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Classic Rock n.84

Sul numero di novembre di “Classic Rock”, da poco in edicola, una mia breve intervista in cui rispondo a qualche domanda sulla recente riedizione, in forma ampliata e radicalmente rivista, del volume Giunti Rock – 1000 dischi fondamentali.

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Della compulsione a redigere liste e di cerchi che si chiudono

Era il 1990. Il sottoscritto e Federico Guglielmi (insieme con un manipolo di gran belle persone; eccetto un paio le ricordo ancora tutte con affetto) ci eravamo inventati qualche tempo prima un mensile chiamato “Velvet”. Un decennio era appena finito e nei numeri 17 e 18 della rivista (febbraio e marzo) provammo a fare il punto su “quegli anni importanti” passandone al vaglio la produzione discografica. Sul primo fascicolo sistemammo le schede di quelli che secondo noi erano i venti capolavori più capolavori di tutti, sul secondo scrivemmo di altri ottanta titoli. I lettori mostrarono apprezzamento e decidemmo allora di perseverare, portando in edicola quell’estate un supplemento del giornale che battezzammo “Velvet Gallery” e nel quale, facendoci dare una mano fra gli altri da Massimo Cotto, Paolo Ferrari ed Ermanno Labianca, estendemmo la nostra indagine al rock dei tre decenni precedenti, ’50, ’60 e ’70. Gli album a quel punto erano diventati 333. Ci divertimmo assai e la nostra piccola platea (piccola per allora; con quei numeri oggi non dico che ci arricchiremmo ma quasi) di nuovo gradì.

Fast forward… Primavera 2001. Esce il primo numero di “Extra”, supplemento inizialmente trimestrale dell’allora settimanale “Il Mucchio Selvaggio” e, guarda che coincidenza, un altro decennio si è da poco concluso. Possiamo non cadere nella tentazione di tirarne le somme al solito modo, ossia cercando di individuare cento dischi particolarmente atti a rappresentarlo? Più che caderci ci tuffiamo dentro, a capofitto. Entro il numero 5 già avevamo compilato una piccola summa del rock dai primordi a fine secolo che nel 2002 la Giunti si incaricava di portare in libreria. Quel “Rock – I 500 dischi fondamentali” dieci esatti anni dopo lasciava le librerie senza essere nel frattempo mai uscito di catalogo e diventava “Rock – 1000 dischi fondamentali”. Neanche quello (a testimonianza di numeri inusuali per il mercato editoriale italiano; figurarsi per quello specializzato in cose di musica) è mai uscito di catalogo. Anzi sì. Ieri.

Fosse stato per noi avremmo atteso un altro anno, giusto per arrivare a fine decennio, ma alla Giunti premevano per un aggiornamento e quando Riccardo Bertoncelli (per quanto mi riguarda: il vero e unico Venerato Maestro, sempre e comunque) ti chiede qualcosa è davvero difficile dire no. Abbiamo detto sì (io, Guglielmi e naturalmente Carlo Bordone e Giancarlo Turra, già preziosi complici nella precedente avventura), però nel contempo non dico cambiando gioco ma quantomeno un po’ di regole sì. Fuori dal volume i cosiddetti Padri Fondatori, si parte dal 1954 (dall’Elvis della prima, storica seduta di incisione alla Sun) e si giunge ai giorni nostri dando al termine “rock” un’accezione ancora ampia ma che non arriva a includere, diversamente dal precedente tomo, la world music. C’è molto meno hip hop, un po’ meno reggae, un po’ meno elettronica. Il tutto per far posto non solo a un buon numero di dischi usciti fra il 2011 e il 2018 ma anche a un tot di lavori storici che nel predecessore non eravamo riusciti a includere. E poi c’è l’appendice dei 100 culti. Non saprei dire esattamente (dovrei passarci mezza giornata; magari prima o poi lo faccio) quanti siano i dischi mai trattati prima inclusi in questo “1000 + 100”, ma a spanne azzarderei un paio di centinaia.

Per dare persino al lettore che ci segue sin da “Velvet” (ce ne sono, ce ne sono…) qualcosa di fresco, di nuovo, il brivido della sorpresa e, chissà, della scoperta. A proposito di Velvet: avete fatto caso all’etichetta del 33 giri che campeggia in copertina?

