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Vita, miracoli e una discografia base di Aretha Franklin (25/3/1942-16/8/2018)

Il 25 marzo 2002 Lady Soul ha compiuto sessant’anni e contemporaneamente celebrato i trentacinque trascorsi da quando per la prima volta una sua incisione ascese fino alla vetta della classifica R&B. Nel 2001 aveva festeggiato un altro anniversario: quarantacinque anni nel mondo dello spettacolo. Registrato dal vivo nel 1956 alla New Bethel Baptist Church di Detroit e pubblicato quello stesso anno dalla Chess, presenza intermittente nei cataloghi e anche per questo spesso dimenticato dalle discografie, “Aretha Gospel” (***½) è un documento straordinario che quasi fa dar ragione a Peter Guralnick che, nelle succinte note a corredo, appunta che la “Franklin produrrà arte superiore in seguito, ma mai musica più grande di quella che regala qui, con la voce e i sentimenti messi a nudo”. Tutto è approssimativo in quest’album, a partire dalla registrazione nasale da blues delle origini. Eppure dalla nebbia dell’incisione primitiva la purezza, l’intensità della voce, sebbene fra le incertezze di uno stile non ancora educato, risplendono con luce abbacinante. Non si riesce a credere che ne sia proprietaria una quattordicenne. Com’è possibile che nel canto di una ragazzetta risuonino con tanta forza estasi e dolore, gioia e passione e una pensosa maturità? Come se già avesse vissuto cento vite e cercasse di trasmetterne l’essenza, trovando nel contempo redenzione, nel silenzio fra un fraseggio e l’altro. All’apice del successo si dichiarerà “una donna di ventisei anni che va per i sessantacinque”. Ogni cosa ha il suo prezzo e l’arte sa essere insopportabilmente esosa, ma la bambina “disperatamente infelice” di cui il primo manager riferiva a un cronista di “Rolling Stone” è sopravvissuta.

Predestinata alla gloria? Aretha nasce nel 1942 a Memphis, seconda figlia del Reverendo C.L. Franklin e di Barbara, che se ne andrà di casa nel 1948 lasciando al consorte il compito di allevare una prole nel frattempo arrivata a quota cinque. Dopo un breve soggiorno a Buffalo, la famiglia si trasferisce a Detroit. Lì il padre dirige la New Bethel Baptist Church, facendone la base di frequenti tour che gli conquisteranno la nomea di uomo “con la voce da un milione di dollari”. E per la bellezza (Bobby Bland la prenderà a modello), dispiegata in qualcosa come settanta LP, e per l’esosità di cachet che all’apice del successo arriveranno a quattromila dollari a data. La bambina cresce da un lato abbandonata a se stessa, dall’altro circondata da celebrità. Le fanno a turno da madre gigantesse del gospel come Mahalia Jackson, Marion Williams e Clara Ward e la casa è frequentata da Art Tatum come da Dinah Washington, da Low Rawls come da Sam Cooke. La ragazzina osserva e prende nota. Un giorno del 1957 Cooke arriva portando con sé la lacca di un 45 giri che sa che darà scandalo. Ha già pubblicato musica profana, ma sotto pseudonimo. Quel disco uscirà a suo nome e sanzionerà l’abbandono della musica sacra. Si chiama You Send Me, languorosa ballata di immani capacità seduttive, e Sam chiede alla quindicenne Aretha cosa ne pensi. Non si sa cosa rispose, ma possiamo immaginarlo ascoltando la versione, per una volta prossima all’originale, offertane undici anni dopo in “Now”.

Ecco: uno degli ingredienti principali della grandezza di Madama Franklin è la capacità di fare indelebilmente suo qualunque materiale con il quale si misuri, qualità rimarchevolmente conservata fino ai giorni nostri. Già nei tanti 33 giri pubblicati dal 1961 al 1967 per la Columbia, dove l’aveva portata John Hammond dichiarandola “la nuova Billie Holiday” e dove non la serve per niente bene un materiale indeciso fra sofisticatezza jazz e ruffianeria pop, la sua personalità risalta comunque. Ma nessuno, nemmeno Jerry Wexler che fece carte false per portarla alla Atlantic, avrebbe potuto immaginare cosa stava per sbocciare. “I Never Loved A Man The Way I Love You” è uno dei più memorabili album della storia del soul e il più grande firmato da una donna. Racconta Guralnick che il giorno che fu pubblicato si trovava a Boston e in una mattina gelida vide gente ballare e cantare, in fila per acquistarlo, fuori da negozi che lo suonavano senza posa, mentre le radio facevano altrettanto. E aggiunge: “Era come se fosse arrivato il nuovo millennio”. O un altro Elvis. Per Aretha Franklin il nuovo millennio durerà in realtà, a seconda di dove si ritiene opportuno sistemare i paletti, dai cinque agli otto anni, ma a parte i Beatles nel pop nessuno ha mai avuto e probabilmente avrà anni così.

