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Quando Bob Dylan si riprese il rock’n’roll

Bob Dylan - Live 1975 - The Rolling Thunder Revue

Sfoglio e risfoglio il libro (non il libretto, no; libretti sono quelli dei CD, questo è un sontuoso 30,5 x 31 centimetri di sessantaquattro pagine in patinata quadricromia) e a un certo punto, di fronte a un bianco e nero di abbacinante nitidezza, mi blocco, incantato e pure un po’ commosso. Sulla destra di chi guarda Joan Baez e Bob Dylan dividono un microfono, lui con a tracolla un’acustica che sta suonando, lei che tiene la sua per il manico con la destra. Mentre l’altra mano è poggiata su una spalla dell’amico tradendo l’intimità di coloro che furono più che amici. E forse vaneggio, ma nell’atteggiamento della Baez, nella postura come nello sguardo, mi sembra di cogliere un quieto, affettuoso orgoglio da mamma che stringe a sé il figliolo che ce l’ha fatta, che sì, ha conquistato il mondo. E improvvisamente, a un’eternità dalla prima volta che mi imbattei in lei (non molto tempo dopo che questa foto venne scattata), vengo mosso a simpatia verso un personaggio e un’artista che non ho mai amato particolarmente. A proposito di mamme! Chi sarà mai la sorridente e canuta signora sorpresa sulla sinistra nell’atto di battere le mani? Esatto, diletto lettore, è colei che ci ha regalato un pargolo di nome Robert Zimmerman senza il quale le nostre vite sarebbero state parecchio diverse, o come minimo la mia. Era il 1975 e prima di allora a raccontare che l’Iconoclasta aveva invitato la madre a raggiungerlo sulla ribalta in pochi ci avrebbero creduto senza prove. Ma a nove anni dal tour più controverso di sempre e dall’incidente in moto che divise in due il decennio che più di chiunque (a parte i Beatles; forse) fu dell’uomo di Duluth, e a uno dalla campagna concertistica con The Band che gli aveva fatto riacquistare confidenza con il palco, Bob Dylan viveva la sua stagione più serena, colma di entusiasmi e avventurose voglie. Si stava riprendendo la vita. Si stava riprendendo il rock’n’roll.

Di tutti i tour dylaniani, che si stenta a numerare e distinguere ormai dacché nell’ultimo quarto di secolo il nostro eroe ha trascorso più giorni “on the road” che a casa, non vi è dubbio che dal punto di vista storico il più rilevante resti quello del 1966, documentato discograficamente soltanto nel 1998 dallo squassante ed epico “The ‘Royal Albert Hall’ Concert”, volume numero quattro della collana “The Bootleg Series”. Ma se si fa la tara a un valore aggiunto dato dal clamore suscitato dalla svolta elettrica di colui che era stato il cantante folk per antonomasia, dalle furibonde contestazioni che provocò e dagli imitatori che a frotte si accodarono come di consueto (tuttavia di una razza affatto diversa dai precedenti), è l’inanellarsi di date a partire dal 30 ottobre ’75, subito circonfuse da un alone di Mito, a conquistare il centro del proscenio e di ogni seria trattazione della materia. Mai in precedenza la musica di Dylan era stata così ricca di influenze e suggestioni, perfetto incrocio stilistico perfettamente iscritto in una-dieci-cento tradizioni – il folk, il country, il blues, il gospel, il soul, il rhythm’n’blues – senza più voglia di rivoluzioni e tendente anzi a un’Arcadia sulla cui soglia però perennemente si arresta: antica, ma in qualche modo nuova. Ancora. Affresco che “Blonde On Blonde” per primo aveva cominciato a dipingere e che nel sabbatico ritiro di Woodstock aveva acquisito cromatismi che non sono bastati libri interi (lo straordinario Invisible Republic di Greil Marcus) a farne compiuta esegesi. Alla favolosa tavolozza del Dylan 1975 aggiunge ulteriore freschezza, un tocco di imprevidibilità da improvvisazione jazz, che sia affidata alla zingaresca carovana della Rolling Thunder Revue: via di mezzo fra il “medicine show” e la commedia dell’arte che, procedendo sulle strade d’America, a ogni tappa carica e scarica musici, poeti e scapigliata umanità varia, da Roger McGuinn ad Allen Ginsberg, da Mick Ronson a T-Bone Burnett, da Sam Shepard a Leonard Cohen, da Joni Mitchell a Kinky Friedman, al pugile nero ingiustamente detenuto Rubin Carter, che con un bellissimo gesto di resistenza civile Bob Dylan idealmente fa salire a bordo rendendogli visita in carcere. Di tutto ciò non trasmetteva che un’infima frazione, fino a ieri l’altro, “Hard Rain”, live singolo al quale sono  affezionatissimo per ragioni mie ma che oggettivamente proprio memorabile non è.

