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Perché il mio primo libro autoprodotto è un’esclusiva Amazon (e lo saranno anche i successivi)

Come spiegato nell’introduzione a Venerato Maestro Oppure (se non lo avete acquistato, potete recuperarla qui), quando il 31 dicembre 2011 diedi vita a questo blog l’idea era di mettere un piede in Rete per instaurare un dialogo diretto con chi ancora mi leggeva sulle riviste e insieme ricordare la mia esistenza a chi, pur restando appassionato di musica, le riviste non le comprava più, o solo occasionalmente, o non quelle su cui scrivevo/scrivo io. Una platea che si rivelò discretamente folta (parla chiaro in tal senso un contatore che certifica a oggi quasi due milioni di pagine viste e questo senza includere le centinaia di abbonati che ricevono i post via mail) e cui cominciai a offrire gratuitamente una piccola percentuale dei miei immensi archivi. Mi cito: “Era pubblicità a costo zero a parte il tempo dedicatogli, era un regalare con l’idea che un giorno da quell’archivio avrei potuto cavarci dei libri. Essere finalmente l’editore di me stesso…”. Fu pure a ragione di questo progetto in nuce (di più al riguardo nell’introduzione alla seconda antologia, che conto di fare uscire in novembre) che i miei rapporti con la Stemax, che all’epoca mandava in edicola il mensile “Il Mucchio” e vari supplementi fra cui il semestrale “Extra”, da già non idilliaci quali erano si fecero pessimi. Accadde quando colei che si era issata ai vertici della cosiddetta (molto cosiddetta) cooperativa ventilò una ristampa in formato digitale di tutti i numeri di “Extra”. Ipotizzando un prezzo di vendita ridicolo e chiarendo che non pensava minimamente a compensare – neppure con una cifra simbolica! – gli autori che pure, ai sensi delle vigenti normative in materia, detenevano ogni diritto su quei materiali. Per una parte rilevantissima il mio catalogo di articoli lunghi si sarebbe così trovato a non valere più nulla. Non la presi bene, ma – ripeto – è vicenda che affronterò più estesamente in altra sede e giusto perché non lo si può evitare, senza trarne piacere alcuno e men che meno con intenti vendicativi, giacché il tempo è stato galantuomo e la farina del diavolo è andata in crusca.

Tornando all’argomento del titolo… Quando nacque il blog stampare in proprio aveva ancora costi, se non proibitivi, alti e in ogni caso non alla portata delle mie tasche. In compenso l’eBook era in piena fioritura, i più ipotizzavano addirittura che avrebbe relegato il libro su carta in una sorta di riserva indiana simile a quella in cui era stato confinato il disco in vinile (e invece…), ed era dunque a quel formato a esborso zero che pensavo. Solo che sono uno che impiega ere geologiche a mettersi in moto (per dire: quando iniziai a vagheggiare venerato-maestro-oppure.com doveva essere il 2005). Solo che volevo vedere se sul serio l’eBook si sarebbe preso la più parte del mercato librario e i dati italiani lasciavano molti dubbi al riguardo. Solo che i casi della vita a un certo punto si sono messi di mezzo e ho dovuto preoccuparmi di ben altro dal novembre 2015 all’estate 2016. Solo che nel frattempo i costi tipografici di un’autoproduzione erano scesi tantissimo e maturava sempre più forte in me la convinzione (i fatti l’hanno suffragata) che la stragrande maggioranza della platea cui mi rivolgo sia affezionata alla carta e consideri l’eBook al massimo un (più economico) ripiego. Nel 2018 prendevo allora a considerare seriamente la possibilità di fondare una casa editrice. Per autopubblicarmi, per cominciare. Con il sogno, se fosse andata bene, di offrire in un secondo momento ad alcune persone che stimo la possibilità di aggregarsi, ricevendo per farlo royalties di alcuni ordini di grandezza più alte di quelle che offre (quando le offre) l’editoria ufficiale. E fu a quel punto che fra il progettare e il fare si misero di mezzo burocrazia e balzelli. Si trattava (ovvio!) di fondare una società, una s.a.s. per la precisione, che può anche avere un unico socio ma nel mio caso ne avrebbe avuti due. Le società si fondano davanti a un notaio ed ecco il primo costo. Modesto e una tantum, giusto qualche centinaio di euro. La contabilità della società sarebbe stata delle più semplici ma per non correre rischi è sempre meglio affidarsi a un commercialista, giusto? Aggiungete un 5-600 euro all’anno. Ci si può stare ancora. Poi però mettetene 3.500 che vanno versati forfettariamente all’INPS se anche non hai avuto un centesimo di guadagno. E dal primo centesimo di guadagno i soci pagano l’Irpef. Come è giusto sia, ma forse un po’ troppo rispetto a quello che sarebbe giusto per chi vorrebbe provare a fare impresa. Sommate i costi di stampa da anticipare alla tipografia e poi e anzi soprattutto considerate che i libri occupano spazio e a un certo punto devi per forza affittarlo, a meno di non ristampare mai quando una tiratura va esaurita oppure, se non va esaurita, se vuoi tenerti delle copie per quelli che potrebbero chiedertele a distanza di anni. Mettici il dovere preparare un pacco (non ho mai considerato – MAI – una distribuzione in libreria: sommare quel costo ai già menzionati per una casa editrice minuscola significa condannarsi alla morte per fame e punto) e fare la coda in posta ogni volta che ricevi un ordine. Insomma: una fatica pazzesca per andare forse pari, con le vendite che ipotizzavo tenendomi saggiamente basso, dopo due anni, se non tre. Ne valeva la pena? Stavo scoraggiandomi.

