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I migliori album del 2022 (12): Fantastic Negrito – White Jesus Black Problems (Storefront)

Ha due livelli di lettura il quarto album di Xavier Amin Dphrepaulezz, in arte Fantastic Negrito. Uno più superficiale, che vale soprattutto per noi non di madrelingua che ai testi badiamo meno che agli spartiti e che bomba di disco è, musicalmente? Di fruizione ancora più immediata del precedente “Have You Lost Your Mind Yet?”. Epidermico – e nondimeno cresce con gli ascolti: a dismisura – persino in un brano di grande complessità quale l’iniziale Venomous Dogma: che è tre canzoni in una, serenata per archi che dopo un paio di minuti si trasforma in un vibrante spiritual salvo infine virare rock-blues. Figurarsi in Highest Bidder o Trudoo, funkissime; nel festoso doo wop Nibbadip; in quella novella On The Road Again (Canned Heat) che è Oh Betty; in una Man With No Name di afflato liturgico come la conclusiva Virginia Soil. La traccia numero nove di tredici (tre sono però interludi che fungono da raccordi nella vicenda messa in scena) sembra arrivare dal manuale della perfetta ballata da FM anni ’70, completa di (s)folgorante ritornello. Si chiama You Better Have A Gun e basta il titolo a indurre il sospetto che sotto il vestito pop la società statunitense sia messa a nudo.

E già… È un concept, “White Jesus Black Problems”, e la storia che racconta romanzandola è quella di due avi di Fantastic Negrito che nella Virginia coloniale del Settecento riuscivano a formare una famiglia nonostante lui fosse uno schiavo nero, lei una serva bianca a contratto. I figli che nascevano dall’unione appartenevano così alla prima generazione di afroamericani liberi. Un secolo prima della guerra di secessione, il che rende tanto più formidabile una parabola di orgoglio razziale che parlando dell’America di tre secoli fa si rivolge in realtà a quella di oggi. Laddove lo showbiz è disposto a rinunciare a far soldi pur di non farli con un nero che non le manda a dire.

Adattato da Fantastic Negrito: l’artista che visse due volte. Potete leggere l’intero articolo qui.

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I migliori album del 2022 (13): Regina Spektor – Home, Before And After (Sire)

Non solo l’ottavo album di Regina Spektor è quello che si è fatto attendere più a lungo ─ sei anni: quanti impiegò a pubblicare i primi quattro ─ ma almeno tre delle sue dieci canzoni sono da una vita in repertorio: Becoming All Alone (echi di Janis Ian) dal 2014; Raindrops (una delizia di girotondo pianistico) e Loveology (ballata orchestrale fra il solenne, il solare e lo stralunato) addirittura da prima che “Begin To Hope” nel 2006 la promuovesse allo stardom  in forza di un programma di rara perfezione e di uno dei singoli più geniali e irresistibili dell’ultimo paio di decenni, o della storia del pop intera. Best seller ma soprattutto long seller, Fidelity, visto che nelle classifiche USA non saliva più in alto di un modesto numero 51 ma a un anno dall’uscita aveva venduto mezzo milione di copie, entro tre settecentomila. Quanto sarà orgoglioso Nick Hornby del fatto che Regina la scrisse mentre guardava in TV l’adattamento cinematografico di… ahem… High Fidelity? Regina di cuori, vien da dire con gioco di parole troppo facile apprendendo sbalorditi che quel vecchiaccio di Robert Christgau, uno che sulla stroncatura non argomentata ha costruito sin dal ’67 molta della sua discutibile fama, ha speso per “Home, Before And After” un rarissimo “A-” e parole al miele.

Non saranno più i tempi in cui una allora ventenne fresca di studi al conservatorio, pazza per Billie Holiday e iscritta alla scuola del cosiddetto anti-folk scriveva una canzone alla settimana, ma che ne scriva una all’anno ci basta fintanto che la qualità resterà questa: uniformemente stratosferica. Si tratti di una Up The Mountain fra Björk e Kate Bush, di una Sugarman da prestare a St. Vincent o una What Might’ve Been pronta per Broadway. Per dire.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.445, settembre 2022.

