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Il gangster redento Coolio (1/8/1963-28/9/2022)

Giunge come fulmine a ciel sereno (ma quando mai lo è, sereno?) la notizia della scomparsa (per cause naturali, parrebbe) a soli cinquantanove anni di Artis Leon Ivey Jr., meglio noto come Coolio. Si era da tempo defilato (l’ultimo album è del 2009), ma intorno alla metà degli anni ’90 godette meritatamente di una popolarità immensa. “It Takes A Thief” e “Gangsta’s Paradise” appartengono alla storia maggiore dell’hip hop.

It Takes A Thief (Tommy Boy, 1994)

La lunga gavetta e l’immagine (pro)positiva di un uomo che ha saputo fare tesoro delle lezioni della vita e non dimentica chi non è stato al pari fortunato contribuiscono a rendere Mr. Ivey uno dei rapper più popolari d’America intorno al giro di boa dei ’90, persino oltre la sua volontà (sia detto a ulteriore lode: l’artificiosa contrapposizione inscenata dai media di lui, “buono” o come minimo “redento”, contro il “cattivo” 2Pac non gli andrà mai a genio). Certo gli giova anche una capacità fuori dal comune di fare pop l’hip hop senza tuttavia snaturarlo. I successivi “Gangsta’s Paradise” (1995) e “My Soul” (1997) venderanno parecchio di più (fra l’uno e l’altro, qualcosa come diciassette milioni di copie), ma in termini di qualità è “It Takes A Thief” a iscrivere lo pseudonimo di Artis Leon Ivey fra i maestri del genere.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.26, estate 2007.

Gangsta’s Paradise (Tommy Boy, 1995)

Nato in quella Compton, parte sud della contea di Los Angeles, che gli N.W.A renderanno tristemente celebre, Artis Leon Ivey è immerso nella storia dell’hip hop ben prima di cominciare a scriverla lui stesso. Sin dal 1979, l’Anno Zero del genere, grazie a dei vicini originari di New York che gli girano alcuni nastri di performance di strada. L’allora sedicenne fonda la Brothers Bass Crew ma prima di esordire discograficamente, ospite nel ’91 dei WC & The Maad Circle, farà in tempo a transitare in diverse altre posse che non hanno lasciato tracce e soprattutto a buttare via un decennio intero, fra carcere e comunità di recupero per tossicodipendenti. Mai sottovalutare la forza redentrice della musica: sarà un uomo nuovo che ha fatto tesoro degli sbagli commessi e un artista a tutto tondo a firmare nel 1993 per la Tommy Boy, etichetta leader nell’ambito. Nel 1994 il debutto “It Takes A Thief”, forte di un singolo bomba quale Fantastic Voyage (un numero 3 USA) che campiona massicciamente l’omonima canzone dell’81 dei Lakeside, entra nei Top 10 di “Billboard” ed è di platino.

L’anno dopo “Gangsta’s Paradise” (fresco di ristampa rimasterizzata per il venticinquennale con aggiunto un pletorico remix) raddoppierà i dati di vendita negli Stati Uniti e li decuplicherà nel resto del globo replicandone la formula a base di buoni sentimenti, ironia, un senso del groove micidiale. Nei crediti un’enciclopedia della black, da Herbie Hancock agli Isley Brothers passando per Smokey Robinson & The Miracles, James Brown, Sly & The Family Stone, Kool & The Gang, Billy Paul, Tom Browne. Ovviamente per Stevie Wonder, la cui Pastime Paradise per così dire ispira il brano che intitola l’album. Primo in mezzo mondo e dire che alla Tommy Boy lo avevano cassato.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.425, novembre 2020.

My Soul (Tommy Boy, 1997)

Benché il suo grande successo, con il multimilionario in dollari e copie “Gangsta’s Paradise”, risalga ad appena due anni fa e il debutto in proprio (comunque disco di platino) “It Takes A Thief” sia più vecchio solo di una manciata di mesi, Coolio è un veterano dell’hip hop con un’anzianità di servizio seconda a nessuno nella scena odierna. Se esordì discograficamente soltanto nel 1991, con i WC & The MAAD Circle, era già in pista, con la Brothers Bass Crew, nei primi anni ’80. Non ebbe fortuna, quella posse, e migliore sorte non toccò alle altre allestite successivamente. Soundmaster Crew, NuSkool e Low Profile furono le tappe di un decennio vissuto pericolosamente. Brutte storie, da ghetto: guai con la legge, perenne disoccupazione, una dipendenza dal crack dalle conseguenze quasi fatali.

La lunga gavetta e l’esemplarità della vicenda di un uomo che ha saputo redimersi dai suoi errori ma non dimentica chi non è stato altrettanto forte, o fortunato, hanno indubbiamente contribuito a fare di Mr. Ivey uno dei rapper più popolari d’America. Certo gli ha giovato anche una capacità senza pari per un rapper di fare breccia nel pubblico del pop. Per quanto meno brillante dei predecessori, “My Soul” mette in mostra la consueta corona di gioielli: The Devil Is Dope, molto soul e dal ritornello micidiale, e il classicissimo g-funk Knight Fall i più luminosi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.176, novembre 1997.

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Un po’ di cose che ho scritto negli anni riguardo a Pharoah Sanders

Sodale di John come di Alice Coltrane e titolare da leader di una buona mezza dozzina di album fondamentali, uno dei più audaci e geniali sassofonisti della storia del jazz ci ha lasciato lo scorso sabato, ottantunenne. È morto da vivo, che non è cosa che si può dire di molti.

Karma (Impulse!, 1969)

Il terzo lavoro in proprio di colui che era stato l’ultimo alter ego di John Coltrane venne registrato in due sedute nel febbraio del 1969. La prima ebbe luogo il 14, giorno degli innamorati, si sa. Di amore – di altro, più trascendentale tipo – “Karma” trabocca, mistico già nel titolo e in uno scatto di copertina che coglie il sassofonista seduto su un cuscino, gambe incrociate e braccia aperte. In meditazione o, chissà, preghiera, rivolta a quel Creatore che, spiega il lunghissimo brano (32’45”) che costituisce gran parte del disco, ha i suoi piani. Obiettivo: “pace e felicità per ogni uomo”. Presentato così “Karma” potrebbe sembrare, visto l’anno di realizzazione, un vaneggiamento hippie qualsiasi. Altro è tuttavia il senso di profonda, non banale spiritualità che trasmette. Altra è la solidità di spartiti in cui il richiamo a musiche etniche di area asiatica lungi dall’essere riverniciatura superficiale si fa parte essenziale di strutture bene articolate, in un gioco di vuoti e pieni, tensione e rilascio che vede Sanders in perenne, estatico assolo mentre un gruppo superbo (spiccano il piano di Lonnie Liston Smith Jr. e, in Colors, il contrabbasso di Ron Carter) intreccia trame qui fitte, là impalpabili. “Free jazz per le masse”, secondo Scott Yanow. Definizione felice ma limitante.

Complessa eppure cantabile, la monumentale The Creator Has A Master Plan fu il punto centrale di un percorso iniziato con il sottovalutato “Tauhid” e che avrà in “Jewels Of Thought”, “Deaf Dumb Blind”, “Thembi” e “Black Unity” altre tappe memorabili. Per non dire dei coevi album di Alice Coltrane cui Sanders offrirà un apporto decisivo.

Scritto nel dicembre 1999 per un progetto di “Blow Up” poi non andato in porto per ragioni che non ricordo. In parte recuperato, adattato e accorciato, su “Extra”, n.13, primavera 2004. Altrimenti inedito.

Thembi (Impulse!, 1971)

Permettete? Vorrei cominciare con un racconto di malcostume. Qualche tempo fa i negozianti di dischi ricevettero un comunicato dalla Universal in cui si annunciava la volontà di “valorizzare” il catalogo Impulse!. Ottima cosa, no? E come si intendeva valorizzarlo? Ribassando i prezzi e insieme avviando una campagna pubblicitaria? Macché. Alzandoli invece, portandoli dalla fascia media alla alta. Fine della “valorizzazione”. Sicché classici in gran copia – da Mingus a Coltrane, da Shepp ad Ayler, da Art Blakey a Yusef Lateef – sono oggi meno accessibili alla smania di conoscenza degli appassionati, soprattutto di quelli più giovani. Agire esemplare dell’avida idiozia di gente che dovrebbe essere riscattata alla società mandandola a lavorare i campi.