Lascio agli enciclopedisti la contabilità di una sequela impressionante di numeri uno e dischi d’oro e platino e premi della critica e dell’industria (otto Grammy consecutivi nella categoria “Best R&B Performance, Female”) raccolti dall’artista mentre la donna attraversava inferni personali sui cui si è scritto, facendole torto, quasi come sulla musica. Qui riferisco di sette LP in studio e tre dal vivo pubblicati nel volgere di un travolgente lustro e uniformemente propulsi dai migliori musicisti che si trovassero allora sulla piazza soul (con qualche comparsata anche di campioni del rock: Eric Clapton in “Lady Soul”, Duane Allman in “Spirit In The Dark”). Fra i primi almeno “Aretha Arrives”, “Lady Soul” e “Aretha Now” basterebbero (ciascuno da solo) a iscrivere il nome di questa donna negli annali. Ma pure il jazzato “Soul ’69” (***½) e “This Girl’s In Love With You” (***½; con dentro una Eleanor Rigby indicibilmente trasfigurata e una sontuosa Let It Be, scritta da McCartney appositamente ma incisa soltanto dopo quella dei Beatles), “Spirit In The Dark” (***) e “Young, Gifted And Black” (***) valgono assai. Imprescindibili poi i live: “In Paris”, all’Olympia e istantanea di un trionfo francese; “At Fillmore West” (***½), testimonianza del sorprendente abbraccio ad Aretha della nazione hippie, con a chiudere una Reach Out And Touch (Somebody’s Hand) che sarà anche retorica ma tuttora commuove; e infine “Amazing Grace”, inatteso e felicissimo ritorno al gospel. Piace pensarlo come la chiusura del cerchio che la ragazza aveva cominciato a tracciare alla New Bethel Baptist Church sedici anni prima, sotto l’occhio vigile e tiranno del padre.

Nefasto il passaggio dalla Atlantic alla Arista nel 1980, l’anno dopo l’ennesima tragedia, il ferimento del Reverendo Franklin durante una rapina (morirà dopo cinque anni di coma che Aretha trascorrerà per la più parte al suo fianco): come e peggio che negli anni alla Columbia, il repertorio tornerà a essere di scarso spessore, fra dance e pop. Peccato, ché la voce resta magnifica, senza una ruga, come certificano l’occasionale ritorno al gospel nell’eccelso ma isolato “One Lord, One Faith, One Baptism” (1987; ***½) e virtuosismi, ancora nel recentissimo (2003 e annunciato come il disco il cui tour segnerà l’addio ai concerti) “So Damn Happy” (*½), che fanno correre brividi per la schiena.

Queen Of Soul (Rhino, 1992; 4CD) ****½

Sottotitolo: “The Atlantic Recordings”, a distinguere questo box dalla distillazione in un singolo di due anni successivo sottotitolato “The Very Best Of” (*****), naturalmente stupendo e altrettanto naturalmente non bastante. La verità è che l’unica alternativa a questa cornucopia di tesori è acquistare in blocco la produzione Atlantic dal 1967 al 1972: undici album variamente imprescindibili. Ove degli otto da lì al 1979 si può felicemente fare a meno.

I Never Loved A Man The Way I Love You (Atlantic, 1967) *****

La pur folta discografia Columbia, otto LP fra il 1961 e il 1966 (apprezzabili quanto tendenziosi compendi “a tema” in “Sings The Blues”, 1985, e “Love Songs”, 2001; entrambi ***), in nessun modo preparava al magnetismo, alla passione, alla sensualità di questo debutto per la Atlantic. Lo inaugura Respect ed è subito apoteosi, fra il piano e la ritmica che giocano a chi è più funky, il coro che impazza, i fiati a raffica e sopra la voce di Aretha, che trasforma la domestica concione di Otis in un inno insieme femminista e di consapevolezza nera. In un capolavoro in cui pure le doti di autrice della Franklin trovano risalto – in una Don’t Let Me Lose This Dream che andrebbe fatta mandare a memoria alle squinziette del modern soul, in una Baby Baby Baby di accorata tensione e in special modo nel lubrico blues di Dr. Feelgood – è però il suo essere interprete incomparabile che si evidenzia maggiormente, nelle sacrali dodici battute di Drown In My Own Tears come nel countreggiare di Do Right Woman – Do Right Man, nei Sam Cooke antipodici di Good Times e A Change Is Gonna Come e più che mai in una title track (di Ronny Shannon) amarissima serenata a un uomo odiosamente prevaricatore. Impossibile non pensarla dedica a quel Ted White che di Aretha fu a lungo compagno e dalla cui schiavitù stenterà a liberarsi.

Aretha Arrives (Atlantic, 1967) ****

Dura dare un seguito a cotanto esordio. La ragazza si toglie il pensiero con un LP che di suo sarebbe stato debutto mostruoso. Fra la partenza a perdifiato di una Satisfaction comunque meno irruenta di quella di Redding e il sigillo della birichina Baby I Love You, le perle più lucenti sono una You Are My Sunshine dal retrogusto gospel, una 96 Tears singultante, la sinatriana That’s Life, una Going Down Slow che fa onore blueseggiando al suo titolo.

Lady Soul (Atlantic, 1968) ****½

Che si sia in presenza di una seconda pietra miliare è subito chiarito dall’esuberante, imperiosa tirata di Chain Of Fools. Ribadiscono il concetto una People Get Ready di impareggiabile drammaticità, l’innodica (You Make Me Feel Like) A Natural Woman, una lettura pigra e sexy di Groovin’ e i vocalizzi da pelle d’oca di Ain’t No Way.

Aretha Now (Atlantic, 1968) ****

L’ennesimo classico autografo ad aprire: Think. E poi una volta di più il miracolo di classici altrui di cui la Franklin si appropria con classe e sentimento di una lega loro, da I Say A Little Prayer di Bacharach a Night Time Is The Right Time di Ray Charles, a You Send Me di Sam Cooke.

