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John Prine (10/10/1946-7/4/2020) in due album, il primo e l’ultimo

You’ve been enjoying a pretty amazing run over the past few years. Your last album became your highest charting LP and got several Grammy nominations. You’ve been playing to big crowds…

“Seems I can’t do any wrong these days. About five years ago, I was thinking about, not retiring, but just kicking back and doing fewer shows. But ever since I brought out ‘The Tree Of Forgiveness’ we’re doing everything we can just to keep up with it. It’s still selling after 18 months, I’m getting a lot of young kids coming to the shows, and in turn they’re going back and listening to my old stuff.”

(Dall’ultima intervista concessa da John Prine, pubblicata da “Mojo” sul numero di marzo 2020.)

John Prine (Atlantic, 1971)

Per essere uno che dei diciotto lavori in studio pubblicati dopo questo è riuscito a piazzarne solo uno nei Top 100 di “Billboard” (“Common Sense” nel 1975; peraltro uno dei meno apprezzati dai suoi estimatori), se ne è tolte di soddisfazioni John Prine. Di morali soprattutto in un secolo nuovo che, oltre all’introduzione nel 2003 nella “Nashville Songwriters Hall Of Fame”, lo ha visto collezionare due Grammy e quattro vittorie agli “Americana Music Honors & Awards”. Di monetarie sin dai lontani anni ’70 che inaugurava con questo meraviglioso debutto, ignorato appunto dalle classifiche ma in compenso apprezzatissimo da colleghi in cerca di brani da far loro (d’altro canto: alla Atlantic era approdato su raccomandazione di Kris Kristofferson). Se lui di hit in prima persona non ne ha mai avute, a elencare chi lo ha coverizzato non basterebbero un paio di colonne di questo volume e basti allora citare un paio di nomi ovvi (Johnny Cash e Bonnie Raitt) e un paio molto meno (Bette Midler e Paul Westerberg). “John Prine” contiene alcune delle sue composizioni classiche e fra esse due fra le più memorabili di tutte: l’agrodolcissima Donald And Lydia e la sconvolgente Sam Stone, ritratto visto con gli occhi del figlio di un reduce dal Vietnam precipitato negli abissi della tossicodipendenza.

Pubblicato per la prima volta su Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019.

The Tree Of Forgiveness (Oh Boy, 2018)

Sulla copertina del suo diciannovesimo lavoro in studio l’uomo che nientemeno che Bob Dylan paragonò nientemeno che a Marcel Proust sembra anche più vecchio dei settantun anni che ha. D’altra parte: tanta grazia che questo disco – prima raccolta di materiali autografi da tredici anni in qua, dopo una di standard country e una di duetti con voci femminili – veda la luce, giacché l’autore è sopravvissuto a un cancro ai polmoni quasi tre lustri dopo averne sconfitto uno della pelle. È alla radioterapia che lo aiutava a sbarazzarsi del primo che dobbiamo una voce più profonda e roca che negli album che lo hanno consegnato alla storia della canzone d’autore americana del Novecento: l’epocale, omonimo esordio del 1971; il quasi altrettanto meraviglioso “Sweet Revenge”, del ’73; in seconda battuta il sorprendente (schiettamente rockabilly, però solo per metà di brani suoi) “Pink Cadillac”, del ’79. A quella, più che alle sigarette cui ha dovuto giocoforza rinunciare e che rimpiange talmente da pregustare, nella conclusiva delle dieci tracce che sfilano in “The Tree Of Forgiveness”, quella che per prima cosa si fumerà non appena ammesso in paradiso: una lunghissima, nove miglia.

Alternativamente recitata e cantata e musicalmente sgangheratella, When I Get To Heaven è il solo mezzo passo falso – perdonabile; paradossalmente, ben altra pregnanza evidenziava Prine scrivendo a venticinque anni appena un capolavoro di canzone sull’invecchiare quale Hello In There – in un disco se no strepitoso. Fra il resto due pezzi con la statura del classico istantaneo: Caravan Of Fools potrebbe confondersi in un “Best Of” di Johnny Cash, The Lonesome Friends Of Science in uno di Townes Van Zandt.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.399, giugno 2018.

