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The Sun Ain’t Gonna Shine Anymore (per Scott Walker, 9/1/1943-25/3/2019)

Non è più di questo mondo (ammesso lo fosse prima, ammesso lo sia mai stato) uno degli artisti più geniali – e forse quello dalla parabola più singolare – dell’ultimo, abbondante mezzo secolo. Lo celebro ripescando le recensioni di una sua bella quanto difettosa raccolta e di quello che, tolte due colonne sonore, è adesso in ogni senso il suo ultimo album. Una collaborazione con i Sunn O)))! Niente di meno.

Classics & Collectibles (Mercury, 2005)

È un tondo decennio che attendiamo un nuovo album, dopo quell’alieno capolavoro chiamato “Tilt”, da Noel Scott Engel, in arte Walker, e non è nemmeno ancora l’intervallo più lungo posto da costui fra un disco e l’altro giacché il suddetto “Tilt” di anni di gestazione ne ebbe undici. Mettere una bottiglia da parte per il 2006? Si potrebbe, ma senza farsi troppe illusioni. Forse aspetteremo ancora di più. Forse il nostro uomo ci sta prendendo in giro e, inoltratosi ormai da un po’ nei sessanta, è andato in pensione senza dirlo a nessuno e fingendo di continuare a lavorare a quella singola canzone o due in un anno. Meglio non farlo sapere ai sempre più numerosi iscritti a un club di ammiratori che conta Julian Cope e i Blur, i Radiohead e i Coral e ancora Pulp, Smog, Tindersticks, Lambchop. Unica come la sua musica – uneasy listening se mai ve n’è stato uno – la parabola di Walker, da idolo delle ragazzine a oggetto di un ristrettissimo culto che giusto nel quarto di secolo in cui ha prodotto la miseria di due album (ma che album!) si è gradualmente allargato, fino alla discretamente diffusa popolarità odierna. Chi ha i diritti su un catalogo nonostante tutto cospicuo – siccome il Nostro da giovane arrivò a pubblicare cinque LP in due anni, a cavallo fra ’68 e ’69, all’immediato indomani dello scioglimento di quei Walker Brothers rivali in fama dei Beatles – osserva sornione e ricicla.

È appena dell’anno scorso il quintuplo “5 Easy Pieces”, cui dedicammo un paio di estasiate pagine. “Classics & Collectibles”, doppio, da un lato giunge propizio per coloro che non azzardarono un acquisto così impegnativo, dall’altro, con le sue numerose sovrapposizioni e però il bel gruzzolo di cose mai riversate in digitale che le accompagna, farà infuriare chi invece aveva già posto mano al portafoglio. Tant’è e paiono oltretutto lunari i criteri di scelta di una scaletta che si scapicolla su e giù nel tempo, essendo i “collectibles” sul serio tali ma mancando diversi “classics” all’appello (ma stavolta The Sun Ain’t Gonna Shine Anymore, il superhit dei Fratelli, c’è). Dove è inattaccabile è sul piano della qualità, sebbene sia un ritratto incompleto – era un Burt Bacharach che cantava Brel facendosi produrre da Phil Spector, è diventato uno Schubert travestito da Van Morrison, un’impossibile mutazione di Robert Johnson in Wagner via Brian Eno e questo manca – quello che offre. Ma se ancora non conoscete Scott Walker preparatevi a farvi stregare lo stesso da questi profluvi d’archi e dal melò che avanza irrestistible al proscenio fra squilli di tromba. E poi andatevi a comprare “Tilt”.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.616, novembre 2005.