Mi perdonerete se mi sono così mangiato metà dello spazio di questa recensione. Ci tenevo. Confido nel fatto che “Thembi”, se non posseduto, sia almeno conosciuto di fama dai più. A quattro anni dalla morte di Coltrane che ha troncato un sodalizio epocale, a due dal capolavoro “Karma”, che ha rischiato di fare dell’avanguardia una faccenda alla moda, a uno dalla pregevole accoppiata “Jewels Of Thought”/”Deaf Dumb Blind”, Sanders dà alle stampe (è il 1971) un album che dei predecessori mantiene l’ispirazione – coacervo di influenze africane e d’Oriente, hard bop, free e suggestioni psichedeliche – scorciando nel contempo il minutaggio della singola composizione. I consueti due brani diventano dunque cinque e un vitalistico impulso latino-funky si insinua, senza che l’empito spirituale si attenui. Esito: uno dei dischi più accessibili del Nostro, oltre che dei più belli.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.214, giugno 2001.

Moon Child (Timeless, 1989)

Naturalmente il Pharoah Sanders indispensabile è quello che fra il 1967 e il 1971, nel mentre agiva anche da complice prediletto della vedova Alice avendo ricoperto in precedenza il medesimo ruolo con l’ultimo John Coltrane, metteva in fila una prodigiosa sequela di pietre miliari su Impulse!: “Tauhid”, “Karma”, “Jewels Of Thought”, “Deaf Dumb Blind”, “Thembi”, “Black Unity”. Capisaldi di un jazz (lo dissero spiritual e l’etichetta è rimasta) inaudito, per un verso in continuità con il Coltrane di “A Love Supreme” e per un altro capace di trascendere il free deviandone l’audacia verso un Oriente dell’anima, impregnandolo di latinismi, rimettendoci dentro l’Africa. Si fosse ritirato allora, appena trentunenne, avrebbe comunque avuto garantito un posto nella storia della musica del Novecento. Non avendolo fatto si è ritrovato, ottantunenne, a pubblicare uno dei dischi più acclamati del 2021, “Promises”, in collaborazione con il dj e produttore in ambito di elettronica Floating Points e registrato con la London Symphony Orchestra.

Benché poi premiato da un Grammy, non veniva salutato con altrettanto entusiasmo nel 1990 “Moon Child”, che nel mentre scontentava i seguaci del Pharoah Sanders avant-garde non riusciva a guadagnarsi i favori del pubblico più tradizionalista. Giocava probabilmente un ruolo negativo in tal senso una distribuzione deficitaria negli USA e la cronica irreperibilità quantomeno in vinile (le copie originali su Timeless, olandese, oggi passano di mano intorno ai centocinquanta euro) ha poi fatto sì che quasi se ne perdesse la memoria. Per una sua doverosa rivalutazione giunge allora provvidenziale questa ristampa su Music On Vinyl, visto che una prima datata 2019 su Tidal Waves era sciaguratamente in tiratura limitata e risultava già esauritissima. Posto che non è di un capolavoro che stiamo parlando, almeno la prima – e omonima, nonché unica autografa – delle sei tracce in programma merita tale qualifica per il suo essere il Pharoah Sanders più cantabile (e difatti è cantato) di sempre: rilassata, sospinta da un basso felpato (Stafford James) e percussioni lievi (Cheikh Tidiane Fale), estremamente solare a dispetto del titolo. Più che degne di nota pure una parimenti rilassata Moon Rays (Horace Silver; in gran spolvero oltre al sax del leader il piano di William Henderson) e la resa ellingtoniana di All Or Nothing At All, cavallo di battaglia di Frank Sinatra.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.444, luglio/agosto 2022.

With A Heartbeat (con Bill Laswell; Douglas, 2005)

A sessantacinque anni – o per meglio dire a sessantatré, ché tanti ne aveva quando realizzò questo disco di cui è circolata (poco) un’edizione su Evolver – ha ancora cose da dire e da dare Pharoah Sanders? La perfida risposta, dopo avere ascoltato “With A Heartbeat”, è: forse sì, ma dovrebbe scegliersi meglio i compagni di strada. Bill Laswell, che pure di anni ne ha parecchi di meno, si è usurato parecchio di più spendendosi troppo e da tempo è un cliché vivente, all’incrocio fra ambient e musiche etniche, hip e trip-hop e (vogliamo dirla una parolaccia? diciamola!) new age. E dire che la collaborazione fra i due ebbe uno splendido inizio, nell’ormai lontano 1996, con quel “Message From Home” in cui il sassofonista, immergendosi in acque africane, ritrovava la verve di un’era aurea collocabile fra i mezzi ’60 e i mezzi ’70 in cui come nessuno a parte Alice Coltrane declinò estatico (definizione di Scott Yanow) “free jazz per le masse”. Tutta un’altra storia un album in cui il suo strumento si muove con grazia rara – qui sognante, là intensissimo, in bei saliscendi emotivi – ma in un contesto che appare artefatto.

Programmatico il titolo: intorno al battito di un cuore, per fortuna manipolato quel tanto che basta da non diventare un’assoluta ossessione, Laswell ha costruito quattro lunghi brani in transito dal raga al dub per tramite di cosmicherie che fanno molto primi ’70, con la collaborazione, oltre che di Sanders, di un altro fiatista, Graham Haynes, e del percussionista Trilok Gurtu. Qualche sprazzo di ispirazione c’è anche, ma più che altro si sonnecchia. Per gli standard del bassista da un lustro in qua non ci si può lamentare, da un disco con su scritto “Pharoah Sanders” ci si sente ancora in diritto di pretendere di più.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 255, aprile 2005.

Promises (con Floating Points e la London Symphony Orchestra; Luaka Bop, 2021)

Il bello di questa collaborazione sulla carta improbabile è che a proporla è stato l’artista di gran lunga più anziano: Pharoah Sanders, classe 1940 e una delle ultime leggende viventi e praticanti del jazz degli anni ’60 e ’70 (allora faceva la Storia; nei due decenni seguenti si è limitato a regalarci altri album bellissimi; tanti). Era costui che, stregato nel 2015 da “Elaenia”, esordio come Floating Points del dj e produttore di musica elettronica britannico Sam Shepherd, classe 1987, lo contattava. Immaginabili stupore ed esaltazione da parte di chi – cresciuto a Debussy e Bill Evans ed ecco che comincia a spiegarsi donde arrivi quanto si ascolta in “Promises” – spesso nelle sue serate aveva proposto a platee a tutt’altri suoni aduse la musica del sassofonista (celeberrimo un set berlinese inaugurato dai venti minuti filati di Harvest Time). Era seduti a tavola che i due decidevano che sì, un disco insieme si poteva fare. Eccolo.

Accolto per un verso con entusiasmo a prescindere da chi lo aveva battezzato un capolavoro forse prima ancora di ascoltarlo e per un altro tiepidamente da chi si aspettava magma e spigoli in luogo di un fluire disteso e incantatorio, “Promises” è suite di tre quarti d’ora in nove movimenti. Su un ricorrente motivo di sette note suonato da Shepherd su varie tastiere si innestano ora il sax tenore di Sanders (nel quarto movimento la voce, invece) con fraseggi talvolta studiatamente timidi e talaltra lunghi e avvolgenti, ora (oppure insieme) gli archi aggiunti a posteriori della London Symphony Orchestra. Si va dal sommesso a solenni crescendo, con il bonus di alcuni squisiti assolo. Più che dalle parti di Coltrane (Alice o John) si sta da quelle di Górecki.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.431, maggio 2021.

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Giù al fiume con Syl Johnson

Che la mia pelle sia scura/non fa che aggiungere colore alle mie lacrime/…/E mi tocca nell’animo,/rievocando memorie passate,/chiedermi perché i miei sogni non si siano mai realizzati./Qualcuno mi dice cosa posso e non posso fare,/qualcosa mi frena./È perché sono nero?” (Is It Because I’m Black?)