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I migliori album del 2022 (14): Alvvays – Blue Rev (Polyvinyl)

Più che stupirsi per il fatto che questo disco si sia fatto attendere cinque anni, mancando di cavalcare l’onda del successo di “Antisocialites”, alla cui uscita non vi era chi non pronosticasse un futuro da rockstar per gli Alvvays, c’è da essere sorpresi che i Canadesi siano alla fine riusciti a metterlo insieme un terzo album. Giacché e tanto per cominciare a Molly Rankin ─ fondatrice, cantante, chitarrista, leader della band di Toronto ─ rubavano il laptop sul quale aveva archiviato idee sparse e demo completi per il disco. Poi la strumentazione del gruppo veniva in gran parte irreparabilmente danneggiata da un allagamento del magazzino che la ospitava. Dopo di che la sezione ritmica originale dava le dimissioni e se n’era appena trovata una nuova quando il Covid prendeva il mondo in ostaggio. Che saltassero i concerti necessari a una formazione rinnovata per due quinti per testarne l’amalgama era il meno a fronte delle difficoltà semplicemente a provare insieme. A confrontarsi sulle nuove canzoni che nel frattempo Molly e l’altro chitarrista, Alec O’Hanley, avevano comunque scritto, al solito a quattro mani. “Blue Rev” ne mette in fila quattordici e non si rinuncerebbe a cuor leggero a nessuna.

Se sia il migliore dei tre album pubblicati a oggi (il primo, omonimo, nel 2014) da costoro lo stabiliranno gusti e ascolti. Per certo regge il confronto con predecessori brillanti nel loro amalgamare indie di ascendenza UK (scuola C86) e college rock, synth-pop e shoegaze. Una via l’altra piazza a un certo punto tre canzoni che potrebbero davvero far svoltare ragazza e ragazzi: il power pop Velveteen, una soffice Tile By Tile, una Pomeranian Spinster che è quasi una nuova It’s The End Of The World As We Know It.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.447, novembre 2022.

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I migliori album del 2022 (15): Horsegirl – Versions Of Modern Performance (Matador)

In un mondo che sempre più velocemente va a ramengo tocca aggrapparsi alle poche buone nuove e una è che hanno ripreso a vendersi le chitarre elettriche e gli acquirenti sono giovani, spesso giovanissimi. Nel caso delle Horsegirl, da Chicago, giovanissime (ecco: un’altra ottima notizia è che cresce la presenza femminile nel rock). A malapena adolescenti Nora Cheng, Penelope Lowenstein e Gigi Reece (le prime due per l’appunto chitarra e voce, la terza alla batteria) quando nel 2019 pubblicavano in Rete il primo brano, oggi che esordiscono in lungo per un marchio storico dell’indie USA quale è la Matador due di loro si sono appena iscritte all’università e l’altra sta finendo il liceo. A sommarne le età non arrivano a pareggiare i sessantasei anni di Lee Ranaldo e nemmeno i sessanta di Steve Shelley, gli ex-Sonic Youth che si sono prestati con entusiasmo a dar loro una mano per due dei dodici brani (tre sono interludi strumentali, nessuna traccia arriva ai quattro minuti) che sfilano in “Versions Of Modern Performance”. Inciso presso l’Electrical Audio Studio di Steve Albini (anni sessanta pure lui quando leggerete queste righe) e con la produzione di John Agnello, un cv che occuperebbe tre colonne e basti dire che oltre che con i Sonic Youth stessi ha spesso lavorato con altri evidenti numi tutelari delle ragazze, i Dinosaur Jr. Si saranno emozionate?

Ci emozioniamo noi all’ascolto di un disco di travolgente freschezza che evidenzia come le artefici abbiano sì mandato a memoria le lezioni di My Bloody Valentine, Pavement e Yo La Tengo (ma pure Gang Of Four benché spesso il basso non ci sia e Stereolab pur mancando quasi sempre le tastiere), per poi però intrecciarle in un sound che è già solo loro. Giovani favolose.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.444, luglio/agosto 2022.