Scott Walker & Sunn O))) – Soused (4AD, 2014)

Pazzesca la parabola di Scott Walker, come nessun’altra nella musica sia colta che popolare del Novecento: da idolo per teenager poco dopo il giro di boa dei ’60, alla testa di quei Walker Brothers indecisi fra l’essenzialità del beat e i fronzoli di Tin Pan Alley, a cantante confidenziale in un finale di decennio in cui si trasformava in una sorta di Burt Bacharach che cantava Brel facendosi produrre da Phil Spector, con successo dapprincipio ancora enorme ma via via decrescente. E poi una terza vita dedicata a scolpire, con intervalli lunghissimi a separarli l’uno dall’altro, inclassificabili e avanguardistici capolavori capaci di unire idealmente Robert Johnson a Brian Eno via Wagner muovendosi fra Nick Cave e Bartók, Schubert e Van Morrison e no, se non li avete mai ascoltati non potete proprio immaginarveli. Ho citato Eno ed eccolo l’ideale punto di contatto fra costui e il duo formato nei secondi ’90 dai chitarristi Stephen O’Malley e Greg Anderson: pur’essi unici, campioni del doom metal più doom di sempre e da un certo punto in poi autocatalogatisi alla voce – un ossimoro – “power ambient”. Fermo restando che mai Eno ha declinato musica della annichilente intensità dei Sunn O))).

Insomma: sulla carta la collaborazione fra Walker, O’Malley e Anderson prometteva di essere l’album di uneasy listening più uneasy a memoria d’uomo e alla resa dei conti non è così, per quanto non si tratti certo di una ricetta per tutti.  Nondimeno i cinque lunghi brani che vi sfilano in cinquanta minuti netti più che terrorizzanti sono (a volumi medio-bassi) incantatori, con quell’inconfondibile baritono a stagliarsi su tappeti di bordoni occasionalmente sfrangiati da stridori industrial che ne spezzano l’effetto mantrico. Si potrebbe persino dirla new age, per quanto ossianica.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.357, novembre 2014.

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Un caso unico – Due parole su Mark Hollis (4/1/1955-25/2/2019)

Nel 1998 collaboravo a diverse riviste, ma sfortunatamente nessuna mi chiese di occuparmi dell’omonimo esordio da solista (pubblicato a sette anni dal quinto e ultimo Talk Talk) di Mark Hollis: per quanto mi riguarda, una delle esperienze di ascolto più intense di una vita intera trascorsa ad ascoltare musica. Naturalmente, contavo di rifarmi con un suo seguito. Mai avrei immaginato che avrei aspettato invano. E mi ritrovo ora a sperare, contro ogni logica, che il nostro uomo abbia lasciato un testamento – musicale – per ripagarci di tanta attesa e, soprattutto, di questo scherzo bruttissimo che ci ha fatto ieri.

A seguire una recensione di una raccolta tributo ai Talk Talk uscita a fine 2012: impresa improba quella in cui si lanciarono i partecipanti, con altalenanti esiti.

C’è chi non vende un disco e allora scende a compromessi e può capitare, se lo sostengono talento e fortuna, che diventi ricco e famoso. Non succede sovente (di solito ci si sputtana e basta) e tuttavia è ben più raro il caso opposto: di chi sfonda subito e poi prova a immaginarsi percorsi più arditi fidando che qualcuno lo seguirà. Pensate ai Radiohead, passati da un rock epidermico a uno tanto cerebrale da posizionarsi ai confini del genere, conservando nonostante ciò e addirittura incrementando una fama diffusa: come abbiano fatto non saprebbero probabilmente spiegarlo manco loro. Miracolo in precedenza non riuscito ai Talk Talk, protagonisti di uno dei più spettacolari suicidi commerciali di sempre, coincidente con un trionfo artistico con ancora meno termini di paragone. Per i più restano il gruppo di fortunati singoli synth-pop come It’s My Life e Such A Shame. Per pochi privilegiati sono coloro che preconizzarono il post-rock. E se i poetici, ostici e stupendi ultimi album “Spirit Of Eden” (’88) e “Laughing Stock (’91) paiono tuttora oggetti per molti versi alieni figuratevi quale impressione dovettero suscitare all’uscita. Perplesse le masse fuggivano, mentre rari illuminati se ne facevano cambiare la vita. Mark Hollis e soci scendevano precipitosamente nelle classifiche e quindi sparivano e basta.

