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Neneh Cherry – Broken Politics (Smalltown Supersound)

“Di già?”, viene quasi da dire essendo “solo” quattro gli anni che separano “Broken Politics” da “Blank Project”, laddove quello era la prima uscita da solista della figliastra di Don Cherry dal 1996, cioè da “Man”: ossia il disco con dentro il duetto con Youssou N’Dour 7 Seconds, che è una delle due canzoni di Neneh, essendo l’altra la al pari irresistibile “Buffalo Stance”, che conoscono anche quelli che non hanno idea di chi sia chi le canta. Di già, sì, e non si può che esserne felici, benché gli apici stellari di quel lavoro non vengano qui eguagliati. Nondimeno avvicinarli è già tanta roba e che peccato che un’etichetta adusa a muoversi in territori di sperimentazione non abbia colto il potenziale di un brano come Kong: cofirmato da Robert Del Naja dei Massive Attack gioca fra downtempo e dub con l’incisività di una Karmacoma per questi anni ’10. Poteva essere, e quasi certamente non sarà (se formalmente è il singolo che ha anticipato l’album è disponibile come tale soltanto su iTunes), la terza canzone di Neneh Cherry a conquistare le masse dopo i lontani antecedenti world-pop.

Pazienza. A lei probabilmente non importa (sarebbe se no rimasta alla Virgin, dove le farebbero ponti d’oro se decidesse di tornare) e perché dovremmo crucciarcene noi? Lieti di far girare un disco più soffuso del ruvido predecessore nonostante il regista – Kieran Hebden, in arte Four Tet – sia lo stesso. Se da quell’altro album potrebbero comunque giungere una Fallen Leaves dalle sincopi spezzate, l’ansiogena a orologeria Deep Vein Thrombosis, la marziale Faster Than The Truth, alla lunga si insinuano più in profondità una rarefatta Synchronised Devotion, il soul-jazz (con tanto di campionamento di Ornette) Natural Skin Deep, il torpido trip di Black Monday.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.404, dicembre 2018.

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La American music di John “fu Cougar” Mellencamp

Nella prima settimana dello scorso mese di dicembre John Mellencamp ha mandato nei negozi quello che Wikipedia conteggia come il suo ventiquattresimo album in studio, “Other People’s Stuff”. Trattandosi di raccolta, oltre che di cover, di materiali in gran parte già editi, a me pare che più correttamente andrebbe contato fra le antologie, ma tant’è. Quando stava per uscire il ventunesimo, “No Better Than This”, ed era anche stato pubblicato da poco il quadruplo “alla carriera” “On The Rural Route 7609”, scrivevo questo articolo per “Il Mucchio”, e per la precisione per Classic Rock, la sua sezione dedicata a brevi monografie di argomento storico e ristampe.