In “The W”, l’ultimo ─ sorprendente per quanto è eccelso, quando dai Padrini newyorkesi nessuno si attendeva più nulla ─ album del Wu-Tang Clan, ci sono due momenti straordinariamente emozionanti, e non si tratta solo dell’emozione un po’ artefatta che viene, a chi sa di musica, dal riconoscere una citazione e dal ricontestualizzare in base a essa quanto ha ascoltato fino a quel momento, tracciando collegamenti, leggendo fra le righe, individuando discorsi dentro discorsi. No! È l’emozione genuina del brivido che corre sulla schiena e arriva al cuore prima che alla testa e lì si sofferma. Quando l’artista ti parla e siete soli, tu e lui, e per un attimo soltanto questo conta. Due momenti, dicevo. Uno si ha all’altezza della nona traccia, I Can’t Go To Sleep, quando dalle casse scende una slavina di archi che mozza il fiato come forse nessun’altra nel libro d’oro del soul: è quella su cui scorre Walk On By di Burt Bacharach, versione espansa e immane di Isaac Hayes, dall’epocale “Hot Buttered Soul”. Quando arriva la voce dello stesso Hayes, convocato per presenziare all’omaggio e apporvi il suo suggello benedicente, è quasi troppo. Uno di quegli istanti d’estasi che valgono il tormento di troppi dischi brutti ascoltati per senso del dovere. E l’altro?

Terzo brano. Una deflagrazione. Ritmo reggato che per un attimo mette fuori strada. Un vocalizzo struggente. E poi ecco il campionamento su cui gira tutto, inconfondibile. Una voce amatissima, una canzone simbolo per come ha saputo riassumere, in quella di un individuo, la vicenda di un popolo strappato alla sua terra, ridotto in schiavitù e poi in essa di fatto mantenuto dalle catene del pregiudizio. Per l’ennesima volta, il grido di Is It Because I’m Black? di Syl Johnson risuona e ci fa vergognare di essere bianchi.

1992. Per l’anagrafe è Christopher MacFarlane ma è assai più noto con uno pseudonimo: Macka B. È uno dei leoni della dancehall inglese. Sei anni prima, con la regia di quel Lee Perry britannico che è Neil Fraser, aka Mad Professor, ha dato alle stampe un piccolo capolavoro chiamato “Sign Of The Times”. Si supera adesso con “Jamaica, No Problem??”, album in cui risaltano il suo istinto melodico da killer e la padronanza assoluta delle tecniche del dub del Professore. Grandi i suoni, grandi le canzoni. Sul gradino più alto del podio salgono il duetto con Carroll Thompson di Where Is The Love (un classico, definitivamente) e Something Nuh Right, che gli va subito dietro. Gioco fra tirata polemica e riflessione dolente scatenato dall’assoluzione di William Kennedy ─ ricco e bianco e potente ─ da un’accusa di violenza carnale e dalla contemporanea condanna di Mike Tyson ─ ricco e nero e scomodo ─ per la medesima imputazione. Fra una cantilena ragga e la citazione estesa, affidata alla splendida voce di Earl Sixteen, di Is It Because I’m Black?.

Risalgo più indietro nel tempo, a un anno imprecisato nei ’70 giamaicani (quando si tratta di cronologia spicciola, anche l’autorevolissima Rough Guide To Reggae di Steve Barrow e Peter Dalton deve talvolta arrendersi all’impossibilità di ricostruire nei dettagli una storia su cui troppo poco è stato scritto finora). Si chiama Ken Boothe ed è il Sam Cooke della battuta in levare. Seriche corde vocali, fraseggio di eleganza somma e sentimento che avvince oltre ogni dire. Ascoltatelo ─ in una raccolta Trojan, “Eighteen Classic Songs”, che per quanto mi riguarda è uno dei tre dischi reggae da avere (Marley escluso) volendone avere tre (essendo gli altri due “Liberation” di Bunny Wailer e “Time Boom X De Devil Dead” di Lee Perry) ─ alle prese con You Send Me. Vale l’interpretazione originale di Cooke. E, sempre lì, sentite come attorciglia su un cantato tremulo ma intimamente forte il dramma di Is It Because I’m Black?. La lettura più memorabile dopo l’insuperabile prima.

Ci sono arrivato infine, a Syl Johnson, l’oggetto del sesto di questi miei esercizi devozionali mensili, e so che molti di voi avranno detto “Syl chi?”. Ma rasserenatevi: non è mai tardi per rifarsi una vita degna di essere vissuta.

Prosegue per altre 6.147 battute su Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.33, febbraio 2001. Syl Johnson ci ha lasciato tre mesi fa a oggi, lo scorso 6 febbraio. Aveva ottantacinque anni.

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Tre album fra i mille di Klaus Schulze (4/8/1947-26/4/2022)

Eccezionalmente prolifico, a Klaus Schulze sarebbe bastata in realtà una manciata di dischi per entrare nella storia della musica del Novecento con la straordinaria rilevanza che non si può non attribuirgli: gli esordi di Tangerine Dream e Ash Ra Tempel, la saga immaginata a sua insaputa dei Cosmic Jokers (un paio i capitoli imperdibili), le collaborazioni con Walter Wegmüller e Sergius Golowin e tre (o forse quattro) dei suoi primi cinque album da solista. Che alla fine fa comunque nove o dieci titoli e, insomma, sono mica pochi. Però tutti usciti fra il 1970 e il ’75.

Black Dance (Brain, 1974)

Come Konrad Schnitzler, Klaus Schulze soggiorna nei Tangerine Dream il tempo che ci va a congegnare “Electronic Meditation” e allo stesso modo, una volta lasciato solo alla guida dell’astronave berlinese Edgar Froese, si impegna brevemente in una seconda esperienza di gruppo, lui con gli Ash Ra Tempel (Schnitzler con i Kluster), contribuendo all’omonimo esordio e a “Join Inn”. Stufatosi di pestare su piatti e tamburi, acquista un synth, allestisce uno studio e in tre settimane eterna nel 1972 “Irrlicht”, fenomenale “sinfonia quadrifonica per orchestra e macchine elettroniche” e primo pannello di un trittico che in due anni va a completarsi con “Cyborg” e con questa “Danza Nera”, ballata da un essere deforme in un panorama alla Dalì che dire inquietante è un eufemismo. La musica è al pari sinistra e induce a un ossimoro: minimalismo barocco.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.31, estate 2009.

Mirage (Brain, 1977)

A un certo punto bisognerà tracciare una riga, perché d’accordo che più ci si immerge nell’oggi più si considera il passato, ma qualunque passato no. A un certo punto bisognerà tracciare una riga e va bene che il krautrock è stato, fino ai tardi ’90, sottovalutato, ma da qui a incensare qualunque album tedesco dei ’70 ne corre. A un certo punto bisognerà tracciare una riga e la ristampa dell’opera omnia di Klaus Schulze (decine di titoli; questo ha sulla costina uno “08”, ma fra quelli che mi sono arrivati c’è un inquietante “37”) pareva essere un’occasione propizia. E figurarsi quando, sfogliando il libretto, mi sono imbattuto in due colonne dedicate all’elenco della strumentazione! Il punk che è in me ha affilato i coltelli. Salvo poi riporli. Non è solo che Schulze alla lettura del libretto di cui sopra non pare affatto essere un vecchio trombone prog. Non è solo che avrà anche prodotto troppo ma, a parte essere stato fra i fondatori di Tangerine Dream e Ash Ra Tempel, ha comunque consegnato agli archivi due classici dell’elettronica più fantasiosa quali “Irrlicht” e “Black Dance”. Il fatto è che “Mirage”, uscito in un ’77 alternativo a quello che rammento, è una bella versione krauta di un Glass o un Reich. Un po’ opprimente ma del resto, racconta Schulze, fu composto mentre un suo fratello stava morendo.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.608, marzo 2005.

X (Brain, 1978)

Del tutto fuori sintonia rispetto ai tempi? Irrimediabilmente sorpassato? Si potrebbe certamente pensarlo di uno che nel 1978, anno di raccordo fra l’esplosione del punk e la fioritura della new wave, se ne usciva con un album per sintetizzatori e orchestra doppio e con un minutaggio (impossibilmente stipate le facciate e tanti saluti alla dinamica) praticamente da triplo. Roba sulla carta indigeribile, probabile riduzione a parodia del progressive degna dei peggiori eccessi di un Rick Wakeman o di Emerson Lake & Palmer. Solo che Klaus Schulze (illustri trascorsi con i primissimi Tangerine Dream e Ash Ra Tempel e poi, da solista, un paio di autentici classici dell’elettronica) aveva assai poco a che spartire con quello come con questi: altra classe, a parte che al punk guardava con grande (certamente non ricambiata) simpatia. “X” dovette parere allora obsoleto. A un ascolto odierno senza pregiudizi si svela come opera fuori dal tempo, di una grazia solenne che quasi mai scade nel tronfio e sa anzi regalare belle suggestioni in certi scorci d’archi (in particolare nella traccia aggiunta, che porta il tutto a quasi due ore e quaranta) di acceso romanticismo. Musica cinematografica, anche, e del resto in parte nacque proprio per commentare delle immagini. Alla resa dei conti una piacevole sorpresa.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.609, aprile 2005.