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2021: 15 (+1) ristampe, live, antologie da recuperare, costi quel che costi

1) Can – Live In Stuttgart 1975 (Spoon/Mute, 2CD/3LP) & Live In Brighton 1975 (Spoon/Mute, 2CD/3LP)

2) John Coltrane – A Love Supreme: Live In Seattle (Impulse!, CD/2LP)

3) My Bloody Valentine – EP’s 1988-1991 (MBV/Domino, 2CD)

4) Gang Of Four – 77-81 (Matador, 4CD/6LP)

5) Bush Tetras – Rhythm And Paranoia: The Best Of (Wharf Cat, 2CD/3LP)

6) Eddie Hazel – Game, Dames And Guitar Thangs (Real Gone, CD/LP)

7) Leo Nocentelli – Another Side (Light In The Attic, CD/LP)

8) The Jazz Butcher – Dr Cholmondley Repents: A-Sides, B-Sides And Seasides (Fire, 4CD)

9) Bruce Springsteen & The E Street Band – The Legendary 1979 No Nukes Concerts (Columbia, 2CD/2LP)

10) Willie Dunn – Creation Never Sleeps, Creation Never Dies (Light In The Attic, 2LP)

11) Joni Mitchell – Archives Volume 2: The Reprise Years (1968-1971) (Rhino, 5CD)

12) Alice Coltrane – Kirtan: Turiya Sings (Impulse!, CD/2LP)

13) Radiohead – Kid A Mnesia (XL, 3CD/3LP)

14) Primal Scream – Demodelica (Columbia, CD/2LP)

15) Come – Don’t Ask Don’t Tell (Fire, 2CD/2LP)

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L’album più sopravvalutato del 2021: The War On Drugs – I Don’t Live Here Anymore (Atlantic)

All’indomani della nascita del primogenito, Bruce Springsteen gli dedicava un brano chiamato Living Proof. A inaugurare quello che per i suoi più che di chiunque altro (sebbene ogni tanto conceda ai sodali di co-firmare qualche spartito) War On Drugs è il quinto lavoro in studio, Adam Granduciel (indovinate che nome ha scelto per il suo di primogenito… Bruce) ne sistema uno intitolato… Living Proof. Si può essere più trasparenti nel dichiarare le proprie influenze? “Show a little faith” invita tre pezzi dopo, in I Don’t Wanna Wait, citando Thunder Road. Rispettivamente la canzone migliore dell’album con le sue chitarre acustiche folky, una melodia pianistica perfetta e un filo di organo che è poesia e quella che suscita le maggiori perplessità, la più anni ’80 di tutte, batteria dritta da In The Air Tonight, fra i dieci brani in programma sono in realtà e un po’ paradossalmente i due che girano più alla larga dal Boss. È in altre due tracce, collocate di seguito (settima e ottava), che l’omaggio al maestro si fa pura mimesi, Old Skin praticamente una outtake di “Tunnel Of Love”, Wasted l’anello mancante fra Bobby Jean e No Surrender.

Dannato Granduciel! Davvero non gli si può negare un certo qual talento e che peccato che un esasperato perfezionismo lo porti quasi invariabilmente a sciupare idee anche buone tornandoci su all’infinito, arrangiando, riarrangiando e sovrarrangiando e che fortuna che almeno Living On Proof l’abbia lasciata “buona la prima”, che non abbia troppo pasticciato una Occasional Rain che rimanda agli U2 in fissa Americana. Prendete Harmonia’s Dream e Change: avrebbe potuto scriverle Tom Petty, che però poi si sarebbe ben guardato dal renderle così bombastiche.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.438, gennaio 2022.

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2021: il meglio del resto

16) Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp – We’re OK. But We’re Lost Anyway (Les Disques Bongo Joe)

17) Sault – Nine (Forever Living Originals)

18) Joan As Police Woman, Dave Okumu & Tony Allen – The Solution Is Restless (PIAS)

19) Daniel Lanois – Heavy Sun (eOne)

20) Valerie June – The Moon And Stars: Prescription For Dreamers (Fantasy)

21) Yola – Stand For Myself (Easy Eye Sound)

22) Sons Of Kemet – Black To The Future (Impulse!)