Fa un po’ strano scrivere di un disco in base alle informazioni che se ne hanno ma senza avere ascoltato una nota e sapendo che chi leggerà avrà viceversa avuto agio, essendo l’uscita annunciata per il 17 agosto, di esplorarlo a fondo. Non bastasse: in questa parte di giornale è alle ristampe, o comunque al recupero di archivi come norma vecchi almeno un decennio, che ci si dedica. E tuttavia spendere qualche riga per “No Better Than This” è talmente funzionale (a partire da un titolo fantasticamente arrogante: sotto certi aspetti il nostro eroe per fortuna non cambia mai) a un discorso d’assieme sull’uomo e il musicista Mellencamp che esimersene non si può. Si sa (conferma di un felice e collaudato sodalizio) che è stato prodotto da T Bone Burnett e nel contempo che “produzione” è una parola grossa per un lavoro registrato con un Ampex portatile del 1955, usando un solo microfono, in diretta e in mono e si badi bene che è un disco con la band. Inciso in una sorta di tour di una serie di luoghi americani mitologici: la prima chiesa battista per gente di colore in Georgia, gli studi della Sun a Memphis, la stanza di albergo a San Antonio, Texas, in cui Robert Johnson eternò Sweet Home Chicago. Populista come lui stesso si definisce ma dando al termine un’accezione di sinistra (e per gli standard statunitensi è uno di estrema sinistra), John Mellencamp con questo suo nuovo album rivendica una volta di più l’essere parte di quella tradizione working class che da Woody Guthrie e Pete Seeger arriva a Bruce Springsteen e Steve Earle passando per i Creedence Clearwater Revival, ma facendo sempre salvo l’apporto di Leadbelly come della Carter Family. “Non sono soltanto quello delle canzoni che ascoltate spesso alla radio”, sottolinea con orgoglio, e stiamo parlando di uno che in trent’anni ha piazzato una trentina di titoli nei Top 100 di “Billboard”, un buon terzo dei quali assurto al rango di evergreen. Come potete leggere qui a fianco, è la medesima tesi alla base di “On The Rural Route 7609”, che per quanto materiale contiene di anni recenti esce in parte pur’esso dai paletti all’interno dei quali agisce usualmente Classic Rock. Risolutamente attuale ma radicato nella storia, il nostro uomo si muove su linee temporali che sono sue proprie senza da lungi permettere a nessuno di dettargli scansioni e strategie: non lo convinceranno, se non sarà lui in primis a persuadersi della necessità di una discesa in campo, a candidarsi a senatore per l’Indiana come molti dalle sue parti vorrebbero. Attenda magari dieci anni ancora, si può sommessamente auspicare. Quanto serve per regalarci altri due o tre dischi di vaglia e qualche nuovo classico di American music (per pochi come per costui vale la vecchia etichetta dei Blasters); magari per completare il peculiarissimo musical, Ghost Brothers Of Darkland County, cui sin dal 2000 lavora a quattro mani con Stephen King, niente di meno.

Precoce nella vita (padre per la prima volta a diciannove anni e due mesi), John Mellencamp ebbe come artista una gestazione lenta. “I miei primi cinque LP sono terribili”, ha recentemente ribadito nelle conversazioni dalle quali il critico Anthony De Curtis ha tratto diversi spunti per le note che accompagnano il box summenzionato. “Prendi un Elvis Costello. Ascolti il suo esordio ed è fantastico, in tutta evidenza il prodotto di uno nato con il dono della scrittura. Io non ho avuto una simile fortuna. I miei primi dischi non solo non erano fantastici, non erano nemmeno semplicemente buoni.” Bisogna dirlo: dargli torto non si può. Registrato nel 1975 ma pubblicato solamente nell’autunno dell’anno dopo, “Chestnut Street Incident” è un album che non sa che fare, se restare fedele alle radici New York Dolls del giovanotto o giocarsi la carta del “nuovo Springsteen” (l’iniziale American Dream è imbarazzante per quanto fa il verso al Boss), fra “originali” scipiti e una scelta di cover schizofrenica, da Roy Orbison ai Doors passando per Elvis e i Lovin’ Spoonful. Invece dell’identità anagrafica dell’artefice in copertina campeggia, come da volontà di Tony DeFries (già manager di Bowie nel periodo Ziggy Stardust), uno pseudonimo discretamente ridicolo: Johnny Cougar. Il 33 giri qualcosina vende, però non abbastanza da evitare il licenziamento da parte di una MCA che, dopo avere accantonato un secondo LP già pronto, “The Kid Inside”, una collezione di glam fuori tempo massimo, vigliaccamente lo tirerà fuori dai cassetti nell’83 per lucrare sul successo arrivato. Non a premiare “A Biography” (1978), primo album di sei per la piccola Riva che lo pubblicava solo in Gran Bretagna e Australia. Un assaggino di gloria lo regalava “John Cougar” (si noti l’abolizione del diminutivo; 1979), con il muscolare 45 giri I Need A Lover ad arrampicarsi nelle graduatorie di “Billboard” fino al numero 28. “Nothin’ Matters And What If It Did” (1980) di singoli nei Top 40 ne spedirà due e sarà di platino. Alla fine una stella era nata. Un artista vero non ancora, essendo sostanzialmente i lavori citati fin qui delle copie del primo, sebbene senza più cover, con una scrittura in lenta crescita e l’elemento glam gradualmente emarginato a favore di un rock’n’roll sempre energico ma via via più tipicamente a stelle e strisce.