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Predicator veridicus, inquisitor intrepidus et doctor egregius (in memoria di Valerio Evangelisti, 20/6/1952-18/4/2022)

Valerio Evangelisti è nato a Bologna nel 1952. Laureato in scienze politiche, di professione fa il funzionario del fisco. È uomo dagli svariati interessi: il computer, il cinema (predilige i film fantastici, ovviamente), la storia, lo scrivere. Nel tempo libero, funge anche da direttore della rivista Progetto memoria – La comune, un archivio aperiodico di materiali di storia contemporanea. Questo Nicolas Eymerich, inquisitore, che gli ha permesso di vincere il Premio Urania con l’assoluta unanimità della giuria, è la sua prima opera di narrativa che venga pubblicata; ma Valerio conta già una robusta bibliografia di saggi storici, tra i quali voglio ricordare almeno Il galletto rosso (1992), Gallerie nel presente (1988), Gli sbirri alla lanterna (1992). È, quindi, tutt’altro che un esordiente.

Così Vittorio Curtoni, illustrissimo e reverendissimo signore e padrone onorandissimo della SF italiana – poca cosa complessivamente (con qualche rilevante eccezione) prima che apparisse alla ribalta il nostro uomo e tutto sommato, ahinoi, anche dopo (ma con qualche eccezione in più) -, presentava Valerio Evangelisti in un epocale numero del quattordicinale Mondadori, quello del 2 ottobre 1994. Del travolgente impatto del debutto narrativo del Bolognese testimoniava l’apparire nella collana, tempo nove mesi, di un secondo romanzo di Eymerich e dopo altri nove di un terzo. Mai accaduto in precedenza per uno scrittore di casa nostra, dacché nel mondo AE (avanti Evangelisti) le vendite di “Urania” crollavano quando presentava autori italiani mentre nel mondo DE si impennano. Probabilmente perché ci aspettiamo tutti epigoni all’altezza e continuiamo a comprare nonostante le delusioni (aveva fatto sperare Luca Masali).

Di quella postfazione del Curtoni due curiosità mi sono rimaste lì. Una è che mi stupisce che nessuno abbia pensato a ripubblicare i volumi storici dell’Uomo in Nero. Saranno pure materiale per specialisti ma per il semplice fatto di avere quel nome in copertina venderebbero assai. Per quanto mi riguarda, prenoto le mie copie. L’altra è legata a quell’informazione sulla vita “prima” dello scrittore bolognese: funzionario del fisco. Informazione che non ho letto, ch’io ricordi, da nessuna altra parte e che rimpiango amaramente di non avere verificato di persona l’unica volta che mi sono trovato a dividere una stanza e una serata con l’ideatore di Eymerich, in occasione di un caffè letterario all’ombra delle Due Torri, qualche inverno fa. Che un ispettore delle tasse si fosse  reincarnato in  prosa in un inquisitore medioevale domenicano mi pareva faccenda dai risvolti irresistibilmente umoristici e dietro il suo aspetto inquietante – fisico allampanato in abiti color pece, dita affusolate, faccia severa – si ha l’impressione che Valerio Evangelisti sia tutt’altro che refrattario ai piaceri di una risata e con essa del bel vivere, del buon mangiare e del bere anche meglio: la dice lunga al riguardo l’affettuoso ritratto di Rabelais delineato ne Il presagio, atto primo della trilogia di Nostradamus. In questo totalmente diverso dal personaggio che gli ha dato la fama, che vedremo anche in TV (ogni scongiuro è lecito) e che personalmente non riesco a immaginare con altro volto che il suo. Del resto, in una vecchia intervista dichiarava: “Eymerich è come io sono, con i miei lati più negativi. Tutto quello che di peggio c’è in lui, c’è anche in me, più attenuato”.

A ben vedere sono però caratteristiche caratteriali positive ad accomunare maggiormente creatore e creatura: un’onestà intellettuale, un’integrità morale assolute. Che in Evangelisti si riflettono nella limpidezza delle prese di posizione politiche e anche in un giudizio sulla propria opera tanto distaccato da imporgli a suo tempo, per dire, la pubblicazione del sesto Eymerich, Picatrix – La scala per l’inferno, ritenuto inferiore ai due precedenti, direttamente in tascabile piuttosto che in edizione rilegata. Con un ovvio danno economico. Mentre interdicono ogni sfumatura di sadismo al crudele agire di Eymerich, prodotto del fare della fede (come giustamente annotava Ernesto G. Laura) una rigida astrazione priva di molti se non di tutti i valori evangelici: né carità, né comprensione, né tolleranza in lui. Figlio esemplare del suo tempo al di là del fatto che sia stato ispirato da un personaggio realmente esistito, Eymerich combatte il disordine – dei costumi, delle idee – “con ogni mezzo necessario”. Sicché la lotta per ciò che considera essere il Bene ne fa un esempio indimenticabile di Male Assoluto.

Tantissimo ci sarebbe ancora da dire – della maestria con cui Evangelisti mischia generi e influenze (il capolavoro Cherudek è Kafka più Dick più Lovecraft, Il corpo e il sangue di Eymerich cita apertamente Poe, il recente Il castello di Eymerich Mary Shelley) e piani temporali, innanzitutto – ma ho già ampiamente sforato sugli spazi concessimi. Due cose tengo però particolarmente ad appuntare: che il ciclo di Eymerich è un work in progress il cui protagonista si arricchisce di sfumature episodio dopo episodio (è questo a farlo tanto vivo) e che quella “immortalità da edicola” (quella che ha fatto sì che i Sandokan, gli Sherlock Holmes, i Maigret siano sopravvissuti a tanta letteratura cosiddetta “alta”) cui l’autore bolognese dichiarò anni fa di aspirare è stata appieno raggiunta. “Figura quasi cristologica, anche se in negativo”, Eymerich è già immortale. Tradotto con grande successo in Francia e in Spagna, Valerio Evangelisti è scrittore senza eguali nell’odierno panorama italiano. I soloni della Cultura naturalmente non se ne sono ancora accorti, ma questo è un problema loro, non nostro.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.452, 24 luglio 2001.

Vita (e morte) oltre Eymerich

Scrittore orgogliosamente “di genere”, a inizio carriera, in una delle sue prime interviste importanti, Valerio Evangelisti ebbe a dichiarare che i suoi romanzi non avrebbero mai avuto altro protagonista centrale che Eymerich. Ci ha a un certo punto ripensato e, sebbene rimanga sempre l’inquisitore domenicano la sua creazione più memorabile, è buona cosa che ciò sia accaduto. Prendete ad esempio la trilogia di Nostradamus, una faccenda del 1999 ambientata nel XVI secolo, qualcosa come mille pagine mandate in libreria nell’arco di appena sette mesi: non solo un graziosissimo divertissement, non solo un fumettone (sia detto nel miglior senso possibile) splendidamente congegnato e con un’impagabile attenzione al dettaglio storico (come quando veniamo incidentalmente informati dell’introduzione sulle tavole del raviolo, o che i poco pratici archibugi si stanno trasformando in pistole), ma anche un modo per arieggiare le stanze di un’ispirazione che in Picatrix per la prima volta aveva costeggiato le sabbie mobili della maniera. E difatti i successivi Il castello di Eymerich e Mater Terribilis si sono rivelati di ben altro livello, il secondo non molto distante dal capolavoro Cherudek.

Ha maggiori ambizioni la saga di Pantera, pistolero e sciamano fulcro di uno dei racconti della raccolta Metallo urlante (in materia di musica il nostro uomo ha gusti temibili) e poi di un romanzo, il recente e foschissimo Black Flag, giocato, come è consuetudine per l’autore bolognese, su più piani temporali: il passato di una guerra civile (civile?) americana combattuta da uomini che sono lupi anche fuor di metafora; il lontano futuro di un’umanità in cui il disordine mentale è la norma; il futuro prossimo di un paese dell’America Centrale in cui gli Stati Uniti fanno, al solito, i loro comodi. Pagine di impressionante crudezza che però avrei volentieri barattato (non scambiatelo per un giudizio critico, è solo una questione di pelle) con un altro Eymerich.

