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I migliori album del 2021 (13): The Felice Brothers – From Dreams To Dust (Yep Roc)

Naturalmente ogni nuovo album di chiunque è, a dar retta al comunicato stampa, il suo più riuscito. Va da sé che qualche rara volta lo sia. Accade con quello che per i Felice Brothers (Ian e James dacché Simone optò per una carriera da solista) è ufficialmente l’ottavo in studio. Ci fu un tempo in cui la band newyorkese fu acclamata erede della Band con la B maiuscola, quella canadese che fece la Storia del rock, e forse chi lo fece esagerava, ma solo un po’. Ci fu un momento, quando nel 2011 “Celebration, Florida”, scalò la classifica di “Billboard” fino al numero 5, migliorando di quindici posizioni il già sorprendente piazzamento del precedente “Yonder Is The Clock”, in cui sembrò che i ragazzi fossero destinati allo stardom. Solo che con quel disco così fuori dalle precedenti e successive traiettorie, con le sue scansioni hip hop, le contaminazioni elettroniche, l’uso di suoni “trovati”, ci si giocò parte del pubblico vecchio senza conquistarne stabilmente uno nuovo. Nessuno dei successori è entrato nei Top 200 USA, quasi tutti avrebbero meritato critiche e riscontri di pubblico migliori. Tant’è…

Con “From Dreams To Dust”, che minimo battaglia con il sunnominato “Yonder Is The Clock” per il titolo di capolavoro del gruppo, tocca risfoderare i superlativi. Proclamare l’iniziale Jazz On The Autobahn – declamatoria su ritmica squadrata, con un ritornello invincibile, un piano che parimenti non si dimentica e squisiti intarsi di tromba – la canzone più memorabile di sempre dei Nostri. Constatare che nessuna delle undici che le vanno dietro, svariando fra folk (Inferno, Silverfish), folk-rock (To-Do List, Celebrity X), blues (Valium) e (art-)pop (Money Talks, Be At Rest) e concedendosi spesso e volentieri rarefazioni ambient, è men che splendida. Ah… Al netto di qualche inflessione dylaniana (evidente più che altrove nella quieta epopea di liturgico afflato della conclusiva We Shall Live Again) The Band è oggi lontanissima.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.436, novembre 2021. Integrato.

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I migliori album del 2021 (14): The Weather Station – Ignorance (Fat Possum)

Più che un gruppo (per le sue fila sono passati diversi musicisti e solo per un breve periodo la formazione si è mantenuta stabile) Weather Station è lo pseudonimo dietro cui si cela la canadese Tamara Lindeman, oggi trentaseienne e al tempo dei suoi vent’anni indecisa fra settima arte e sette note. Avrete inteso cosa sceglieva alla fine, benché nel frattempo cinema e TV (che non ha comunque abbandonato del tutto) le avessero già regalato belle soddisfazioni, con ruoli importanti e più di un premio. Per certo una che non soffre di paura del palcoscenico si approcciava alla ribalta musicale frequentando la vivace scena folk di Toronto. Esordio in lungo datato 2009, lo scarno “The Line” ne evidenzia le doti, oltre che di autrice e cantante, di chitarrista e banjoista. Per il successivo “All Of It Was Mine”, del 2011, c’era chi tirava in ballo come altisonanti numi tutelari Doc Watson e Bert Jansch, mentre nel 2015 con “Loyalty” il folk si faceva a tratti folk-rock e non solo per la provenienza geografica dell’artefice venivano azzardati paragoni con Joni Mitchell. Non a caso omonimo, nel 2017 “The Weather Station” espandeva assai la paletta sonica, con ritmiche schiettamente rock e arrangiamenti d’archi.

Compie ulteriori e decisi passi avanti in tal senso “Ignorance”, come evidenziano subito la battuta hip hop e le coloriture jazz di Robber. Opera solida quanto variegata, svelta a catturare ma capace di svelare a ogni ascolto dettagli sfuggiti al precedente. Un poker d’assi calato all’esatto centro del programma con una Parking Lot mediana fra Joni Mitchell e i Fleetwood Mac, una Loss sottratta con destrezza a Kate Bush, un singolo perfetto quale Separated e una Wear di afflato Young Marble Giants prima di – elegantemente – raddensarsi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.429, marzo 2021.