23) Mdou Moctar – Afrique victime (Matador)

24) Shame – Drunk Tank Pink (Dead Oceans)

25) Tropical Fuck Storm – Deep States (Joyful Noise)

26) Goodspeed You! Black Emperor – G_d’s Pee At State’s End (Constellation)

27) Arab Strap – As Days Get Dark (Rock Action)

28) Del Amitri – Fatal Mistakes (Cooking Vinyl)

29) David Crosby – For Free (BMG)

30) Lindsey Buckingham – Lindsey Buckingham (Reprise)

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I migliori album del 2021 (1): black midi – Cavalcade (Rough Trade)

Lo avevano promesso quando “Schlagenheim” – uno dei più eccitanti debutti degli anni ’10: capolavoro fatto e finito, altro che “acerbo ma promettente” come da cliché sovente sono pure gli esordi migliori – era nei negozi da pochi giorni: tempo due anni e saremo tutta un’altra cosa. Hanno mantenuto, con il paradossale esito che mentre l’universo mondo si spellava le mani applaudendolo (l’album era acclamato come uno dei dieci migliori del 2019 da “Mojo” come da “The Quietus” e dal “New York Times”) e loro se ne dichiaravano viceversa già insoddisfatti il successore è piaciuto agli autori, al sottoscritto e a ben pochi altri, recensioni in verità mediamente alquanto positive seguite però da una subitanea svalutazione e dalla peggiore delle condanne: l’oblio. È finito in pochissime liste di fine anno e quanto al pubblico, e al netto di un’ingenuità che ha impedito che venissero conteggiate le copie vendute dell’edizione in vinile nero, un numero 64 nella classifica UK. Come dire il nulla nell’anno in cui gli amici (ma amici sul serio e genuini estimatori: vagheggiano di incidere prima o poi qualcosa tutti assieme) Black Country, New Road andavano con “For The First Time” al numero 4. Un disastro, un suicidio. Un trionfo, artisticamente.

La grande differenza fra il primo e il secondo black midi sta nel manico. Quello nasceva in studio come frutto di jam furiose cui solo l’eccezionale valenza di strumentisti dei quattro ragazzi e un’intesa telepatica impediva di deragliare. Questo i tre (vittima nel frattempo di un esaurimento nervoso, il chitarrista Matt Kwasniewski-Kelvin ha offerto un apporto alle fasi preparatorie ma non ha poi partecipato alle registrazioni e chissà se tornerà in squadra o lo abbiamo già perso) lo hanno scrupolosamente pianificato, facendosi poi dare una mano in sala di incisione da un tastierista e da un sassofonista che li avevano affiancati in tour. Al tempo dell’uscita annotai che rispetto a “Schlagenheim” più che superiore “Cavalcade” è diverso. Molti ascolti dopo mi scopro completamente d’accordo con me stesso a metà: diverso sì, superiore anche. Se il predecessore era un ossimoro di monolite perennemente cangiante il seguito può essere detto una suite e d’altronde “progressive” non è mai stato una parolaccia applicato a questo gruppo essendo i referenti nell’ambito i più nobili: i King Crimson da subito, i Van Der Graaf Generator soprattutto ora che c’è pure un sax. Un filo nero tutt’altro che invisibile lega una Intro minimale (aggettivo che mai si sarebbe pensato di potere accostare ai Londinesi), sinuosa e rombante alla conclusiva Ascending Forth, gemma abbacinante e insieme oscura (altra congiura di opposti) di avant-folk in transito dal pacificato al solenne e per il tempo di qualche battuta un valzer, addirittura. Fungono da fantasmagorico tramite una John L che nel titolo cita gli Ash Ra Tempel o i P.I.L., o entrambi, e nello spartito si inventa (immagina, puoi) dei Fall non digiuni di fusion, la ballata elettroacustica pregna di jazz Marlene Dietrich, una Chondromalacia Patella (mi viene in soccorso Wikipedia: è un’infiammazione delle cartilagini del ginocchio) ipotesi di Primus con Robert Fripp in squadra e la sua appendice Slow. E ancora: l’estatica, onirica, cinematografica Diamond Stuff; la scottwalkeriana (quasi ogni Scott Walker possibile più uno inaudito: into the groove) Dethroned; una Hogwash And Balderdash che con il suo moto perpetuo unica si riallaccia al debutto facendone fulminea (2’32”) sintesi. Alla fine una certezza: nessuno ha mai suonato esattamente così.