Ce ne vorrebbero viceversa dieci e della grandezza di Cherudek per farmi rinunciare agli Interventi sulla paralettura, diversi dei quali apparsi per la prima volta sulla rivista amatoriale diretta dal Nostro, “Carmilla”, antologizzati in Alla periferia di Alphaville. Ove si rinviene un po’ di tutto: ritratti di assassini seriali e un saggio (poteva mancare?) sull’inquisizione, un omaggio a Manchette e una dissertazione sull’ideologia di Nero Wolfe, debiti saldati nei riguardi di H.P. Lovecraft e di Vittorio Curtoni e un’esilarante Apologia del cinema bruttissimo. Purtroppo già di ardua reperibilità perché uscita per la minuscola L’Ancora del Mediterraneo, ove l’Evangelisti narratore ha visto la luce per Mondadori (Eymerich e Nostradamus) o per Einaudi (Pantera). Ma da avere, divorare, meditare a tutti i costi.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.508, 5 novembre 2002.

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La dance astratta di Mira Calix (R.I.P.)

Se l’è meditato bene questo esordio sulla lunga distanza Mira Calix, al secolo Chantal Passamonte, sudafricana da tempo trapiantata in Gran Bretagna. Arrivò colà con un bel portfolio di fotografie nel 1991 e trovò subito lavoro da Gucci, salvo lasciarlo dopo sei mesi perché si annoiava e andare a fare la cameriera. Salvo poi pubblicare suoi scatti su “Esquire”. Salvo poi impiegarsi in un negozio di dischi a Soho e cominciare a fare la dj in giro per feste illegali e club sempre più prestigiosi. Salvo infine accasarsi presso la Warp, da dieci anni marchio leader nell’ambito dell’elettronica di consumo limitrofa a quella più sperimentale. Era il 1995 e da Londra Chantal si trasferiva prima a Manchester, quindi a Sheffield, la città dove la Warp ha sede. L’anno dopo, mentre l’attività come dj travalicava i confini britannici (ha messo dischi un po’ ovunque in giro per il mondo, Italia compresa), uscivano i suoi primi 12″. Roba strana anche per gli standard Warp, etichetta che dell’originalità da sempre fa una bandiera: techno scheletrica e narcolettica prossima alla musica industriale, jungle spastica e rarefatta, paesaggi ambient, sprazzi di una nuova musica da camera suonata da macchine in preda a turbamenti sentimentali. Roba buona.

Di questa roba buona troverete sedici esempi in “One On One”. Niente di ballabile: chi potrebbe danzare, per dire, quel delizioso congegno a orologeria che è Routine (The Dancing Bear)? Questa è musica da ascoltare comodamente seduti, con molta attenzione al gioco infinito di dettagli che si cela dietro disegni in apparenza semplicissimi. O sdraiati, perdendosi in sogni di dimensioni alternative.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.387, 7 marzo 2000. La Warp ha annunciato due giorni fa che Mira Calix non è più fra noi. Non aveva che cinquantun anni.

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Mark Lanegan (25/11/1964-22/2/2022)

Ho scritto un’infinità di volte di Mark Lanegan, sin da quando era il cantante degli Screaming Trees. Appena meno volte di quelle che l’ho visto dal vivo: la prima, e non solo a ragione di ciò la più indimenticabile, fu proprio con gli Screaming Trees. Di rado morte fu tanto annunciata ma un po’ ci si era illusi, dopo che il nostro uomo lo scorso anno era riuscito a schivare i dardi di una sorte oltraggiosa (potrai mica morire di covid dopo essere stato alcolista, tossicodipendente e, sul fronte della pandemia, negazionista?), che una volta di più potesse risorgere. “Oppressa dal fardello dei mali del mondo, ma pronta a librarsi verso il cielo”: così ebbi a descrivere la sua voce. Era ventun anni fa, suonava già come un epitaffio.

Screaming Trees – Buzz Factory (SST, 1989)

Anno intensissimo il 1988 per gli Screaming Trees. Troppo, tant’è che vanno in crisi e il bassista Van Conner li lascia per alcuni mesi, sostituito da Donna Dresch. Con questo organico e con Vic Makauskas in regia in luogo di Steve Fisk, i ragazzi di Ellensburg registrano un album il cui master va perduto in un passaggio di proprietà dello studio. Sembra un segno del destino. Il cantante Mark Lanegan, il chitarrista Gary Lee Conner e il batterista Mark Pickerel si adeguano e, con Van Conner di nuovo in squadra e Jack Endino al mixer, si mettono a lavorare ex novo. Il risultato è uno dei dischi più intensi dei tardi ’80, ispiratissimo nel suo pasticcio ormai D.O.C. di psichedelia, punk e hard rock. Non avessero scritto che Where The Twain Shall Meet e Black Sun Morning, gli Screaming Trees meriterebbero comunque una citazione nella storia del rock.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019.

Scraps At Midnight (Sub Pop/Beggars Banquet, 1998)

“Terzo album solistico del cantante degli Screaming Trees”, recita l’adesivo sulla bella copertina di “Scraps At Midnight”, quasi dando per scontato ciò che scontato al momento attuale non è, ossia che gli Alberi Urlanti abbiano un futuro o almeno un presente. Immensi questi washingtoniani (lo stato, non la città), fra i primi a tentare quel recupero in chiave moderna dell’hard che andrà sotto il nome di grunge e che loro già praticavano intorno alla metà dello scorso decennio. In anticipo sui tempi all’inizio, un po’ vetusti oggi, mai premiati quanto avrebbero meritato. In un universo parallelo forse i Nirvana sono loro.

Per darvi un’idea del clima che si respira in questo disco, vi invito a ripensare alla rilettura che di Where Did You Sleep Last Night, di Lead Belly, diedero i Nirvana in “Unplugged” (tenendo presente che è vicinissima a quella che quattro anni prima ne offrì Lanegan, spalleggiato dai Nirvana stessi, nella sua prima uscita in proprio): è dunque blues dolente, ai limiti del catacombale, ciò che si ascolta in “Scraps At Midnight” (ove per blues siete pregati di intendere più una condizione dello spirito che le canoniche dodici battute). Pensate a Johnny Cash, a Leonard Cohen, a Nick Cave, a Tom Waits (Bell Black Ocean), allo Springsteen più crepuscolare (Last One In The World). Soltanto nella conclusiva Because Of This il suono si fa più pieno, la ritmica relativamente sostenuta, le elettriche mordono. Non raggi di sole che squarciano un cielo plumbeo, bensì fulmini che annunciano il divampare del temporale.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.185, settembre 1998.

I’ll Take Care Of You (Sub Pop/Beggars Banquet, 1999)

È un album di altri tempi questo “I’ll Take Care Of You”, quarta uscita solistica del cantante degli Screaming Trees. Per umore, durata, scelta del repertorio: una parata di classici e/o dimenticate gemme country, soul e cantautoriali che riporta alla memoria per la rabbrividente intensità l’“Unplugged” dei Nirvana e per le atmosfere quel capolavoro dei Walkabouts, passato del tutto inosservato, chiamato “Satisfied Mind”. Anche quello disco per intero di cover e anche quello capace di esprimere l’essenza di chi lo ha realizzato meglio dei lavori autografi. Passati i giorni del sangue e delle lacrime con cui aveva in abbondanza irrorato i tre predecessori di questa meraviglia, Lanegan si scopre invecchiato e più sereno, o forse solo rassegnato a subire gli oltraggi della vita. Forse anche innamorato del suo ruolo di beautiful loser e, ora che ha rinunciato a essere Cobain, desideroso di studiare da Cohen. Per intanto caccia i fantasmi evocando quelli altrui, facendo Tim Hardin meglio di Tim Hardin in Shiloh Town e Fred Neil meglio di Fred Neil in Badi-Da e omaggiando la memoria di Jeffrey Lee Pierce con una Carry Home che lascia a bocca aperta. Stesso effetto che fa sentire un gruppo mediocre come i Leaving Trains, di cui riprende Creeping Coastline Of Lights, trasformato in uno indimenticabile come i Triffids. O Bobby Bland, Eddie Floyd e O. V. Wright riletti con tanta di quell’anima (in inglese si dice “soul”) che da uno della generazione del grunge non te lo saresti mai aspettato.

Roba di altri tempi, appunto. Inadatta a questi anni distratti, frenetici, superficiali. Se ne accorgeranno in pochi, ma per quei pochi vorrà dire molto.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.18, novembre 1999.

