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15 ristampe e antologie imperdibili uscite nel 2019

1) Prince – 1999 (NPG/Warner, 5CD+DVD/10LP+DVD)

2) Marvin Gaye – You’re The Man (Tamla, CD/2LP)

3) Prince – Originals (NPG/Warner, CD/2LP)

4) Peter Laughner – Peter Laughner (Smog Veil, 5CD/5LP+7”)

5) Gene Clark – No Other (4AD, 2CD/LP)

6) Professor Longhair – Live On The Queen Mary (Capitol, CD/LP)

7) James Brown – Live At Home With His Bad Self (Republic, CD/2LP)

8) Flamin’ Groovies – Gonna Rock Tonite! The Complete Recordings 1969-71 (Cherry Red, 3CD)

9) Television Personalities – Some Kind Of Happening (Singles 1978-1989) (Fire, 2CD/2LP+7”)

10) The Springfields – Singles 1986-1991 (Slumberland, CD/LP)

11) Jim Sullivan – Jim Sullivan (Light In The Attic, CD/LP)

12) Bobbi Humphrey – Blacks & Blues (Blue Note, LP)

13) Townes Van Zandt – Sky Blue (Fat Possum (CD/LP)

14) Lee Moses – How Much Longer Must I Wait? Singles & Rarities 1965-1972 (Future Days, CD/LP)

15) Norma Tanega – Walkin’ My Cat Named Dog (New Voice/Real Gone, LP)

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2019: il meglio del resto

16) Aldous Harding – Designer (4AD)

17) The Long Ryders – Psychedelic Country Soul (Cherry Red)

18) Swans – Leaving Meaning (Young God)

19) Vampire Weekend – Father Of The Bride (Columbia)

20) The Comet Is Coming – Trust In The Lifeforce Of The Deep Mystery (Impulse!)

21) Robert Forster – Inferno (Tapete)

22) Solange – When I Get Home (Columbia)

23) C’mon Tigre – Racines (BDC/!K7)

24) Devendra Banhart – Ma (Nonesuch)

25) Weyes Blood – Titanic Rising (Sub Pop)

26) Pere Ubu – The Long Goodbye (Cherry Red)

27) Kim Gordon – No Home Record (Matador)

28) The Dream Syndicate – These Times (Anti-)

29) Filthy Friends – Emerald Valley (Kill Rock Stars)

30) Peter Perrett – Humanworld (Domino)

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I migliori album del 2019 (1): Purple Mountains – Purple Mountains (Drag City)

Diversamente dalla telefonata di una vecchia pubblicità, una buona recensione evidentemente non allunga la vita. Neanche molte buone recensioni – collezione impressionante: le migliori di una carriera lunga formalmente un quarto di secolo ma in realtà interrottasi dieci anni prima dell’uscita di un disco che da ripartenza, com’era stato inteso fors’anche dall’autore, si è tragicamente trasformato in addio – hanno potuto. E chissà se David Berman ne ha letto qualcuna nei ventisei giorni trascorsi fra la pubblicazione dell’album e quando si è tolto la vita. Si è impiccato il 7 agosto scorso, tre giorni prima dell’inizio di un lungo tour americano (vi ricorda qualcuno?) cui avrebbe dovuto andarne dietro, fra febbraio e marzo di quest’anno, uno europeo. Deve essere stato l’impulso sfortunatamente irreversibile di un momento a indurre al gesto fatale chi ore prima, in un’intervista via e-mail, aveva scritto all’interlocutore di resilienza, mostrandosi a tratti scherzoso, concludendo addirittura pronosticando al giornalista, che gli aveva confessato soffrire di depressione, che certamente un bel giorno si sarebbe scoperto capace di essere di nuovo felice. “Che razza di sorpresa sarà, vedrai.” Già.

Sarò sincero. Ho in casa mezza discografia dei Silver Jews ma non ne sono mai stato un gran cultore. Ne recensii pure un paio di quei sei album, tiepidamente. Mi piacevano all’inizio, quando furono scambiati per una costola dei Pavement nonostante si fossero formati prima, e mi piacque (abbastanza) il congedo del 2008 “Lookout Mountain, Lookout Sea”: lontanissimo dallo sgangherato lo-fi degli esordi, una buona prova di cantautorato alt-country ma, insomma, i capolavori sono un’altra cosa. Tipo “Purple Mountains”, un esorcismo trasformatosi in testamento. Disco cui il nostro uomo lavorava sin dal 2014 (risale ad allora la stesura della torpida I Loved Being My Mother’s Son, in memoria della madre appena scomparsa) e ci aveva provato più volte a dargli forma, invano. Una versione con Dan Bejar dei Destroyer nel per lui inedito ruolo di produttore veniva accantonata e questo più o meno all’altezza (2016) dell’incisione di un album con i Black Mountain pure esso scartato. Giungevano in soccorso prima Stephen Malkmus, poi Jeff Tweedy, infine Dan Auerbach, e nemmeno con loro Berman trovava la quadra. A rivelarsi decisivo era l’incontro con Jeremy Earl e Jarvis Taveniere dei Woods e il resto è – sarà – Storia.