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I migliori album del 2021 (15): James McMurtry – The Horses And The Hounds (New West)

Il decimo lavoro in studio del texano James McMurtry (produzione parca; l’esordio data 1989) è il primo a uscire dopo la morte di quell’altro McMurtry lì, quello famoso, romanziere, saggista e autore per cinema e TV, vincitore di un Pulitzer, un Oscar per la sceneggiatura di Brokeback Mountain e tredici per film ispirati da sue opere: Larry, insomma, papà di James e colui che gli regalava la prima chitarra, scomparso ottantaquattrenne lo scorso 25 marzo. Vano sarebbe però cercare in esso accenni al luttuoso evento, per due ragioni: una è che il disco è stato inciso prima e la pubblicazione posposta per la difficoltà a promuoverlo, causa pandemia; e l’altra è che James ha sempre rigettato l’autobiografismo. “Proprio come mio padre, scrivo fiction. Lui lo faceva in prosa, io in versi”. Da subito accompagnati da spartiti all’altezza, tanto che per la regia del debutto “Too Long In The Wasteland”, acclamato (ritenuto epocale, persino) più dalle nostre parti che dalle sue, si scomodava John Mellencamp.

Con “The Horses And The Hounds” va in scena il curioso spettacolo di un (cant)autore quasi sessantenne che viene scoperto all’improvviso e ritenuto “hip” dalla critica “à la page” (per dire: megarecensione su “Pitchfork”). Quando in esso sostanzialmente il nostro uomo fa ciò che ha sempre fatto, magari mettendoci un po’ di verve rock più della media, con un formidabile dittico di apertura, Canola Fields e If It Don’t Bleed che si potrebbe attribuire al compianto Tom Petty (e pure quello conclusivo, What’s The Matter/Blackberry Winter gira da quelle parti), laddove Decent Man è 50% Lou Reed e 50 Johnny Cash. Con Ft. Walton Wake Up Call, fra talking e rap, potrebbe persino scapparci la hit. Meglio tardi che mai.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.435, ottobre 2021.

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Gli Yo La Tengo fra ciò che era stato e ciò che sarà di “Electr-O-Pura”

Mi fa un immenso piacere che il caso o per meglio dire la Matador ─ che con una collana di ristampe in vinile chiamata “Revision History” sta celebrando il quarto di secolo dacché occupava il centro della ribalta indie rock USA (l’anno dopo la Capitol acquisirà il 49% della compagnia newyorkese) ─ mi offrano il destro per tornare a spendere buone parole per una band che idolatro e che mi toccava per la prima volta bocciare appena un mese fa, trovando senza capo né coda le jam incise sotto lockdown e radunate nell’inconsistente “We Have Amnesia Sometimes”. Mi rende se possibile anche più felice che l’album che il trio di Hoboken pubblicava nell’annus mirabilis della Matador e viene quindi ora riedito, apprezzabilmente su quattro facciate vista una durata che sfiora l’ora e non su due come al primo giro, sia “Electr-O-Pura”, che ebbe ottima stampa ma è stato poi da tanti ridimensionato. Disco “di transizione” (ma non lo era già stato il precedente di due anni “Painful”?) fra il jangle-pop degli esordi e il sound più turgido e ipnotico che trionferà nel 2000 nel monumentale pure per durata “And Then Nothing Turned Itself Inside-Out”, dicono certi esegeti. Ma non necessariamente “di transizione” significa irrisolto e/o minore e in tal senso “Electr-O-Pura” è a mio giudizio un caso di scuola. Non fosse che era già il settimo e dei predecessori non ne scarti uno, potrebbe magari invece essere ricordato ed etichettato, per il gruppo formato nel 1984 dal chitarrista e tastierista (ed ex-critico musicale) Ira Kaplan e dalla batterista Georgia Hubley (sentimentale oltre che artistica la relazione fra i due), come l’album della raggiunta maturità. Di un felicissimo compromesso fra ciò che era stato e ciò che sarà. Quasi verrebbe da consigliarlo al neofita come ideale primo approccio.

