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Low – Double Negative (Sub Pop)

Scalpore fra i fan dei Low – a quell’altezza un culto consolidato e del resto era già il loro album numero sette – quando nel 2005 firmavano per la Sub Pop e davano alle stampe “The Great Destroyer”. A suscitare perplessità e reprimende “a prescindere” non era tanto che passassero di categoria, dopo tre lavori per l’inglese e piccina Vernon Yard e altrettanti per un’indipendente di medie dimensioni come la Kranky, di Chicago, quanto che si accasassero presso l’etichetta che verrà sempre ricordata come la casa del grunge, la Sub Pop. Ma come! Proprio loro che all’apparire alla ribalta erano stati considerati la più sommessa e per questo più potente delle antitesi del grunge? Alfieri della scena slowcore, artefici di una musica impalpabile e lentissima. Aveva tuttavia un senso che quello che è fondamentalmente un duo formato anche in una vita da coniugi dal chitarrista Alan Sparhawk e dalla batterista Mimi Parker scegliesse quel marchio per pubblicare quel disco: “The Great Destroyer” li vedeva per la prima volta alzare almeno ogni tanto i volumi ed evidenziava contestualmente un’inedita vena pop.

Tredici anni e cinque album dopo l’etichetta è la stessa, la musica no ed è uno scarto inatteso e nettissimo rispetto anche all’immediato predecessore (del 2015), “One And Sixes”. Facile prevedere che il dibattito fra i seguaci della band si infiammerà come mai prima, nulla al confronto la diatriba di cui sopra. È che musica così i Low non l’avevano mai prodotta (appena alcuni anticipi nel comunque infinitamente più potabile “Drums And Guns”, del 2007): foschissima, claustrofobica, spesso fragorosa e distorta. Fra un distendersi di bordoni e un crepitare di energia statica, non una traccia si distingue davvero fra le undici che sfilano. Il coraggio è apprezzabile, l’ascolto faticosissimo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.402, ottobre 2018. “Disco dell’anno” per “Uncut” e, qui in Italia, sia per “Blow Up” che per “Rumore” e altissimo in innumerevoli altre playlist, fra le quali molte personali di gente che professionalmente e/o umanamente stimo assai: “Double Negative” è diventato il lavoro più acclamato nella venticinquennale vicenda dei Low. Io, che li ho sempre adorati, l’ho invece detestato con ogni più intima fibra del mio essere. Sarà un problema mio, probabilmente. Sarà che mi è toccato farci i conti nell’estate più stressante e brutta della mia vita, ma l’ho trovato insopportabile. Per me “Double Negative” è l’estate del 2018. Non lo riascolterò mai più.

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Come passa il tempo quando uno scrive per “Audio Review”

Il file risulta salvato in data 12 marzo 1996, alle ore 17.37. Cominciava così (qualche giorno prima mi aveva contattato telefonicamente l’allora responsabile della sezione recensioni Marco Crisostomi, recentemente scomparso) la mia collaborazione ad “Audio Review”. Con una recensione – positiva; un bel “7” il voto – del debutto dei torinesi Mao e la Rivoluzione, ottimamente prodotto da un altro torinese, Max Casacci, che da lì a qualche mese ancora avrebbe fondato tali Subsonica. In quel lontanissimo numero 159 mi occupavo di altri quattro dischi soltanto ancora (i nuovi di Assalti Frontali, Jalal ed Alison Statton; una teca dedicata al classico di Peter Green “The End Of The Game”) e mai avrei immaginato che ventidue anni e quattro mesi, 241 numeri e alcune migliaia (migliaia!) di recensioni dopo mi sarei ritrovato a celebrare su un blog – ossia su un qualcosa che all’epoca manco esisteva – l’inizio del più prolungato nel tempo fra i miei rapporti professionali. Da un pezzo la collaborazione con “Audio Review” ha scavalcato in durata quella con “Il Mucchio” (pur’esso recentemente scomparso) ed è tutto dire.

L’arrivo in edicola, una decina di giorni or sono, del numero 400 della suddetta rivista mi è sembrato una bella scusa per recuperare quel primo articolo.