Perché che si sia in presenza di un classico è evidente sin dalle prime battute di That’s Just The Way That I Feel, honky tonk dove un organo chiesastico incongruamente e sublimemente pesa quanto il pianoforte tipico del genere. È mai parsa più seducente che in una orecchiabilissima All My Happiness Is Gone l’infelicità? È mai stato il naufragare fra gli oscuri marosi dell’esistenza più dolce che in Darkness And Cold? È o non è Snow Is Falling In Manhattan la più bella canzone che Leonard Cohen non ha scritto? È la quarta delle dieci tracce in scaletta e, conversando con Andrew Male di “Mojo”, l’autore sosteneva essere soddisfatto di quelle e basta. Quando Margaritas At The Mall, con i suoi fiati mariachi e tanto altro ancora che rimanda a Townes Van Zandt, una She’s Making Friends, I’m Turning Stranger degna del miglior Gram Parsons e la confidenziale Nights That Won’t Happen (che ne avrebbe fatto Sinatra!) se non appartengono appieno all’Ineffabile quantomeno bussano alla sua porta. Dopo una Storyline Fever sull’orlo dell’euforia (!) “Purple Mountains” saluta con la scintillante ballata Maybe I’m The Only One For Me: una lezione riguardo all’imparare ad amarsi di cui David Berman non ha saputo fare – purtroppo per lui e per noi – tesoro.

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I migliori album del 2019 (2): Michael Kiwanuka – Kiwanuka (Polydor)

Quel pazzo criminale di Idi Amin qualcosa di buono ha fatto. Il dittatore ugandese costringeva i Kiwanuka a rifugiarsi in Gran Bretagna ed era a Londra, nel quartiere di Muswell Hill eternato negli annali del rock da un LP dei Kinks, che Michael vedeva la luce, nel 1987. Erano due band agli opposti quali Radiohead e Nirvana a farlo innamorare del rock, a fargli prendere in mano una chitarra scegliendo come palestra di apprendimento alcune cover band nel mentre studiava jazz, per un breve periodo, presso la Royal Academy Of Music. Provvedeva poi l’Otis Redding di (Sittin’ On) The Dock Of The Bay a instradarlo sulla via del soul e non tornerà più indietro, ma senza negarsi lo studio delle proprie radici africane e nel contempo del folk della patria adottiva. Notato da Paul Butler dei Bees e messo sotto contratto dall’etichetta dei Mumford & Sons, che gli pubblicava i primi due EP, si ritrovava nel suo primo vero tour a fare da spalla ad Adele, niente di meno, attirando l’attenzione mediatica che potete immaginare. Già famoso prima di debuttare in lungo nel 2012 con “Home Again”, lavoro accolto benissimo sia dal pubblico (un numero 4 UK) che dalla critica. Personalmente, pur trovandolo un bel disco gli imputo un difetto di personalità, devozione eccessiva per una serie di evidenti modelli. Meglio il successivo, del 2016 e di ancora maggiore successo (primo nel Regno Unito), “Love & Hate”, in cui restando accessibile quanto raffinato prendeva a sperimentare.

“Kiwanuka” è l’avventuroso album della maturità. Qui in cinquantuno minuti e quattordici tracce il nume tutelare Terry Callier gioca con certe colonne sonore italiane (You Ain’t The Problem) come la funkadelia (Rolling), lo Stevie Wonder di “Talking Book” con l’exotica come con i Pink Floyd di mezzo (Hard To Say Goodbye), Marvin Gaye (Living In Denial, Solid Ground) convive con Ted Hawkins (Hero), Bill Withers (Piano Joint: This Kind Of Love) con Curtis Mayfield (Light). Altrove, il gospel si tinge di psichedelia (I’ve Been Dazed) e il Philly Sound è aggiornato all’era del downtempo (Final Days) Policromo, guizzante e, in prospettiva, forse un classico.

Pubblicato per la prima volta, in una versione più breve, su “Audio Review”, n.415, dicembre 2019.