Aretha In Paris (Atlantic, 1968) *****

Il più fantastico lascito del Maggio parigino? Eccolo. Non avrà molto a che vedere con le barricate (non avrà molto a che vedere con le barricate? un disco che inizia con Satisfaction e si chiude con Respect?) ma sarebbe valsa la pena di fare il ’68 anche solo per avere in cambio questa dozzina di successi, resi con inenarrabile fervore in una serata all’Olympia chiamata a rappresentare su vinile il primo tour europeo.

Amazing Grace (Atlantic, 1972; 2LP) ****

Cerchio che si chiude, come già annotato, con tradizionali resi con sensazionale grazia, da quello che (ahem) battezza il tutto a Never Grow Old, da What A Friend We Have In Jesus a God Will Take Care Of You, ma anche con una solo sulla carta incongrua You’ve Got A Friend (Carole King; in medley con Precious Lord, Take My Hand) e una appena meno sorprendente Wholy Holy (Marvin Gaye).

Pubblicato per la prima volta su Soul e Rhythm & Blues – I Classici, Giunti, 2004.

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Una rockstar in cucina (per Anthony Bourdain, 25/6/1956-8/6/2018)

Cucinare è il nuovo rock’n’roll? A leggere Kitchen Confidential, autobiografia che nulla cela (e se qualcosa è stato nascosto non voglio saperne nulla) di Anthony Bourdain, leggendario chef newyorkese a proprio agio con la scrittura come con i fornelli, si direbbe proprio di sì, e non solo perché l’autore è uso cucinare con una colonna sonora a base di “Dead Boys, Richard Hell & The Voidoids, Heartbreakers, Ramones, Television e così via”. Fatto è che Bourdain ha avuto una vita spericolata da autentica rockstar del mangiare bene, con tanto di drogati eccessi e cadute in personali inferni dai quali lo hanno salvato giusto la forza redentrice di una nuova sfida culinaria, l’orgoglio del proprio sapere, la voglia di imparare ancora. Fatto è che il mondo tracimante testosterone di cui il nostro uomo descrive le quinte (che sono poi in realtà, naturalmente, il vero palcoscenico) vive della stessa maschia e alquanto infantile volgarità di cui si – ahem – nutre tanto rock. “Se ti offendi facilmente per degli insulti diretti sulle tue origini, le circostanze della tua nascita, la tua sessualità, il tuo aspetto, la possibilità che i tuoi genitori si siano accoppiati con degli animali, allora il mondo della ristorazione professionale non fa per te”, ammonisce Bourdain.

È uno dei tanti consigli dispensati in quasi trecento scorrevolissime pagine, molti dei quali applicabili soltanto alla situazione statunitense, parecchio diversa da quella italiana, ma altrettanti di universale utilità. Pochi si metteranno in testa di fare lo chef dopo avere letto questo libro. Più probabile che alcuni che vagheggiavano di farlo ci ripensino, scoraggiati dalla durezza dell’ambiente che descrive. Ma per fortuna di noi golosi, di noi che possiamo capire l’epifania di Bourdain dinnanzi alla prima ostrica succhiata da bambino (meglio di qualunque altra prima volta: “prima passera, primo spinello, primo giorno alle superiori, primo libro pubblicato”), qualcuno andrà avanti.

(Anthony Bourdain – Kitchen Confidential, Feltrinelli, pp.297)

Pubblicato per la prima volta sul sito dinamotorino.it, dicembre 2002.

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Il fracasso da un altro mondo di Glenn Branca (6 ottobre 1948-13 maggio 2018)

Era musica colta? Discendeva indubbiamente da certo minimalismo. Era rock’n’roll? Ne utilizzava gli strumenti e, nell’approccio viscerale a materiale cerebralissimo, evidenziava un medesimo sentire. Quanto crearono Glenn Branca e i suoi primi accoliti all’alba degli anni ’80 suonava allora alle orecchie dei più come un minaccioso fracasso da un altro mondo. Che diamine! Suona tuttora così.

The Ascension (99, 1981)

Nessuno in America era pronto per questa musica. E tuttora molti non sono pronti a riconoscerne l’importanza”: così Lee Ranaldo, che i più conoscono per la militanza nei Sonic Youth. Sa bene di cosa sta parlando, giacché era uno dei sei (formazione tascabile rispetto alle orchestre di chitarre che si troverà in seguito a condurre il leader) che nel 1980 portarono queste composizioni fragorose e incandescenti a spasso per Stati Uniti ed Europa e l’anno dopo le radunarono in un album storico e isterico. Registrato ai Power Station, nientemeno, gli stessi studi dove non molto prima la E Street Band aveva impresso su nastro “The River”, ma non precisamente con gli stessi risultati visto che non vi era tecnico del suono che fosse in grado di riprendere al meglio una musica che del rock aveva gli strumenti e l’attitudine ma per il resto ne era lontana: cresciuta in una New York che non esiste più dove, accontentandosi di poco, una folta e varia comunità artistica poteva sopravvivere accampata nei vasti spazi dei loft per un pugno di dollari. Glenn Branca ne fu il portabandiera. C’erano dentro i Velvet estremi di Sister Ray e l’estremizzazione di quei Velvet estremi attuata da Lou Reed in “Metal Machine Music”, c’era uno spirito punk, c’era la lezione minimalista di Steve Reich e La Monte Young. C’erano quattro chitarre elettriche, un basso, una batteria.

