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2017: il meglio del resto

16) Randy Newman – Dark Matter (Nonesuch)

17) Father John Misty – Pure Comedy (Sub Pop)

18) Wire – Silver/Lead (Pink Flag)

19) Arto Lindsay – Cuidado Madame (Northern Spy)

20) Songhoy Blues – Résistance (Transgressive/PIAS)

21) Thundercat – Drunk (Brainfeeder)

22) Cody ChesnuTT – My Love Divine Degree (One Little Indian)

23) Michael Chapman – 50 (Paradise Of Bachelors)

24) The Dream Syndicate – How Did I Find Myself Here? (Anti-)

25) Ride – Weather Diaries (Wichita)

26) Godspeed You! Black Emperor – Luciferian Towers (Constellation)

27) Four Tet – New Energy (Text)

28) The Feelies – In Between (Bar/None)

29) GospelbeacH – Another Summer Of Love (Alive)

30) Chicano Batman – Freedom Is Free (ATO)

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I migliori album del 2017 (1): LCD Soundsystem – American Dream (DFA/Columbia)

Un sicuro maestro di James Murphy e anzi fra i tanti il principale, ossia David Bowie, il ritiro dalle scene lo annunciava già nel 1973, esattamente trent’anni prima di avviare l’ultima campagna concertistica. Preveggentemente mi consentivo allora un po’ di sano scetticismo, recensendo nel 2010 “This Is Happening”, di fronte al perentorio annuncio con cui si concludeva il comunicato stampa che ne precedeva l’uscita: sarà l’ultimo disco a nome LCD Soundsystem. Mah… Cose che si dicono quando si compiono quarant’anni e la consapevolezza di essere nel mezzo del cammino di una vita spinge a strappi, o come minimo a decisioni simboliche. L’uomo che dal 2002 si cela dietro la riverita sigla i suoi primi quarant’anni li festeggiava tre mesi prima della pubblicazione di quello che per il gruppo era il terzo lavoro in studio e trascorreva molta parte dei successivi undici promuovendolo. Avevamo lasciato gli LCD Soundsystem il 2 aprile 2011, mentre dal palco del newyorkese Madison Square Garden salutavano la folla lì convenuta per il concerto di addio alle scene documentato nel 2012 nel film Shut Up And Play The Hits e nel 2014 nell’addirittura quintuplo (solo in vinile!) “The Long Goodbye”. Non così “long”, se a inizio settembre 2017 abbiamo ritrovato Murphy e soci (gli stessi di sempre; se per tanti aspetti il contesto è quello di una one-man band va rilevato che sotto il profilo compositivo offrono contributi rilevanti) in vetta alle classifiche USA con un album nuovo. Performance apparentemente incredibile per un progetto sulla carta ritagliato per essere per pochi: un gruppo che (parole del leader) “scrive musica il cui argomento è lo scrivere musica” e che fin dal singolo d’esordio del 2002, Losing My Edge, ha fatto della citazione non la pietra d’angolo del suo canone bensì il canone stesso. Decenni di rock, di elettronica, di dance music masticati, digeriti e risputati fuori. Perfetto per critici e intenditori ma… per le masse? Ed è qui che entra in gioco la capacità di scrivere canzoni in grado di andare oltre il pastiche stilistico, subito memorabili per quanto si prestino poi a letture molteplici.

Tutto quanto si ascolta nei 68’38” di “American Dream” è già ascoltato e nondimeno non ci si stanca mai di riascoltarlo. Si tratti di variazioni sul tema tanto sapienti da ricadere nella categoria di grandezza degli originali: i Suicide romantici di Oh Baby; i Joy Division di I Used To; David Bowie che aggiunge con Black Screen un PS a “Blackstar” (che proprio James Murphy avrebbe dovuto produrre; ma rinunciava, limitandosi a un cameo da percussionista). O di incroci fra mashup e inaudito: i Talking Heads alle prese con Secret Life Of Arabia in Other Voices e di nuovo con Fripp alla chitarra in Change Your Mind; gli Psychedelic Furs in collisione con i P.I.L. di Call The Police; i Kraftwerk che si fanno ispirare dal doo wop della traccia omonima. Un lavoro colossale. Un classico istantaneo come fu a suo tempo il debutto “LCD Soundsystem”.