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I migliori album del 2019 (3): Brittany Howard – Jaime (ATO)

C’erano una volta gli Alabama Shakes? Titolari di due lavori diversamente eccelsi – se “Boys & Girls” nel 2012 si iscriveva con un livello di scrittura stratosferico al canone classico del southern rock, “Sound & Color” nel 2015 ampliava gli orizzonti e ammodernava – non danno notizie dacché nel 2017 contribuivano con un brano alla colonna sonora di The American Epic Sessions. Aggiungendo con quello il quarto Grammy a una collezione di trofei con dischi di argento, oro e platino (“Sound & Color” un numero uno per “Billboard”). Peseranno aspettative altissime per il terzo album? Per intanto il debutto della cantante e leader (suoi i testi, laddove le musiche sono state finora ascritte a tutti i componenti il quartetto) Brittany Howard è ben più che un intrattenere nell’attesa. Qui si gioca un altro sport anche rispetto a “Sound & Color” e si tenga presente che del gruppo dell’Alabama (ovviamente) la voce della Howard – splendidamente androgina: un po’ Aretha e un po’ Jack White, un po’ Janis e un po’ Robert Plant, qui Sharon Jones, là Lenny Kravitz – ha sempre rappresentato l’elemento più caratterizzante, pure quando all’inizio li si riduceva a “i nuovi Black Crowes”.

Dedicato alla sorella che le insegnò a suonare il piano prima di venire uccisa da un tumore, “Jaime” ha radici che affondano nello stesso humus che nutre gli Alabama Shakes, ma più in profondità, e si porge in modi difficilmente immaginabili da quelli. Alle estremità si situano una sussurrata, scarnissima Short And Sweet degna di Nina Simone (una Presence da Billie Holiday) e la pazzesca collisione fra soul e un art-rock che rasenta il noise di 13th Century Metal (quella fra basso subsonico e organo chiesastico di Georgia). Tanto più sorprendenti dopo il depistante p-funky-jazz, in apertura, di History Repeats. Bellissimo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.414, novembre 2019.

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I migliori album del 2019 (4): Rustin Man – Drift Code (Domino)

Triste coincidenza che “Drift Code” abbia visto la luce appena prima che quel genio dispettoso di Mark Hollis ci lasciasse. Quel Mark Hollis che guidò i Talk Talk dal techno-pop di Such A Shame all’acquerellistico post-rock ante litteram di “Spirit Of Eden” e “Laughing Stock”, salvo poi sciogliere la compagnia per non produrre da solista che un omonimo capolavoro: rarefatto fino all’astrazione, emozionante fino all’indicibile. Dei Talk Talk Rustin Man, nato Paul Webb, fu il bassista fino al penultimo album e vanta il primato di avere firmato l’unico brano in catalogo non di Hollis. Formava poi con il compagno di sezione ritmica Lee Harris gli O.rang, durati il tempo di dare alle stampe due curiose collezioni di elettronica nutrita a dub e world, e come Rustin Man, con Beth Gibbons dei Portishead, pubblicava il favoloso “Out Of Season”, opera nel solco della migliore tradizione folk-rock albionica. Era il 2002. Attendevamo da allora un seguito e come non temere che, similmente a “Mark Hollis”, un successore non lo avrebbe mai avuto?

Io non so di cosa viva (dubito possa campare di diritti d’autore) Webb, ma per quanto possa dispiacere che ci abbia messo tanto trovo bellissimo che esistano artisti così, disposti a passare anni su un’opera, fin quando non la ritengono degna di venire al mondo. Tanto lungo il concepimento, tanto quietamente spettacolare un affresco di pastorale britannica per un verso collocabile in un’epoca ben delimitata – diciamo fra i tardi ’60 di una Judgment Train fra blues psichedelico e raga e del folk progressivo di una Our Tomorrows molto Caravan e i medi ’70 dell’hammilliana Brings Me Joy e di una The World’s In Town alla Wyatt – e per un altro di trascenderla totalmente. Proiettandosi negli spazi cosmici dell’ultimo Bowie.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.408, aprile 2019.