Sebbene penalizzato da un’incisione che non ne rende che in minima parte la densità di cui riferisce chi c’era, così che anche a volumi esagerati tocca lavorare di immaginazione, “The Ascension” vibra e ondeggia e si impenna, magma che lascia senza fiato soprattutto a fronte della composizione omonima, lenta costruzione di un terrificante muro di suono, ma appena di meno con i grattuggiamenti di Lesson No. 2, con le sospensioni industrial di The Spectacular Commodity, con il rock metallurgico di Structure, con la motoristica ossessione di Light Field (In Consonance). Un bonus per questa ristampa Acute lungamente attesa: buttando il dischetto nel computer potrete gustarvi due minuti in video di Branca in assolo nel 1978. Si potrebbe dirlo hendrixiano, non fosse che Hendrix al confronto pare Paco De Lucia.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.551, 21 ottobre 2003.

Symphony No.5 (Atavistic, 1995)

Glenn Branca è uno che fa fine citare: si rileva l’influenza esercitata sui Sonic Youth (due dei quali, Ranaldo e Moore, hanno collaborato con lui in più di un’occasione) e si parla, con reverenza e giocoforza (vista la latitanza di documenti sonori) per partito preso, dell’importanza che ebbero gruppi come Theoretical Girls e Statics nella breve stagione della no wave newyorkese. Ascoltarlo, è un altro paio di maniche: vuoi per la sua fama di compositore ostico che scoraggia i più, vuoi perché i suoi dischi, anche post-no wave, non sono di quelli che si trovano al supermercato. Se siete fra quanti finora hanno predicato bene e razzolato male, la ripubblicazione da parte dell’italiana New Tone della sua Quinta Sinfonia (per rumorosa orchestrina di sette chitarre, due tastiere, due bassi e batteria) è un’occasione preziosa per sgombrare il campo dai pregiudizi.

Cercare di convincervi che “Symphony No. 5”, la cui registrazione risale al 1984, è opera di facile ascolto sarebbe fuori luogo: non lo è. È però, oltre che parecchio interessante, a suo modo godibile, soprattutto nelle parti più meditative (il primo movimento) e/o solenni (il sesto e ultimo). Si può fruirla come musica ambientale, a volume dunque molto basso, oppure, per la gioia dei vicini, tentando di ricreare fra le mura domestiche la paralizzante pressione sonora dell’esecuzione originale.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up” n.1, giugno/luglio 1997.

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L’ethno-krautrock degli Embryo (per Christian Burchard, 1946-2018)

Apprendo per caso (copertura mediatica: zero) che dieci giorni fa ci ha lasciato Christian Burchard, per quasi mezzo secolo anima e unico punto fermo di un collettivo per il quale sono transitati musicisti a decine. Catalogati solo per comodità alla voce “krautrock”, e fra i minori, gli Embryo sono stati un esempio unico per ardire di contaminazioni incrociate fra musiche di ogni dove.

Opal (Ohr, 1970)

Enfant prodige del jazz, il batterista, percussionista, vibrafonista e tastierista Christian Burchard si ritrova a spalleggiare nel 1967 il pianista afroamericano Mal Waldron, con la possibilità di volare oltre Atlantico e la prospettiva di una carriera importante nell’ambito. Sin da allora non gli piace però limitarsi e divide difatti il suo tempo fra jazz e rhythm’n’blues. E quando da lì a breve anche su Monaco di Baviera comincia a soffiare il vento della psichedelia non si fa trovare impreparato. Soltanto di passaggio nei primi Amon Düül II, nel 1969 dà vita agli Embryo, sigla giunta sino a noi e al nuovo secolo attraverso infiniti cambi di formazione e decine di album. Quello che gode di miglior fama seguita a restare il primo, benché sia rappresentativo solo relativamente di un suono che già nel successivo “Rache” inizierà a prendere coloriture etniche e tanto più dopo un memorabile tour che nel 1972 traversava l’Africa sahariana. “Opal” non presenta ancora richiami world, ma per il resto vi si incontra un po’ di tutto, dal jazz elettrico cui da poco si era convertito Miles Davis a certa avanguardia europea, fra impressioni di free e schizzi di blues e di rock’n’roll.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n. 24, inverno 2007.

Rache (United Artists, 1971)

Nel loro primo e stupendo album – “Opal”, datato 1970 – gli Embryo del batterista, percussionista, vibrafonista e tastierista Christian Burchard, già enfant prodige del jazz e già transitato per le fila degli Amon Düül II, sistemano con gusto psichedelico di tutto un po’: da un jazz elettrico in scia a Miles Davis a istanze avant e free, fra un ricordo di blues e un tocco di rock’n’roll. La svolta “etnica” vera e propria, filo conduttore della foltissima discografia di una sigla tuttora attiva, non si materializzerà appieno che nel ’72, in seguito a un tour nordafricano, ma già l’anno prima, in questo “Rache” fresco di ristampa per i tipi di Materiali Sonori, se ne colgono chiari indizi. Ad esempio in una Revenge che si direbbe partire dal Brasile della batucada e dei tropicalisti per approdare in Sicilia. Ad esempio in una Change che trasloca certi Tangerine Dream nella penisola iberica e da lì nel Maghreb. Laddove Time fa risuonare echi di Jethro Tull e Colosseum e Try To Be azzarda saltellante funk appena stordito d’acido. Lavoro di transizione nel senso positivo del termine, non imprescindibile ma nemmeno soltanto una curiosità d’epoca. Musicalmente benvenuta ma filologicamente discutibile l’aggiunta alla scaletta originale di un lungo brano, diviso in due parti, registrato vent’anni dopo dalla stessa formazione.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.665, dicembre 2009.