Quel che è certo è che erano senza tempo nel ’95 e non sono invecchiate di un giorno sia aggraziate canzoni come il folk-rock a combustione lenta Pablo And Andrea o le velvetiane (i Velvet Underground del terzo album) The Hour Grows Late e Paul Is Dead che sfuriate come Flying Lesson (ove i Velvet evocati sono quelli di Sister Ray; torneranno più avanti in una torpida My Heart’s Reflection), la collisione fra primi Feelies e Sonic Youth False Alarm e la via via più turbinosa, fragorosa e ansiogena Blue Line Swinger. Per quanto il pezzo che ruba subito il cuore sia Tom Courtenay: i R.E.M. con il tiro degli Hüsker Dü.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.424, ottobre 2020.

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Lindsey Buckingham – Lindsey Buckingham (Reprise)

Ce lo si poteva aspettare da chi trasformò in oro la fine di una relazione non solo scrivendone e cantandone in prima persona ma costringendo la ex- al duetto: Go Your Own Way era il singolo che metteva “Rumours” sulla rampa di lancio di un successo mostruoso, oltre dieci milioni di copie vendute nel 1977 e un’altra trentina da allora. Prendendo esageratamente alla lettera l’adagio che recita che la vendetta è un piatto da servire freddo, Stevie Nicks nel 2018 ha fatto fuori Buckingham dai riformati e sempre litigiosi Fleetwood Mac. Storia che il nostro uomo racconta dal suo punto di vista nel brano più brillante fra i dieci inclusi nel suo settimo album da solista: passo svelto e ritornello micidiale, On The Wrong Side da dove pare arrivare se non da “Rumours”? Ripicche, meschinità, rancore nelle mani giuste possono produrre grande arte. O grande pop, almeno. E il tempo talvolta passa invano.

Però passa e i cuori spezzati in metafora possono dare problemi che portano in sala operatoria e costringono a posporre un’uscita poi ulteriormente ritardata dalla pandemia. Significativamente omonimo non solo in quanto il titolare ha fatto tutto da sé ma perché bigino ideale di un canone formidabile, “Lindsey Buckingham” era in buona parte già concepito prima del licenziamento di cui sopra e completo un buon anno e mezzo fa. Ora che finalmente può promuoverlo dal vivo il titolare facilmente potrà confondere in scalette per il resto di classici diverse di queste canzoni, da una scintillante e affastellata di voci I Don’t Mind ai folk-rock Blind Love e Santa Rosa, da una festosa Blue Light che deve più di qualcosa ai Beach Boys (come del resto Swan Song, che però li gira new wave) a una dolente a dispetto del titolo Dancing.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.436, novembre 2021.

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Martina Topley-Bird – Forever I Wait (Self Produced)

Sceglie un titolo appropriato per la prima sortita in undici anni Martina Topley-Bird: album che è il suo quinto ma bisogna ricordarsi che il secondo (“Anything””, del 2004) non era che l’edizione americana scorciata di tre canzoni del primo (“Quixotic”, del 2003) e il quarto (“Some Place Simple”, per l’appunto del 2010) una collezione “unplugged” di undici pezzi già noti con a integrarla appena quattro altrimenti inediti. È insomma un catalogo assai smilzo quello di colei che inconsapevolmente si consegnava per sempre agli annali del pop (pop?) del Novecento facendo da ambiguamente angelico contraltare al demonio Tricky nell’esordio capolavoro di costui “Maxinquaye” (1995; Martina aveva vent’anni e la collaborazione era avviata da due) e nei successivi, quasi altrettanto memorabili ed epocali, “Nearly God”, “Pre-Millennium Tension” e “Angels With Dirty Faces”. Relazione che oltre che artistica era sentimentale e da cui nasceva una figlia, scomparsa suicida nel 2019, ventiquattrenne.