Poi, grazie a un collega che non ringrazierò mai abbastanza, ho scoperto che da qualche tempo Amazon offre la possibilità di pubblicare in proprio non solo eBook ma pure libri “veri”, con la formula del “print on demand”. Fornisci un pdf e, ogni volta che qualcuno lo ordina, una singola copia viene stampata e spedita. Stabilisci tu (entro determinati parametri) il prezzo, Amazon sottrae un costo di stampa prefissato e la sua quota di guadagno e ti versa, mensilmente e al netto delle tasse, il resto. Una volta all’anno ti rilascia la relativa certificazione fiscale. Rischio di impresa: zero. Non puoi perderci altro che il tempo che ci hai dedicato. Che avreste fatto al posto mio? Avreste avviato l’insensato ambaradan di cui sopra pur di non mettervi, per così dire, in società con Jeff Bezos? Cosa che avrei in ogni caso fatto a suo tempo, non essendoci alternativa vera, se avessi cominciato a pubblicare eBook. Che NESSUNO distribuisce in proprio.

Capisco che a qualcuno non piaccia il sistema Amazon. Capisco benissimo chi i libri preferisce acquistarli in libreria, visto che è così anche per il sottoscritto. Ma Venerato Maestro Oppure non sarebbe comunque mai andato in libreria. Senza Amazon, me lo sarei pubblicato e distribuito da solo, salvo magari poi constatare che il gioco non valeva la candela e allora non avrebbe avuto i successori che invece avrà. Grazie ad Amazon, piaccia o meno. Di nuovo: che avreste fatto al posto mio?

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Pubblicità per me stesso (1)

Due chiacchiere con l’amico e collega Luca Castelli, prendendo spunto dall’uscita di Venerato Maestro Oppure, sull’inserto torinese del “Corriere della Sera” di oggi.

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Ed Sheeran me spiccia casa

Primo e quarto nella classifica assoluta di categoria, numero 1 e 2 in quella delle novità più interessanti. Non male, dai.

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Nove cose che non farò per promuovere il mio libro (e una invece sì)

1) Non ne ricorderò l’esistenza su Facebook tutti i santi giorni con un post identico a quello del giorno prima e del giorno prima ancora e del giorno prima prima ancora eccetera. Per mesi di fila.

2) Quando scriverò qualcosa al riguardo non taggherò trenta o quaranta persone alla volta (e anzi neppure una, a meno che non ci sia una ragione che lo giustifichi), invadendo così i loro profili e senza nemmeno avere avuto la buona creanza di chiedere prima il permesso.

3) Non vi contatterò in privato su Messenger per invitarvi all’acquisto…

4) …e quindi non vi cancellerò dall’elenco delle amicizie nel caso, statisticamente alquanto probabile, che cortesemente decliniate. Né vi bannerò se doveste (giustificatamente) essere non tanto cortesi (magari anche perché ho iniziato con un “caro Alberto” e tu sei Luca).

5) Egualmente, non vi eliminerò dalla lista di cui sopra con l’unica motivazione che il mio libro proprio non vi interessa e questo per fare posto a nuovi contatti da importunare.

6) Non vi manderò, nel caso dovessi essere in possesso del vostro indirizzo di posta elettronica, nemmeno una mail al riguardo.

7) Non attingerò a certi vecchi elenchi degli abbonati di una nota e ormai da un po’ scomparsa rivista per inviarvi a casa volantini pubblicitari. Perché ci sono normative sulla privacy che andrebbero rispettate e incidentalmente anche perché sarebbe una cosa piuttosto dispendiosa e cretina da fare. In sette anni almeno un 20% di quegli abbonati avrà cambiato recapito e più di qualcuno/a non è sfortunatamente più fra noi (immagina il genitore, l’ex-consorte, un figlio che si ritrova nella buca delle lettere un invito a comprare il prezioso tomo).

8) Niente offerte speciali legate all’attuale o a future pandemie.