Pubblicato lo scorso 28 maggio, “Cavalcade” era stato però registrato fra giugno e agosto dell’anno prima. Il migliore album del 2021 di VMO è in realtà un disco del 2020. Chissà dove si trovano i black midi, cosa si stanno inventando ora che si è fatto il 2022.

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I migliori album del 2021 (2): Damon Albarn – The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows (Transgressive)

I Blur non danno notizie dal 2015 ma, per quanto i due dischi pubblicati in questo secolo siano degne aggiunte a un catalogo eccezionale, un eventuale riaffacciarsi alla ribalta sarebbe più esercizio di vanità (scommessa sul settimo numero uno consecutivo nella classifica UK degli album) che un fare di improbabile urgenza creativa virtù: appartengono ai ’90, li rappresentano come pochi (in patria nessuno), riposino in pace. Sul progetto The Good, The Bad & The Queen potrebbe avere posto una pietra tombale ahinoi non metaforica la dipartita di Tony Allen. Con i Gorillaz ridotti sul serio a un cartone animato non ci resta che Damon Albarn, il cui primo vero lavoro da solista, “Everyday Robots“, era più datato (2014) dell’ultimo Blur. A giudicare dal secondo, possiamo felicemente farcelo bastare.

Chissà quanto sarebbe risultato diverso, senza la pandemia, “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows”. Era stato pensato come pièce orchestrale ispirata dagli aspri paesaggi di quella Islanda che da un po’ di tempo (strano approdo per uno che cominciava a deviare dal Britpop innamorandosi riamato del Mali) il nostro uomo chiama casa, ma il covid ha fatto sparire l’orchestra. Sono rimasti i paesaggi e una quantità di strumentisti, qualcuno dei quali ha potuto offrire il suo apporto in presenza mentre altri hanno contribuito da remoto. Da remoto a remoto, si potrebbe dire. Il Damon demiurgo li ha usati come un pittore colori e pennelli, ivi compresi (mia impressione) i tre accreditati come co-autori di questa e quella traccia fino a giungere a un totale di nove su undici: Simon Tong e Mike Smith, collaboratori di lungo corso, e André de Ridder, uno importante nella classica e fra i non molti a proprio agio con le contaminazioni alto-basso. Magari perché persuaso che alto e basso possano talvolta confondersi fino a farsi indistinguibili, della qual cosa non ho ascoltato nel 2021 dimostrazione più eloquente di questo disco. Opera per un verso circolare, per un altro in perfetta e dunque non perfettibile progressione – da un brano inaugurale e omonimo la cui struttura emerge come da un sollevarsi di nebbia mattutina mantenendo tuttavia fino in fondo un che di impalpabile a Particles, ballata confidenziale in moviola con il pathos del Nick Cave odierno e la memorabilità dell’antico – e a cambiare un dettaglio, figurarsi la scaletta, se ne sciuperebbe irrimediabilmente la magia. L’unica, lontana eco di Blur risuona, dopo una The Cormorant che trasloca un redivivo Scott Walker nella Bristol dell’era aurea del downtempo, in Royal Morning Blue, che una ritmica fuori registro rispetto al resto rende sbarazzina appena prima che Combustion rimescoli tutto mandando in incongrua quanto sublime collisione Jon Hassel con dei Killing Joke (degli altri che l’Islanda la frequentarono) votati al free. Al netto di una Esja più Fennesz che Brian Eno, è l’unico episodio ansiogeno, e il più ispido, laddove giusto in mezzo ai due Daft Wader e il valzer Darkness To Light chiariscono quale sia il solo plausibile antecedente (chissà se un’ispirazione) di “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows”: “Rock Bottom” di Robert Wyatt. Da costui, non si fosse ritirato (da Leonard Cohen, non ci avesse lasciato), sarebbe bello ascoltare The Tower Of Montevideo, capolavoro dentro un capolavoro di jazz traslato in un Sudamerica dell’anima, altro che fiordi e geyser. Che resta? Il Satie svagato di Giraffe Trumpet Sea come introduzione all’Eno che ti aspetteresti di conseguenza ambient e invece no, è quello delle canzoni, di Polaris.

Com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire, cantava Battiato. Qui Albarn rovescia in riflessione intimista uno sguardo spalancato su orizzonti nei quali l’uomo si perde, microscopica, semi-invisibile macchia sullo smisurato foglio bianco dell’eternità.