Field Songs (Sub Pop/Beggars Banquet, 2001)

È una numerosa e composita congrega quella che fiancheggia Mark Lanegan in quello che è già il suo quinto album in proprio. Gente celeberrima come Ben Shepherd, che fu nei Soundgarden, e Duff McKagan, che era nei Guns N’Roses prima che divenissero una farsa. Mentre altri nomi risulteranno familiari soltanto a chi frequenta assiduamente l’underground a stelle e strisce. Tipo – doveroso citarlo dacché nei dischi del nostro uomo è presenza importante e immancabile – Mike Johnson, che fece parte dei Dinosaur Jr. seconda fase e ha all’attivo di suo alcuni pregevoli lavori. Non c’è stavolta, nemmeno nella pur cospicua lista dei ringraziamenti, nessun Screaming Trees ed è un altro segno che la vicenda degli Alberi Urlanti è stata consegnata agli archivi del rock. Settore: non furono mai famosi quanto avrebbero meritato. Questione di tempi sbagliati. Quando sbucarono da Ellensburg – dodicimila abitanti nell’estremo Nordovest degli Stati Uniti, nel pieno del nulla culturale più nulla che sia dato immaginare – al giro di boa degli ’80, il loro mischiare punk, hard e psichedelia, chitarre energiche e liriche e melodie di serpentina seduzione non aveva che poco pubblico e nemmeno un nome. Troverà l’uno e l’altro al passaggio di decennio: grunge. Proprio nell’anno di “Nevermind”, il ’91, agli Screaming Trees veniva offerto un contratto major, per la Epic, dopo che avevano già pubblicato cinque album su SST almeno uno dei quali (l’ultimo, “Buzz Factory”, dell’89) merita la qualifica di capolavoro. Avevano dato. I dischi seguenti li vedranno difendere le posizioni per poi ripiegare salvando in “Dust” (1996) l’onore e poco più. Mentre Lanegan fin dal ’90 intraprendeva una carriera solistica da subito generosa di pagine memorabili. Dovesse passarvi fra le mani (facile individuarlo se siete fans di Van Morrison), catturatelo quell’esordio chiamato “The Winding Sheet”. Sarà pure il meno riuscito della serie ma non fosse che per la penultima di una dozzina di tracce (non che le altre siano malvagie) merita l’acquisto. È una superba lettura di Where Did You Sleep Last Night di Lead Belly che precede di tre anni quella che i Nirvana sceglieranno come suggello del loro “Unplugged”. Doppio inchino, siccome alla versione datane dal Nostro concorse, non accreditato, proprio Kurt Cobain. Sta già tutta in quel blues catacombale la poetica che Lanegan estrinsecherà nelle opere seguenti, asciugando ulteriormente l’elettricità che aveva caratterizzato anche i momenti più accorati degli Screaming Trees.

“Whiskey For The Holy Ghost”, “Scraps At Midnight”, “I’ll Take Care Of You” le tappe successive. Lontanissimo il grunge. Spiriti affini Leonard Cohen, Tom Waits, Nick Cave. Così avrebbe suonato la “Music For A New Society” di John Cale l’avesse ispirata Robert Johnson. Il più grande? Quello che a oggi era l’ultimo. Un po’ paradossalmente, essendo fatto tutto di cover, pure il più personale: sfilata folkie di oscuri classici cantautorali (Tim Hardin, Dave Van Ronk, Tim Rose, tanto per non far nomi) e misconosciuti gioielli black (Bobby Bland, Eddie Floyd, O.V. Wright) accomunati dalla forma della ballata e da una voce sublime. Profonda, calda, dolente. Oppressa dal fardello dei mali del mondo, ma pronta a librarsi verso il cielo.

Ha un unico torto, “Field Songs”, ed è quello di andare dietro a un’opera probabilmente insuperabile, ma è bello quanto basta, cioè un bel po’, a conquistare a Mark Lanegan il secondo “disco del mese” consecutivo su queste pagine. Se avete amato “I’ll Take Care Of You”, amerete anche questo. Se ancora non conoscete Lanegan, bene, potrebbe svelarsi epifanico. Medesima la grana del predecessore, la differenza sta tutta in un minutaggio appena più generoso (siamo poco sopra i quaranta minuti) e nel fatto che i dodici brani sono questa volta autografi. Magari qualcuno scritto con altri ma bisogna andare a leggere i crediti per scoprire ad esempio, commuovendosi, che la morbida e morbosa tristezza di Kimiko’s Dream House è un altro omaggio, dopo quella Carry Home stracciacuore che inaugurava l’album prima, al compianto Jeffrey Lee Pierce. Fra gli apici di un lavoro che ai futuri compilatori di antologie offrirà piacevoli imbarazzi. Per quanto mi riguarda non potrei mai fare a meno della batteria ticchettante e dell’organo liquido e denso di swing di Pill Hill Serenade, del piano luccicante e della chitarra flamencata di Don’t Forget Me, di una Resurrection Song che è pura psichedelia pur essendo fatta, per gran parte del suo incedere, di sola voce e acustica. O del levitare su un bordone di Hammond di Blues For D. O della lamentosa, mesmerica, acida ossessione di Fix. Ma in realtà non potrei rinunciare a nessuna di queste dodici canzoni. Schegge d’Anima Americana fuori dal tempo e dunque destinate a restare immuni ai suoi oltraggi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 215, luglio/agosto 2001.

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Blues Funeral (4AD, 2012)

Se questo album fosse un singolo e i brani prescelti quelli giusti – ossia i primi in scaletta – già entro la prima metà di febbraio non avrei il minimo dubbio su quale sarebbe a fine 2012 il mio singolo dell’anno. Impossibile – credo – superare l’efficacia a livello contemporaneamente di impatto subitaneo e di capacità di imprimersi nella memoria dell’accoppiata The Gravedigger’s Song/Bleeding Muddy Water. E a decidere il lato A sarebbero esclusivamente le durate, a meno di non pensare di approntare un edit (a costo di sminuirne un po’ l’ipnotica incisività) dei 6’17” della seconda canzone: acida e solenne nenia appesa a una chitarra da brividi e tastiere ricercatamente fuori fuoco. Quanto alla prima è perfetta così, chitarre granitiche e una melodia sinuosa distese su una ritmica incalzante e – insomma – un prodigio di DNA mischiati fra Queens Of The Stone Age e Gun Club. Non che più avanti non ci siano, fra i dieci che completano il programma, altri pezzi che potrebbero funzionare benissimo su radio anche non necessariamente alternative. Due (guarda la combinazione…) in particolare e sono esattamente i due che meno e anzi mai ti saresti atteso dall’ex-cantante degli Screaming Trees. Se la Canzone del becchino pure agli Alberi Urlanti sarebbe potuta appartenere, da dove sbucano Ode To Sad Disco e Harborview Hospital? Sulla prima la dice lunga il titolo: batteria four-on-the-floor e sì, sono i Pet Shop Boys, per quanto alle prese con i Joy Division. La seconda sono gli U2 incrociati con i New Order. Ma tanto tanto tanto…

Per essere uno che formalmente non faceva un disco da leader da otto anni Mark Lanegan in questo lungo iato davvero non è rimasto con le mani in mano: tre gli album divisi con Isobel Campbell, cui bisogna aggiungere i due con i Soulsavers e la partecipazione al progetto Twilight Swingers, più qualche ospitata. Stakanovista magari no, ma slacker men che meno. Avendo frequentato ambiti musicali abbastanza diversi fra loro ci si poteva aspettare che, tornando ad agire da leader, si muovesse sui terreni consolidati da una discografia che prima di questa annovera, in poco più di due decenni, altre sei uscite maggiori. Be’, “Blues Funeral” non somiglia veramente a nessuno dei predecessori e ci sono altri episodi, oltre ai due dianzi menzionati, dei quali individueresti l’artefice giusto per via di quell’inconfondibile voce di ghiaia e catrame, temprata a whiskey e sigarette. Parlo ad esempio di Gray Goes Black e di Tiny Grain Of Truth, entrambe dal passo motoristico, così come St. Louis Elegy che lo bilancia però con suggestioni morriconiane, o dello stentoreo hard di Riot In My House, o ancora del tonitruante glam infiltrato di coretti Stones di Quiver Syndrome. Sicché quando il crepuscolare etno-blues zeppeliniano di Leviathan si affaccia al proscenio il fan di lunga data quasi tira un sospiro di sollievo: ecco infine di nuovo, a mezz’ora dal formidabile dittico d’apertura, qualcosa di familiare. Lanegan ha saputo osare e gliene va dato atto. Che “Blues Funeral” non colga sempre il bersaglio è peccato veniale di fronte a quello capitale della resa agli stereotipi.