9) Niente recriminazioni riguardo al fatto che nessuno si è degnato di recensirlo, questo capolavoro assoluto della saggistica musicale mondiale di ogni luogo ed epoca. Anche perché forse qualche recensione uscirà, visto che nella mia ormai discretamente lunga carriera mai mi sono prodotto in pubblico in giudizi sprezzanti, e ciò che è più grave immotivati, riguardo a questo o quel collega. E quindi credo che qualcuno mi stimi, qualcuno no, qualcuno – professionalmente parlando – non mi sopporti proprio ma nessuno mi schifi umanamente perché l’ho gratuitamente (e sottolineo il “gratuitamente”) esposto al pubblico ludibrio una, due, tre, dieci volte (a latere: aspetto ancora querele riguardo a certi articoli che pubblicai sette anni fa riguardo a una certa cooperativa; mai arrivate: strano).

Una cosa che farò (a giorni) per promuovere questo mio primo riordino di archivi e i numerosi titoli che gli andranno dietro nei prossimi mesi e anni, sempre la che salute mi assista e il Fato non mi tenda “il” trabocchetto, sarà invece riattivare una pagina su Facebook che esiste da tempo ma è stata tenuta in sonno. Ecco: per quella magari vi chiederò un “like”, che diversamente dai miei libri non costa nulla. Se me lo concederete, ve ne sarò grato. Se no nessuna rappresaglia, giuro.

Oh, se nel mentre mi leggevate vi fosse venuta una voglia irresistibile di sorbirvi il sottoscritto per quattrocento pagine dense di storie e incidentalmente consigli per altri acquisti (o comunque ascolti), potete togliervela comprando Venerato Maestro Oppure qui.

Dimenticavo… Un’altra cosa che farò, come da abitudine cui mai sono venuto meno dacché lavoro, sarà versare la mia quota di tasse per ogni singolo euro guadagnato. Forse sarebbe stato più comodo e fruttuoso cercare una tipografia compiacente e ricevere i soldi direttamente da chi acquista, ché tanto poi (se non si tratta di cifre davvero importanti) chi vuoi che controlli quanto ti è stato bonificato o ti è arrivato tramite Paypal, ma io purtroppo sono fatto così. Male. Uno sfigato, direbbe qualcuno.

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La copia numero zero

 

La rara, rarissima e insomma unica prova di stampa per l’autore. Quella che finirà all’asta su Sotheby’s. Completa di un’informazione errata e un refuso che fortunatamente non troverete nella vostra copia.

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Il giorno dopo

Oh, adesso non è che io intenda tirarmela più di tanto e però… Ci tengo comunque a precisare che, diversamente dal bardo di Pavana, mai e poi mai in vita mia votai PSI. Sempre e comunque PCI.

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Ciao, Ezio (ricordi sparsi di incontri con un Maestro vero)

Ho un ricordo nitidissimo dell’ultima volta che incrociai, letteralmente, Ezio Bosso. Ero in Piazza Savoia e lo vidi sbucare sulla sua carrozzella nel pieno del flusso del traffico che arrivava da Via Corte d’Appello. Ci scivolava in mezzo con uno sprezzo del pericolo che mi fece rizzare i capelli in testa, ma nonostante la velocità pazzesca a cui andava dovette scorgermi con la coda dell’occhio perché subito accostò, con un’altra manovra da farmi gelare il sangue, e attaccò allegro a chiacchierare, con me e la mia fidanzata di allora, che poi è diventata mia moglie e che naturalmente gli presentai. Rimanemmo lì una decina di minuti e bastarono alla Laura per restarne folgorata. Ezio faceva quell’effetto lì, a tutti e soprattutto a tutte. Poi si congedò, sfrecciò via e che ne sapevo che era un’ultima volta? All’epoca lui aveva una residenza a Palazzo Barolo, io fino al mese prima avevo abitato in Via Garibaldi e insomma non è che fossimo vicini di casa ma quasi. Così, molto banalmente, quando andavo a far spesa al Carrefour che è su un angolo di quella piazza mi succedeva sovente di trovarlo seduto nel dehors del bar a fianco. Se era da solo o al limite con un’altra persona mi fermavo a parlare un po’. Se invece stava tenendo corte mi limitavo a un cenno di saluto e tiravo dritto. Davo per scontato che ci sarebbe stata una nuova occasione, anche dopo avere traslocato, ma mi ero spostato giusto tre traverse più in là. Eravamo ancora quasi vicini di casa. Solo che proprio in Piazza Savoia, a un trenta metri da dove ci scambiammo parole e sorrisi per l’ultima volta, una o forse due settimane dopo – era il 5 novembre 2015 – un’auto mi investì, cambiandomi la vita per sempre.