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I migliori album del 2021 (3): Little Simz – Sometimes I Might Be Introvert (Age 101/AWAL)

Sarà probabilmente un po’ anche colpa mia se l’hip hop a un certo punto ha preso ad annoiarmi – non l’hip hop in genere: quello odierno – e ho dunque smesso di seguirlo con l’attenzione dedicatagli per un quarto di secolo. E dovessero chiedermi che salvo, cosa ritengo indispensabile degli anni ’10 interi mi verrebbe in mente solo “To Pimp A Butterfly” di Kendrick Lamar, che sarebbe stato probabilmente il mio album del 2015 se a fine 2015 non mi fossi dovuto dedicare a ben altro che compilare playlist. Oltre a “We Got It From Here…” degli A Tribe Called Quest (che poi si sono sciolti) e “Elephants On Acid” dei Cypress Hill, gli uni e gli altri però dei veterani e si sa che certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Sarà probabilmente un po’ anche colpa mia, dicevo, perché di sicuro mi sono perso dei dischi interessanti, dei capolavori non credo e comunque la vita è breve e a un certo punto devi fare delle scelte. Così l’album prima di questo della londinese di origini nigeriane Simbiatu Abisola Abiola Ajikawo, in arte Little Simz, “Grey Area”, l’ho ascoltato con quasi tre anni di ritardo e dire che lo candidarono al Mercury Prize (che non vinse), agli Ivor Novello Awards (quello se lo portò a casa) e che il “New Musical Express” (che però non conta più un cazzo, dai) lo proclamò migliore disco britannico del 2019. Mi è sembrato bello assai e se all’epoca non mi fosse sfuggito almeno una segnalazione su VMO se la sarebbe guadagnata. “Sometimes I Might Be Introvert” l’ho ascoltato con tre mesi di ritardo e siccome è uscito lo scorso settembre in tempo utile per questa lista. A conquistarmi ha impiegato 1’07” dei 65’12” che dura: il tempo che ci mette la ragazza a entrare in scena in Introvert dopo una ouverture fra il marziale, l’operatico e la fanfara che mai di aspetteresti in un disco catalogato alla voce “hip hop”. L’eleganza, l’imperiosità della voce mi hanno subito avvinto e quando in trame densissime a 2’00” si è fatto largo il soul mi era già chiaro di essermi infilato in un loop senza ritorno. Vale a dire che avrei ascoltato e riascoltato. A ogni passaggio l’album ha scalato qualche posizione nella mia classifica di gradimento AD 2021 ed eccoci qua.

La forza di “Sometimes I Might Be An Introvert” è il suo sapere mantenere la tensione lungo una durata di altri tempi, quelli del CD, non di Spotify. Di porgersi come un (capo)lavoro che per un verso è indispensabile fruire come assieme, ciascuna delle diciannove tracce che lo compongono che si inserisce armoniosamente nel flusso creato dalla precedente e al centro un’artefice che si fa così attrice protagonista (lei che è anche attrice e pure di vaglia e successo) di quello che si può tranquillamente etichettare come un concept in forma di musical. Ma nel contempo: disco zeppo di canzoni strepitose che puoi estrapolare senza che nulla perdano venendo tolte dal contesto e anzi il contrario, ciascuna un classico a sé stante. Si tratti di una Two Worlds Apart che in un album tutto suonato unica si affida a un campionamento (di Smokey Robinson) ed è scheggia di epopea Native Tongues o di una I Love You, I Hate You che va ben più a ritroso, immergendosi in piena era blaxploitation; di una Little Q frazionata in due parti che ci ricorda di quando Kanye West era un genio e non un caso umano o di una Standing Ovation che oggi Jay-Z ucciderebbe per scrivere un pezzo così; dell’incursione di modernità rappresentata dallo schietto grime di Rollin’ Stone, dello scoppiettante errebì inconsultamente a braccetto con il synth-pop di Protect My Energy o di due pezzi afrobeat favolosi quali Point And Kill  e Fear No Man.

Dal disco sono stati tratti cinque singoli. Mi domando perché non I See You, di gran lunga il brano più commerciale in scaletta. E poi mi do una risposta.

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