Vendetta sublime vendetta che nel tempo il culto si sia costantemente allargato e lo testimonia questo doppio tributo, “Spirit Of Talk Talk”, che allinea protagonisti dell’indie attuale come del post-rock e dell’avanguardia. Si impegnano tutti al meglio, ma scontando immancabilmente il peccato originale di una musica troppo peculiare per reggere qualsiasi reinterpretazione che non stravolga, non destrutturi ulteriormente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.339, gennaio 2013.

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Everybody’s Sad Nowadays (per Pete Shelley, 17/4/1955-6/12/2018)

Tolta una recensione negativa di uno degli album frutto di una censurabile rimpatriata, mai avuto occasione di scrivere dei Buzzcocks, per quanto strano possa sembrare e sembrarmi. Ma dio quanto li ho amati.

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La Rivoluzione cattiva e favolosa dei Q65

Se dei primi Pretty Things si può dire che erano degli Stones più “cattivi”, di questo gruppo proveniente dall’Aia (la Liverpool olandese) si potrebbe affermare che dei Pretty Things stessi fu una versione più selvatica ed esplosiva: immaginate. E siccome sarebbe insano limitarsi a fare lavorare una fantasia sovraeccitata per toccare con orecchio procuratevi quest’album, datato 1966 e il primo dei ragazzi. Possibilmente nella versione digitale (Decca, 1988) che ai dodici brani del programma primigenio aggiunge sei essenziali bonus e più essenziali delle altre l’incantato folk-rock World Of Birds, una I Despise You di formidabile malevolenza e lo scodinzolante errebì You’re The Victor. Favolosi addendi a un disco colossale, dal lamento di The Life I Live al Willie Dixon pazzamente dilatato (mai così acido; dopo quello sulfureo di Spoonful) di Bring It On Home.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti 2012. Ho appena appreso da Facebook che Joop Roelofs, che dei Q65 fu la chitarra ritmica, non è più fra noi. Ma per quanto mi riguarda c’è ancora e sempre ci sarà.

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L’esordio capolavoro di Otis Rush (29/4/1935-29/9/2018)

Quel che si dice un singolo d’esordio eccezionale: nel 1956 il ventiduenne Otis Rush, cantante e chitarrista di Philadelphia trapiantato a Chicago, pubblica per la locale Cobra la sua versione (l’autore partecipa alla registrazione) di I Can’t Quit You Baby di Willie Dixon. Interpretato a piena gola, caratterizzato da un sound amplificato a massimo volume, potente e lancinante, il brano è una hit istantanea e la sua influenza si riverbererà su tutto il blues elettrico, fino alle sue propaggini britanniche e alla mutazione in hard, attuata dai Led Zeppelin in un primo LP in cui il pezzo è ripreso. Quel che si dice un album d’esordio eccezionale: Rush, che dopo la chiusura della Cobra (periodo ottimamente fotografato nella raccolta “Double Trouble”, Charly, 1992) non ha realizzato che qualche sparso 45 giri, riesce soltanto nel 1969 a tagliare il traguardo del primo LP, ma quando ci arriva è una corte di musicisti fenomenali a prenderlo per mano. Licenziato dalla newyorkese Cotillion (una succursale della Atlantic), registrato in Alabama nei leggendari studi Muscle Shoals, “Mourning In The Morning” è prodotto da Mike Bloomfield e Nick Gravenites e nella parata di turnisti di lusso che vi sfila spicca Duane Allman. Bistrattato all’epoca, appare oggi un capolavoro del blues più felicemente contaminato da soul e funk.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.21, primavera 2006.

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No more rockin’ the casbah – Per Rachid Taha (18/9/1958-12/9/2018)

Era come un Joe Strummer d’Algeria, coverizzò alla grande Rock The Casbah e significativamente si ritrovò più volte a condividere questo e quel palco (e in un’occasione anche uno studio di registrazione) con Mick Jones. Beffardamente, proprio come Joe se n’è andato nel sonno, per una crisi cardiaca.