La ragione sociale è inedita ma i musicisti che dietro di essa si celano vantano curriculum già corposi. Mao in particolare, che della Rivoluzione è insieme l’ideologo e il leader carismatico, ha in passato prestato la sua voce, scura e ruggente, ai Voodoo (un discreto album all’attivo) e ai Magnifica Scarlatti (una grande promessa mai mantenuta) e ha fiancheggiato Fratelli di Soledad e Africa Unite. Proprio dalle file di questi ultimi viene Max Casacci, al cui lavoro in sede di registrazione e di missaggio si deve molto del merito della riuscita di questo LP. È musica, quella della compagnia torinese, che richiede una produzione capace di trovare il giusto punto di equilibrio fra potenza del suono e attenzione al dettaglio. Una dinamica carente o arrangiamenti troppo elaborati la danneggerebbero irrimediabilmente. Casacci è perfetto e si candida a entrare nel ristretto club dei produttori italiani di livello internazionale.

Avrete forse già ascoltato Febbre, il brano che inaugura l’album e il cui video si è visto parecchio in corrispondenza con la sua uscita: funky-metal poderoso con un ritornello pop di quelli che stendono. È un buon biglietto da visita, ma tanto altro c’è di memorabile in “Sale”: l’irresistibile gospel secolare di Temporali, per cominciare, e poi il matrimonio fra melodia italiana e beat bristoliani di Al limite e la voce recitante su base trip-hop de Il ritmo. Peccato che la rilettura di What A Wonderful World cui è affidato il congedo (c’è poi una breve postilla, con un assaggio di Febbre virata techno) non convinca per niente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 159, aprile 1996.

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OK, dico la mia (40 e non 41)

Ieri sera sono passato da Amantes per uno spritz. Ai lettori torinesi non devo spiegare cosa sia – cosa sia stato – Amantes. Ai non torinesi dico che per ventidue anni in quelle tre stanze sono successe cose – concerti, proiezioni, conferenze, mostre d’arte – e soprattutto si sono incrociate persone. Amantes era quel tipo di posto che ci andavi dopo o prima di cena, quando avevi voglia di fare due chiacchiere, ed eri sicuro (in particolare il giovedì, quando a girare dischi in modalità Kingston era Paolone Ferrari) che ci avresti trovato qualcuno, o qualcuna, che conoscevi. Che probabilmente ti avrebbe presentato qualcuno, o qualcuna, che non conoscevi. Eri arrivato di cattivo umore? Quasi invariabilmente te ne andavi sorridente e non era solo una questione di tasso alcolemico. Era così, Amantes, sempre pieno di gente bella e interessante. Vi si incontrava tutta la Torino di un certo tipo e senza manco bisogno di darsi appuntamento.

Ieri sera molta di quella Torino lì è passata, come me, a sporgere un saluto. Centinaia di persone, così tante da riempire i marciapiedi di via Principe Amedeo per metri e metri in una direzione e nell’altra, così tante da fermare il traffico. La solita gente bella e interessante. Allegra, ma stavolta era un po’ un’allegria di naufragi. Il circolo ARCI locale per antonomasia non celebrerà il ventitreesimo compleanno. Si ferma a ventidue. Abbassa la saracinesca, vittima di una crisi che sotto la Mole ha picchiato duro, incattivendo ma soprattutto deprimendo la città, mortificandone una vivacità culturale che resta unica. Amantes ha chiuso e già mi manca. Ci sono sempre stato così bene che quando, due anni e dieci giorni fa, mi sposai non ebbi dubbi riguardo al dove fare la festa: lì, come ho ricordato a Roberto Tos abbracciandolo. Con tutto quello che hai organizzato qui dentro un ricevimento di matrimonio ti mancava, eh? Ciao, Roberto. Ce lo berremo ancora un bicchiere insieme, da qualche altra parte, ma non potrà proprio essere la stessa cosa.

Sempre ieri è arrivata la notizia della chiusura della più longeva rivista musicale italiana. Quarant’anni compiuti (festeggiati non credo proprio) lo scorso ottobre. Fu su un “Mucchio” allora “Selvaggio” che pubblicai il mio primo articolo, nel febbraio 1983. Vi ho collaborato – sommando due diversi periodi: ’83-’88 e poi ’99-2012 – per quasi diciannove anni e credo di essere stato la seconda firma – dopo Federico Guglielmi e non contando il fondatore e affondatore – per anzianità di servizio su quel giornale. Per dire quanto “Il Mucchio” sia stato una parte importante – determinante persino – della mia vita. Come e perché me ne andai la seconda volta – precedendo di qualche mese le dimissioni, uno via l’altro, di quasi tutti i principali collaboratori – credo che in molti lo ricordino. Per chi vuole rinfrescarsi la memoria, qui, qui e qui. Ci siamo lasciati come peggio non si sarebbe potuto, sono convinto di avere molto contribuito alla perdita di credibilità della testata e non me ne pento minimamente. Al tempo avvertii come un dovere etico il divulgare ciò che avevo scoperto e questo è quanto.