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Quell’unico disco, magnifico di Hal Willner (5/4/1956-6/4/2020)

Noto al pubblico americano soprattutto per essere stato – dal 1981! – il responsabile delle musiche di “Saturday Night Live”, Hal Willner è stato ucciso (beffardamente, all’indomani del suo sessantaquattresimo compleanno; la notizia è stata diffusa ventiquattr’ore dopo) dal virus che sta cambiando probabilmente per sempre (o comunque per molto, molto tempo) le vite di tutti noi. La platea dei musicofili lo ricorda soprattutto per essere stato colui che portò al massimo stato dell’arte il difficilissimo esercizio dell’album-tributo e per avere prodotto fra gli altri Marianne Faithfull, Bill Frisell, Lucinda Williams, Lou Reed e Laurie Anderson. Nonché per l’avere portato per primo su un palco Jeff Buckley, lanciandone di fatto la carriera. In pochi hanno invece memoria dell’unico disco che pubblicò a suo nome. E che è bellissimo.

Whoops I’m An Indian (Pussyfoot, 1998)

Tutti i progetti ai quali il produttore Hal Willner ha posto mano nei suoi oltre tre lustri di carriera hanno avuto il carattere dell’eccezionalità, a partire da quel “Rota Amarcord” che vide musicisti jazz alle prese con un gigante delle colonne sonore, Nino Rota, doppiato due anni dopo, nel 1984, da “That’s The Way I Feel Now”, che vedeva musicisti rock cimentarsi con un gigante del jazz, Thelonious Monk. Sono seguiti – vado a memoria – tributi a Kurt Weill, alla musica dei film di Walt Disney e a Charles Mingus, dischi con Allen Ginsberg e con William Burroughs e i Disposable Heroes Of Hiphoprisy insieme e svariati lavori per il cinema. Logico dunque che il debutto in proprio di Willner fosse atteso con curiosità e magari un po’ di diffidenza: sarebbe stato all’altezza?

Assolutamente sì. “Whoops I’m An Indian” va persino oltre le aspettative svolgendo un lavoro di sintesi inaudito che coinvolge i ritmi di New Orleans come quelli della drum’n’bass, musiche etniche di ogni dove, jazz, bossanova, voci soul, gospel e fantasmatiche e tant’altro ancora. Senza termini di paragone (l’unico a venirmi in mente che non sia del tutto improponibile è “My Life In The Bush Of Ghosts” di Brian Eno e David Byrne) e praticamente indescrivibile a parole, a meno di non riempire pagine su pagine. Suonate la prima traccia, che intitola l’album tutto, e ve ne renderete conto: su un funky paludoso che arriva dritto da Crescent City si inseriscono chitarre hawaiiane e una minacciosa voce “trovata”. Inclassificabile, “Whoops I’m An Indian”: pensate a una collaborazione che coinvolga (auspice lo spirito di Sun Ra) Van Dyke Parks, Tom Waits, la Dirty Dozen Brass Band, Captain Beefheart, John Lurie, i Neville e i Chemical Brothers e qualche DJ jungle. Non vacilla la mente?

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.8, novembre/dicembre 1998. “Whoops I’m An Indian” non è mai stato ristampato, ma su Discogs ed eBay lo vendono a pochi spiccioli.

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Fountains Of Wayne – Pure Pop For Now People

Che brutto pesce d’aprile ci ha fatto ieri Adam Schlesinger – fondatore nel 1995 dei Fountains Of Wayne e co-autore dell’intero repertorio fino allo scioglimento, datato 2013 – andandosene a soli cinquantadue anni. Lo ha strappato all’affetto dei fan e della famiglia questa pandemia che sta cambiando per sempre le vite di tutti noi.

Out-Of-State Plates (Virgin, 2005)

Al prossimo anno saranno due tondi decenni dacché Adam Schlesinger e Chris Collingwood si conobbero al college e, assodata la passione comune per il pop britannico più melodico dai Beatles in giù, decidevano di mettersi a scrivere canzoni insieme. Divisi una serie di gruppi effimeri, davano vita ai Pinnwheel e si separavano quando un intero LP inciso con quella ragione sociale veniva accantonato per una grana legale. Il primo si univa allora ai newyorkesi Ivy, il secondo ai bostoniani Mercy Buckets. Quest’anno fa un tondo decennio dacché Adam Schlesinger e Chris Collingwood rinnovavano il loro sodalizio e questa volta con maggiore fortuna, con la sigla Fountains Of Wayne.