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Quel bisbetico indomito di Mark E. Smith (5 marzo 1957-24 gennaio 2018)

Aveva sessant’anni, ne dimostrava duecento, conservava lo spirito iconoclasta del diciannovenne che fondò i Fall dopo essere stato a uno spettacolo dei Sex Pistols. Quattro mie recensioni di tre album e una raccolta della band di Mark E. Smith. Oltre a “Live At The Witch Trials” e alla raccolta dei singoli su Rough Trade dovreste avere in casa almeno “Grotesque” (1980) e “Code: Selfish” (1992). Confesso poi un debole per “Bend Sinister” (1986).

Live At The Witch Trials (Step-Forward, 1979)

Tirannico e scostante ma geniale, influenzato dai Can e da Captain Beefheart, da Iggy Pop e da Peter Hammill (gli stessi che ispirarono Lydon), Mark E. Smith emerge dal palingenetico caos del punk esibendo uno stile subito peculiare, alla testa della prima di un numero incalcolabile di incarnazioni dei Fall (che i nuovi arrivati si inseriscano nel consolidato meccanismo con irrisoria facilità è uno degli inesplicabili miracoli del rock degli ultimi trent’anni). Registrato (non dal vivo, contrariamente a come farebbe pensare il titolo) in un giorno e mixato il successivo, “Live At The Witch Trials” è molto e indiscutibilmente punk per lo spirito che lo anima, assai meno (a parte qualche accelerata) per le sue canzoni, perlopiù storte e acide ed evidentemente memori di certo krautrock.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.17, primavera 2005.

Totally Wired: The Rough Trade Anthology (Earmark, 2003)

Copertina di cartone passabilmente spesso che si apre in tre e in ciascuna tasca i consueti centottanta grammi di vinile vergine: si può dire pesante anche fuor di metafora questa monumentale raccolta che documenta il soggiorno dei mancuniani Fall presso la londinese Rough Trade nei primi anni ’80, trenta mesi appena e con in mezzo già un paio di prove tecniche di divorzio, ma incredibilmente prolifici persino per gli standard di una band che della prolificità ha sempre fatto, con l’instabilità dell’organico, la principale delle sue caratteristiche. Tant’è che sei facciate e trentuno canzoni non rappresentano un’integrale ma un assaggio di quello che per Mark E. Smith e ognor cangiante compagnia è stato uno dei periodi migliori. Qui in ogni caso la creazione forse più memorabile, The Man Whose Head Expanded, di un artista tirannico e scostante ma geniale che, influenzato in egual misura dai Can e da Captain Beefheart, da Iggy Pop e da Peter Hammill, emergeva dalla scena punk esibendo uno stile da subito peculiare. Gli è rimasto fedele e ancora oggi, come certifica il fresco di stampa ed eccelso “Country On The Click”, può a ragione guardare dall’alto in basso gran parte di una contemporaneità che ostentatamente disprezza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.242, gennaio 2004.

The Real New Fall LP (Formerly Country On The Click) (Action, 2003)

Immarcescibili Fall o per meglio dire immarcescibile Mark E. Smith, che della compagine di Manchester è dal fatidico 1976 che la vide nascere il Magister sempre intento a rimescolare formazioni: che i nuovi arrivati si inseriscano con puntuale e irrisoria facilità nei consolidati meccanismi è uno degli inesplicabili miracoli del rock dell’ultimo quarto di secolo. Sovratitolato “The Real New Fall LP” a distinguerlo dal profluvio di live e raccolte che ingrossano (a ritmi da lungi insostenibili anche per il più accanito degli esegeti) una discografia ormai tentacolare, “Country On The Click” dev’essere all’incirca il trentesimo “vero” nuovo album in studio di Smith e sempre diversi sodali. Lo stile era già ben definito agli esordi e non ha mai subito rivoluzioni, al limite aggiustamenti. Quali le ragioni allora per segnalare un disco che non propone novità di un gruppo che in Gran Bretagna è un’istituzione ma fuori non è mai andato, a parte passeggeri momenti nei primi ’80 e poi nei primi ’90, al di là di un ristretto culto? Be’, si dà il caso che sia il migliore da “Code: Selfish”, una storia del ’92. Si dà il caso che al confronto la quasi totalità delle nuove leve – anche di quelle più incensate dalla stampa, ivi compreso il giornale che state leggendo – faccia una figura miserevole. Nullità.

Qualche prova? Una Green Eyed Loco-Man che rende i P.I.L. teutonici, il vortice punk-surf di Theme From Sparta F.C., una Contraflow che rimanda agli Ultravox! primigeni, una Open The Boxoctosis #2 che fa venire nostalgia di certi Stranglers, lo stupefacente e acidissimo country Loop41 ’Houston. Bisogna ancora fare i conti con Mark E. Smith.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.561, gennaio 2004.