Ma nel 2002 la serie dei bootleg ufficiali è giunta al tomo quinto ed ecco: “Live 1975: The Rolling Thunder Revue”, magia oltre la quale potrebbe esserci solo la macchina del tempo. Doppio compact. Oppure, da poche settimane e in troppo poche copie (regolatevi!), un triplo vinile formato 12” per seicento complessivi grammi (più un 7” blu marino con versioni alternative di Tangled Up In Blue e Isis), racchiuso in un box di cartone di solidità, pesantezza, raffinatezza western impressionanti. E dentro ancora: il libro di cui sopra, poster e posterini e addirittura (per la serie: esageriamo) un biglietto fedelmente riprodotto. Oggetto costosissimo ma che merita ogni sudato centesimo che ci investirete. Perdonatemi se per una volta farò la figura del luddista, ma mi pare sia questo l’unico modo davvero “giusto” (fatta salva una registrazione di nitidezza invero rimarchevole per l’epoca e le circostanze) per godere di una spiazzantemente caraibica It Ain’t Me, Babe e di una A Hard Rain’s A-Gonna Fall trasformata in martellante blues chez Chicago, di una Mr. Tambourine Man restituita all’asciuttezza originale e del birichino country’n’roll di Mama, You Been On My Mind, dell’epicità distesa di The Water Is Wide e di quella sinuosa e sferzante di Hurricane.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.243, febbraio 2004.

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Bob Is Just A Three Letter Word: Joan Baez canta Dylan

Joan Baez - Any Day Now

Ho due aneddoti da raccontarvi riguardo a Love Is Just A Four Letter Word, una delle canzoni con le quali viene maggiormente identificata Joan Baez, per costei singolo natalizio del 1968 oltre che, in quegli stessi giorni, apertura di terzo lato di quello che resterà il suo lavoro più consistente, ambizioso e uno dei – diciamo tre – album classici, “Any Day Now”. Devo entrambi non a dei biografi di Bob Dylan, bensì a due grandi registi. Il primo a D.A. Pennebaker, che nel 1965 immortalava uno storico tour britannico del giovane Bardo in Don’t Look Back. In una stanza d’albergo Zimmie accenna una strofa del brano di cui sopra. La Baez si sporge verso di lui: “Ehi! Questa se la finisci la metto su un disco”. Il secondo a Martin Scorsese: da lui intervistata per il monumentale No Direction Home (2005) Joan riferisce che, per puro caso, era con Bob quando il protetto e a sua volta mentore, già amante e ancora amico la ascoltò per la prima volta cantare il pezzo in questione, alla radio. “Grande questa canzone!”, esclamava, in tutta evidenza completamente dimentico di averla scritta lui. Non c’è due senza tre? E sia. Di “Any Day Now” questo ancora si racconta: che per assemblarne il programma l’interprete copriva il pavimento di una stanza di spartiti di Dylan e ne tirava poi su sedici a caso, a occhi chiusi. Se non è vero, e a crederci un po’ si stenta notando come ben otto delle canzoni prescelte vengano da due soli LP, è quantomeno una bella favola. Di sicuro non vi era nulla di casuale in una scaletta che pare soppesatissima, sapiente nell’alternare argomenti e atmosfere come nel posizionare strategicamente gli episodi-chiave, quasi immancabilmente a inaugurare o suggellare prima, seconda e quarta facciata, con la terza occupata interamente da due soli brani.