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Tutto chiacchiere e niente più distintivo

Lo scorso 15 marzo ricevevo dal Consiglio di Disciplina Territoriale dell’Ordine dei Giornalisti del Piemonte notifica dell’avvio di un procedimento nei miei confronti. Quale la mia colpa? Non essermi mai prestato, come tanti dei colleghi che conosco (quasi tutti, a dire il vero) e che sono iscritti all’Albo (diversamente da altri che chiamo colleghi perché come me in qualche modo e misura esercitano la professione giornalistica ma senza – saggiamente – essersi mai iscritti a un ordine eccelso soprattutto nel tutelare sempre e soltanto i già tutelati), alla farsa della cosiddetta “formazione continua”. Farsa che prevede che si seguano, di persona o anche on line, corsi per lo più di spettacolare inutilità al fine di accumulare crediti che certifichino che, per l’appunto, ti stai mantenendo aggiornato. Corsi talvolta gratuiti e talvolta non proprio, come avrete modo di apprendere proseguendo nella lettura, e che da quando sono stati istituiti hanno avuto più che altro la funzione di creare un notevole indotto in un ambito in cui è normale che il redattore di un quotidiano nazionale percepisca mensilmente uno stipendio di varie migliaia di euro, con tredicesima, quattordicesima, ferie pagate e assortiti bonus mentre il ragazzino, che magari tanto ragazzino non è, che lavora non assunto per il medesimo giornale viene pagato dieci euro a pezzo. Indovinate, fra i due, chi si preoccupa maggiormente di tutelare il pregiato Ordine Nazionale dei Giornalisti.

Era da un bel po’ che meditavo di smettere di versare annualmente il mio obolo a un’istituzione nella quale da tempo non ripongo più alcuna fiducia (finirò per dare ragione a chi sostiene che sia il caso di abolirla: perché giornalista è chi giornalista fa e per tutto il resto ci sono, o dovrebbero esserci, i sindacati) e l’invito cortesemente fattomi a prestarmi a un simulacro di processo che si sarebbe probabilmente concluso, farsa nella farsa, con la radiazione dall’Albo mi ha spinto ad anticipare il prevedibile finale, dimettendomi io. Con questa lettera, inviata ieri con raccomandata a.r. al presidente del Consiglio di Disciplina di cui sopra. Ci tenevo a condividerla con chi mi fa la cortesia di leggermi: da poco, qualche mese o anno, avendomi scoperto proprio grazie a questo blog, o magari sin dal lontanissimo 1983. O, chissà, forse oggi per la prima volta.

P.S. – In realtà il distintivo ho deciso di tenermelo, col cazzo che glielo restituisco con tutti i soldi che stoltamente ho dato all’Ordine dacché mi iscrissi, ventisette anni fa, ma sono uno che non ha mai saputo resistere alla tentazione di un titolo a effetto.

Ho pubblicato il mio primo articolo su un mensile a diffusione nazionale nel febbraio 1983. Solo dopo averne firmato molte centinaia di altri decisi, nel febbraio 1992, di iscrivermi all’Ordine Nazionale dei Giornalisti, Elenco Pubblicisti. Lo feci, conscio che la cosa non mi avrebbe procurato nella pratica beneficio alcuno, unicamente perché persuaso – all’epoca; nel tempo mi avete dato non poche occasioni di dubitare di questo mio convincimento – della giustezza dell’esistenza di un ordine professionale a tutela di quanti fanno della professione giornalistica un’occupazione, principale o secondaria che sia.

Da quel febbraio 1992 gli articoli firmati, su una ventina fra riviste diffuse in edicola e siti internet, sono diventati parecchie migliaia. Tolto un periodo di cinque anni durante i quali, su richiesta della proprietà, assunsi l’incarico di direttore responsabile di una piccola testata locale nella quale già facevo funzione di direttore editoriale, avere in tasca il tesserino dell’ordine non mi è mai servito a niente. Quando si è trattato di sollecitare editori che ritardavano eccessivamente i pagamenti, o si dimenticavano proprio di effettuarli, ho fatto ricorso ai servigi di un legale mio amico e mai a quelli che l’Ordine eventualmente offre. E in trentasei anni mai ho ricevuto una querela per un qualcosa da me firmato.