Rachid Taha era un grande, un grandissimo, e almeno due (o anche tre) dei quattro album di cui oggi recupero le recensioni vi farebbe proprio bene averli.

Diwân (Barclay, 1998)

Lungo il percorso che porta Rachid Taha allo stardom. Comincia negli ’80, alla testa dei franco-algerini Carte de Séjour, sorta di Clash con un piede nella casbah la cui popolarità non supera i confini francesi. È solo quando nei primi ’90 intraprende la carriera solistica che Taha assurge a solida fama nella sua terra di origine, prendendo da lì le mosse per conquistare l’Europa, a partire naturalmente da quella francofona, e gettare a fine decennio un amichevole guanto di sfida (i due hanno anche condiviso un live) a Khaled. Se il re del raï può vantare eclettismo e carisma maggiori e una più pronunciata sensibilità pop, Taha ha dalla sua una forza d’urto alla quale il pubblico del rock non può restare indifferente. “Diwân” aggiorna la tradizione con un misto di rispetto e spirito punk che stende.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, giugno 2012.

 

Live (Barclay, 2001)

C’erano una volta, tanto tempo fa (correvano ancora gli ’80), i Carte de Séjour, francoalgerini che applicavano etica e suoni punk alla rivendicazione delle proprie origini. Insomma: quasi dei Clash nati fra i bordelli di Orano e traslocati bambini nella matrigna Francia. Ma nonostante le epopee di Mano Negra e Négresses Vertes incombessero il pop transalpino non era ancora quella pregiata materia di esportazione universale divenuta in seguito e la loro fama rimase dunque una faccenda locale. Dei Carte de Séjour Rachid Taha era il leader. Esauritasi tale esperienza ha intrapreso una carriera solistica che aveva avuto a oggi i suoi approdi più importanti a cavallo fra il ’98 e il ’99. Nel 1998 vedeva la luce quello che è il suo capolavoro in studio, “Diwân” (abbondantemente saccheggiato in questo “Live”): lì Rachid rendeva il raï ancora più una storia di crossover di quanto non sia geneticamente, omaggiando la tradizione algerina nel mentre la mutava in qualcosa di decisamente altro. Grande il successo su entrambe le sponde del Mediterraneo e a celebrarlo e consolidarlo giungeva l’anno dopo “1, 2, 3 soleils”, disco dal vivo collettivo condiviso con gli altri divi Khaled e Faudel. Come loro, Rachid Taha è ormai uscito da un mercato etnico per salire alla ribalta del pop globale. Anche superiore il suo potenziale rispetto a Faudel. Se il paragone è invece con Khaled, si può dire che di costui non abbia né il carisma né la sensualità ma che supplisca con una forza d’urto che dovrebbe renderlo particolarmente gradito al pubblico del rock.

Basta già il formidabile impatto dell’iniziale Menfi a chiarirlo: un attacco di acustiche flamencate e subito, fra percussioni fitte e una melodia beduina, un riffone hard di strepitosa potenza. Impossibile resistere. Si apre così quasi un’ora e venti di danze sfrenate che più che il sinuoso da DNA arabo corteggiano il pogo. Che dire ad esempio di Nokta se non che trasporta i Living Colour ad Algeri (o nella casbah di Marsiglia)? Risultano persino più taglienti le chitarre elettriche di Barra barra e se possibile più funky quelle di Voila voila, la cui scansione è praticamente techno. Al congedo di Garab il pubblico del teatro belga in cui il disco è stato registrato arriva in delirio. Stessa sorte toccherà a chi si collega da casa. Vista la lunga carriera di Taha, sarebbe offensivo nei suoi confronti annotare che è nata una stella. Tutti potranno però ora accorgersi di quanto brilli.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.469, 15 gennaio 2002.