L’artista John Mellencamp si può dire venga concepito in “American Fool”, uno degli album più venduti del 1982 (quintuplo platino negli USA), e che veda la luce l’anno dopo con “Uh-Huh”. Anche per l’anagrafe: primo suo disco a venire attribuito a John Cougar Mellencamp, primo a schierare nella formazione classica – Larry Crane e Mike Wanchic alle chitarre, John Cascella alle tastiere, Toby Myers al basso e Kenny Aronoff alla batteria – una band di supporto che sarà a lungo la più gioiosa macchina da guerra in azione sui palcoscenici del rock (degna della E Street, degna degli Heartbreakers). Come a volere recuperare in fretta gli anni non perduti e però incerti, usati male, l’ultimo lavoro per la Riva – “Scarecrow” (1985) – e i primi due per la Mercury – “The Lonesome Jubilee” (1987) e “Big Daddy” (1989) – saranno testimoni, coniugando qualità e popolarità (nove milioni complessivi di copie venduti nei soli Stati Uniti), di una maturità sbocciata all’improvviso. Emerge lì il Mellencamp (da “Whenever We Wanted”, del ’91, il detestato alias verrà definitivamente pensionato) che da queste parti tanto amiamo: quello capace di fare rock’n’roll con i violini e le fisarmoniche e country e folk con le chitarre elettriche, di cantare Son House o Van Morrison come di pasticciare con l’elettronica (“Mr. Happy Go Lucky”, 1996) restando costantemente inconfondibile. Un Woody Guthrie fissato con i Rolling Stones. Un John Fogerty che ancora corre nella giungla chiedendosi chi la fermerà la pioggia.

On The Rural Route 7609

Strano ma vero 1: benché possa contare da oltre un quarto di secolo su una delle migliori live band in circolazione, John Mellencamp ha pubblicato a oggi soltanto un disco dal vivo e oltretutto particolare, quel “Life, Death, Live And Freedom” che lo scorso anno recuperava, in versioni mediamente più turgide, poco più di metà scaletta del quasi omonimo “Life, Death, Love And Freedom” del 2008. Strano ma vero 2: incredibilmente per uno dalla carriera così lunga e dal catalogo (da un certo punto in avanti) tanto solido, non c’era a oggi il classico box retrospettivo sull’artista di Seymour, Indiana. Non ne facevano le veci alcune raccolte di successi, la migliore delle quali è la doppia “Words & Music” del 2004, due CD e dentro i trentacinque articoli che si sono conquistati sul campo delle classifiche la qualifica di più popolari del catalogo. Lì una parte consistente del Mellencamp che essendo appassionati di rock, e più in generale di musica americana, non ci si può esimere dal conoscere, ma non tutto. A completare il quadro per chi volesse recuperare l’indispensabile senza rivolgersi agli album provvede ora “On The Rural Route 7609”. Ma la sapete una cosa? In un certo qual senso si può dire che il tipico box retrospettivo del Nostro continui a non esserci e non soltanto letteralmente, trattandosi non di un cofanetto bensì di uno stupendo libro da coffee table con i quattro CD infilati in terzultima e penultima di copertina.

Fatto è che trattasi di una raccolta “alla carriera” di concezione nuova, dove i pezzi più celebri vengono in larga parte ignorati e l’artista recupera invece brani meno considerati, quando non inediti, e con essi disegna un autoritratto insieme complementare e alternativo a quello familiare al grande pubblico. Ciascuno dei dischetti progettato come album a sé (con in sequenza canzoni a volte cronologicamente assai distanti; conta il mood), “On The Rural Route 7609” è felicemente incompleto anche in un altro senso: nel suo privilegiare – come da titolo – il Mellencamp campagnolo all’autore di rock metropolitani. Memento fra le righe che fu quest’uomo a inventarsi, nel 1985, “Farm Aid”.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.674, settembre 2010.