Pubblicato per la prima volta su Venerato Maestro Oppure il 10 febbraio 2012.

Imitations (Vagrant, 2013)

Come se un cerchio si chiudesse… Non poteva certo immaginarselo Nick Cave quando nel 1986, stupendo tutti, dava alle stampe una collezione interamente di materiali altrui che stava inaugurando un canone. Da “Kicking Against The Pricks” in avanti di album di cover che, programmaticamente o meno, provano a svelare dell’interprete più di quanto non abbiano mai raccontato le sue opere autografe ne abbiamo ascoltati molti, forse anche troppi e forse giusto un paio parimenti ascrivibili alla categoria dei capolavori: nel ’93 “Satisfied Mind” dei Walkabouts, sei anni dopo “I’ll Take Care Of You” di Mark Lanegan. Passati quattordici ulteriori anni l’ex-voce degli Screaming Trees ci riprova e fra i dodici brani con cui si misura ce n’è uno – guarda un po’ – proprio di Nick Cave. Ammetterò che sul subito non l’ho riconosciuto e, trovandosi l’originale in “The Boatman’s Call”, che considero la cosa migliore prodotta dall’artista australiano nei ’90, scorrendo i crediti mi ha fatto strano. Poi ho riascoltato e ho capito. La Brompton Oratory di Cave è gotica e liturgica, di un’intensità quietamente bruciante. Quella di Lanegan, che pure non è che l’abbia stravolta, è crepuscolare e melò. Quasi non sembra la medesima canzone e dovrebbe essere un bene e invece no, giacché laddove una versione rivela tanto dell’autore l’altra dell’anima dell’interprete nulla fa trapelare. Ce lo certifica capace di arrangiamenti raffinati, ma non è che già non lo sapessimo. Nella distanza fra due messinscene nella prima delle quali ci si gioca la vita mentre nella seconda si gioca e basta si può cominciare a misurare il complessivo fallimento di “Imitations”. Titolo rivelatore e perciò infelice.

Più che a “Kicking Against The Pricks” in un paio di frangenti verso fondo corsa viene da pensare allo sciagurato “Après” di Iggy Pop: superkitsch il recitativo di Élégie funèbre, superorchestrata la superusurata Autumn Leaves. Ma non è che prima siano rose spinose e fiori del male, da sempre quelli che più ci interessano dovendoci fare un mazzo tanto. Se una tintinnante Mack The Knife si guadagna una stentata promozione in forza di una resa che si sgrana rugosa alla Johnny Cash, a una scarnificata You Only Live Twice lo stesso identico trucco non riesce. Se Deepest Shade evidenzia come nei Twilight Singers si possa rinvenire più degli American Music Club che non degli Afghan Whigs, Pretty Colors perde impietosamente il confronto con The Voice. Che ci può stare, laddove non si fa proprio una bella figura a farsi sotterrare – Solitaire, Lonely Street – da un Andy Williams qualunque. E allora? Nulla da salvare o possibilmente da applaudire? Tre-pezzi-tre, che fa un quarto appena del programma: giusto all’inizio, una Flatlands felpata e ipnotica che mi ha fatto ripromettere di riascoltarla Chelsea Wolfe e il delizioso valzer country (da Vern Gosdin) She’s Gone. Più avanti, una dolcissima I’m Not The Loving Kind che a chi la scrisse – John Cale – dovrebbe piacere. È qualcosa, non abbastanza. Lanegan ultimamente si è sovraesposto. Si può comprendere, sono i tempi a richiederlo, ma continuando a produrre a getto continuo materiali non all’altezza delle vertiginose medie d’antan andrà a finire che i suoi dischi cesseranno di essere un ascolto obbligato. Esito opposto rispetto a quello che si vorrebbe ottenere.

Pubblicato per la prima volta su Venerato Maestro Oppure il 24 ottobre 2013.

Una recensione dell’album in coppia con Duke Garwood “Black Pudding”, sempre del 2013, è recuperabile qui.

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Be My, Be My Baby – Per Ronnie Spector (10/8/1943-12/1/2022)

Ne ha di cose da raccontare Ronnie Spector: di quando Murray “The K” notò al newyorkese Peppermint Lounge lei, la sorella Estelle e la cugina Nedra e poco dopo le Ronettes esordirono su disco (era il 1961 e la signorina Veronica Bennett era minorenne); di quando andò in tour con degli ancora sconosciuti Rolling Stones in Gran Bretagna e lei e Keith Richards, bloccati per strada dalla nebbia, si ritrovarono a mendicare una colazione; di quando poco dopo le parti si invertirono e, oltre Atlantico, fu mamma Bennett a sfamare il giovane Keith; di quando i Beatles vollero a tutti i costi le Ronettes come spalla in quello che fu il loro ultimo tour; di quando George Harrison scrisse per lei il suo debutto a 45 giri da solista e Lennon e Ringo Starr ci suonarono; di quando Billy Joel cercò nel 1977 di rilanciarla e allora furono quelli della E Street Band a farle da gregari; di quando…

Per intanto però – altri anni sessanta in corso: i suoi – la signora non solo non ha alcuna intenzione di vivere del glorioso ricordo di quando era la massima epitome del pop adolescenziale spectoriano ma confeziona con questo “The Last Of The Rock Stars” il suo primo album da molto tempo in qua: e che signor disco! Dal riff serrato di una Never Gonna Be Your Baby che rovescia polemicamente l’invocazione dell’epocale Be My Baby (doloroso e combattuto il divorzio, umano e artistico, dal tirannico pigmalione Phil) a una springsteeniana circa “The River” (l’ha scritta però Amy Rigby) All I Want, da una languida There Is An End che sa di Chris Isaak (e ci canta Patti Smith) a una struggente You Can’t Put Your Arms Around A Memory che ricorda Johnny Thunders (e dà un commosso addio a Joey Ramone). Fino a una versione jazzata della Out In The Cold Again che fu di Frankie Lymon & The Teenagers.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.268,  maggio 2006.

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Un uomo dai tanti talenti – Per (e di) Marco Mathieu

Marco Mathieu, che come molti già sapranno se n’è andato – tragicamente troppo presto, tragicamente troppo tardi – la vigilia di Natale, ha illuminato nel suo passaggio su questa terra molte vite e ne ha vissuto più d’una. Almeno due, per limitarsi al pubblico. Nella prima, quella per cui è noto pure fuori dai nostri confini, fu il bassista dei Negazione, una delle più grandi band dell’hardcore mondiale. Nella seconda fu giornalista al pari di valore, o forse più. Per alcuni anni fu entrambe le cose. Cominciava scrivendo per “Velvet”, il mensile che il Vostro affezionato fondava con altri nell’estate del 1988. Marco esordiva sul numero 4, datato gennaio 1989, con la recensione di un altro debutto (il primo, omonimo EP dei Fugazi) e un’intervista a Lou Barlow dei Dinosaur Jr., raccolta al torinese Hiroshima Mon Amour in occasione di un concerto cui anch’io avevo presenziato.

Non ricordo nei dettagli (ne sono passati di anni…) come andò esattamente. Sono però abbastanza sicuro che fu Paolone Ferrari a dirmi che Marco, che conoscevo solo di fama e di vista, era interessato a una collaborazione e a chiedermi se poteva girargli il mio numero di telefono. E sono assolutamente certo che quel mazzetto di fogli A4 dattiloscritti mi fu consegnato brevi manu a casa dei miei genitori, dove ancora risiedevo. E niente… do una scorsa, mi pare che il pezzo vada bene, dico a Marco che verrà pubblicato senz’altro e che se ha altre idee le proponga (due mesi dopo firmerà due pagine molto dense a proposito di “contaminazioni metalliche”: il suo primo articolo “vero”), scambiamo due chiacchiere e lui si congeda. “Certo che ne conosci di gente strana”, mi fa mia madre quella sera a cena. “Che simpatico, però”. Già.

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Lone Star State Of Mind (in memoria di Nanci Griffith)

Sfogliando l’ultimo numero di “Blow Up” apprendo con grande ritardo e dispiacere che lo scorso 13 agosto ci ha lasciato, oltretutto alquanto prematuramente, un’autrice e interprete della quale mi capitò spesso di scrivere e sono difatti ben cinque le recensioni che posso recuperare dai miei archivi. Non giungo ad annoverare Nanci Griffith fra le artiste che mi hanno cambiato la vita ma per certo mi ha donato ore piacevoli, emozioni non da poco.