Bonjour (Barclay, 2009)

Chissà se qualcuno l’ha fatto notare, a Rachid Taha, che nella sua media età fisicamente sta finendo per somigliare sempre più a Joe Strummer. Magari Mick Jones, che con il Nostro si ritrovava qualche tempo fa a condividere un palcoscenico londinese. Se sì, deve avergli fatto piacere e d’altro canto quei Carte de Séjour con i quali affrontava per la prima volta una ribalta nascevano come una versione franco-algerina dei Clash. Rock the Casbah, ma davvero, e prima di quella “Rock The Casbah” di cui Taha non mancherà di appropriarsi, o per meglio dire di riappropriarsi. Dalla fine nell’89 di quell’avventura di successo rimarchevole oltr’Alpe, ma solo lì, il nostro uomo ha preso a costruirsi ripartendo dalla casa dei padri (Orano) una visibilità internazionale che si faceva meritatamente diffusa nel ’98 con il magnifico “Diwân”: omaggio a radici rivisitate con un rispetto pari all’ardore iconoclasta di uno che del raï è considerato un maestro (secondo forse solo a Khaled) ma che nel suo cuore si sente un rocker.

Però anche i punk invecchiano, si addolciscono, magari mettono su famiglia e la sera cantano una ninnananna ai figli e Rachid Taha a questo ammorbidirsi con grazia ha deciso di arrendersi, perlomeno in “Bonjour”: nettamente il suo album più romantico, a partire da una programmatica “Je t’aime mon amour”, flamencata su una scansione hip hop. È un disco che all’ardore preferisce la tenerezza, che il raï per una volta lo innerva, più che di rock’n’roll, di downtempo (connubio di micidiale efficacia in “It’s An Arabian Song”) e di una chanson post-Négresses Vertes (vedasi traccia omonima). L’essenziale è saperlo prima.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 309, marzo 2010.

Zoom (Naïve, 2013)

Dici un nome per identificare il raï ed è Khaled. Per il numero due se la battono da tempo immemore Cheb Mami e Rachid Taha, o forse no. Nel senso che al secondo – che d’altro canto si affacciava alla ribalta buoni trentadue anni fa alla testa di quei Clash franco-algerini chiamati Carte de Séjour – il raï è sempre andato stretto, l’etichetta “world” non gli è mai garbata granché e insomma lui nel cuore si sente un rocker. Al limite un po’ indeciso se essere il Joe Strummer di Orano oppure il Johnny Cash. Passati i cinquanta, era parso che il vecchio ribelle un po’ si andasse ammorbidendo. Nel 2009 “Bonjour” si segnalava come il suo lavoro di gran lunga più soffice e romantico, sin da una traccia iniziale significativamente intitolata Je t’aime mon amour. Pressoché del tutto dimentico del punk, lì il pop maghrebino si mischiava con il downtempo e con una forma di chanson post-Négresses Vertes.

Buon disco, ma che “Zoom” sia un’altra cosa di nuovo provvede il primo brano a segnalarlo, Wesh (N’Amal), micidiale mischione di funk, flamenco e surf concepito con quel Justin Adams noto come collaboratore sia di Jah Wobble che di Robert Plant e titolare della regia dell’intero lavoro, in un singolo episodio – la sferragliante, conclusiva Voila voila – in team con Brian Eno. E a proposito di ospiti illustri: da un Algerian Tango su cui la dice lunga il titolo fa capolino l’inconfondibile voce di Mick Jones ed è un nuovo sigillo di approvazione (ai due capitò anche di dividere un palco) per un artista che fra le sue interpretazioni più celebri annovera una travolgente Rock The Casbah. Apici di un lavoro dove per buona parte del programma i ritmi tornano a salire e le chitarre a mordere sono l’esplosiva “Fakir” e una “Les artistes” che omaggiando Elvis, Lennon e Cobain finisce per girare dalle parti di Alan Vega, o di Tav Falco. Elvis era già stato chiamato in causa con un brano non proprio dei suoi più memorabili, “Now Or Never”, ma azzardandone una lettura che sistema Napoli su un’ideale rotta capace di congiungere Algeri a Bollywood Taha finisce per dare un senso all’azzardato recupero.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.178, marzo 2013.