Tre album e un successo da Top 40 un po’ ovunque (Stacy’s Mom) dopo, festeggiano la ricorrenza svuotando gli archivi: forte di un paio di brani nuovi brillanti ancorché troppo simili fra loro (Maureen e The Girl I Can’t Forget: zuccherini frullati di punk e pop, wave ed errebì), “Out-Of-State Plates” raduna retri di singoli, partecipazioni a raccolte, registrazioni live, inediti assoluti e insomma minutaglia assortita non su uno ma addirittura su due CD e i due soci modestamente si scusano per la logorrea, in una noterella in cima al libretto. Non dovrebbero: quale più eclatante conferma del loro valore della qualità e della godibilità media di una raccolta di “scarti”? Dove brillano le loro qualità di autori così come la capacità di rendere con irresistibile verve canzoni altrui, si tratti di una Trains And Boats And Planes di Burt Bacharach sistemata a mezza via fra Byrds e Beach Boys, di una Can’t Get It Out Of My Head che fa diventare gli E.L.O. i R.E.M. o di …Baby One More Time. Di Britney Spears, nientemeno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.260, settembre 2005.

Sky Full Of Holes (Yep Roc, 2011)

Vista la costante contrazione del mercato discografico, sono numeri che vanno presi con ampio beneficio d’inventario. Insomma: arduo dire se un numero 37 odierno nella classifica USA (in tale posizione si situa “Sky Full Of Holes” nel momento in cui scrivo queste righe) valga di più in termini di copie vendute del 97 che raggiungeva quattro anni fa “Traffic And Weather” (probabilmente sì) o del 115 cui si arrestava nel 2003 “Welcome Interstate Managers” (probabilmente no). Quel che è sicuro è che all’epoca di quest’ultimo i Fountains Of Wayne soggiornavano ancora in area major (erano su Virgin, dopo avere pubblicato due lavori su Atlantic) e che, oltre a godere di un supporto promozionale importante, potevano cavalcare l’onda di quello che resta a oggi (certificato da un disco d’oro) l’unico loro singolo davvero di successo, Stacy’s Mom. Quest’album nuovo, il loro quinto, non ha viceversa finora beneficiato di un’analoga spinta, visto che né Richie And Ruben (immaginate i Plimsouls alle prese con i Creedence) né una Someone’s Gonna Break Your Heart melodicamente ancora più efficace sono riuscite a catturare l’attenzione del grande pubblico.

Pazienza. Fanno loro contorno altre undici canzoni con le carte in regola per farsi trasmettere almeno da un certo tipo di radio. Da una Acela che si sarebbe potuta ascoltare dai Blur a una Action Hero che posiziona Paul Simon in un contesto Beatles, da una Workingman’s Hands byrdsiana a una Radio Bar con i fiati che luccicano e martellano quanto le chitarre. E può darsi dunque che per i Nostri sia comunque giunta l’ora (inspiegabile perché non sia accaduto prima) del passaggio di categoria: da culti a stelline. Lo meriterebbero proprio.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.326, ottobre 2011.

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Sweet Soul Makossa (r.i.p Manu Dibango, 12/12/1933-24/3/2020)

Quel che si dice non partire con il piede giusto: scritta nel 1972 per accompagnare, in una dimenticata Coppa dei Tropici, una nazionale di calcio del Camerun ben lungi dall’essere la spettacolare macchina che a Italia 90 umilierà i campioni in carica dell’Argentina, Soul Makossa pagava l’eliminazione subito subita dalla squadra venendo fatto a pezzi dai tifosi delusi. Leggenda narra che ben pochi esemplari della prima tiratura di quel singoletto si salvarono. Ma, smaltita la delusione, le radio riprendevano a passare il pezzo, che in breve diventava il più richiesto nei concerti dell’allora già trentottenne sassofonista. Di passaparola in passaparola, di paese in paese, di continente in continente, andava a finire che si vendevano un paio di milioni di copie del 45 giri e svariate centinaia di migliaia dell’album prontamente approntato per cavalcare l’onda. Un solo pezzo bastava a Manu Dibango per conquistare una popolarità ben più diffusa globalmente di quella di un Fela Kuti e a insidiarne il trono di re dell’afrofunk. Artisti (collaborarono anche) da non confondere tuttavia: Dibango veniva dal jazz e nei suoi dischi, certo meno di impatto di quelli del rivale ma in compenso più variegati, si è sempre sentito.