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Graham Parker – Cloud Symbols (100%)

Dice bene il recensore di “Pop Matters”: ventiquattro album in studio (ne conta evidentemente uno di outtake) e Graham Parker ancora canta la stessa canzone (che poi sarebbero almeno le stesse tre o quattro, ma non sottilizziamo). E nondimeno, come un buon whiskey, conserva il suo carattere e merita sempre tornare a sorseggiarlo. Ventiquattro album e non butteresti il più modesto, ma che peccato che solo sette lo abbiano visto affiancato ai/dai Rumour: per costui come la E Street Band per Springsteen, gli Heartbreakers per Tom Petty, gli Attractions per Elvis Costello. Come si sono incaricati di ricordarci nel 2012 e nel 2015 il sesto e il settimo, “Three Chords Good” e “Mystery Glue”, di una serie che piazzava di seguito i primi cinque titoli fra il ’76 e l’80: classici totali di un sound subito accolto dalla critica come una boccata d’aria fresca e altrettanto immediatamente reso obsoleto – apparentemente – dal punk. In realtà senza tempo, mischione di errebì bianco all’anfetamina, ballate soul e rock’n’roll, una spolverata di country, una di reggae. Ma non chiamatelo pub rock, ché Parker non sarà più l’“angry young man” di una volta ma ha sempre detestato l’etichetta e capace che ancora oggi vi piglia a male parole.

La cattiva notizia è che, tranne Martin Belmont, i Rumour qui non ci sono. Una prima buona nuova è che in compenso in sei brani su undici è presente, dopo una vita, la loro sezione fiati. La seconda è che l’assenza si nota meno che altre volte. Merito di una scrittura felice e un suono compatto benché i livelli di energia (fanno eccezione Brushes e Nothin’ From You) siano ben al di sotto delle ultime uscite. Apici da antologia: una Ancient Past che sa di vaudeville, una Dreamin’ felpata con swing, una Love Comes sull’orlo del confidenziale.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.404, dicembre 2018.

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I migliori album del 2018(3): Dirtmusic – Bu Bir Ruya (Glitterbeat)

All’inizio i Dirtmusic erano un trio formato dagli americani Chris Brokaw e Chris Eckman (dei Walkabouts) e dall’australiano Hugo Race (uno condannato a vita a essere etichettato ex-Bad Seeds, quando vanta una discografia da solista folta e rimarchevole) per suonare in acustico un blues gotico infiltrato di country, o viceversa, recitandoci sopra più che cantandoci. Solo che nel 2008 si ritrovavano al “Festival au Désert”, a Timbuktu, a suonare in jam con i Tamikrest e immediata era la metamorfosi di un sound che si elettrificava, diventando maelstrom spiccatamente psichedelico e insomma la world music più accesamente e visionariamente rock in circolazione. Se ne faceva primo manifesto, nel 2010, il secondo disco dei Nostri, “BKO”, registrato in Mali e con in scaletta fra il resto una stratosferica cover di All Tomorrow’s Parties dei Velvet Underground. Per niente fuori posto. Otto anni e tre album dopo, né Brokaw né i Tamikrest sono più della partita e ci si sposta svariate migliaia di chilometri a ovest, a Istanbul. Non cambia l’eccitazione travolgente trasmessa anche da queste nuove sette tracce, analoghe le suggestioni.

A dar manforte a Eckman e Race sono stavolta i turchi Murat Ertel, leader degli ultralisergici Baba Zula e maestro di chitarra saracena, e Ümit Adakale, percussionista. È a oggi il disco forse più denso e intenso dei Dirtmusic, inquietante in brani come The Border Crossing, scuro funk post-punk con echi persino del Pop Group, una stralunata Outrage, una stridula traccia omonima addirittura in area illbient. Per viaggi un filo meno stressanti in altre dimensioni rivolgersi a una tambureggiante Go The Distance, infiltrata di surf e rock-blues, e all’incantata (la voce è della grandissima Gaye Su Akyol) Love Is A Foreign Country.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.396, febbraio 2018.