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I migliori album del 2019 (5): Yola – Walk Through Fire (Easy Eye Sound)

Se questo disco fosse uscito nel 1969 avrebbe venduto probabilmente molto e i singoli che ne sarebbero stati tratti non solo avrebbero scalato a loro volta le classifiche ma si sarebbero impressi nella memoria collettiva, contribuendo grandemente a una meritata nomea di classico. Li si ascolterebbe ancora alla radio (diciamo su Capital e Virgin, visto che siamo in Italia) e sarebbero insomma familiari pure a un pubblico non particolarmente avvertito. Non so a voi, ma a me di ascoltare alla radio un qualunque brano da “Walk Through Fire” non è capitato. E a quanto mi consta l’esordio da solista (prima era la cantante di tali Phantom Limb, tre album pubblicati fra il 2008 e il 2012 senza che nessuno se ne accorgesse) di Yolanda Quartey ha totalizzato finora vendite modeste. Cambierà qualcosa se a febbraio – e cioè a esattamente un anno dacché ha visto l’uscita – Yola dovesse imporsi in qualcuna delle ben quattro categorie nelle quali si ritrova candidata ai Grammy Awards? Certamente sì e se anche non dovesse portare a casa nemmeno un trofeo l’esposizione mediatica un qualche positivo effetto lo avrà. Strano e ormai rarissimo caso di industria discografica che dimostra di credere in qualcuno il cui nome è ignoto alla platea generalista. Per quanto e paradossalmente non ne abbia capito granché. OK “Best New Artist” per la titolare, ma far concorrere “Walk Through Fire” per il titolo di “Best Americana Album” e soprattutto inserire Faraway Look nelle sezioni “Best American Roots Performance” e “Best American Roots Song” sta fra la forzatura e l’equivoco.

Mi spiego? Immaginate Burt Bacharach che scrive per Dusty Springfield e la manda a registrare a Memphis, con gli allora ragazzi della Stax, ma con Phil Spector a produrre: ne sarebbe venuta fuori proprio Faraway Look, che inaugura “Walk Through Fire” ed è subito capolavoro, che è la “mia” canzone del 2019 anche se ancora non ci credo che non sia una faccenda da cinquanta esatti anni prima. Roba da “Dusty In Memphis” e di nuovo un’inglese (Yola è di Bristol, ma diversamente da Dusty Springfield non vuole la pelle nera perché già ce l’ha) va a cantare il soul in terra di America come non molti (afro)americani sanno. Pezzone clamoroso dopo il quale nulla potrebbe ragionevolmente andare e invece questa trentaseienne con in curriculum collaborazioni con Massive Attack e Chemical Brothers ne piazza altri undici diversamente fantastici e sotto tutti c’è, con quelle di un manipolo di collaboratori, la sua firma (sotto la ballatona It Ain’t Easier solo la sua). Immancabile Dan Auerbach dei Black Keys, regista dell’operazione ed è la sua migliore produzione di sempre. C’è indubbiamente parecchio country in questo disco, fra l’altro registrato giusto a Nashville, e sarà pure da ciò che deriva il misunderstanding di cui sopra, perché di soul ce n’è di più, e con esso del gospel, e del blues. Tanto pop, nell’accezione ’60 del termine (la melodia della conclusiva Love Is Light non potrebbe essere più beatlesiana) e caratterizzato da arrangiamenti importanti, ma sempre agili. Però, però, però… Nei miei scaffali il disco finirà nella sezione black e quello è il suo posto, “soul” è l’etichetta se per forza gliene devo attaccare una. Anche se Love All Night (Work All Day) potrebbe averla scritta Robbie Robertson ai tempi della Band. Anche se Lonely The Night sarebbe stata perfetta per Roy Orbison.

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I migliori album del 2019 (6): black midi – Schlagenheim (Rough Trade)

Quasi un equivalente britannico del DAMS con la differenza che forma alunni e alunne dai quattordici ai diciannove anni laddove da noi trattasi di corsi di laurea breve, la londinese BRIT School dacché è stata fondata nel 1992 si è rivelata cruciale passaggio propedeutico alla fama per un numero di allievi impressionante. Limitandosi alla musica e a un poker di assi sono passati/passate da lì Adele, Amy Winehouse, Katie Melua e King Krule. Si può trasformarlo in scala reale con i black midi (loro preferiscono si scriva così), ottant’anni scarsi in quattro ma non lo diresti guardando il video di ventisei minuti di una performance “live on KEXP” dello scorso novembre che in otto mesi ha totalizzato su YouTube oltre mezzo milione di visite e millecinquecento commenti. In particolare, a uno dei due chitarristi ne daresti tredici, di anni. “Poppetto”, immaginerà il lettore cui è finora sfuggito uno dei casi mediatici del 2019. Non potrebbe essere più distante dalla realtà di un gruppo che sta mettendo d’accordo tipologie di pubblico che a loro volta non potrebbero essere più lontane: vecchi cultori del prog che ne ammirano la valenza strumentale (il batterista Morgan Simpson è semplicemente mo-struo-so) e chi vede in loro un proseguimento con altri mezzi della guerriglia culturale scatenata da quei fenomeni di nicchia che furono no- e now-wave. Il rock (?) più estremo di sempre.