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I migliori album del 2017 (2): Benjamin Biolay – Volver (Barclay)

La Francia è vicina, dietro l’angolo, ma la Francia per noi italiani è lontanissima e meno male che sarebbero i francesi quelli sciovinisti. Per certo non è così se è di pop che si parla e fa testo la devozione che nutrono oltralpe per Paolo Conte, o che là Gianmaria Testa fosse ben più noto che qui, o ancora l’ottima stampa di cui godeva Pino Daniele. Mentre nel Bel Paese un gigante come Serge Gainsbourg è ancora sempre e soltanto quello di Je t’aime… moi non plus e questo già per un pubblico mediamente avvertito. Chi lo conosce un po’ meglio, spesso ci è arrivato per tramite di Mick Harvey, figurarsi. Ecco: se ancora Gainsbarre dalle nostre parti è uno a malapena orecchiato, come stupirsi del fatto che chi ne ha raccolto l’eredità resti un quasi perfetto sconosciuto? Benché un po’ di italiano ci sia in lui, già consorte (non più) di Chiara Mastroianni. Benché nel 2005, all’altezza di quell’altro mezzo capolavoro di “À l’origine”, la Virgin ci avesse investito abbastanza in promozione. Emulo dichiarato – esordiva nel 2002 con un concept, “Rose Kennedy”, ispirato a “Histoire de Melody Nelson” – di cotanto maestro, l’oggi quarantacinquenne Benjamin Biolay lo ha ormai eguagliato in tutto o quasi: nell’essere personaggio a 360° e chiacchierato (d’accordo: meno del depravato nume); nell’estro; nella capacità di fare rientrare il mondo sotto l’ombrello della chanson; nella propensione a circondarsi di donne splendide, incluse alcune che frequentarono pure Serge, e spesso a duettare con loro. Con una discografia in ogni senso di grande consistenza (questo l’undicesimo lavoro in studio) e di qualità media spettacolare, si potrebbe essere blasfemi e azzardare che sul lungo corso possa addirittura superarlo. Se in patria è una superstar che colleziona dischi di platino, oltre Manica e oltre Atlantico almeno è un personaggio “di culto”, in attesa di azzeccarlo lui un singolo (magari scandalosamente) epocale.

Ispirato come il precedente “Palermo Hollywood” dal sobborgo di Buenos Aires in cui da dieci anni il titolare passa la più parte del suo tempo, “Volver” non ha cambiato la situazione, nonostante Encore encore, vertiginoso disco-rock con un inserto rap a due voci (l’altra quella della Mastroianni) che lo rende ancora più Blondie, avesse il potenziale per risuonare dalle radio a ogni latitudine. Sarà per un’altra volta? Per intanto non si può che abbozzare e applaudire, stupefatti dalla forza di un programma senza un cedimento lungo quindici tracce e un’ora. Ogni brano un centro. Dalla cinematica ballata omonima che lo apre, inondata di archi struggenti, a una Hollywood Palermo che lo suggella tropicale se non tropicalista, andando dietro a una Avec le temps (da Léo Ferré) trasformata dal nostro uomo in una sua My Way. Citazioni sparse dal favoloso resto: una Mala siempre fra Cuba e Giamaica; il valzer alla Leonard Cohen La mémoire; il Nino Rota girato disco di Roma (amoR) e il Morricone che invece lo stesso di L’alcool, l’absence; la ballata pianistica Arrivederci; due canzoni a irresistibile ritmo di cumbia, Ça vole bas e Pardonnez-moi, che avrebbe potuto scrivere il miglior Manu Chao prima di diventare una macchietta.