Non fa eccezione questo spettacolo che testimonia di una forma invidiabile per un’età ormai ai limiti del venerando. Spalleggiato da un gruppo eccelso, in “Uriage 2005: En Live” il nostro uomo dà fondo al suo bagaglio di trucchi aggirandosi gigione fra New Orleans, Giamaica e Africa, declinando indifferentemente funky dal pigro all’indiavolato e festoso reggae, soul e giustappunto jazz. È un’abbondante ora e mezza di godibilità estrema, rimpinguata da una ventina di minuti di “dietro le quinte” tratti da altri concerti. Indovinate a quale brano è riservato il gran finale…

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.276, febbraio 2007.

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Il capolavoro dimenticato di Andrew Weatherall

Negli innumerevoli omaggi apparsi ieri all’uomo che più di ogni altro contribuì a mettere in comunicazione rock ed elettronica da dancefloor, in una stagione felicemente, estaticamente irripetibile, tutti si sono naturalmente diffusi su “Screamadelica” e sul ruolo che ebbe Andrew Weatherhall (venuto a mancare davvero troppo presto) nel suo concepimento. In pochissimi hanno viceversa anche solo citato un altro grande classico griffato dal nostro uomo. Talmente negletto da non essere mai stato ristampato da quando vide la luce, la bellezza di ventisei anni fa.

Sabres Of Paradise – Haunted Dancehall (Warp, 1994)

Uomo di fatica e tecnico al seguito dei Clash a sì e no vent’anni (e già solo per questo andrebbe invidiato e idolatrato), Andrew Weatherall incrocia nel 1989 il percorso di un altro gruppo importante, i Primal Scream. È rimasto nel frattempo folgorato dalla acid house e così Bobby Gillespie e soci. L’incontro frutta prima il remix di Loaded e quindi, nel 1991, l’epocale “Screamadelica”, nettamente l’esito più succoso della copula fra rock e dance. Poco dopo Weatherall si inventa una sua carriera discografica non solo come produttore e remiscelatore dando vita, con Jagz Kooner e Gary Burns, ai Sabres Of Paradise, titolari di due album più una raccolta prima che il leader cambi ragione sociale e collaboratori avviando la saga Two Lone Swordsmen. “Haunted Dancehall” è il secondo: un viaggio notturno nelle viscere di Londra dagli umori affatto diversi (stacco che si nota soprattutto nella preziosa edizione vinilica che lo divide in quattro facciate) fra una prima metà smargiassa e ludica (favolosi l’elettro-jazz di Duke Of Earlsfield, una Wilmot fra Arabia e golfo di Napoli e una Tow Truck fra surf e dub e parecchio clashiana) e una seconda via via sempre più cupa e rarefatta.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.14, estate 2004.

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Quattro recensioni di album di (e con) Daniel Johnston e una considerazione

“L’affetto c’è sempre, quando si scrive di Daniel Johnston, ma ci vorrebbe forse più rispetto. Mettere da parte per quanto possibile gli aneddoti sulla salute mentale spesso traballante – sull’infantilismo, l’insicurezza, le paranoie che ne condizionano il rapporto con il mondo – di un bambino prodigio imprigionato nel corpo di un quarantacinquenne malmesso, sempre più grasso e grigio, e concentrarsi sul genio di uno dei più grandi autori di canzoni dell’ultimo quarto di secolo.” (2006)

Fear Yourself (Sketchbook, 2003)