In nove brani dall’impossibilmente schizofrenico e articolato all’iperminimalista (bmbmbm gira su un riff di basso di una nota) i ragazzini buttano in un frullatore impazzito King Crimson (di varie epoche) e Gang Of Four, Fall e Shellac, Pere Ubu, Wire, Sonic Youth, Butthole Surfers, Slint, Battles… Giurano che tempo due anni saranno tutta un’altra cosa. Vedremo. Ascolteremo. Stordenti. Eccitantissimi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.413, ottobre 2019.

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I migliori album del 2019 (7): Sunn O))) – Life Metal (Southern Lord)

Parrebbe una sequenza da Spinal Tap: due capelloni in paramenti monacali che si scambiano riff di chitarra tanto bradipici da farsi bordoni, mentre un bassista e un tastierista (un batterista non potrebbe farcela) provano a tenere il passo. Il tutto a volumi sì assordanti e con una densità sonica talmente squassante che levando gli occhi verso il soffitto del locale si nota che si sta crepando e ne vengono giù polvere e calcinacci. Credete che stia esagerando? Chiedete a Federico Guglielmi, che non è esattamente un fan del duo Stephen O’Malley/Greg Anderson ma aveva modo anni fa di assistere a un loro spettacolo. Io, che invece dei Sunn O))) sono un cultore, non credo che andrei mai a vederli, non volendo mettere a repentaglio il mio tanto fine quanto delicato udito. Però, ecco, mi piacerebbe proprio ascoltarlo in vinile “Life Metal”, che mentre scrivo gira per l’ennesima volta in formato flac a volume (ragionevolmente) sostenuto. Per la curiosità – sapendo che è il primo album che il gruppo di Seattle ha registrato interamente in analogico (regia di Steve Albini) nella sua ventennale carriera e che lo ha fatto in funzione del suddetto supporto – di testare se il vinile sia in grado di riprodurre certe frequenze senza che la puntina salti dal solco. Benché io abbia su LP il capolavoro del 2009 “Monoliths & Dimensions” e non ricordi problemi.

“Life Metal” non è un “altro album dei Sunn O)))”. Sfiora la grandezza del disco appena menzionato orchestrando con raffinatezza inaudita (contribuiscono un violoncello, un organo a canne, una fantasmatica voce femminile) una massa sonora stupefacente quanto stratificata, una volta che ne penetri la respingente superficie. Massimalismo minimale. Una sinfonia in quattro movimenti e quasi settanta minuti. L’unico rock che sia, oggi, davvero avanguardia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.410, giugno 2019.

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I migliori album del 2019 (8): Edwyn Collins – Badbea (AED)

Sulla copertina del decimo album da solista colui che, con Roddy Frame, fu il massimo esponente di quello che con trasparente omaggio alla Motown venne detto “il suono della giovane Scozia” si porge in tutta la sua dolorosa fragilità. Che non viene dagli anni che ha, che comunque in agosto saranno sessanta, ma dalle emorragie cerebrali (due in pochi giorni), che quasi lo uccidevano nel 2005. Con come conseguenza danni rispetto ai quali la fisioterapia molto ha potuto ma (esplicita in tal senso proprio la foto di cui sopra) non tutto. Ringraziamo che alla fine la voce se la sia ritrovata intatta, il nostro uomo. Ma soprattutto che nella disgrazia si sia mostrato eccezionale per la capacità di affrontarla restando sempre, oltre che combattivo, positivo. La felicità di essere tuttora di questo mondo e in grado di cantarsela e suonarsela, la vita, il sentimento che informa prevalentemente quanto prodotto da allora. E la scrittura? Un altro miracolo: nel contesto di una carriera in ogni caso sempre di livello, tornata agli apici giovanili. Credetemi se vi dico che non è la vicinanza che provo per Collins che mi fa affermare che “Badbea” è il suo disco più bello dal lontanissimo (1982!) esordio degli Orange Juice, il superbo “You Can’t Hide Your Love Forever”. Addirittura.

Anzi, non credetemi e verificate. Vedrete se non vi catturerà subito l’incrocio fra jingle-jangle e techno-pop di It’s All About You, se il tempo non volerà fino alla traccia omonima e conclusiva, unica su cui si allunga un’ombra di malinconia. In mezzo, canzoni clamorose come il Northern soul In The Morning, il pop sentimentale con energia I Guess We Were Young, una Outside punkettona, il pazzesco incrocio Kraftwerk/Dexys Midnight Runners Glasgow To London, una I Want You da Iggy Pop circa “Lust For Life”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.409, maggio 2019.

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