Lone Star State Of Mind (MCA, 1987)

Da sempre artista più di culto che di massa, apprezzatissima da colleghi e colleghe cui ha regalato più successi di quanti non ne abbia avuti lei in prima persona (uno per tutti: Listen To The Radio, portato in classifica da Kathy Mattea), Nanci Griffith si muove nell’ambito di un country con poco a che vedere con gli stereotipi nashvilliani, senza un eccesso negli arrangiamenti, più prossimo a Steve Earle o a Lyle Lovett che a Garth Brooks, memore della lezione di Gram Parsons, che si è abbeverato e tuttora si abbevera alle fonti di Bob Dylan e John Prine e ha aperto la strada a interpreti moderni quali Wilco e 16 Horsepower. Fra i diversi articoli di livello di un catalogo senza cadute, abbiamo scelto quello che fu il primo di quattro LP per la MCA. Disponibile dal 2003, oltre che singolarmente, in un economico doppio, “The Complete MCA Studio Recordings”.

Pubblicato per la prima volta su “Extra” n.19, autunno 2005.

The Complete MCA Studio Recordings (MCA Nashville, 2003)

Festeggia bene i suoi cinquant’anni benissimo portati Nanci Griffith, con un doppio CD che a parte un live raduna tutto quanto pubblicò, in quattro album, per la MCA fra il 1987 e il 1991, con la gradita aggiunta di tre rarità fra cui una brillante Wooden Heart tratta dal tributo a Presley (“The Last Temptation Of Elvis”) organizzato dal “New Musical Express”. Artista più “di culto” che di successo vero, la Griffith, e difatti dopo l’esperienza major, cui giungeva dopo un poker di LP per piccole quando non minuscole case specializzate, tornerà in alveo indipendente dove tuttora naviga: nondimeno apprezzatissima, oltre che dallo zoccolo duro del fandom, da colleghi e colleghe che spesso e volentieri hanno pescato nel suo repertorio talvolta tramutandolo in oro (ci pensava ad esempio Kathy Mattea a portare in classifica Listen To The Radio), o di cui ha a sua volta ripreso (l’interprete vale non meno dell’autrice, cioè parecchio) qualche brano. Ci si imbatte in nomi importanti scorrendo i crediti di “The Complete MCA Studio Recordings”: Phil Everly, Billy Joe Walker, Bernie Leadon, Albert Lee, Jerry Donahue, Tanita Tikaram.

L’ambito è quello di un country che a dispetto della ragione sociale dell’etichetta che riedita queste quarantasei canzoni ha in realtà poco a che vedere con gli stereotipi nashvilliani. Sobrio negli arrangiamenti, devoto a Gram Parsons come a John Prine, prossimo a Steve Earle e Lyle Lovett per citare campioni di una generazione successiva, sa porgersi con una grazia che non ne depotenzia l’intensità.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.238, settembre 2003.

Winter Marquee (Rounder, 2002)

Racconta la Griffith nel libretto di questo live (non il primo in una carriera del resto ormai venticinquennale) di avere imparato a suonare la chitarra da bambina guardando un programma in TV. La prima canzone che apprese? La sigla della trasmissione, un pezzo di quell’irrisolto e tragico Bob Dylan + Che Guevara che fu Phil Ochs, What’s That I Hear. Incredibile, ma vero, è che non ne avesse mai inciso una versione finora, e dire che della sua folta discografia fanno parte due album tutti di materiali altrui. Si trattava allora di pagare un debito e si cominciò a registrare i concerti del tour della scorsa primavera giusto per mettere su nastro quella canzone lì. Avrete inteso come è andata a finire: un CD discretamente pieno (quattordici brani e quasi un’ora di durata; deplorevole però che la versione in DVD contenga quattro canzoni in più, una delle quali inedita) che può essere un’ottima introduzione, con il suo sapiente alternare cover, classici conclamati e brani ingiustamente poco considerati oppure nuovi, a questa signora del country meno appiattito sui suoi stereotipi.

What’s That I Hear, di cui vengono esaltate le qualità melodiche, è il penultimo titolo in scaletta e precede il caracollante passo di White Freight Liner dell’amatissimo Townes Van Zandt. Le altre tre cover presenti sono una languida e calorosa Speed Of The Sound Of Loneliness di John Prine, una Boots Of Spanish Leather di Bob Dylan di sommessa epicità e la sognante Good Night, New York di Julie Gold (Emmylou Harris vi è ospite). Il resto sono originali di spigliata cantabilità (più di tutti Listen To The Radio) e sentimento ed eleganza sommi. Un disco delizioso.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.512, 3 dicembre 2002.

Hearts In Mind (New Door/Universal, 2004)

Se dopo essere sembrata per una vita una ragazzina Nanci Griffith sulla copertina di “Hearts In Mind” comincia per la prima volta a dimostrare gli anni che ha, e che non sono pochi (essendo io un gentiluomo e lei una signora non vi dirò quanti; solo che il primo LP risale al 1978), l’album con cui torna in area major dopo avere trovato ospitalità alla Rounder per il precedente “Winter Marquee” non evidenzia viceversa ruga alcuna: maturo come ha da essere il lavoro di chi fa dischi da un quarto di secolo, però con una vivacità da esordiente.

In Italia la Griffith è poco conosciuta, un prezioso segreto per quanti frequentano quel cantautorato che può essere iscritto in area country ma del country nashvilliano, per noi indigeribile quanto di enorme successo là, rigetta stereotipi e orpelli. Un po’ diversamente vanno le cose negli Stati Uniti, se è vero che, fra due soggiorni in ambito indipendente, per tre lustri filati è stata domiciliata presso due diverse multinazionali e ora ritrova casa presso una terza. “Hearts In Mind” ha le carte in regola per propiziarne il rilancio, generoso com’è di brani immediatamente memorabili e da subito, dalla ballatona Simple Life, che persino sulle radio più conservatrici (che Nancy l’hanno in uggia anche per certe sue prese di posizione) potrebbe trovare frequenti passaggi. Il che non toglie che delle tredici canzoni in programma sia quella cui si potrebbe rinunciare senza grandi rimpianti, mentre al contrario spiacerebbe davvero fare a meno di una Angels di fragranze ispaniche, di una Heart Of Indochine che ricorda Norah Jones come di una Beautiful che rimanda all’altra Jones, Rickie Lee, di una scintillante e gigiona I Love This Town o del tex-mex Last Train Home. Ad esempio.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.252, dicembre 2004.

Ruby’s Torch (Rounder, 2006)

Fra poco trentennale la carriera di Nanci Griffith, quarantennale se si conta dacché cominciò a cantare in locali di Austin nei quali legalmente nemmeno avrebbe avuto il diritto – dal basso dei suoi entusiastici quattordici anni – di entrare. Tutto questo tempo e diciassette album in studio e due dal vivo dopo (con una prevalenza di uscite major ma anche diverse in alveo indipendente, questa compresa) la Griffith sa ancora stupire e deliziare. Tutto questo tempo dopo resta nel cuore soprattutto una fan, e dunque un’interprete, e in seconda battuta un’autrice sopraffina con il curioso destino di cogliere i successi più grandi – lei che Nashville non ha mai accettato del tutto, lei che meriterebbe di vedersi annoverata fra le influenze dell’alt-country e invece no – per interposta persona. Era ad esempio Kathy Mattea a portare in classifica prima Love At The Five & Dime, poi Listen To The Radio, mentre a rendere una hit Outbound Plane provvedeva Suzy Bogguss. Già due i suoi dischi fatti interamente di rivisitazioni di “Other Voices” e altre le ha sparse un po’ ovunque. “Ruby’s Torch” è quasi – delle undici canzoni che allinea Nanci ne ha scritte due – il terzo. Indice di continuità? Un’altra celebrazione delle radici folk? Uno squisito esperimento invece, “un sogno fattosi realtà”, spiega nel libretto.

Lo avrete intuito dal titolo. È una raccolta di “torch songs”, fra le altre ben tre di Tom Waits e la classicissima In The Wee Small Hours Of The Morning (che conoscerete da Sinatra), rese con raffinato sentimento. Con archi e ottoni a prevalere per una volta sulle chitarre. Roba che sulla copertina dovrebbero attaccare un adesivo con il nome del whiskey da abbinare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.275, gennaio 2007.

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