Così quando il Maestro Ezio Bosso il 10 febbraio dell’anno dopo emozionò l’Italia suonando Following A Bird a Sanremo stavamo messi quasi – ma un quasi molto grosso – uguale. Pure io in carrozzella e con una disabilità grave e però con l’enorme differenza che, diversamente da lui, sapevo che da quella carrozzella, una seduta di fisioterapia dopo l’altra, mi sarei alzato. Non sarei tornato come nuovo, decisamente no, e però andare a ritroso per un bel pezzo si poteva. Riprendere a vivere con un orizzonte temporale indefinito, non con uno che sai per certo essere limitato, così come sai che nell’attesa non te la passerai per niente bene. Mi diede tanta forza, Ezio a Sanremo, quando ero esausto dopo avere fatto dieci passi attaccato a due parallele e dicevo a me stesso dai, e che cazzo!, se lui messo com’è riesce a fare quello che fa, tu altri dieci passi adesso te li suchi e poi dieci ancora, e finiscila di commiserarti, coglione. Mi rese anche molto popolare nell’Unità Spinale del CTO, perché in qualche modo si venne a sapere che era un mio amico e allora tutti a chiedermi di lui, di com’era, di come non era. Gente che da lì sarebbe uscita anche meglio di me (pochi; un paio), gente paralizzata per sempre dalla cintola in giù (o, bizzarramente, dalla cintola in su), o che muoveva solo la testa e un braccio, o una mano appena e quella usava per spostarsi su un mezzo motorizzato. Io lo so che Ezio detestava venire percepito per cominciare come un disabile. Non so invece (ma immagino di sì) se si rendesse conto di essere divenuto un faro per chi – così dalla nascita, o per via di una malattia, o un trauma – deve convivere con un handicap serio. Guarda quello lì. Che forza d’animo. Tipo Zanardi, solo che suona il piano e dirige pure le orchestre. Quello penso gli facesse piacere, se gli capitava di pensarci.

Pure della sera in cui lo conobbi conservo un ricordo netto, nonostante temporalmente non sappia situarla con precisione. Fine anni ’90 in ogni caso, massimo 2000 o 2001, almeno un due anni prima dunque che la colonna sonora di Io non ho paura facesse valicare alla sua fama di enfant prodige (e un po’ terrible) il ristretto circolo degli amanti della musica classica e, in particolare, della classica contemporanea, suscitando parecchie invidie nell’ambiente. Era quel tipo di situazione che ho sempre adorato e in cui mi sono trovato immancabilmente da imbucato, una di quelle cene dopo un concerto, o uno spettacolo in teatro, o un giorno di riprese, in cui si mangia bene e si beve spesso meglio, e tanto, e i musicisti o gli attori o i registi si rilassano, talvolta sbracando alla grande, e spettegolano come manco le lavandaie o le portinaie di una volta. Ezio era a centro tavola, la solita donna abbagliante a fianco (che poi, imparerò, spesso non sarà la solita), e comiziava da par suo, irresistibile. Ero lì su invito del mio amico di più lunga data, compagno di banco al liceo e violinista di notevole caratura, al tempo e per molto ancora il partner in crime preferito dal Maestro. Mi divertii immensamente. Sono un uomo fortunato. Ne ho passate certamente più di quante non me ne tornino alla memoria in questo momento di serate così con Ezio Bosso. Me ne viene in mente una ad Aosta, dopo una meravigliosa sonorizzazione per un vecchio film muto nella cornice di suo già suggestiva dell’anfiteatro romano. Ma più che altro mi si ripresentano davanti momenti sempre felicemente epicurei ma più intimi, io, il mio amico di cui sopra ed Ezio, che nel frattempo mi aveva preso in simpatia, e al massimo una o due persone ancora. La mia prima volta in quello che è diventato il mio ristorante torinese preferito, dove il Maestro era un habitué e un tavolo per lui lo rimediavano sempre, anche quando era tutto pieno. Una notte in un locale fighissimo di Via della Consolata che non esiste più e durante la quale (oh, stiamo parlando di gente alla quale è difficile star dietro) mi sa che mi fecero eccedere con i superalcolici, però a casa che era a due passi riuscii a tornarci camminando in linea retta. Un’altra in pieno agosto sull’immenso terrazzo di casa dell’amico violinista, un silenzio intorno in una San Salvario deserta che per sentirne un altro così c’è voluto il lockdown, e noi a grigliare salsicce e bistecche, bere birra e sparare cazzate. E un’altra ancora, che a ripensarci mi si stringe il cuore, a fare a momenti l’alba sotto i portici di Corso Valdocco. Ezio era già malato, gli era venuta questa parlata strana da ubriaco così penosamente diversa dalla voce che conoscevo e camminava aiutandosi con un bastone, eppure continuava a sprizzare gioia di vivere. Però un filo di umana malinconia sotto sotto non potevi non coglierlo. O così mi sembrò.