Imponente per nomi e numeri il fan club di Daniel Johnston: Kurt Cobain si presentò nel 1992 a una premiazione di MTV indossando una sua t-shirt; Pastels e Yo La Tengo hanno ripreso Speeding Motorcycle; Lou Reed  ha cercato di registrare qualcosa con lui, Eddie Vedder dei Pearl Jam l’ha vagheggiato, un paio di Sonic Youth ci sono riusciti; Jad Fair degli Half Japanese lo ha affiancato in due dischi, Paul Leary dei Butthole Surfers produsse nove anni fa il suo primo album per una major e per quest’ultimo si è scomodato Mark Linkous degli Sparklehorse. “Artistic Vice”, uno dei dischi di culto degli anni ’90, fu invece prodotto da Kramer. Cercatelo senza darvi pace fin quando non lo avrete trovato, mettete su il primo brano, My Life Is Starting Over, e sarà amore, di quelli che durano per sempre. Daniel Johnston è un Genio. Daniel Johnston confeziona – da oltre vent’anni! – melodie di un’efficacia inaudita dai tempi di Lennon/McCartney e del Brian Wilson maggiore. Daniel Johnston ha un piccolo problema: per lui Manic Depression non è il titolo di una canzone di Jimi Hendrix, è la sua vita. Questo omone dalla faccia bonaria, che dimostra molti anni più dei quarantadue che ha, entra ed esce da decenni da cliniche per malattie mentali e solo l’affetto dei tanti che lo ammirano e l’abbraccio protettivo di una famiglia benestante gli ha dato modo finora di vivere un’esistenza a tratti normale e di non venire definitivamente istituzionalizzato. Daniel Johnston fa una disperata tenerezza ma a starci vicino può fare talvolta paura, come ben sa il padre, che rischiò di schiantarsi con l’aereo che stava pilotando quando il figliolo lo aggredì accusandolo di essere Satana. Insomma: poco probabile che possiate leggere in futuro una sua intervista. Ancora meno che possiate vederlo dal vivo in un qualche club dalle vostre parti.

Vi restano le canzoni, che sono centinaia ma perlopiù irreperibili, siccome pubblicate in buona parte su cassette che il Nostro (la cui discografia conta alcune decine di titoli) a lungo ha regalato per strada. Accontentatevi momentaneamente della dozzina contenuta in “Fear Yourself”. Ce n’è di che perdere la testa, che si tratti di power pop degno dei Ramones (Love Not Dead, Living It For The Moment) o di Jonathan Richman (Fish), di pigolante e irresistibile lo-fi (Now), o ancora di dolenti incantesimi prevalentemente pianistici (Love Enchanted, You Hurt Me). Qualcosa potrebbe appartenere ai Flaming Lips (The Power Of Love), altro – indifferentemente – a John Lennon o a Randy Newman (Wish). Sull’adesivo incollato alla copertina un altro estimatore importante, David Bowie, dichiara fin d’ora “Fear Yourself” uno dei suoi album preferiti del 2003. Saranno in legioni ad accodarsi.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.528, 8 aprile 2003.

Daniel Johnston/Artisti vari – Discovered/Covered (Gammon, 2004)

Un’isola dei famosi il fan club di Daniel Johnston: Kurt Cobain si presentò a una premiazione di MTV con una sua t-shirt, Lou Reed ha cercato di registrare qualcosa con lui, Eddie Vedder pure, un paio di Sonic Youth ci sono riusciti, Jad Fair degli Half Japanese lo ha affiancato in due dischi, Paul Leary dei Butthole Surfers produsse dieci anni fa il suo primo album per una major. Per l’ultimo “Fear Yourself” si è scomodato, nel 2003, Mark Linkous degli Sparklehorse. Mentre di “Artistic Vice”, uno dei dischi di culto degli anni ’90, si occupò Kramer. Dimenticavo: fra i tesserati anche David Bowie. E poi Teenage Fanclub, Gordon Gano, Bright Eyes, Beck, Mercury Rev, Vic Chesnutt… Tom Waits: per non citare che alcuni dei nomi che nel primo dei due CD che compongono “Discovered Covered” (attribuito con nero humour a The Late Great Daniel Johnston e con in copertina il nostro eroe davanti alla sua tomba) si misurano con uno dei cataloghi più idolatrati – da chi “sa” – e oscuri – per il grande pubblico – della canzone rock d’autore americana dell’ultimo paio di decenni.

