell’86, mantendendone intatto un sentimento come orroroso, “Don’t Slander Me” addizionava con un bel tocco di blues elettrico e del power pop. Non indispensabile come i classicissimi archetipi di psichedelia dei 13th Floor Elevators, nondimeno caldamente consigliato. È invece soltanto per cultori accaniti “Gremlins Have Pictures”, sempre ’86 in origine e raffazzonato recuperando diversi brani già noti e inediti di non trascendentale spessore. Libretti esemplari ma un’unica bonus. C’era d’altronde da attenderselo, visto che gli ’80 non lasciarono alcuna pietra non sollevata.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.185, ottobre 2013.

Roky Erickson & Okkervil River

True Love Cast Out All Evil (Anti-, 2010)

Chissà se è tuttora fra noi, probabilmente no, ma se lo fosse per mero principio, come per i pochi nazisti ancora in vita, bisognerebbe rincorrere il giudice che nel 1969 fece rinchiudere Roger Kynard Erickson in un manicomio criminale e sottoporlo a sua volta a processo. E condannarlo, per crimini contro l’umanità. Per avere derubato noi appassionati di chissà quante creazioni memorabili e quello che era allora un piccolo genio di ventidue anni di un’esistenza che avrebbe potuto essere produttiva, più o meno normale, magari pure felice. Colpa anche del nostro sfortunato eroe, d’accordo, che arrestato per uno spinello (uno!) per evitare di passare qualche anno in carcere si fingeva matto. Lo facevano diventare matto davvero, a furia di elettroshock e torazina. Ma tanto è stato scritto sul martirio di Roky Erickson. Più che sulla musica straordinaria – lì le fondamenta dell’edificio della psichedelia – congegnata giovanissimo con i 13th Floor Elevators; più che su quel paio di dozzine di canzoni comunque notevoli eternamente ritornanti in una discografia solistica che dire frammentaria è un eufemismo. Qui restano poche righe per dire di due miracoli.

Il primo è che, ormai intorno ai sessanta, da Syd Barrett texano che era Roky sia tornato, grazie all’amore e alla testardaggine di alcuni santi, all’incirca savio. Il secondo è che dopo tre lustri ci regali, con il fondamentale aiuto di Will “Okkervil River” Sheff, un album di inediti. Quanto dolore, ma anche quanta speranza, quanta dolcezza in queste dodici tracce che frullano country e jingle-jangle, garage e blues e uno schizzo di pop da camera e da cameretta. Pubblica seduta di psicanalisi che lascia scossi e sfugge alle categorie critiche che si applicano usualmente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.311, maggio 2010.

2 commenti

Archiviato in archivi, coccodrilli

Meat Puppets – Dusty Notes (Megaforce)

In alto i cuori, cultori dei Pupazzi di Carne! Torna alla base, dopo ventitré anni, lo storico batterista Derrick Bostrom e insomma si ricompone il trio originale, con i fratelli Curt e Chris Kirkwood, chitarra e voce solista e basso e cori. E sarà un caso se “Dusty Notes” risulta la cosa nettamente migliore (sebbene “Sewn Together”, del 2009, non fosse affatto male) pubblicata da allora del gruppo di Phoenix? Naturalmente no. Per quanto i Meat Puppets del 2019 siano parecchio diversi da quelli che, a un apice di popolarità dovuto alla partecipazione l’anno prima al “MTV Unplugged In New York” dei Nirvana, davano alle stampe nel 1995 “No Joke” e non soltanto perché il tempo passa per tutti. Soprattutto se nel frattempo tu passi per vicissitudini non belle, come accaduto a entrambi i Kirchwood. È un altro gruppo anzi, per cominciare, perché oggi è un quintetto. Con alla seconda chitarra Elmo, figliolo di Curt, e alle tastiere Ron Stabinski e il loro apporto, del secondo in particolare, si sente eccome.

È insieme il disco più rilassato e giocoso mai pubblicato da una band che, partita dall’hardcore punk, ma un hardcore inusitatamente più influenzato da Captain Beefheart che dai Black Flag, svoltava subito lanciando un ponte che dai Dead Kennedys giungeva ai Grateful Dead e nel prosieguo di carriera si inventava una particolarissima forma di Americana capace di inglobare persino il grunge, scena con la quale per breve tempo si trovava in casuale quanto proficua contiguità. In un album di impronta country data dall’un-due-tre iniziale Warranty/Nine Pins/On (dalla polka al valzer via bluegrass) e dalla ballata conclusiva Outflow spiccano come deviazioni, la prima felice, la seconda meno, la psichedelia barocca di Unfrozen Memory e il metal da arena Vampyr’s Winged Fantasy.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.408, aprile 2019.