Ci sono un sacco di voci femminili in “Volver”. A risuonare – piana – in Happy Hour quella di Catherine Deneuve. Ex-suocera e che gli vuoi dire a uno così? Dategli una possibilità, a Benjamin Gainsbourg.

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I migliori album del 2017 (3): Algiers – The Underside Of Power (Matador)

Dicono che oggi sia impossibile, nel rock, inventarsi un qualcosa di almeno parzialmente inaudito. Dicono che non si possa più stupire. Non ditelo agli Algiers. Nessuno deve averli informati e se “The Underside Of Powers” non sta in cima a questa lista è solo perché nel 2015 avevano pubblicato un omonimo predecessore che già quello faceva: rimodernava un canone definitivamente assurto a un suo classicismo non più tardi dei primi ’90 (d’altra parte: notevole che ci abbia messo buoni quarant’anni) e che dopo ha vissuto di rimescolamenti, più che di ulteriori allargamenti. In senso strettissimo pure il quartetto formalmente di Atlanta – ma disperso fra la città della Georgia, New York e Londra – gioca mischiando un mazzo di carte ciascuna delle quali singolarmente già vista ma, seriamente, qualcuno aveva mai fantasticato di spedire i P.I.L. del “Metal Box” a risciacquare il loro post-punk già molto post-rock nelle fangose acque del Mississippi? Se la new wave non si fece certo mancare di giocare con elementi black fu con il funk più spigoloso e il jazz della New Thing che pasticciò (con la disco, il reggae, il dub), mica con il soul o il gospel. No, un album come “Algiers” non l’avevamo mai ascoltato ed ecco, l’unico addebito che si può muovere a un successore che assolutamente lo vale è che è venuto a mancare l’effetto sorpresa. A parte un batterista, che comunque un minimo i termini del discorso li sposta e ridefinisce, nulla aggiunge.

Ma davvero? Per certo dall’industrial funk dell’iniziale Walk Like A Panther al gospel post-punk di The Cycle/The Spiral/Time To Go Down, che una quarantina di minuti dopo chiude le spastiche danze, non ci si annoia mai e valga come paradigma dell’opera tutta una A Hymn For An Average Man che si porge in forma di valzer e si evolve in una sorta di incubotico, dissonante prog. Due miei personali apici: lo spiritual girato gotico Cleveland; l’ultracinematografica e orrorosa Plague Years. Ammiccano a dj coraggiosi i Suicide che incontrano i Temptations della traccia omonima e una Death March che sa di Depeche Mode.

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I migliori album del 2017 (4): Slowdive – Slowdive (Dead Oceans)

In un’intervista concessa a Simon Reynolds a inizio 2014 Neil Halstead assumeva a scopo degli Slowdive il creare “una grandiosa bellezza senza tempo”. Non stava declinando il discorso al passato, come sarebbe stato fino a pochi mesi prima visto che sia l’ultima uscita discografica che l’ultimo concerto del gruppo datavano diciotto anni, risalendo al 1995. Bensì al futuro, giacché il quintetto di Reading si era appena rimesso insieme e oltretutto nella formazione originale, con dietro la batteria Simon Scott e non quel Ian McCutcheon che aveva suonato in “Pygmalion”, per poi trasmigrare insieme a Neil Halstead e Rachel Goswell nei me-ra-vi-glio-si Mojave 3. A proposito: costoro non pubblicano nulla dal 2006 e nulla si è saputo delle canzoni cui Halstead dichiarò nel 2011 che stavano lavorando. È lecito sperare e sognare che, nel momento in cui questa seconda vita degli Slowdive dovesse esaurirsi, toccherà di nuovo a loro, Neil e Rachel sempre in coppia ma con gli amplificatori spenti o a volume basso. Di quello straordinario folk-pop – tipo dei Beach Boys capitanati da Nick Drake e intenti a lanciare un ponte fra i tardi Beatles e Simon & Garfunkel – personalmente provo molta nostalgia. Ma un po’ meno adesso.