Trentasei anni che includono i ventisette durante i quali sono stato iscritto all’Ordine, e di conseguenza all’Associazione Stampa Subalpina, continuando a versare ogni anno il mio obolo a questo e a quella per – posso dirlo adesso – stupido idealismo. Meditai di dimettermi una prima volta proprio quando qualcuno pensò bene di stabilire un obbligo di aggiornamento professionale continuo per gli iscritti all’Albo, per tramite di corsi per lo più a pagamento e di utilità per lo più nulla, eccetto per l’indotto che si è così creato e che permette a molti di lucrarci su. Io mi occupo di critica musicale. Recensisco dischi, scrivo articoli monografici, ho pubblicato a oggi diciassette libri e offerto contributi a una mezza dozzina di altri. Vorrei proprio trovarmi davanti uno che mi insegna come si scrive una recensione: così, tanto per farmi due risate. O che prova a migliorare il mio più che decente inglese con un corso di lingua specializzato per giornalisti, del valore di 16 crediti e al modesto costo di € 380, per ben trenta ore di tempo che posso usare facendo altro e gratis, o persino facendomi pagare io. Offerta casualmente pervenutami – come quella a imparare a usare Instagram (come se un qualunque imbecille non fosse perfettamente in grado di fare da sé), a € 162 per giorni due e crediti 16 – nei giorni immediatamente successivi al ricevimento della vostra cortese missiva.

Confesso che un po’ ero tentato di presentarmi – magari assistito da un legale di fiducia, come mi informate essere mio diritto – alla convocazione fattami per lunedì prossimo 15 aprile presso il Consiglio di Disciplina per offrire “motivazioni plausibili che giustifichino la mancata osservanza dell’obbligo formativo nel triennio 2014-2016”. O quantomeno di scrivere, sempre come da indicazioni vostre, una memoria difensiva. Ma si dà il caso che il mio amico avvocato sia ormai felicemente in pensione e io non voglia disturbarlo. Si dà altresì il caso che il sottoscritto non abbia tempo da perdere, e magari voi nemmeno, per una questione tanto risibile. Sul perché non abbia mai frequentato un corso formativo credo di essere stato abbastanza esplicito. Non mi presenterò e mi rimarrà dunque la curiosità di sapere a quale pena terribile sarei andato incontro, se all’amputazione di una mano, a una fustigazione, a una banale multa. O se vi sareste limitati a chiedermi di fare solenne ammenda e magari recuperare il tempo perduto – che so? tre anni in uno, come certi studenti un po’ pigri o tardi di comprendonio – frequentando corsi dopo corsi, qualcuno persino gratuito e gli altri ai prezzi di cui sopra. Chissà. I miei dieci centesimi li avrei comunque scommessi su una radiazione e allora vi anticipo.

Prima che procediate voi a espellermi mi dimetto io, con questa lettera, dall’Ordine Nazionale dei Giornalisti. Solo, non chiedetemi di restituire il tesserino. Quello me lo tengo, in commosso ricordo delle migliaia di euro che vi ho versato nell’arco di ventisette anni in cambio, nei fatti, di un bel niente. E vorrà dire che dal 2020 (dandosi il per me sfortunato caso che per il 2019 già abbia pagato quanto dovuto) risparmierò quei 170 euro all’anno. Avrei dovuto tagliare questo inutile costo già tanto tempo fa, ma pazienza. Mi è di consolazione sapere che in tanti si comporteranno come me.

Distinti saluti.

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Memorabilia (5)

Qualche altra buona ragione per ricordare con affetto (la nostalgia, che è sempre canaglia, lasciamola stare) gli anni ’80. Di cui già al tempo si diceva un gran male e invece…

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Memorabilia (4)

Io ne ho visto cose che voi umani che negli anni ’80 non c’eravate non potreste immaginarvi.  OK, avete YouTube. Ma non è proprio come esserci stati, eh?

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Low – Double Negative (Sub Pop)

Scalpore fra i fan dei Low – a quell’altezza un culto consolidato e del resto era già il loro album numero sette – quando nel 2005 firmavano per la Sub Pop e davano alle stampe “The Great Destroyer”. A suscitare perplessità e reprimende “a prescindere” non era tanto che passassero di categoria, dopo tre lavori per l’inglese e piccina Vernon Yard e altrettanti per un’indipendente di medie dimensioni come la Kranky, di Chicago, quanto che si accasassero presso l’etichetta che verrà sempre ricordata come la casa del grunge, la Sub Pop. Ma come! Proprio loro che all’apparire alla ribalta erano stati considerati la più sommessa e per questo più potente delle antitesi del grunge? Alfieri della scena slowcore, artefici di una musica impalpabile e lentissima. Aveva tuttavia un senso che quello che è fondamentalmente un duo formato anche in una vita da coniugi dal chitarrista Alan Sparhawk e dalla batterista Mimi Parker scegliesse quel marchio per pubblicare quel disco: “The Great Destroyer” li vedeva per la prima volta alzare almeno ogni tanto i volumi ed evidenziava contestualmente un’inedita vena pop.