Non sono né contento (come immaginavo che sarei stato) né dispiaciuto (era in realtà morto nel 2013; ciò che è sopravvissuto poco, pochissimo aveva in comune con la storia precedente) che abbia cessato le pubblicazioni. Alla notizia (che fra gli addetti ai lavori circolava già da qualche giorno) mi sono scoperto serenamente indifferente ed ecco, questo mi ha rattristato sì. Ho solo due commenti da fare. Il primo è che trovo che ci sia una sorta di giustizia poetica nel fatto che sia morto, al di là del considerevole calo post-2013 delle vendite sia in edicola che in abbonamento, a causa di un contenzioso giudiziario fra le due persone che tradirono la fiducia dei collaboratori e la passione dei lettori. Il secondo è che mi hanno infastidito le lacrime di coccodrillo su Facebook di quanti si sono detti addolorati, devastati persino, per la scomparsa del “Mucchio”, premurandosi però di aggiungere che non lo acquistavano più dal… (al posto dei puntini un anno qualunque, dal ’77 in poi). Se non si vuole che un giornale muoia lo si compra, non vale dispiacersene dopo.

Per quanto qualche ragione per non mettere più mano al portafoglio, dopo il terremoto che sapete, i lettori storici ce l’avessero eccome.

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Per Ofelia (le provenienze dell’amore)

Per ragioni che per chi mi segue saranno chiare fra qualche mese, da una settimana in qua sto rileggendo e redazionando un tot di miei vecchi articoli. Fra gli altri me ne è ripassato fra le mani uno che scrissi per il mensile “Dynamo!” nel lontanissimo 1995, pezzo cui sono molto affezionato e che considero uno dei miei migliori di sempre. Lì fra il tanto resto scrivevo di P.J. Harvey e notavo la derivazione della copertina dell’allora fresco di stampa “To Bring You My Love” da un celebre quadro, datato 1852, di John Everett Millais, Ophelia. Un dipinto molto ma molto familiare agli appassionati di rock.

Pearls Before Swine – Beautiful Lies You Could Live In (Reprise, 1971)

Christian Death – The Wind Kissed Pictures (Supporti Fonografici, 1985)

Electric Peace – Rest In Peace (Enigma, 1985)

P.J. Harvey – To Bring You My Love (Island, 1995)

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No Need To Argue (per davvero)

Un mese fa ho dovuto scrivere dell’ultimo (noioso) Eminem. Lì, in un brano chiamato In Your Head, è presente un campionamento di Zombie e lì è cascato l’asino. L’ho citato. Così facendo ho inavvertitamente sciupato quello che sarebbe stato se no un miracoloso percorso netto: ventisette anni (tanto sono andati avanti i Cranberries) non solo senza mai recensirli (che già sarebbe stata una performance rimarchevole, visto che in ventisette anni di recensioni ne ho scritte alcune migliaia) ma addirittura senza mai nominarli. Mai. Come testimonia il mio archivio digitale, inaugurato per curiosa coincidenza proprio nel 1991, per oltre un quarto di secolo ho vissuto nello stesso mondo in cui vivevano loro senza che le nostre strade si incrociassero una singola volta. A momenti da non crederci, visto il mestiere che faccio, visto che stiamo parlando di un gruppo che ha venduto quei quaranta milioni di album. Al sottoscritto, non uno. A casa mia ci saranno un 18.000 dischi e nemmeno una canzone dei Cranberries. La banale verità è che non hanno mai voluto dire nulla per me. Ovviamente non mi piacevano, ma nemmeno li detestavo. Serena indifferenza. Così sono rimasto un po’ spiazzato, ieri sera, vedendo la mia home di Facebook riempirsi di messaggi non di circostanza per la scomparsa di Dolores O’Riordan. Scoprendo che ha voluto dire tanto anche per miei coetanei, o per gente appena più giovane di me.

E la morale di questa storia qual è? Boh. Che sono solo uno snob del cazzo, probabilmente.

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And so this is Xmas

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25 dicembre 2017 · 08:31

Quando i Kraftwerk diventarono i Kraftwerk

Cogliendo l’occasione dei loro imminenti spettacoli italiani, sono stato invitato da Emiliano Colasanti a dire la mia sui due album grazie ai quali i Kraftwerk passarono di categoria, da oscuro gruppo sconosciuto fuori dai confini patri a Beatles di un nuovo pop elettronico. O all’incirca. Quindi oggi VMO lo trovate qui.

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