Tragedia che non sembra riverberarsi, per il semplice fatto che il disco era allora già in larghissima parte composto e (parrebbe; a parte che alcuni arrangiamenti sono opera di Robert del Naja dei Massive Attack e tolti i nomi di alcuni altri ospiti non ci sono informazioni al riguardo) anche registrato in precedenza. È un disco di livello con il piccolo torto di uscire come da una capsula temporale (metà ’90, ovvio). Paga inoltre il suo avere pochi cambi di passo: un unico vero, con la danzabile Game a separare il soul-blues dagli inferi Love dalla cupa narcolessia di Free. Proprio alla fine arriva però una canzone straordinaria, Rain, per voce e quartetto d’archi. Da sola gli fa guadagnare almeno mezzo voto in più.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.436, novembre 2021.

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Julia Bardo – Bauhaus, L’Appartamento (Wichita)

All’anagrafe di quella Brescia che le dava i natali questa artista giovanissima all’esordio in lungo dopo un discreto numero di esercizi preparatori (un singolo con gli Working Men’s Club prima che il leader Sydney Minsky-Sargeant optasse per un sound elettronico piuttosto che chitarristico e le strade allora si separavano; e poi un paio di EP già su Wichita e diverse altre canzoni pubblicate solo sul web: piccolo catalogo da cui  riprende giusto un paio di brani) è registrata come Giulia Bonometti. È Julia Bardo da quando si arrendeva al fatto che in Gran Bretagna, dove vive da ormai diversi anni, quel cognome di quattro sillabe risultava impronunciabile a tutti. Lo pseudonimo indicazione di dove si collochino la precedente produzione e “Bauhaus, L’Appartamento”, ossia nell’ambito di un cantautorato di ascendenze folk? Bardo come sinonimo di “menestrello”? Abbastanza, siccome in queste dieci canzoni il folk è più che altro un’ispirazione, un’idea, una suggestione, un prefisso non sempre presente e cui quando c’è regolarmente bisogna aggiungere “rock”, o “pop”.

Vale per The Most, strategicamente sistemata a inaugurare essendo l’articolo più melodicamente memorabile come per la languida In Your Eyes e una Goodbye Tomorrow altrettanto astutamente, epidermica com’è, quasi quanto l’incipit, collocata a congedo. Il meglio, i brani che sul subito colpiscono meno ma sui quali si torna più volentieri, sta però nel mezzo: negli influssi velvetiani che impregnano The One e It’s Okay (Not To Be Okay), nel dream pop tendente all’inquietante di Do This To Me, una scia di feedback a suggellarlo, e Impossible, da cui, sepolti nel denso finale, emergono recitati i soli versi in italiano. È un debutto più che promettente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.436, novembre 2021.

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L’inarrestabile ascesa di Joan Armatrading

Inarrestabile la cantautrice di Saint Kitts (Indie Occidentali; ma il passaporto è britannico) dacché nel 1976 un album omonimo che è però già il suo terzo insuffla in uno stile garbatamente folk-pop, e con al più un profumo di jazz, nerbo rock. E poi: anima soul che non si nega a funk ed errebì e un più disinvolto collegarsi alle radici caraibiche. Non si può dire sia un crescendo solo perché già “Joan Armatrading” è splendido splendente e scegliere fra i successivi “Show Some Emotion” (1977), “To The Limit” (1978; per il quale optiamo), “Me Myself I” (1980) e “Walk Under Ladders” (1981) è questione di preferire questa canzone a quella. Sono tutti dischi baciati nel Regno Unito da vendite eccellenti e che guadagnano alla Armatrading qualcosa più che un culto anche negli USA. Peccato che “The Key” nell’83 banalizzi la formula alla ricerca di un successo ancora più ampio, che sembrerebbe arrivare ma non dura. Né l’ispirazione tornerà mai ai livelli di quest’era aurea.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019. Joan Armatrading oggi ne fa settantuno ed è ancora molto, molto in gamba (la foto è di Clive Arrowsmith).