Chissà che effetto incredibile dovette fare ai seguaci del Vate di Duluth anche soltanto girare la caratteristica (Joan aggraziata grafica per se stessa) copertina e cominciare a far di conto. A eccitare maggiormente, naturalmente, non erano i quattro titoli in origine su un “The Times They Are A-Changin’” che, vecchio appena quattro anni, già sembrava giurassico e gli altrettanti da un “John Wesley Harding” al contrario fresco nella memoria, di esattamente un anno prima. Non Love Minus Zero/No Limit, dal 33 che aveva chiuso con il folk per aprire al rock, “Bringing It All Back Home” del 1965, e nemmeno la Sad Eyed Lady Of The Lowlands unico prelievo dal doppio di Bob, “Blonde On Blonde”, del ’66. Ben altra curiosità suscitavano You Ain’t Going Nowhere, Tears Of Rage e I Shall Be Released, ascoltate in quello stesso 1968 dai Byrds (una) e dalla Band (le altre) ma dall’autore non ancora, e tuttavia il tesoro erano le tre composizioni del tutto inedite. Importava poco agli esegeti che con il loro countreggiare giocoso e modesto The Walls Of Redwing e Walkin’ Down The Line si segnalassero come i soli articoli in fondo prescindibili in un catalogo perlopiù favoloso. Con la fame di Dylan che c’era – dopo il silenzio che era parso interminabile seguito all’incidente in moto; dopo un riaffacciarsi alla ribalta spiazzante quasi quanto lo era stata la svolta elettrica – sembrarono probabilmente appetitose. Che razza di leccornia vera però era e resta, e non solamente al confronto ma in assoluto, Love Is Just A Four Letter Word, un ossimoro di canzone con il suo essere insieme vivace e languida, giocosa ma con al centro un nucleo di malinconia. Joan se la pigliava per sempre e né il distratto autore né terzi oseranno mai toccarla.

Il segreto del trionfo artistico di “Any Day Now” – che per inciso era pure commerciale: mezzo milione le copie vendute nei soli Stati Uniti in pochi mesi, per l’epoca un risultato strepitoso per un doppio – risiedeva nel suo essere un modello ideale di tributo, l’interprete magistrale nell’appropriarsi dei brani affrontati senza spingersi fino a stravolgerli: esempi sommi un North Country Blues con piglio da raga e una Tears Of Rage rabbrividentemente a cappella, tallonati da una You Ain’t Goin’ Nowhere più prossima alla Band che ai Byrds e da una Dear Landlord dagli accenti latini vistosamente sottolineati. Nel preciso istante in cui scolpiva uno dei più sentiti e felici omaggi a Dylan di sempre e chiunque, e tanto più significativo perché sporto da chi con Dylan aveva a lungo vissuto in simbiosi, la Baez usciva definitivamente dal suo cono d’ombra: magari tardiva ma appropriata, fiera e stupenda risposta alla It’s All Over Now, Baby Blue che a Newport 1965 aveva sancito divorzi multipli e il più amaramente catartico dei nuovi inizi.

Ricordo nitidamente che avrei potuto fare mio “Any Day Now” – costava così poco da essere alla portata anche di un liceale squattrinatissimo come il sottoscritto – quei tre buoni (buoni?) decenni fa. Ma io – io innamoratissimo di Zimmie – e la Joan ci eravamo presi di punta e non si è fatto pace, come un lettore davvero attento di questa rubrica potrebbe ricordare, che in pieni anni 2000. Non avevo dunque in casa altre stampe, né analogiche né digitali, da porre a confronto con la fresca edizione Pure Pleasure di cui mi ha gentilmente omaggiato Sound And Music. Per certo suona assai bene, valorizzando al meglio tanto il soprano purissimo (qui, come di rado altrove, mai esangue) della Baez che la compattezza d’assieme e il contemporaneo lavoro di ricamo su una stoffa prevalentemente country-rock (oggi la diremmo piuttosto “Americana”) di quelli che erano i migliori turnisti giovani della Nashville AD 1968. Non un “tac” né un fantasma di fruscio hanno sciupato l’incanto in innumerevoli passaggi, alcuni dei quali addirittura (non si dovrebbe, lo so) consecutivi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.302, giugno 2009.