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I migliori album del 2018 (4): Spain – Mandala Brush (Glitterhouse)

Per quanto io sia parecchio affezionato agli Spain, confesso di avere sbuffato quando nell’elenco delle recensioni assegnatemi per questo numero ha fatto capolino “Mandala Brush”, disco che certamente avrei ascoltato comunque ma di cui francamente non avevo granché voglia di scrivere. Perché, insomma, che noia doversi occupare sempre degli stessi nomi, un’uscita via l’altra, e tanto di più quando l’artista o il gruppo in questione ha trovato una sua strada, definendo un canone sin dalle prime opere e quindi a quello attenendosi, al massimo con aggiustamenti marginali. Diciamolo: a oggi l’album indispensabile degli Spain era quel “The Blue Moods Of” con cui esordivano nel ’95 declinando un peculiare slowcore intriso di jazz in forma di canzone. Se i due lavori successivi svoltavano verso una sorta di folk-rock “da camera”, il gruppo di Josh Haden (figlio di artista e che artista, il compositore e contrabbassista Charlie Haden) trovava poi una sintesi cui restava fedele. Da lungi non inventavano nulla gli Spain. E che poteva inventarsi il critico chiamato immancabilmente a scriverne?

Ebbene: non avrebbe potuto sbalordirmi di più, “Mandala Brush”, album “vero” numero sette per la compagine di Los Angeles e questo sin da un’inaugurale Maya In The Summer con ritmica marziale, chitarre acustiche flamencate, elettriche toste e sinuose e marcate suggestioni Love a permearla. Perfetta introduzione a un capolavoro di psichedelia senza tempo con uno zenit da togliere il respiro nei quindici minuti di una God Is Love fra Popol Vuh e Third Ear Band e a ricordare gli Spain che furono giusto una You Bring Me Up che parte romantica e si impenna errebì e, qui e là, qualche schizzo di jazz. Il loro disco più atipico finisce per diventare il più bello, come minimo alla pari con il lontano debutto.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.404, dicembre 2018.

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I migliori album del 2018 (5): Leon Bridges – Good Thing (Columbia)

Suono che vince si cambia? Tre anni fa “Coming Home”, esordio direttamente su major di questo allora ventiseienne texano, si piazzava alto nelle classifiche di mezzo mondo, ottavo in Gran Bretagna, sesto negli USA (dove era pure candidato ai Grammy, categoria “Best R&B Album”). Nulla da ridire: era una bellissima storia di riscatto per un giovanotto che, prima di scatenare un’asta fra case discografiche giusto postando due demo su Soundcloud, per guadagnarsi da vivere lavava piatti (qualche mese dopo si ritroverà a cantare per Barack Obama). Era anche un bell’album, ma più per la voce, le atmosfere, gli arrangiamenti che a livello di scrittura. In ogni caso, troppo appiattito su un suono revivalista fino al calligrafico, dritto da un luogo e un’epoca precisi: il Sud degli Stati Uniti, pieni anni ’60, in un momento compreso fra due uscite di scena diversamente ma al pari intempestive, quella di Sam Cooke, quella di Otis Redding. Vintage la strumentazione come le macchine usate per registrare, ma vintage persino l’abbigliamento del nostro uomo e, insomma, si rischiava la macchietta.  E allora sì, suono che vince si può cambiare ed è stata un’ottima idea. Pure commercialmente, visto che “Good Thing” ha già sorpassato il predecessore, debuttando al numero 3 nella graduatoria di “Billboard”, sessantamila copie vendute in una settimana e oggi come oggi è tanta roba.

Ma al lettore importerà di più che è artisticamente che surclassa “Coming Home”, restando a suo modo classico ma posizionandosi fra gli anni ’70 di Al Green e gli ’80/’90 di Prince, sfiorando la contemporaneità di D’Angelo o di un Pharrell Williams. Per farsene conquistare non dovrà andare più avanti della seconda traccia: Bad Bad News, favoloso funk con un grandioso inserto di chitarra jazz.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.400, luglio/agosto 2018.