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Tropical Fuck Storm – Deep States (Joyful Noise)

Se nel nome del tuo gruppo metti un “Fuck” sai che il successo puoi scordartelo. Ma se non hai mai fatto musica con una possibilità pur remota di vedere le classifiche te ne freghi. L’unico compromesso cui il cantante e chitarrista Gareth Liddiard sia addivenuto in vita sua fu spostarsi da Perth a Melbourne per rimediare un contratto discografico (una specie) per i suoi Drones. Era il 2002 e l’inizio di una vicenda magnifica durata quattordici anni e sei album di cui solo i due di mezzo (“Gala Mill” e “Havilah”, i migliori) per un’etichetta, la ATP, con una distribuzione internazionale. Di emigrare sulle orme di un Nick Cave, cui qualcosina deve, per guadagnarsi maggiore visibilità e, chissà, persino di che vivere, il nostro uomo non ha mai voluto saperne. Fossero stati americani con il loro ispido rock sul serio “alt-”, memore del punk quanto del garage-punk e pregno di blues, i Drones qualche consenso in più lo avrebbero raccolto. Recuperateli, meritano. Se vi va.

Se poi doveste farlo post-frequentazione con la nuova creatura di Liddiard, quartetto altrimenti tutto al femminile, vi parranno al confronto easy listening. Terzo album in poco più di tre anni, secondo per la statunitense Joyful Noise, “Deep States” è se possibile più esplosivo e schizofrenico dei predecessori. Depista un’iniziale The Greatest Story Ever Told, fra Pavement, Polvo e Dinosaur Jr, che avrebbe potuto suonare anche il gruppo prima, ma sin da quell’ipotesi di Jon Beck Blues Explosion che è G.A.F.F. il disco deraglia. Felicemente, se nel vostro mondo possono trovare ospitalità i Pere Ubu influenzati dai Funkadelic di Blue Beam Baby, il Tom Waits terminalmente allucinato di Bumma Sanger, il Nick Cave in fotta no wave di The Donkey. Ad esempio.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.435, ottobre 2021.

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Super Furry Animals – Rings Around The World (BMG)

Erano pazzi questi gallesi: di sicuro il gruppo rock che più di qualunque altro poteva legittimamente affermare (come andò di moda a un certo punto dei primi ’90) che “c’è sempre stato un elemento dance nella nostra musica”, giacché inizialmente suonavano techno, debuttavano nel ’95 con un EP dal titolo di una sola parola di cinquantanove lettere (!) cui forse per pietà verso i dj aggiungevano fra parentesi “In Space”. Appena sei anni dopo “Rings Around The World” che viene ora lussuosamente ristampato (l’edizione triplo compact lo ingrassa con trentatré fra demo, remix e versioni alternative) per il ventennale era già il loro quinto album, primo per una major (Epic), quarto di fila nei Top 10 UK (era un numero 3; è rimasto il piazzamento più alto) e primo a violare i Top 40 USA. Veniva in origine pubblicato, oltre che su doppio 33 giri più 7” (oggi costa uno sproposito), su CD, cassetta, MiniDisc e – udite! udite! – DVD, con ai tredici brani standard incisi in scrupoloso surround sound aggiunte cinque bonus e si finiva per parlare più che altro di questo (fioccavano le accuse di snobismo) e delle ospitate di John Cale, al piano nella confidenziale Presidential Suite, e Paul McCartney, che… ehm… sgranocchia un sedano e una carota in una stupefacente ─ parte ELO, arriva death metal ─ Receptable For The Respectable.

Vien da sorridere rileggendo come all’epoca si scrisse di una “normalizzazione” della band, quando nulla c’è di “normale” in un’opera che mette insieme i Beach Boys e sortite nella disco (Juxtaposed With U ha un attacco che pare Barry White), beat, prog e blues da qualche altro pianeta, armonie vocali alla CS&N, orchestrazioni sontuose come le melodie che avvolgono. Erano pazzi questi gallesi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.435, ottobre 2021.

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