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Vita, miracoli e una discografia base di Aretha Franklin (25/3/1942-16/8/2018)

Il 25 marzo 2002 Lady Soul ha compiuto sessant’anni e contemporaneamente celebrato i trentacinque trascorsi da quando per la prima volta una sua incisione ascese fino alla vetta della classifica R&B. Nel 2001 aveva festeggiato un altro anniversario: quarantacinque anni nel mondo dello spettacolo. Registrato dal vivo nel 1956 alla New Bethel Baptist Church di Detroit e pubblicato quello stesso anno dalla Chess, presenza intermittente nei cataloghi e anche per questo spesso dimenticato dalle discografie, “Aretha Gospel” (***½) è un documento straordinario che quasi fa dar ragione a Peter Guralnick che, nelle succinte note a corredo, appunta che la “Franklin produrrà arte superiore in seguito, ma mai musica più grande di quella che regala qui, con la voce e i sentimenti messi a nudo”. Tutto è approssimativo in quest’album, a partire dalla registrazione nasale da blues delle origini. Eppure dalla nebbia dell’incisione primitiva la purezza, l’intensità della voce, sebbene fra le incertezze di uno stile non ancora educato, risplendono con luce abbacinante. Non si riesce a credere che ne sia proprietaria una quattordicenne. Com’è possibile che nel canto di una ragazzetta risuonino con tanta forza estasi e dolore, gioia e passione e una pensosa maturità? Come se già avesse vissuto cento vite e cercasse di trasmetterne l’essenza, trovando nel contempo redenzione, nel silenzio fra un fraseggio e l’altro. All’apice del successo si dichiarerà “una donna di ventisei anni che va per i sessantacinque”. Ogni cosa ha il suo prezzo e l’arte sa essere insopportabilmente esosa, ma la bambina “disperatamente infelice” di cui il primo manager riferiva a un cronista di “Rolling Stone” è sopravvissuta.

Predestinata alla gloria? Aretha nasce nel 1942 a Memphis, seconda figlia del Reverendo C.L. Franklin e di Barbara, che se ne andrà di casa nel 1948 lasciando al consorte il compito di allevare una prole nel frattempo arrivata a quota cinque. Dopo un breve soggiorno a Buffalo, la famiglia si trasferisce a Detroit. Lì il padre dirige la New Bethel Baptist Church, facendone la base di frequenti tour che gli conquisteranno la nomea di uomo “con la voce da un milione di dollari”. E per la bellezza (Bobby Bland la prenderà a modello), dispiegata in qualcosa come settanta LP, e per l’esosità di cachet che all’apice del successo arriveranno a quattromila dollari a data. La bambina cresce da un lato abbandonata a se stessa, dall’altro circondata da celebrità. Le fanno a turno da madre gigantesse del gospel come Mahalia Jackson, Marion Williams e Clara Ward e la casa è frequentata da Art Tatum come da Dinah Washington, da Low Rawls come da Sam Cooke. La ragazzina osserva e prende nota. Un giorno del 1957 Cooke arriva portando con sé la lacca di un 45 giri che sa che darà scandalo. Ha già pubblicato musica profana, ma sotto pseudonimo. Quel disco uscirà a suo nome e sanzionerà l’abbandono della musica sacra. Si chiama You Send Me, languorosa ballata di immani capacità seduttive, e Sam chiede alla quindicenne Aretha cosa ne pensi. Non si sa cosa rispose, ma possiamo immaginarlo ascoltando la versione, per una volta prossima all’originale, offertane undici anni dopo in “Now”.