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Dylan secondo Scorsese – No Direction Home

Laddove si parla (anche) del cofanetto la cui voluminosa costina potete da sempre ammirare ogni volta che venite a visitare questo blog, subito qui a destra. Va da sé: per Suze Rotolo, che non c’è più ma resta nei nostri sogni.

Bob Dylan - No Direction Home

Peggio per me che non ho controllato prima la durata e dire che la divisione in due DVD avrebbe dovuto mettermi in guardia (ma pensavo che il film stesse sul primo e i bonus sul secondo, nel quale avrei potuto magari immergermi in altra occasione): più che notte fonda ho fatto l’alba guardando No Direction Home, il documentario di Martin Scorsese, del 2005, che racconta Bob Dylan dall’adolescenza a quel tour mondiale del 1966 dopo il quale nulla fu più lo stesso. Per il rock, per Dylan e per il mondo. Ho fatto l’alba e non me ne lamento. Ho fatto l’alba e non me ne sono accorto, totalmente perso in… quante sono alla fine tutto incluso?… quattro ore circa che hanno funzionato da macchina del tempo come mai mi era accaduto con un film di argomento musicale. Non è solo che è articolato magistralmente e ha un ritmo da non credersi, che è poi il minimo che puoi attenderti da un maestro come Scorsese, uno che fa rock’n’roll anche quando fa fiction. Non è solo che la folla di testimoni costruisce un coro da teatro greco – suggestivo quanto funzionale – intorno alla principale voce narrante, che è quella dello stesso bardo di Duluth, e che un Dylan così… sincero non lo si era mai visto. Nemmeno lo si era immaginato. Chi avrebbe pensato che potesse porgersi in tal modo? Cuore aperto e un meditabondo sorriso sulle labbra. Sono state certo tutte queste cose assieme, ma a tenermi incollato allo schermo, a farmi afferrare spesso il telecomando per tornare su un qualche punto, trasformando così le quattro ore in sei o sette, è stata l’incredulità di fronte a cosa è riuscito a recuperare il regista nel suo certosino lavoro di ricerca in archivi che si sono rivelati cornucopia di meraviglie stordenti.

A partire da una traballante registrazione casalinga del 1959 (sarà che è un blues, ma sembra arrivare dagli anni ’30) che immortala un Robert Zimmerman sì e no diciottenne alle prese con When I Got Troubles, una delle sue prime canzoni autografe e per certo la prima di cui ci sia giunta documentazione. Mi ha fatto l’effetto che avrebbe potuto farmi scoprire che è stata rintracciata un’incisione di Robert Johnson della quale non si aveva notizia. Per finire – e, mi si perdoni il paragone blasfemo, un filmato “live on the Golgota” non mi avrebbe lasciato più basito – con l’esecuzione di Like A Rolling Stone a Manchester il 17 maggio 1966. No, non soltanto in audio: in video, cazzo, in video. Già ero grato fino alle lacrime al dio del rock che quell’epocale concerto fosse stato eternato su nastro, che fosse possibile ascoltare l’alterco con uno spettatore più celebre di sempre – “Giuda!” “Non ti credo. Sei un bugiardo.” –, seguito dall’istruzione alla band (alla… Band) a suonare la canzone sunnominata “fuckin’ loud”. Mi avessero detto che avrei potuto assistere a quel momento cruciale da una posizione privilegiata, come da una balconata distante pochi metri dal palco, ma avrei dovuto dare in cambio un anno di vita ci avrei pensato su. Ho dato in cambio venti euro al mio negoziante di fiducia. Non potrò mai ringraziare abbastanza Martin Scorsese per una simile emozione e dire che qualche anno fa era riuscito a stupirmi e a commuovermi quasi altrettanto tirando fuori dal cilindro – nel colossale The Soul Of A Man – dei filmati di J.B. Lenoir, uno dei bluesmen da me più amati e uno di cui si pensava esistessero solamente delle foto, poche perdipiù.