New Facts Emerge (Cherry Red, 2017)

Meno male che c’è Wikipedia. Mi viene così risparmiato di contare i lavori in studio pubblicati da questo gruppo di Manchester dacché nel 1979 “Live At The Witch Trials” (che, tanto per chiarire subito anche con un dettaglio la natura di bastian contrario del leader Mark E. Smith, non è dal vivo) ne inaugurò la discografia: “New Facts Emerge” è il trentaduesimo. Ah, ce ne sarebbero anche cinque parte in studio e parte in concerto. Tanto per pareggiare il conto i live sono… trentadue. E poi ci sarebbero – giuro – una quarantina di raccolte (anche con inediti e comunque comode per recuperare una messe di EP e singoli) che, continuando a dare i numeri, sono qualcosa meno dei musicisti passati per le fila della band da quando Mark E. Smith la fondò, nel 1976. Naturalmente basta che ci sia lui, i Fall da sempre sono lui, più chiunque passi da quelle parti, e questo nonostante non si sia mai negato ad apporti compositivi dei gregari. Personaggione pubblico in Gran Bretagna, il nostro uomo, con le sue tirate censorie da punk nel migliore senso etico del termine, o da vecchio bisbetico ed era tale già da giovane, figurarsi adesso che gli anni sono sessanta per la carta di identità e ottanta a scrutarne la faccia rugosa e la dentatura da clochard.

Dopo tutto questo tempo Smith continua sostanzialmente a confezionare lo stesso album e allora perché parlarne? Perché la cosa più pazzesca è che non ne sbaglia uno. Dove si vada a parare con il nuovo è immediatamente chiarito dalla breve litania satanica di Segue. Quanto viene dopo è un profluvio di garage girato punk e innervato di krautrock, da qualche parte fra gli Stooges e i P.I.L via Can, con magari un tocco di funk e uno di Cramps. Peccato per la conclusiva, troppo sgangherata Nine Out Of Ten, che abbassa il voto di mezzo punto.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, settembre 2017.

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No more rock and rollin’ with Fats Domino

Fats Domino se n’è andato così come aveva vissuto negli ultimi decenni, dai primi ’80 in poi: con discrezione. Tant’è che la notizia della sua scomparsa, alla comunque bella età di ottantanove anni, è arrivata in lieve differita. È stato un bonario signore fino all’ultimo e forse anche per questo le storie del rock mediamente lo valutano meno di quanto dovrebbero. Sul suo valore, Elvis la pensava altrimenti.

This Is Fats Domino!/Rock And Rollin’ With (Imperial, 1957 e 1955; ristampa Hoodoo, 2011)

Quel che si dice pagare i propri debiti… Paul McCartney modellava Lady Madonna su un artista parimenti idolatrato da Lennon (che qualche anno più tardi coverizzerà Ain’t That A Shame) ed era proprio riprendendola al volo che Fats Domino nel 1968 entrava per la sessantasettesima (avete letto bene!) e ultima volta nei Top 100 della classifica pop USA. Non accadeva però dal ’64 e a quel punto l’incredibile teoria di hit (nessun numero uno assoluto ma ben nove nella graduatoria R&B) inaugurata nel 1949 da The Fat Man cominciava a impallidire nel ricordo del pubblico. E però tuttora chi non riconosce almeno Reeling And Rocking, la già citata Ain’t That A Shame, Blueberry Hill? Come minimo in quanto ascoltate in un film o un telefilm. Enorme il successo riscosso da uno che Elvis definiva “il vero re del rock’n’roll” e, per quanto siano passati molti decenni, un’eco ancora si ode. Sempre un piacere tornare sul repertorio di un pianista meno “cattivo” di un Jerry Lee, meno debosciato di un Little Richard (la bonomia un tratto distintivo non solo caratteriale) ma travolgente quanto questo e quello. Classe innata, gioia di vivere invincibile. Ne offre un’ottima selezione questo CD, che accoppia due LP a loro volta classici e già semiantologici e aggiunge otto ulteriori tracce alle ventiquattro di partenza. Come primo approccio, e pur con qualche inevitabile buco, vale le migliori antologie in circolazione.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.687, ottobre 2011.

Here Stands/Let’s Play (Imperial, 1957 e 1959; ristampa Hoodoo, 2014)

Diversamente dal non molto più anziano Chuck Berry, che si ostina a procurare imbarazzo a se stesso facendo concerti a un’età troppo avanzata persino per un Buena Vista Social Club, il buon Antoine Domino Jr. è in ogni evidenza uno che seppe gestirsi bene e di conseguenza ha poi potuto godersi la vita. Immensamente popolare in un quindicennio ’49-’64 che ci pare tanto lontano per come lo declinò lui da appartenere a un altro mondo, quando già si affacciava sugli anni di Dylan e della beatlemania, piazzava svariate decine di brani nei Top 100 USA vendendone milioni e milioni di copie. Per poi diradare parecchio uscite discografiche e tour nei tre lustri seguenti e infine, al crepuscolo dei ’70, ritirarsi pressoché completamente dalle scene e vivere di rendita e diritti d’autore nella sua adorata New Orleans. L’ultimo hit di colui che Elvis Presley definiva “il vero re del rock’n’roll”? Una versione di Lady Madonna praticamente contemporanea (1968) di quella dei Beatles e del resto Paul McCartney l’ha sempre detto di averla scritta con in testa il vecchio Fats. Da lì a sei anni anche John Lennon provvederà a saldare i debiti, rifacendo da par suo Ain’t That A Shame.

Questi due album ora messi insieme (con ulteriori sei bonus d’epoca) su un solo CD e usciti in origine rispettivamente nel ’57 e nel ’59 si raccomandano particolarmente a chi, avendo già la tipica raccolta di successi, volesse approfondire. Più blues ed errebì in questi solchi che non rock’n’roll. In particolare nel primo, assemblato a suo tempo perlopiù con registrazioni del biennio ’49-’50 rimaste fino ad allora in un cassetto. Recupero adesso duplicemente benvenuto.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.196, settembre 2014.