Ho potuto godere – io che di musica classica conosco giusto i classici e insomma non ne capisco niente ma Ezio diceva che non c’è niente da capire o, meglio, capirla è alla portata di chiunque: la Bellezza ci trascende e ci rapisce – non soltanto di concerti magnifici, e di quanto veniva dopo, ma del prender forma di taluni di quegli spettacoli. Nell’estate 2010 (o era il 2011?) trascorsi da ospite in un antico borgo abbarbicato alle montagne liguri una settimana durante la quale lo vidi preparare giovani allievi e allieve a farsi orchestra. Guidandone il percorso con mano tanto lieve quanto ferma e tuttora non saprei dire se a impressionarmi maggiormente fu l’eccezionale dimostrazione di etica del lavoro applicata cui stavo assistendo o la leggerezza di tocco della regia. In un’unica occasione, ravvisando una diminuzione di tensione, uno sfilacciarsi del suono, rimproverò gli orchestrali. Non fu per niente una scenata, ma divenne improvvisamente così serio che non volava una mosca, disse quanto aveva da dire senza mai alzare la voce e poi “da capo, dal punto…”. Lo risuonarono perfetto quel movimento. Un gran sorriso. “Visto che lo sapete fare? Pausa.”

Una volta l’ho intervistato, Ezio Bosso. Anzi: due. Mi era venuta l’idea che un personaggio così trasversale e – in ogni senso – curioso, uno che non solo a inizio carriera aveva avuto un piccolo flirt con il rock ma come attitudine era strepitosamente rock’n’roll, potesse risultare interessante per il pubblico del “Mucchio”.  Proposi. Approvarono. Ezio ne era entusiasta e questo suo entusiasmo gli veniva dalla rara occasione (tenete conto che stiamo parlando del 2008; la sua notorietà era un ventesimo, un cinquantesimo di quella che gli regalerà Sanremo e tutto quanto è venuto dopo) datagli di rivolgersi a una platea tanto diversa dalla sua usuale. Così mi preparai per bene, comprai i dischi che già non avevo (le colonne sonore; cercatele, sono stupende) e per una paradisiaca settimana mi ci immersi. All’intervista che – per dire quanto il nostro uomo fosse fuori da ogni schema – era fissata per l’intervallo fra prove e concerto non in uno dei luoghi tipici della musica classica bensì in un club dove abitualmente si suonava elettronica, e pure situato in una zona alquanto malfamata, arrivai però senza domande scritte, giusto con un canovaccio in testa. Tanto, conoscendolo ormai discretamente bene, sapevo che sarebbe bastato lanciargli due o tre ami e al resto avrebbe provveduto lui. Fu eloquente, torrenziale, esilarante. Espose la sua biografia, parlò incidentalmente anche del suo rapporto con il rock (aveva un debole per gli Who: “Baba O’Riley, quel pezzo è genio puro”) e molto sparlò, sia della ristrettezza mentale delle accademie che della pochezza di certa critica, che di quanto poco peso si dia in Italia alla cultura. E così via, sparando ad alzo zero sul fenomeno montante Giovanni Allevi, raccontandomi di quella cantante là con cui aveva lavorato “che avrà anche delle tette da paura ma di riuscire a farla cantare intonata non c’è verso”. Se la devo dire tutta fu a tratti guascone, un po’ sborone se preferite, e però era fatto così, ti faceva scoppiare a ridere pure quando era serio e diceva cose serissime ridendo, e comunque a un Genio autentico glielo puoi perdonare se ogni tanto gli scappa di fare un po’ la ruota a mo’ di pavone, visto che se lo permette gente che viceversa non vale nulla. E niente, è quasi ora di inizio spettacolo, gli dico che va bene così e che scopro? Che il tastino “rec” del mio portatile digitale è incastrato. Comincio a sudare freddo, panico totale, riesco dopo due minuti di cauti armeggiamenti a disincastrarlo e – lo avrete capito – constato di non avere registrato nulla. Ezio mi ha dedicato un’ora e mezza del suo tempo e avrebbe ogni diritto di incazzarsi. Invece mi vede lì annichilito, non fa una piega, mi batte con una mano sulla spalla e “tranquillo, la rifacciamo quando vuoi, che problema c’è?”. C’era che sarebbe venuta fuori una roba straordinaria. C’era che sapevo di avere perso un qualcosa di irripetibile con quel flusso lì, quel ritmo e quella verve così, e difatti quando alcuni mesi dopo la rifacemmo, a casa di un suo famigliare, non venne bene per niente e tutto per colpa mia, che avevo un sacco di grane di cui non sto a dirvi e la testa altrove, e quando chiusi perché era arrivato a trovarlo un conoscente, un dj mi pare, ero conscio che sarebbe stato necessario un sacco di “taglia e cuci” per provare a insufflare un alito di vita in quella cosina smorta. Feci che rinunciare direttamente (Ezio mai me lo rimproverò; fece giusto una volta una battutina, ma sogghignava) e ancora oggi ho sul pc un file .wav di trentacinque minuti con lui che parla e una data: 11 gennaio 2009. Lui che parla con la voce di prima che si ammalasse e non so se avrò mai il coraggio di riascoltarlo.