2 commenti

Archiviato in archivi, recensioni

Love Their Way – Una breve storia degli Psychedelic Furs

L’abito talvolta fa il monaco e il nome pure. Per loro e nostra fortuna i fratelli Richard (voce) e Tim Butler (basso) dopo essersi baloccati con ragioni sociali improbabili – RKO, Radio; quindi un appena meno anonimo The Europeans – per il gruppo che fondavano a Londra nel 1977 con il sassofonista Duncan Kilburn, il chitarrista Roger Morris e un batterista che durava appena qualche prova, decidevano di chiamarlo Psychedelic Furs. In un colpo omaggiando una delle poche band “antiche” che la leva del punk sottraeva alla sua furia iconoclasta arrivando anzi a riconoscerne il magistero, e l’ovvio riferimento è ai Velvet Underground di Venus In Furs, e chiamando in causa un genere musicale, la psichedelia, viceversa schifato da chi in metafora incitava a uccidere gli hippie. E non era dunque paradossalmente, in quanto provocatoria, una scelta molto punk? Sigla in ogni caso di memorabilità totale e non è esagerato asserire che contribuì in misura decisiva a far notare quello che presto, con l’ingresso insieme al batterista Vince Ely di un secondo chitarrista, John Ashton, diventava un sestetto. Altra svolta cruciale per incanalarne la carriera nei giusti binari: il contratto con un’etichetta indipendente che, senza nemmeno avere i mezzi per poi promuoverlo, avrebbe preteso che il gruppo arrotondasse il proprio sound veniva sciolto prima di lasciare tracce compromettenti. Era allora la Epic a ingaggiare la band, salvo girarla – dopo un unico singolo – alla consorella CBS. Lì nessuno chiedeva ai nostri eroi di snaturarsi. Ci si limitava ad affiancare loro un produttore giovane assai (ventiquattro anni) ma dal curriculum già importante (il 7” d’esordio di Siouxsie & The Banshees, Hong Kong Garden, e la hit dei Members Sound Of The Suburbs): Steve Lillywhite.

Retro di copertina che ne cita apertamente un altro, quello del primo Velvet, l’omonimo debutto in lungo degli Psychedelic Furs si sdebita subito con Lou Reed e soci con una India che, dopo una lunga intro di stampo praticamente ambient, si porge come una Sister Ray rivisitata dai Roxy Music e sì, se non l’avete mai ascoltata è suggestiva ed eccitante come da fantastica premessa. Dopo una simile presentazione non si potrà che scendere? Sbagliato. Addirittura ancora si sale, con una Sister Europe che di nuovo e di più echeggia (al di là di un sax che in un simile contesto non può non richiamare alla memoria Andy Mackay) i Roxy, e si resta quindi in quota con un’ipnotica Imitation Of Christ, la strepitante Fall, una tiratissima Pulse dove fanno capolino i Sex Pistols di Pretty Vacant. Cambi lato e in We Love You sono i P.I.L. ad affacciarsi, attacco stentoreo per una cavalcata che non concederà requie, sino al congedo irruento e malevolo di Flowers. Registrato nel 1979 e molto in sintonia con il mood di un anno che vedeva i Joy Division dare alle stampe “Unknown Pleasures” e i sunnominati Public Image Ltd il “Metal Box”, uscito nel marzo 1980, resta un esordio sfolgorante e, se le Pellicce Psichedeliche lì si fossero fermate, già sarebbe bastato a iscriverle al club dei Culti. Andavano avanti ed è a ragione di ciò che qui le si celebra, prendendo a scusa la fresca (fine luglio) ripubblicazione su Legacy della loro intera discografia a 33 giri, sette lavori riproposti in stampe da 180 grammi con grafiche fedeli a quelle d’epoca. Le britanniche, va da sé, visto che per chissà quale ragione e come non si vedeva dagli anni ’60 la Columbia a suo tempo pubblicò i primi tre per il mercato USA con scalette rimescolate e il primo e il terzo anche con copertine diverse. Oltre Atlantico puntavano forte sul gruppo. Verranno (abbastanza) premiati a partire dal successo a 45 giri dell’auto-remake di Pretty In Pink, tema conduttore nel 1986 di un’omonima commediola romantica.

La Pretty In Pink originale, più energica e grezza, illumina di immenso con il suo riff invincibile la prima facciata di “Talk Talk Talk”, LP numero due per gli Psychedelic Furs, regia sempre di Lillywhite e uscito nel giugno ’81. Meno oscuro del debutto ma parimenti graffiante (un apice in una Mr. Jones in cui le elettriche esibiscono devozione per Link Wray), guerriero (l’ossessiva Into You Like A Train), visionario (una mesmerica Dumb Waiters, collocata in apertura). Quantomeno fino alle ultime due delle dieci canzoni in scaletta, visto che da All Of This & Nothing balenano le prime chitarre acustiche e un’orecchiabilità non più in forma di innodia e, per la suadente She Is Mine, si può, per un’altra prima volta, parlare senza remore di pop. Annuncio della svolta che nel settembre 1982 provvedeva “Forever Now” a completare, trasformando la prima grave crisi nella storia del complesso, causata dalle defezioni di Morris e soprattutto di Kilburn, in un trionfo artistico prima che commerciale. Merito, oltre che di una scrittura felice, della sintonia subito trovata con il nuovo produttore, l’americano Todd Rundgren: bravissimo ad aggiungere elementi – le sue tastiere, un violoncello, una piccola sezione fiati, i per lui immancabili Flo & Eddie ai cori – al sound del gruppo senza però snaturarlo. Tre brani capolavoro nel contesto di un disco che merita nell’assieme di essere detto un classico: l’incalzante President Gas; una Love My Way che evoca nel contempo i Japan e Bowie; e, a proposito di quest’ultimo, una title track che è la Heroes degli Psychedelic Furs. Da lì in poi sarà discesa ma partendo, nell’agosto ’84, ancora da piuttosto in alto, da un “Mirror Moves” invecchiato male a livello di suoni (è l’album techno-pop, zeppo com’è di sintetizzatori e batterie elettroniche) ma con dentro alcune delle loro canzoni più memorabili: la carezzevole The Ghost In You, una Heaven di suadente epicità, la danzerina Heartbeat. Porterà male il successo in differita di Pretty In Pink, caricando di aspettative tutte tradite “Midnight To Midnight” (1987), un disco al quale lo stesso Richard Butler farà l’ultimo prezzo dicendolo “vuoto, insulso e debole”. Non così scadenti ma un’aggiunta pletorica a una vicenda fino a un certo punto inattaccabile “Book Of Days” (1989) e “World Outside” (1991).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.401, settembre 2018.

Lascia un commento

Archiviato in archivi