Sono versioni quasi sempre felici e in qualche caso bellissime – vorrei citare almeno una Walking The Cow dalle parti di John Cale dei T.V. On The Radio, i Bright Eyes che rendono alla Jonathan Richman Devil Town, una Go di Sparklehorse & Flaming Lips trapunta d’archi, lo Waits ultra-beefheartiano di King Kong – che, nel mentre esaltano il genio melodico di questo eterno ragazzone tormentato da sempre da seri problemi mentali, in un certo qual modo lo normalizzano. Su un secondo compact che dà nuovi significati all’espressione “low-fi” ci sono gli stralunati originali e sentirli a ruota è esperienza che lascia emotivamente scossi. E catturati per sempre.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.251, novembre 2004.

Lost And Found (Sketchbook, 2006)

Come almeno una volta in ogni suo disco, anche in “Lost And Found” c’è un momento in cui Daniel Johnston ti lacera l’anima e ne butta via i brandelli. Accade in Lonely Song, passo irresistibile e melodia pure, roba che potrebbe venire da un album dei Kinks periodo “Face To Face”, tranne che c’è un tocco country che rimanda a “Muswell Hillbillies”, e insomma una cosuccia impossibilmente carina che davvero non ti prepara a sentirti dire che “se ascolti veramente con attenzione/potrai sentire la disperazione di un cuore/triste e spezzato – il mio”. Epifania che ne pareggia tante regalateci in passato dal nostro scombinato eroe. Tipo quando in Love Defined (da “Yip/Jump Music”, 1983) citava direttamente San Paolo e tanti saluti a quanti hanno posto al centro del suo mito un’incapacità di intendere e volere che rischia di farsi folklore, dopo e peggio che tragedia: “L’amore sopporta ogni cosa/Crede in ogni cosa/Spera ogni cosa/Fa durare ogni cosa/L’amore non finisce mai”. Idiot savant, allora? Certo savant a sufficienza da polemizzare con l’industria discografica in The Chords Of Fame (da “It’s Spooky”, 1988) e pigliare in giro in Happy Time (da “Fun”, 1994, la sua unica uscita major) Allen Ginsberg. L’affetto c’è sempre, quando si scrive di Daniel Johnston, ma ci vorrebbe forse più rispetto. Mettere da parte per quanto possibile gli aneddoti sulla salute mentale spesso traballante – sull’infantilismo, l’insicurezza, le paranoie che ne condizionano il rapporto con il mondo – di un bambino prodigio imprigionato nel corpo di un quarantacinquenne malmesso, sempre più grasso e grigio, e concentrarsi sul genio di uno dei più grandi autori di canzoni dell’ultimo quarto di secolo.

“Lost And Found” è un album buono come quasi qualunque altro (un’abbondante ventina e senza contare le cassettine casalinghe regalate agli angoli delle strade all’inizio, suoi primi messaggi in bottiglia) per accostarsi a Johnston, che tanto il capolavoro a tutto tondo non lo confezionerà mai siccome gli ci vorrebbe accanto come produttore (Mark Linkous ci andò vicino tre anni fa con “Fear Yourself”) uno altrettanto disconnesso ma nel frattempo connesso. È il consueto campionario strambo e intrigante di pestate innodie rock’n’roll (Rock This Town, Rock Around The Christmas Tree) e squisite per quanto storte ballate (Try To Love, la programmatica Country Song), fra una marcetta fratturata (Foolin’) e una gigiona (It’s Impossible), una strombazzante ossessione (Wishing You Well) e un ilare beat radente lo ska (Everlasting Love). Il tutto porto dalla solita voce gracchiante, tremolante, indolente, che respinge certuni più dell’ustionante sincerità di quanto canta.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.23, autunno 2006.

Beam Me Up!! (Hazelwood, 2010)

Ho un discreto numero di dischi di costui, anche se percentualmente una minoranza di una produzione straripante soprattutto negli ’80, quando il nostro squinternato eroe i suoi album li registrava su cassette che poi regalava o li pubblicava per case minuscole. Ed erano vie imperscrutabili quelle per cui tramite finivano in mano a gente famosa o prossima a diventarlo, a Bowie come a Lou Reed, a Sonic Youth e Sparklehorse, Yo La Tengo o Cobain. Tutti… ahem… pazzi per Johnston e in particolare l’ultimo, che se ne faceva propagandista tanto appassionato da persuadere la Atlantic che fosse il caso di ingaggiarla l’aspirante rockstar più improbabile di sempre. Sapete come finì: per quanto le melodie che disegna siano fra le più limpide da Lennon/McCartney in poi, Daniel è un personaggio ingestibile che oltre il culto non può andare. Ho un discreto numero di dischi suoi, ma devo dire che a oggi nessuno mi aveva messo a disagio quanto questo doppiamente finto – nel senso che in massima parte le canzoni erano già note ma nessuna è stata un vero successo e tutte sono state riarrangiate per l’occasione – “Greatest Hits”. Per via di una voce sempre più stridula, barcollante e di suo ansiogena, che fa risaltare come non mai testi espressione di un disagio mentale che devasta.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.670, maggio 2010.