Deve essere per via di quel secondo appuntamento da fissare che nella rubrica del mio cellulare sotto “Bordone Carlo” ci sta “Bosso Ezio”, ma non ricordo di averlo mai chiamato. Ci si vedeva per caso o insieme all’amico mio, all’amico nostro, che si occupava sempre lui di organizzare. E dopo quell’ultimo incrociarsi, diversi anni dopo, in Piazza Savoia di cui ho raccontato all’inizio non ho mai osato cercarlo. Lui non abitava più a Torino, su come stesse avevo chi mi informava e mi pareva brutto disturbarlo mentre magari stava studiando o suonando o riposando, o sottoponendosi a cure che purtroppo potevano solo ritardare l’inevitabile. Ho assistito da lontano a questo suo bruciare, in quattro anni che per lui devono essere stati insieme terribili ed esaltanti, in uno splendore abbacinante da falò che ha stregato l’Italia intera. Le ultime due volte (l’ultima appena cinque settimane fa, a “Propaganda Live”) l’ho visto in TV, come tutti, ma io con dentro una felicità da spaccarmi il cuore perché – contro ogni logica e notizia – mi sembrava che in qualche miracoloso modo stesse meglio. Per certo era migliorato il suo eloquio, tornato non quello di un tempo e tuttavia perfettamente intelligibile. E non soltanto quello, pure il gesticolare, appassionato come le parole. Così ieri mattina sono stato sorpreso con la guardia abbassata. Ho pianto molto. Ho avvertito un senso di vuoto come due sole altre volte in vita mia.

Oggi non più. Ho passato la giornata scrivendo queste righe, con la musica di Ezio che risuonava nel mio studio e lui accanto a me, una presenza tangibile. Sono sereno, grato per la buona sorte che ho avuto di conoscerlo. Non c’è più, ma c’è ancora. Ci sarà sempre.

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Classic Rock n.84

Sul numero di novembre di “Classic Rock”, da poco in edicola, una mia breve intervista in cui rispondo a qualche domanda sulla recente riedizione, in forma ampliata e radicalmente rivista, del volume Giunti Rock – 1000 dischi fondamentali.

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Della compulsione a redigere liste e di cerchi che si chiudono

Era il 1990. Il sottoscritto e Federico Guglielmi (insieme con un manipolo di gran belle persone; eccetto un paio le ricordo ancora tutte con affetto) ci eravamo inventati qualche tempo prima un mensile chiamato “Velvet”. Un decennio era appena finito e nei numeri 17 e 18 della rivista (febbraio e marzo) provammo a fare il punto su “quegli anni importanti” passandone al vaglio la produzione discografica. Sul primo fascicolo sistemammo le schede di quelli che secondo noi erano i venti capolavori più capolavori di tutti, sul secondo scrivemmo di altri ottanta titoli. I lettori mostrarono apprezzamento e decidemmo allora di perseverare, portando in edicola quell’estate un supplemento del giornale che battezzammo “Velvet Gallery” e nel quale, facendoci dare una mano fra gli altri da Massimo Cotto, Paolo Ferrari ed Ermanno Labianca, estendemmo la nostra indagine al rock dei tre decenni precedenti, ’50, ’60 e ’70. Gli album a quel punto erano diventati 333. Ci divertimmo assai e la nostra piccola platea (piccola per allora; con quei numeri oggi non dico che ci arricchiremmo ma quasi) di nuovo gradì.

Fast forward… Primavera 2001. Esce il primo numero di “Extra”, supplemento inizialmente trimestrale dell’allora settimanale “Il Mucchio Selvaggio” e, guarda che coincidenza, un altro decennio si è da poco concluso. Possiamo non cadere nella tentazione di tirarne le somme al solito modo, ossia cercando di individuare cento dischi particolarmente atti a rappresentarlo? Più che caderci ci tuffiamo dentro, a capofitto. Entro il numero 5 già avevamo compilato una piccola summa del rock dai primordi a fine secolo che nel 2002 la Giunti si incaricava di portare in libreria. Quel “Rock – I 500 dischi fondamentali” dieci esatti anni dopo lasciava le librerie senza essere nel frattempo mai uscito di catalogo e diventava “Rock – 1000 dischi fondamentali”. Neanche quello (a testimonianza di numeri inusuali per il mercato editoriale italiano; figurarsi per quello specializzato in cose di musica) è mai uscito di catalogo. Anzi sì. Ieri.