Ecco: uno degli ingredienti principali della grandezza di Madama Franklin è la capacità di fare indelebilmente suo qualunque materiale con il quale si misuri, qualità rimarchevolmente conservata fino ai giorni nostri. Già nei tanti 33 giri pubblicati dal 1961 al 1967 per la Columbia, dove l’aveva portata John Hammond dichiarandola “la nuova Billie Holiday” e dove non la serve per niente bene un materiale indeciso fra sofisticatezza jazz e ruffianeria pop, la sua personalità risalta comunque. Ma nessuno, nemmeno Jerry Wexler che fece carte false per portarla alla Atlantic, avrebbe potuto immaginare cosa stava per sbocciare. “I Never Loved A Man The Way I Love You” è uno dei più memorabili album della storia del soul e il più grande firmato da una donna. Racconta Guralnick che il giorno che fu pubblicato si trovava a Boston e in una mattina gelida vide gente ballare e cantare, in fila per acquistarlo, fuori da negozi che lo suonavano senza posa, mentre le radio facevano altrettanto. E aggiunge: “Era come se fosse arrivato il nuovo millennio”. O un altro Elvis. Per Aretha Franklin il nuovo millennio durerà in realtà, a seconda di dove si ritiene opportuno sistemare i paletti, dai cinque agli otto anni, ma a parte i Beatles nel pop nessuno ha mai avuto e probabilmente avrà anni così.

Lascio agli enciclopedisti la contabilità di una sequela impressionante di numeri uno e dischi d’oro e platino e premi della critica e dell’industria (otto Grammy consecutivi nella categoria “Best R&B Performance, Female”) raccolti dall’artista mentre la donna attraversava inferni personali sui cui si è scritto, facendole torto, quasi come sulla musica. Qui riferisco di sette LP in studio e tre dal vivo pubblicati nel volgere di un travolgente lustro e uniformemente propulsi dai migliori musicisti che si trovassero allora sulla piazza soul (con qualche comparsata anche di campioni del rock: Eric Clapton in “Lady Soul”, Duane Allman in “Spirit In The Dark”). Fra i primi almeno “Aretha Arrives”, “Lady Soul” e “Aretha Now” basterebbero (ciascuno da solo) a iscrivere il nome di questa donna negli annali. Ma pure il jazzato “Soul ’69” (***½) e “This Girl’s In Love With You” (***½; con dentro una Eleanor Rigby indicibilmente trasfigurata e una sontuosa Let It Be, scritta da McCartney appositamente ma incisa soltanto dopo quella dei Beatles), “Spirit In The Dark” (***) e “Young, Gifted And Black” (***) valgono assai. Imprescindibili poi i live: “In Paris”, all’Olympia e istantanea di un trionfo francese; “At Fillmore West” (***½), testimonianza del sorprendente abbraccio ad Aretha della nazione hippie, con a chiudere una Reach Out And Touch (Somebody’s Hand) che sarà anche retorica ma tuttora commuove; e infine “Amazing Grace”, inatteso e felicissimo ritorno al gospel. Piace pensarlo come la chiusura del cerchio che la ragazza aveva cominciato a tracciare alla New Bethel Baptist Church sedici anni prima, sotto l’occhio vigile e tiranno del padre.

Nefasto il passaggio dalla Atlantic alla Arista nel 1980, l’anno dopo l’ennesima tragedia, il ferimento del Reverendo Franklin durante una rapina (morirà dopo cinque anni di coma che Aretha trascorrerà per la più parte al suo fianco): come e peggio che negli anni alla Columbia, il repertorio tornerà a essere di scarso spessore, fra dance e pop. Peccato, ché la voce resta magnifica, senza una ruga, come certificano l’occasionale ritorno al gospel nell’eccelso ma isolato “One Lord, One Faith, One Baptism” (1987; ***½) e virtuosismi, ancora nel recentissimo (2003 e annunciato come il disco il cui tour segnerà l’addio ai concerti) “So Damn Happy” (*½), che fanno correre brividi per la schiena.

Queen Of Soul (Rhino, 1992; 4CD) ****½

Sottotitolo: “The Atlantic Recordings”, a distinguere questo box dalla distillazione in un singolo di due anni successivo sottotitolato “The Very Best Of” (*****), naturalmente stupendo e altrettanto naturalmente non bastante. La verità è che l’unica alternativa a questa cornucopia di tesori è acquistare in blocco la produzione Atlantic dal 1967 al 1972: undici album variamente imprescindibili. Ove degli otto da lì al 1979 si può felicemente fare a meno.