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Funkify Your Life (Per Art Neville, 17/12/1937-22/7/2019)

Se la voce maschile per antonomasia di New Orleans fu Lee Dorsey (quella femminile Irma Thomas), se l’autore e produttore più importante della città della Louisiana è stato senz’ombra di dubbio Allen Toussaint, altrettanto indiscutibilmente il complesso che ne ha più esemplarmente rappresentato il suono – meticcio, terrigno, vudù – sono stati i Meters: per tutti quelli che non votano per Booker T. & The MG’s, il più notevole gruppo strumentale della storia del soul. Se le due formazioni avevano in comune la fluida elasticità della sezione ritmica e un organo debordante, molto le distingueva (a parte esiti mercantili che premiarono maggiormente, grazie a una migliore distribuzione, i primi). A farla breve: più rhythm’n’blues Booker e accoliti, più funk la compagine guidata da Arthur Neville. Su moltissimi dei classici giuntici dalla Crescent City degli anni ’60, griffati Dorsey o Thomas, Earl King o Betty Harris e sempre e comunque Toussaint, sono loro a suonare. Fra una seduta da turnisti e l’altra Art Neville (tastiere), Leo Nocentelli (chitarra), George Porter Jr. (basso) e Joseph Modeliste (batteria) seppero cavare il tempo per imbastire una loro carriera di tutto rispetto.

Il complesso nasceva intorno al 1966 come Art Neville & The Sounds ed era inizialmente un sestetto completato dalle voci di due fratelli del leader, Aaron e Charles. Ventottenne, costui aveva già alle spalle una decennale carriera iniziata con il botto della seminale Mardi Gras Mambo, successone con gli Hawketts su Chess Records, e proseguita con una manciata di singoli per Specialty e Instant. Non passava che qualche mese e i Sounds, esclusi i cantanti, venivano ingaggiati da Allen Toussaint come house band della Sansu Enterprises. Nome nuovo di pacca allora, e allusivo alle stupefacenti capacità di Modeliste (con la sua destrezza poliritmica uno dei più influenti batteristi di sempre, in qualsiasi ambito), e subito un calendario fittissimo di sessioni. Quasi un dopolavoro per i Nostri le incisioni in proprio e non cambierà granché quando arriveranno i primi piazzamenti in classifica: Sophisticated Cissy e Cissy Strut violano entrambe i Top 10 R&B nella primavera del 1969 e l’anno dopo Look-Ka Py Py e Chicken Strut si fermano un attimo prima. Altri successi minori seguono fino al 1972, anno in cui i Meters dalla Josie passano alla assai più grande Reprise e paradossalmente vedono la loro popolarità calare, tolto il doppio colpo d’ala rappresentato nel 1974 da Hey Pocky A-Way e dall’album di un anno successivo (per molti il loro migliore) “Fire On The Bayou”. Sono nel frattempo divenuti un quintetto, con l’aggiunta di un ennesimo Neville, Cyril, alle percussioni, e le loro abilità strumentali sono più richieste che mai, fra gli altri da Dr. John e da Robert Palmer, e ammirate. Per due anni, 1975 e 1976, si ritrovano ad aprire per i Rolling Stones, ma la loro avventura è agli sgoccioli e sta per cominciare quella dei Neville Brothers. Altra vicenda, forse in futuro un altro libro. Torneranno insieme occasionalmente negli anni ’90, ma prima senza Modeliste e quindi senza Nocentelli. Il doppio antologico su Rhino “Funkify Your Life” copre sia il periodo Josie che quello Reprise e non tralascia alcunché di fondamentale.

Pubblicato per la prima volta su Soul e rhythm & blues – I classici, Giunti, 2004.

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