Come se non fosse passato un giorno? Non è così. “Pygmalion” chiudeva la stagione in ogni senso ruggente di quello shoegaze che (casualmente o no dirimpettaio britannico del grunge) aveva avvolto la polpa di melodie insidiose in una scorza di feedback spessa come mai nella storia del pop, rimediando indifferenza dal pubblico (#108 nella classifica UK) e pernacchie dalla critica. Non meritando né la prima né le seconde. “Slowdive” ha viceversa ramazzato vendite apprezzabili e recensioni entusiastiche meritando queste e quelle. Ma lo stacco è pure stilistico: piuttosto che ripartire dal sound sperimentale e radente la ambient del non più congedo, Halstead e soci sono tornati a quello fragorosamente estatico – con modi e respiro diversi – di “Just For A Day” (1991) e “Souvlaki” (1993). Album (ri)valutati come classici quando ha preso a impazzare, sul finale del primo decennio del secolo nuovo, quel dream pop che dello shoegaze è una riedizione esangue.

È di inventori che si parla e non vale dunque lamentarsi che in senso stretto qui non si ascolta niente di nuovo. Più sensato applaudire chi non si è limitato al compitino – tutt’altro! -, nell’ampio arco con agli estremi la travolgente, gioiosa e addirittura innodica (la loro cosa più esuberante di sempre) Star Roving e l’ipnotica ballata pianistica Falling Ashes. Ciò che sta in mezzo sono i Cocteau Twins se fossero stati dei Sonic Youth influenzati (oh, Lui c’è sempre) da Brian Wilson.

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I migliori album del 2017 (5): The Magnetic Fields – 50 Song Memoir (Nonesuch)

Forse Stephin Merritt dovrebbe eliminare tutto il resto: gli album anche formalmente da solista quando è chiaro che ogni suo album è un album da solista; quelli a nome The 6ths (OK, è una ragione sociale che non usa dal 2000); quelli come Gothic Archies; quelli dei Future Bible Heroes. E forse pure gli album “normali” dei Magnetic Fields: tipo i sei che precedevano “69 Love Songs” e i quattro che gli erano andati dietro prima di questo. Sia chiaro: non c’è niente che non vada nei Belle & Sebastian cresciuti a Randy Newman di “i” (2004), nella ricreazione dei primi Jesus And Mary Chain inscenata in “Distortion” (2008), nel folk indeciso se guardarsi indietro o divenire folk-rock di “Realism” (2010), nella riscoperta di quei sintetizzatori che per qualche tempo aveva finto di sdegnare alla base di “Love At The Bottom Of The Sea” (2012). È solo che sono lavori per l’appunto “normali”, per disegno e durata: più o meno apprezzabili, più o meno ispirati, più o meno dimenticabili. Laddove le “69 canzoni d’amore” non potevano lasciare indifferenti. Recensendo quello che prima di questo era l’ultimo album a nome Magnetic Fields del nostro uomo scrivevo: “A tredici anni dacché pubblicò il suo capolavoro ancora deve farci i conti e l’impressione è che fra altri tredici, ventisei, trentanove, e insomma finché vivrà e pure dopo, sarà sempre così. Non potrebbe sfuggire a tale agrodolce destino nemmeno offrendo una replica, con un altro affresco al pari policromo e ispirato di pop post-moderno capace di racchiudere in sé dal Brill Building ai Suicide: sconterebbe comunque il fatto di essere il secondo”. Ma la sapete una cosa? Ho cambiato idea. Un po’. Naturalmente “50 Song Memoir” un minimo paga dazio all’arrivare secondo: opera quasi al pari monumentale (cinquanta tracce contro sessantanove, due ore e mezza contro quasi tre) e concettuale (qui ogni canzone racconta un anno nella vita dell’autore, che ci metteva mano nel giorno del suo cinquantesimo compleanno e ha impiegato due anni a completarla), se una cosa testimonia, secondo me, è proprio l’impossibilità per Merritt di essere un artista “normale”. Evidentemente a suo agio e al suo massimo soltanto in contesti così… smisurati. Nonostante il suo sia un pop in bassa fedeltà, “da cameretta”.