Il lettore che mi ha seguito fin qui potrebbe essere perplesso. Chiedersi: ma che hanno combinato ’sto mese? Hanno scambiato la rubrica del vinile con quella dei DVD? No, nessun errore di impaginazione. A farmi decidere di acquistare No Direction Home il film è stato l’arrivo a casa mia – un gentile presente del distributore Sound And Music – di “No Direction Home” la colonna sonora, volume 7 della mai lodata a sufficienza “Bootleg Series”. Un banale doppio CD oppure, nella sontuosa edizione in plastica nera e lucente curata al solito da Classic Records, un favoloso cofanetto con dentro due pesantissimi album doppi, contenuti in copertine che fanno il verso a quelle di “Bringing It All Back Home” e “Blonde On Blonde” e accompagnati da un libro formato LP di una sessantina di pagine. Zeppo di foto stupende, introdotto da Andrew Loog Oldham, suggellato dai ricordi di Al Kooper. In un certo qual modo un altro film e – credetemi – avendone uno l’altro diventa irrinunciabile. Più che sovrapporsi si completano.

Scorsese naturalmente, pur mantenendo piana e dritta l’esposizione, si muove su e giù per la linea temporale. Jeff Rosen, Steve Berkowitz e Bruce Dickinson, che si sono occupati del restauro di registrazioni sovente non proprio pristine, hanno seguito l’ordine cronologico. Dico l’ovvio se affermo che un’operazione di questo tipo è destinata non a chi di Zimmie ha una conoscenza anche buona ma non particolarmente approfondita bensì al fan che, non pago della discografia d’epoca, si è poi avventurato in un viaggio per archivi che si spera lungi dall’essersi esaurito. Il che non impedirà eventualmente anche al primo di precisare assai meglio l’idea che si era fatto dell’artista che come nessuno cambiò la musica popolare (più dei Beatles, certo, più dei Beatles) negli anni ’60 del Novecento. Uno che sobillò una rivoluzione culturale che quattro decenni dopo ancora si stenta a misurare. Ci si perde felicemente in queste otto facciate, fra esecuzioni live di una pregnanza unica (ad esempio una seconda facciata risalente per intero al ’63, catturata sui palchi newyorkesi della Town e della Carnegie Hall) e demo assolutamente rivelatori (il mio preferito una Mr. Tambourine Man a due voci con Ramblin’ Jack Elliott). Mi sia consentita ancora un’annotazione e torno qui al film: a sessanta e rotti anni Suze Rotolo resta solare e bellissima. La fidanzata ideale di cui tutti abbiamo fantasticato davanti alla copertina di “The Freewheelin’”.

 Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.281, luglio/agosto 2007.

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Dylaniati: 20 grandi cover di canzoni di Bob Dylan (1)

The Jimi Hendrix Experience – All Along The Watchtower (da “Electric Ladyland”, Reprise, 1968)

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Dylaniati: 20 grandi cover di canzoni di Bob Dylan (2)

The Byrds – Mr. Tambourine Man (da “Mr. Tambourine Man”, Columbia, 1965)

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Dylaniati: 20 grandi cover di canzoni di Bob Dylan (3)

The Dream Syndicate – Blind Willie McTell (da un 7″ allegato nel 1988 alla fanzine britannica “Bucketfull Of Brains”)

Chi era Blind Willie McTell lo racconto qui.

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Dylaniati: 20 grandi cover di canzoni di Bob Dylan (4)

Bruce Springsteen – Chimes Of Freedom (dall’EP omonimo, Columbia, 1988)

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