Fosse stato per noi avremmo atteso un altro anno, giusto per arrivare a fine decennio, ma alla Giunti premevano per un aggiornamento e quando Riccardo Bertoncelli (per quanto mi riguarda: il vero e unico Venerato Maestro, sempre e comunque) ti chiede qualcosa è davvero difficile dire no. Abbiamo detto sì (io, Guglielmi e naturalmente Carlo Bordone e Giancarlo Turra, già preziosi complici nella precedente avventura), però nel contempo non dico cambiando gioco ma quantomeno un po’ di regole sì. Fuori dal volume i cosiddetti Padri Fondatori, si parte dal 1954 (dall’Elvis della prima, storica seduta di incisione alla Sun) e si giunge ai giorni nostri dando al termine “rock” un’accezione ancora ampia ma che non arriva a includere, diversamente dal precedente tomo, la world music. C’è molto meno hip hop, un po’ meno reggae, un po’ meno elettronica. Il tutto per far posto non solo a un buon numero di dischi usciti fra il 2011 e il 2018 ma anche a un tot di lavori storici che nel predecessore non eravamo riusciti a includere. E poi c’è l’appendice dei 100 culti. Non saprei dire esattamente (dovrei passarci mezza giornata; magari prima o poi lo faccio) quanti siano i dischi mai trattati prima inclusi in questo “1000 + 100”, ma a spanne azzarderei un paio di centinaia.

Per dare persino al lettore che ci segue sin da “Velvet” (ce ne sono, ce ne sono…) qualcosa di fresco, di nuovo, il brivido della sorpresa e, chissà, della scoperta. A proposito di Velvet: avete fatto caso all’etichetta del 33 giri che campeggia in copertina?

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Tutto chiacchiere e niente più distintivo

Lo scorso 15 marzo ricevevo dal Consiglio di Disciplina Territoriale dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte notifica dell’avvio di un procedimento nei miei confronti. Quale la mia colpa? Non essermi mai prestato, come tanti dei colleghi che conosco (quasi tutti, a dire il vero) e che sono iscritti all’Albo (diversamente da altri che chiamo colleghi perché come me in qualche modo e misura esercitano la professione giornalistica ma senza – saggiamente – essersi mai iscritti a un ordine eccelso soprattutto nel tutelare sempre e soltanto i già tutelati), alla farsa della cosiddetta “formazione continua”. Farsa che prevede che si seguano, di persona o anche on line, corsi per lo più di spettacolare inutilità al fine di accumulare crediti che certifichino che, per l’appunto, ti stai mantenendo aggiornato. Corsi talvolta gratuiti e talvolta non proprio, come avrete modo di apprendere proseguendo nella lettura, e che da quando sono stati istituiti hanno avuto più che altro la funzione di creare un notevole indotto in un ambito in cui è normale che il redattore di un quotidiano nazionale percepisca mensilmente uno stipendio di varie migliaia di euro, con tredicesima, quattordicesima, ferie pagate e assortiti bonus mentre il ragazzino, che magari tanto ragazzino non è, che lavora non assunto per il medesimo giornale viene pagato dieci euro a pezzo. Indovinate, fra i due, chi si preoccupa maggiormente di tutelare il pregiato Ordine Nazionale dei Giornalisti.

Era da un bel po’ che meditavo di smettere di versare annualmente il mio obolo a un’istituzione nella quale da tempo non ripongo più alcuna fiducia (finirò per dare ragione a chi sostiene che sia il caso di abolirla: perché giornalista è chi giornalista fa e per tutto il resto ci sono, o dovrebbero esserci, i sindacati) e l’invito cortesemente fattomi a prestarmi a un simulacro di processo che si sarebbe probabilmente concluso, farsa nella farsa, con la radiazione dall’Albo mi ha spinto ad anticipare il prevedibile finale, dimettendomi io. Con questa lettera, inviata ieri con raccomandata a.r. al presidente del Consiglio di Disciplina di cui sopra. Ci tenevo a condividerla con chi mi fa la cortesia di leggermi: da poco, qualche mese o anno, avendomi scoperto proprio grazie a questo blog, o magari sin dal lontanissimo 1983. O, chissà, forse oggi per la prima volta.

P.S. – In realtà il distintivo ho deciso di tenermelo, col cazzo che glielo restituisco con tutti i soldi che stoltamente ho dato all’Ordine dacché mi iscrissi, ventisette anni fa, ma sono uno che non ha mai saputo resistere alla tentazione di un titolo a effetto.