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Led Zeppelin – Volo magico numero Uno

Corre a ritmi impossibili la storia dei primi giorni dei non ancora Led Zeppelin, bensì New Yardbirds, e a momenti si fatica a starle dietro, a crederci. Definita la formazione a fine agosto, a metà settembre sono in tour in Scandinavia, siccome tocca onorare impegni presi dal manager prima che il gruppo precedente si sciogliesse. Nel frattempo è stato scelto il nome nuovo, recuperando la vecchia idea di Keith Moon. Piace il contrasto, analogo a quello che c’è nella ragione sociale di un complesso che va per la maggiore quali gli Iron Butterfly, fra la pesantezza dell’aggettivo anteposto al sostantivo, “lead”, piombo, e la leggerezza dell’idrogeno che, riempiendoli, consentiva ai vecchi aerostati di sollevarsi dal suolo. E naturalmente, vista la musica che si vuole proporre, piace pure la connotazione bellicosa di una sigla ancora capace di destare un’eco di terrore nella mente dei londinesi più anziani, quelli in grado di ricordare i bombardamenti subiti dalla città, proprio a opera dei dirigibili ideati dal conte Zeppelin, durante il primo conflitto mondiale. C’è però una variazione, con “lead” contratto in “led” per timore che gli americani lo pronuncino come “leed”. Ma ancora a ottobre, in tre esibizioni inglesi, bisogna presentarsi come Yardbirds, mentre senza nemmeno avere un contratto discografico già si sta procedendo a registrare un album. Basteranno trenta furiose ore divise nell’arco di nove giorni, con un conto finale ammontante a un’inezia persino per allora, 1782 sterline, compresi gli onorari di Glyn Johns, ingegnere del suono ai comandi di Jimmy Page, e del tablista Viram Jasani, ospite in un brano. Inclusi gli impianti per una copertina iconica come poche, con l’immagine dell’Hindenburg che brucia ponendo fine per sempre all’era del volo su mezzi più leggeri dell’aria.

Quanto a “Led Zeppelin” la apre un’era, Giano Bifronte che guarda a passato e futuro senza apparire per un secondo schizofrenico. C’è del blues, molto blues. C’è più folk di quanto non sembrò all’epoca e avrebbe stupito meno, ad accorgersene, l’apparente svolta di “III”. E ci sono un prezioso lascito degli ultimi Yardbirds, Dazed And Confused, in origine una lunga improvvisazione psichedelica delegata a chiudere i concerti sin dal dicembre 1967, e un prelievo riveduto e corretto, How Many More Times, da quell’effimera Band Of Joy in cui avevano militato sia Plant che Bonham. Suggellano i due lati e saranno i pezzi forti del primo repertorio live. Fosca parabola di viaggio lisergico andato male presa – diciamo così – in prestito da Jake Holmes, misconosciuto cantautore americano che non verrà mai accreditato (va detto che la rielaborazione è tanto profonda che rimane sì e no lo spunto), con la sua melodia cantilenante e il passo strascicato Dazed And Confused è il tour de force del disco. Nulla tuttavia rispetto a cosa diventerà negli anni, ampliandosi dai 6’27” della versione in studio a mezz’ora e ospitando (sarà così anche per Whole Lotta Love) di tutto al suo interno, da altri brani degli Zeppelin ad assortiti omaggi, alle celeberrime improvvisazioni di Page con la chitarra suonata con l’archetto: trovata che oggi appare ingenua ma allora fece scalpore. Parata di stereotipi blues ricalcata su quella The Hunter di Albert King riletta sempre nel 1968 anche dai Free di “Tons Of Sobs” (che però correttamente ne indicarono gli autori), How Many More Times durerà meno nelle scalette ma resterà molto amata dai fan più grezzi, per la primitiva veemenza, e dai più avvertiti per una doppia citazione, un assolo di peso dal cavallo di battaglia degli Yardbirds Shapes Of Things e un accenno a un bolero che non si saprebbe dire se affettuoso saluto a Jeff Beck o presa per i fondelli dello stesso. Chiusure memorabili per facciate senza riempitivi ove ogni episodio è un classico e l’assieme contiene in nuce praticamente tutto ciò che i Nostri appronteranno nell’abbondante decennio a venire. È un continuo gioco di cambi di passo e atmosfera. Dalla deflagrazione rock’n’roll a innesco lento di Good Times Bad Times si passa alla radicale rivisitazione elettroacustica di un traditional come Babe I’m Gonna Leave You, con Plant che offre la prima grande prestazione lanciandosi verso empirei soul frequentati soltanto da Van Morrison fra i contemporanei bianchi, e da quella a You Shook Me, un Willie Dixon (via Muddy Waters) in tempo medio rifatto pure da Jeff Beck, mesi prima, in “Truth”. Eterno amico/rivale di Page, Beck se ne adombrerà assai e c’è da presumere non per essere stato “copiato” ma perché la versione Zeppelin è superiore alla – benché ottima – sua. Sapori arcani caratterizzano i due brani che conducono, sull’altro lato, al possente proto-punk di Communication Breakdown dal quale, per tramite di un altro ma più calligrafico Willie Dixon, I Can’t Quit You Baby, si approda al succitato gran finale: intro chiesastica di organo per Your Time Is Gonna Come, che si mantiene poi solenne e melanconica; un tambureggiare di tabla (Jasani) nella troppo breve Black Mountain Side, accenno di raga in cui Page, facendo suonare la chitarra come un sitar, omaggia o deruba a seconda dei punti di vista Davey Graham e soprattutto Bert Jansch. Si ascolti a tal riguardo Blackwaterside (!) sul favoloso “Jack Orion”, che è del 1966.