I Never Loved A Man The Way I Love You (Atlantic, 1967) *****

La pur folta discografia Columbia, otto LP fra il 1961 e il 1966 (apprezzabili quanto tendenziosi compendi “a tema” in “Sings The Blues”, 1985, e “Love Songs”, 2001; entrambi ***), in nessun modo preparava al magnetismo, alla passione, alla sensualità di questo debutto per la Atlantic. Lo inaugura Respect ed è subito apoteosi, fra il piano e la ritmica che giocano a chi è più funky, il coro che impazza, i fiati a raffica e sopra la voce di Aretha, che trasforma la domestica concione di Otis in un inno insieme femminista e di consapevolezza nera. In un capolavoro in cui pure le doti di autrice della Franklin trovano risalto – in una Don’t Let Me Lose This Dream che andrebbe fatta mandare a memoria alle squinziette del modern soul, in una Baby Baby Baby di accorata tensione e in special modo nel lubrico blues di Dr. Feelgood – è però il suo essere interprete incomparabile che si evidenzia maggiormente, nelle sacrali dodici battute di Drown In My Own Tears come nel countreggiare di Do Right Woman – Do Right Man, nei Sam Cooke antipodici di Good Times e A Change Is Gonna Come e più che mai in una title track (di Ronny Shannon) amarissima serenata a un uomo odiosamente prevaricatore. Impossibile non pensarla dedica a quel Ted White che di Aretha fu a lungo compagno e dalla cui schiavitù stenterà a liberarsi.

Aretha Arrives (Atlantic, 1967) ****

Dura dare un seguito a cotanto esordio. La ragazza si toglie il pensiero con un LP che di suo sarebbe stato debutto mostruoso. Fra la partenza a perdifiato di una Satisfaction comunque meno irruenta di quella di Redding e il sigillo della birichina Baby I Love You, le perle più lucenti sono una You Are My Sunshine dal retrogusto gospel, una 96 Tears singultante, la sinatriana That’s Life, una Going Down Slow che fa onore blueseggiando al suo titolo.

Lady Soul (Atlantic, 1968) ****½

Che si sia in presenza di una seconda pietra miliare è subito chiarito dall’esuberante, imperiosa tirata di Chain Of Fools. Ribadiscono il concetto una People Get Ready di impareggiabile drammaticità, l’innodica (You Make Me Feel Like) A Natural Woman, una lettura pigra e sexy di Groovin’ e i vocalizzi da pelle d’oca di Ain’t No Way.

Aretha Now (Atlantic, 1968) ****

L’ennesimo classico autografo ad aprire: Think. E poi una volta di più il miracolo di classici altrui di cui la Franklin si appropria con classe e sentimento di una lega loro, da I Say A Little Prayer di Bacharach a Night Time Is The Right Time di Ray Charles, a You Send Me di Sam Cooke.

Aretha In Paris (Atlantic, 1968) *****

Il più fantastico lascito del Maggio parigino? Eccolo. Non avrà molto a che vedere con le barricate (non avrà molto a che vedere con le barricate? un disco che inizia con Satisfaction e si chiude con Respect?) ma sarebbe valsa la pena di fare il ’68 anche solo per avere in cambio questa dozzina di successi, resi con inenarrabile fervore in una serata all’Olympia chiamata a rappresentare su vinile il primo tour europeo.

Amazing Grace (Atlantic, 1972; 2LP) ****

Cerchio che si chiude, come già annotato, con tradizionali resi con sensazionale grazia, da quello che (ahem) battezza il tutto a Never Grow Old, da What A Friend We Have In Jesus a God Will Take Care Of You, ma anche con una solo sulla carta incongrua You’ve Got A Friend (Carole King; in medley con Precious Lord, Take My Hand) e una appena meno sorprendente Wholy Holy (Marvin Gaye).

Pubblicato per la prima volta su Soul e Rhythm & Blues – I Classici, Giunti, 2004.

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