Ho pubblicato il mio primo articolo su un mensile a diffusione nazionale nel febbraio 1983. Solo dopo averne firmato molte centinaia di altri decisi, nel febbraio 1992, di iscrivermi all’Ordine Nazionale dei Giornalisti, Elenco Pubblicisti. Lo feci, conscio che la cosa non mi avrebbe procurato nella pratica beneficio alcuno, unicamente perché persuaso – all’epoca; nel tempo mi avete dato non poche occasioni di dubitare di questo mio convincimento – della giustezza dell’esistenza di un ordine professionale a tutela di quanti fanno della professione giornalistica un’occupazione, principale o secondaria che sia.

Da quel febbraio 1992 gli articoli firmati, su una ventina fra riviste diffuse in edicola e siti internet, sono diventati parecchie migliaia. Tolto un periodo di cinque anni durante i quali, su richiesta della proprietà, assunsi l’incarico di direttore responsabile di una piccola testata locale nella quale già facevo funzione di direttore editoriale, avere in tasca il tesserino dell’ordine non mi è mai servito a niente. Quando si è trattato di sollecitare editori che ritardavano eccessivamente i pagamenti, o si dimenticavano proprio di effettuarli, ho fatto ricorso ai servigi di un legale mio amico e mai a quelli che l’Ordine eventualmente offre. E in trentasei anni mai ho ricevuto una querela per un qualcosa da me firmato.

Trentasei anni che includono i ventisette durante i quali sono stato iscritto all’Ordine, e di conseguenza all’Associazione Stampa Subalpina, continuando a versare ogni anno il mio obolo a questo e a quella per – posso dirlo adesso – stupido idealismo. Meditai di dimettermi una prima volta proprio quando qualcuno pensò bene di stabilire un obbligo di aggiornamento professionale continuo per gli iscritti all’Albo, per tramite di corsi per lo più a pagamento e di utilità per lo più nulla, eccetto per l’indotto che si è così creato e che permette a molti di lucrarci su. Io mi occupo di critica musicale. Recensisco dischi, scrivo articoli monografici, ho pubblicato a oggi diciassette libri e offerto contributi a una mezza dozzina di altri. Vorrei proprio trovarmi davanti uno che mi insegna come si scrive una recensione: così, tanto per farmi due risate. O che prova a migliorare il mio più che decente inglese con un corso di lingua specializzato per giornalisti, del valore di 16 crediti e al modesto costo di € 380, per ben trenta ore di tempo che posso usare facendo altro e gratis, o persino facendomi pagare io. Offerta casualmente pervenutami – come quella a imparare a usare Instagram (come se un qualunque imbecille non fosse perfettamente in grado di fare da sé), a € 162 per giorni due e crediti 16 – nei giorni immediatamente successivi al ricevimento della vostra cortese missiva.

Confesso che un po’ ero tentato di presentarmi – magari assistito da un legale di fiducia, come mi informate essere mio diritto – alla convocazione fattami per lunedì prossimo 15 aprile presso il Consiglio di Disciplina per offrire “motivazioni plausibili che giustifichino la mancata osservanza dell’obbligo formativo nel triennio 2014-2016”. O quantomeno di scrivere, sempre come da indicazioni vostre, una memoria difensiva. Ma si dà il caso che il mio amico avvocato sia ormai felicemente in pensione e io non voglia disturbarlo. Si dà altresì il caso che il sottoscritto non abbia tempo da perdere, e magari voi nemmeno, per una questione tanto risibile. Sul perché non abbia mai frequentato un corso formativo credo di essere stato abbastanza esplicito. Non mi presenterò e mi rimarrà dunque la curiosità di sapere a quale pena terribile sarei andato incontro, se all’amputazione di una mano, a una fustigazione, a una banale multa. O se vi sareste limitati a chiedermi di fare solenne ammenda e magari recuperare il tempo perduto – che so? tre anni in uno, come certi studenti un po’ pigri o tardi di comprendonio – frequentando corsi dopo corsi, qualcuno persino gratuito e gli altri ai prezzi di cui sopra. Chissà. I miei dieci centesimi li avrei comunque scommessi su una radiazione e allora vi anticipo.

Prima che procediate voi a espellermi mi dimetto io, con questa lettera, dall’Ordine Nazionale dei Giornalisti. Solo, non chiedetemi di restituire il tesserino. Quello me lo tengo, in commosso ricordo delle migliaia di euro che vi ho versato nell’arco di ventisette anni in cambio, nei fatti, di un bel niente. E vorrà dire che dal 2020 (dandosi il per me sfortunato caso che per il 2019 già abbia pagato quanto dovuto) risparmierò quei 170 euro all’anno. Avrei dovuto tagliare questo inutile costo già tanto tempo fa, ma pazienza. Mi è di consolazione sapere che in tanti si comporteranno come me.

Distinti saluti.

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