Dibattito senza fine quello sulle tante… appropriazioni indebite della banda Page nei primi anni di vita, ma non fece lo stesso un tal Bob Dylan? Di questo vive la musica popolare e chi se ne scandalizza è perché ne ignora le dinamiche. I Led Zeppelin furono anche più creativi nel loro rubacchiare a destra e a manca e nessuno avrebbe dovuto offendersene, se non i derubati e forse neppure loro. Ladri? Geniali. Più di qualunque altra loro/non loro canzone illustrerà il punto Whole Lotta Love, ma non corriamo più di quanto fecero i novelli Fab Four nella svelta cavalcata verso la gloria.

Dicevo prima di un LP inciso senza un preventivo accordo con un’etichetta, circostanza mai sentita per l’epoca. Ben più inaudito era però ciò che Peter Grant riusciva a combinare dopo. Contattato telefonicamente da Jerry Wexler, al quale i Led Zeppelin erano stati consigliati (sponsor invero improbabile) nientemeno che dalla cantante soul-pop Dusty Springfield, il manager replicava agli approcci del navigato discografico con uno sfrontato “Non conosci il mio prezzo”. Dopo di che volava a New York e, con il decisivo contributo del suo avvocato americano, Steve Weiss, imponeva condizioni pazzesche: in cambio dell’esclusiva mondiale sul complesso, la Atlantic rinunciava alle edizioni musicali e concedeva un anticipo di duecentomila dollari e la più alta percentuale sulle vendite mai accordata a chiunque, cinque volte – si verrà a sapere molto dopo – quella dei Beatles. Si faccia il raffronto, per valutare adeguatamente l’abilità mercantile di Grant, fra un gruppo dominatore da un lustro delle classifiche di ogni dove e uno appena formato e con dentro due sconosciuti campagnoli, un turnista di grande reputazione ma noto solamente agli addetti ai lavori e un reduce dal naufragio di una band che i suoi momenti di gloria vera li aveva avuti prima che lui salisse a bordo. Mica finita qui. Una clausola riconosceva agli Zeppelin il totale controllo sui loro prodotti, copertine e scelta dei singoli incluse. Un’altra stabiliva che sarebbero stati l’unico gruppo rock a fregiarsi del marchio Atlantic, con gli altri dirottati sulla sussidiaria Atco. Ma non vi ho ancora detto la cosa più sbalorditiva: Wexler firmava senza avere ascoltato una nota suonata dal complesso. Soltanto a trattativa conclusa, difatti, Page raggiungeva Grant con i master. Eppure la Atlantic non avrà a pentirsi di avere ceduto tanto.

Tratto da Più grandi dei Beatles – Ascesa a caduta dei Led Zeppelin. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.17, primavera 2005. Quanto a “Led Zeppelin” vedeva la luce il 12 gennaio 1969, esattamente cinquant’anni fa a oggi.

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