Tredici anni e cinque album dopo l’etichetta è la stessa, la musica no ed è uno scarto inatteso e nettissimo rispetto anche all’immediato predecessore (del 2015), “One And Sixes”. Facile prevedere che il dibattito fra i seguaci della band si infiammerà come mai prima, nulla al confronto la diatriba di cui sopra. È che musica così i Low non l’avevano mai prodotta (appena alcuni anticipi nel comunque infinitamente più potabile “Drums And Guns”, del 2007): foschissima, claustrofobica, spesso fragorosa e distorta. Fra un distendersi di bordoni e un crepitare di energia statica, non una traccia si distingue davvero fra le undici che sfilano. Il coraggio è apprezzabile, l’ascolto faticosissimo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.402, ottobre 2018. “Disco dell’anno” per “Uncut” e, qui in Italia, sia per “Blow Up” che per “Rumore” e altissimo in innumerevoli altre playlist, fra le quali molte personali di gente che professionalmente e/o umanamente stimo assai: “Double Negative” è diventato il lavoro più acclamato nella venticinquennale vicenda dei Low. Io, che li ho sempre adorati, l’ho invece detestato con ogni più intima fibra del mio essere. Sarà un problema mio, probabilmente. Sarà che mi è toccato farci i conti nell’estate più stressante e brutta della mia vita, ma l’ho trovato insopportabile. Per me “Double Negative” è l’estate del 2018. Non lo riascolterò mai più.

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Come passa il tempo quando uno scrive per “Audio Review”

Il file risulta salvato in data 12 marzo 1996, alle ore 17.37. Cominciava così (qualche giorno prima mi aveva contattato telefonicamente l’allora responsabile della sezione recensioni Marco Crisostomi, recentemente scomparso) la mia collaborazione ad “Audio Review”. Con una recensione – positiva; un bel “7” il voto – del debutto dei torinesi Mao e la Rivoluzione, ottimamente prodotto da un altro torinese, Max Casacci, che da lì a qualche mese ancora avrebbe fondato tali Subsonica. In quel lontanissimo numero 159 mi occupavo di altri quattro dischi soltanto ancora (i nuovi di Assalti Frontali, Jalal ed Alison Statton; una teca dedicata al classico di Peter Green “The End Of The Game”) e mai avrei immaginato che ventidue anni e quattro mesi, 241 numeri e alcune migliaia (migliaia!) di recensioni dopo mi sarei ritrovato a celebrare su un blog – ossia su un qualcosa che all’epoca manco esisteva – l’inizio del più prolungato nel tempo fra i miei rapporti professionali. Da un pezzo la collaborazione con “Audio Review” ha scavalcato in durata quella con “Il Mucchio” (pur’esso recentemente scomparso) ed è tutto dire.

L’arrivo in edicola, una decina di giorni or sono, del numero 400 della suddetta rivista mi è sembrato una bella scusa per recuperare quel primo articolo.

La ragione sociale è inedita ma i musicisti che dietro di essa si celano vantano curriculum già corposi. Mao in particolare, che della Rivoluzione è insieme l’ideologo e il leader carismatico, ha in passato prestato la sua voce, scura e ruggente, ai Voodoo (un discreto album all’attivo) e ai Magnifica Scarlatti (una grande promessa mai mantenuta) e ha fiancheggiato Fratelli di Soledad e Africa Unite. Proprio dalle file di questi ultimi viene Max Casacci, al cui lavoro in sede di registrazione e di missaggio si deve molto del merito della riuscita di questo LP. È musica, quella della compagnia torinese, che richiede una produzione capace di trovare il giusto punto di equilibrio fra potenza del suono e attenzione al dettaglio. Una dinamica carente o arrangiamenti troppo elaborati la danneggerebbero irrimediabilmente. Casacci è perfetto e si candida a entrare nel ristretto club dei produttori italiani di livello internazionale.

Avrete forse già ascoltato Febbre, il brano che inaugura l’album e il cui video si è visto parecchio in corrispondenza con la sua uscita: funky-metal poderoso con un ritornello pop di quelli che stendono. È un buon biglietto da visita, ma tanto altro c’è di memorabile in “Sale”: l’irresistibile gospel secolare di Temporali, per cominciare, e poi il matrimonio fra melodia italiana e beat bristoliani di Al limite e la voce recitante su base trip-hop de Il ritmo. Peccato che la rilettura di What A Wonderful World cui è affidato il congedo (c’è poi una breve postilla, con un assaggio di Febbre virata techno) non convinca per niente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 159, aprile 1996.

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