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So You Want To Be A R’n’R Star: in lode del giovane Tom Petty (Reloaded)

Fa strano dirlo e constatarlo di nuovo proprio oggi: a fronte delle centinaia di libri che hanno come argomento, tanto per citare un nome non a caso, Bruce Springsteen pochissimo è stato scritto su Tom Petty. Mi risultano appena tre sue biografie e fra l’altro tutte di recente pubblicazione, uscite fra il 2014 e il 2016. La sproporzione pare clamorosa ma, d’altra parte, pure John Mellencamp ha trovato pochissimi esegeti, pochissimi cantori: un paio.

Notando ciò tempo fa proponevo a una rivista con cui collaboro una lunga monografia dedicata all’Heartbreaker, da fare uscire in coincidenza con il suo sessantacinquesimo compleanno. L’offerta veniva cortesemente declinata e allora per celebrare uno degli eroi più… silenziosi, eppure più presenti del mio pantheon musicale non mi restava che ripescare, qui su VMO, un articolo ben più breve, scritto cinque anni prima ancora per un’altra testata. Lo riprendo oggi. Magari un giorno mi ritroverò a spendere molte più parole per Petty. Quando avrò elaborato il lutto per uno capace di congedarsi (il secondo Mudcrutch una nota a pie’ di pagina; oppure la perfetta chiusura di cerchio) con “Hypnotic Eye”. Uno degli album più belli degli Heartbreakers, il solo che abbia mai capeggiato la classifica di “Billboard”.

Mai capito cosa ci sia di tanto figo nel fare dischi che poi ascoltano in quattro”: così, in un’intervista concessa a Dave Marsh, Tom Petty replicava a chi lo accusava di avere tradito la new wave per il mainstream. Trentacinque anni e oltre sessanta milioni di dischi venduti dopo, nessuno lo ha per fortuna ancora convinto del contrario.

Ad aspettare qualche ulteriore mese a farla uscire, la “Live Anthology”, c’era il rischio che in tanti notassero la prossimità (cadrà il 20 ottobre) a un compleanno… importante per il rocker della Florida. Chi avrebbe allora potuto resistere alla tentazione di scrivere dei “favolosi anni sessanta” di Tom Petty? Intesi non come il decennio dei Beatles e della psichedelia. E d’accordo che nella Rock’n’Roll Hall Of Fame già lo hanno accolto da un pezzo, e che in ogni caso un cofanetto quadruplo o sestuplo o settuplo (tre le versioni disponibili) è un riepilogo di carriera con tutta l’aria della definitività, ma il nostro uomo ad andare in pensione non ci pensa proprio. Il prossimo album con gli Heartbreakers sarà una raccolta di blues inteso un po’ come lo intendevano gli Allman Brothers, ha già annunciato, e pare scommessa sicura che manterrà immacolata una discografia di rara consistenza, senza magari un capolavoro a sormontarla ma anche senza una caduta vera che in qualche punto la affossi. Petty è una garanzia: malissimo che vada, in un suo album una o due canzoni memorabili e altre tre o quattro comunque carine le troverai sempre. Dal 1976.

In “Tom Petty & The Heartbreakers” di indimenticabili se ne contano ben più di due (cinque? che fa metà programma), ma curiosamente le due più indimenticabili di tutte sono sistemate a fondo corsa ed è come se “Born To Run” si chiudesse con Thunder Road e la traccia omonima. Per certo a congedarsi con il romanticismo sospeso di una Luna eminentemente tastieristica, cui va dietro una American Girl che sono i Byrds apocrifi più sfrenatamente rock di sempre, non solo si lascia un ricordo fantastico ma si suggerisce che la cosa migliore da fare sarebbe girare di nuovo il disco e cominciare da capo. Dalle sincopi tambureggianti di Rockin’ Around (With You), che non preparano minimamente ai languori e all’epicità di Breakdown, così come dopo di quella non ti attenderesti un Hometown Blues infiltrato di beat. Dice bene il titolo del brano che sigilla il primo lato: in questo disco c’è Anything That’s Rock’n’Roll. Lo prometteva del resto già un davanti di copertina impossibilmente tarro e stiloso insieme, una Gibson Flying V a trafiggere il cuore nel logo del gruppo e sotto il capobanda, faccia da schiaffi, giubbotto di pelle e cartuccera. Quasi più Lemmy (che i Motörhead li stava ancora tramando) che uno dei Ramones. A non ascoltarlo o ad ascoltarlo distrattamente quel loro primo album, pubblicato nel novembre ’76 ma senza che nessuno se ne accorgesse fino a diversi mesi dopo, ci stava che gli Heartbreakers venissero scambiati per una punk band. In Italia il disco usciva addirittura con tanto di lametta in copertina e l’equivoco era subito servito. Se concisione delle canzoni, asciuttezza della scrittura, amore per il sixties-garage li accomunavano, per dire, ai Clash, sarebbe stato presto evidente che i ragazzi di Gainesville erano decisamente più prossimi a un Bob Seger o al limite a un Bruce Springsteen. Altro che California modello Eagles da spazzar via! Gli Eagles erano semmai eroi da emulare e fra l’altro – due di loro – eroi conosciuti da vicinissimo, concittadini: un Tom imberbe aveva preso lezioni di chitarra da Don Felder e del suo primo gruppo serio, i Mudcrutch, aveva fatto parte Tom Leadon, fratello minore di Bernie. Molto più avanti, il chitarrista solista Mike Campbell e il batterista Stan Lynch si ritroveranno a collaborare (proficuamente da ogni punto di vista) con Don Henley e sarà una chiusura di cerchio. Il leader aveva a quel punto già fatto comunella con Stevie Nicks, senza che più alcuno si scandalizzasse. Ce l’aveva scritto nel destino e probabilmente nel DNA Tom Petty il suo futuro di classic rocker. Fulminato a cinque anni da Rock Around The Clock e tuttora quando lo racconta traspare un’emozione vivissima. Rifulminato a undici dall’incontro con Elvis Presley sul set di Follow That Dream e definitivamente deciso a seguirlo, quel sogno, quando a tredici vedeva i Beatles prima all’“Ed Sullivan Show” e poi al cinema, in A Hard Day’s Night. Circostanze avverse e una bella testa dura – da redneck nell’accezione buona del termine, per quanto sia possibile dargliene una – faranno sì che debba arrivare a compierne ventisei prima di coronarlo. Non per questo dopo si adatterà mai a un compromesso: rifiutando ad esempio di farsi spostare come un pezzo di mobilio quando la piccola etichetta, la Shelter, che aveva pubblicato i primi due LP veniva assorbita dalla MCA e andando, un album dopo, di nuovo a uno scontro durissimo con una casa discografica che voleva lucrare un dollaro di troppo sul prezzo di vendita.