Allora forse Stephin Merritt dovrebbe concentrarsi soltanto su progetti simili, inauditi per concetto e ambizione. Non metterebbe diciotto anni fra questo e quello e non ci permetterebbe mai di dimenticarci che un altro che scrive musiche così –  un po’ un Elvis Costello senza la tigna punk, un po’ da novello Bacharach a suo agio con la disco e il techno-pop; e un po’ Tom Waits – in giro non c’è.

Il rock’n’roll ti rovinerà la vita e ti renderà triste”, declama a un certo punto. Facendolo sembrare un magnifico destino, come il Nick Hornby che in Alta fedeltà si domandava: “Ascoltavo musica pop perché ero un infelice, o ero infelice perché ascoltavo musica pop?”.

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I migliori album del 2017 (6): Robert Plant – Carry Fire (Nonesuch)

La chioma è tuttora leonina e quanto alla voce fa di necessità virtù come meglio non potrebbe. Va da sé che se i settanta incombono non potrai ruggire come al tempo in cui di anni ne avevi venti, trenta. Dovrai imparare a dosare le residue risorse ed ecco, in tal senso Robert Plant oggi è un cantante migliore di quando nei cieli del rock nessuno volava più alto dello Zeppelin. Dopo di che, ciò conterebbe poco non lo soccorressero in questa terza età che è prodigiosa seconda giovinezza una penna ispiratissima e un gusto impeccabile nella scelta dei collaboratori come dei suoni, delle influenze. Seconda giovinezza ormai considerevolmente più lunga della prima, siccome principiava nel ’94 con il rinnovarsi del sodalizio con Jimmy Page in “No Quarter”, laddove si evocava un passato straordinariamente ingombrante solo per farci pace e – definitivamente (le successive occasionali rimpatriate parentesi a ragione di ciò gioiose e non patetiche) – andare oltre. Con come spartiacque quel voluminoso live, “Walking Into Clarksdale” e un “Dreamland” per più di metà di cover (e se andate a vedere che cover sono scoprirete che le traiettorie successive sono lì anticipate pressoché per intero), non potrebbe darsi cesura più clamorosa fra il Robert Plant solista del XX secolo e quello del XXI. Pur avendo il merito non da poco di provare a scansare da subito le trappole della nostalgia, il primo suonava vecchio già allora, fra hard bombastico e new wave orecchiata male. Quello attuale è senza tempo.

Avevate amato “Lullaby And… The Ceaseless Roar”? “Carry Fire” ne ripropone le suggestioni giocando fra un blues arcaico e un folk d’Arcadia, fra un rock’n’roll ridotto al suo battito primevo e un’etno-psichedelia parimenti minimalista. Senza mai evocare un rock da grandi arene, o forse giusto nel malevolo heavy blues – il Nostro in duetto con Chrissie Hynde – Bluebirds Over The Mountain, unica cover in scaletta e paradossalmente, a), pure nel repertorio dei Beach Boys e, b), di un oscuro interprete rockabilly, Ersel Hickey. Disco di gran classe e generoso di classici. Categoria alla quale, pur nel contesto di una carriera stellare, iscriverei senza esitare un’arabeggiante The May Queen, il rockabilly inacidato Carving Up The World Again…, una traccia omonima che sostituisce l’Alhambra ai Valhalla che furono. Trapunta di chitarre spagnole, colpita al cuore da un violino gitano. Ancora: una Keep It Hid dal meccanico pulsare quasi Suicide. Almeno.

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