Storia complessa, e rimarchevolmente avventurosa per gente che a certi eccessi non ha mai ceduto, quella degli Spezzacuori (vi devo ancora nomi e qualifiche di due di loro: Ron Blair il bassista, Benmont Tench il cruciale tastierista): impossibile a riassumersi in due pagine e meritevole di una trattazione ben più estesa, quella che permette la testata trimestrale propaggine di questo mensile e sì, prendetela pure come una promessa. Qui lo spazio è quello bastante a ingolosire il lettore più giovane e indurre il più navigato a ritirare fuori dagli scaffali i lavori che scandirono le prime tappe di un’epopea. Riascoltarlo dopo tanti anni mi ha confortato nell’idea che “You’re Gonna Get It!” (1978) sia il fratellino meno brillante dell’esordio, ma rinunciaci tu al virile struggersi di Magnolia e agli scondinzolamenti rock’n’roll di Too Much Ain’t Enough, a una No Second Thoughts profumata di psichedelia e a una I Need To Know che dovette fare verdi d’invidia i Cheap Trick. Laddove “Damn The Torpedoes” (1979) fu l’album dove le promesse venivano mantenute e si diventava grandi in tutti i sensi: numero due (resterà il piazzamento più alto) e doppio platino negli USA e una scaletta – fra l’epica sudista di Refugee (la Free Bird della mia generazione) e la ballatona alla Little Feat Louisiana Rain – ai limiti della perfezione. Mai più Tom e sodali sfioreranno così da vicino il capolavoro. Ribadito un eclettismo che fa passare in scioltezza, caso da paradigma, dalla seduzione carezzevole di You Tell Me al Jerry Lee Lewis aggiornato di What Are You Doin’ In My Life, la Rickenbacker sfoggiata in copertina sa tanto di rivendicazione e dichiarazione di intenti: sì, sono io l’erede di Roger McGuinn e sono qui per servirvi. In apertura di “Hard Promises” (1981) The Waiting sarà la conferma più clamorosa e sublime che ci si potesse attendere. Però A Woman In Love (It’s Not Me) la  si sarebbe potuta ascoltare dai Cars. Però Nightwatchman azzarda il funk. Però Insider sfida i Fleetwood Mac sul loro terreno e per farlo – sfacciata! – convoca Stevie Nicks. Disco niente male, ma per i secondi due album della banda Petty pare ripetersi lo schema dei primi due: un’opera gradevole ma non trascendentale e con qualche riempitivo a seguire, facendosene ispirare, una di superiore caratura.

Fece una pessima impressione al tempo che “Long After Dark” (1982) proseguisse sulla china discendente, ammiccando senza troppo sugo e regalando giusto quei due brani di incisività suprema, il singolo You Got Lucky (nuovamente Ocasek dietro l’angolo) e una A Wasted Life in ritardo su Roy Orbison o in anticipo su Chris Isaak, fate voi. Parve un inizio di decadenza e non sembrò un buon segno che “Southern Accents”, intervallo a quel punto inaudito, si facesse attendere tre anni. Controverso (ma anche vendutissimo) all’uscita, ha finito per invecchiare bene, forte soprattutto di una prima metà di programma spiazzante e calibratissima, con una seconda Refugee chiamata Rebels ad aprire e a tallonarla una It Ain’t Nothin’ To Me sull’orlo della funkadelia, l’irresistibile acid-pop di Don’t Come Around Here No More e una title track dolente che lacrima archi.

Classic rocker dentro, Petty pensa bene di suggellare il  primo decennio di discografia con la più tipica delle celebrazioni: il doppio live. Ma siccome è pure discretamente iconoclasta, lungi dal costringere “Pack Up The Plantation” nei limiti della collezione di successi regala oltre un terzo di scaletta a brani altrui che per lui hanno significato molto. La dice lunghissima il titolo di quello delegato ad aprire le danze: So You Want To Be A Rock’n’Roll Star.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.667, febbraio 2010.

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