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I migliori album del 2018 (9): Anna Calvi – Hunter (Domino)

Fanciulla prodigio certamente no, Anna Calvi, visto che esordiva discograficamente con un singolo nell’ottobre 2010 avendo festeggiato da qualche settimana il trentesimo compleanno. L’omonimo debutto in lungo arrivava nei negozi qualche mese dopo e il seguito “One Breath” si faceva aspettare oltre due anni e mezzo. Nulla rispetto all’attesa, a momenti cinque anni, per “Hunter” e insomma che costei non sia nemmeno una stakanovista è evidente. Dopo di che ci si può interrogare al riguardo: mera pigrizia o un processo creativo lento sposato a un perfezionismo spinto? Scrive tanto e di quel tanto scarta moltissimo o scrive poco rifinendo poi all’infinito? Questioni comunque in fondo oziose per il critico come per il semplice appassionato e la vera domanda è: tutto questo farsi desiderare risulta alla resa dei conti giustificato?

Recensendo proprio per questo blog il lontano predecessore (chi è interessato può leggerne qui) me la prendevo con l’hype inizialmente enorme intorno al “caso Anna Calvi” (soprattutto, contestavo la surreale definizione che ne veniva data di “giovane artista”), ma quanto all’album in sé di riserve ne avanzavo poche: promosso. “Hunter” è parecchio meglio, secondo me. Per “Hunter” sì che qualche iperbole si può spenderla e senza remore mi accodo a chi già lo ha fatto (non ricordo playlist di un qualche rilievo in cui, quando non altissimo, non abbia minimo fatto capolino). L’intensità è maggiore (come se, laddove un tempo ci si concedeva la recita, oggi si strappassero sempre morsi dalla carne viva) e parimenti è salita la qualità di testi e spartiti. Mentre permane la capacità che già c’era di creare un percorso musicale/emozionale imperfettibile: non vedo come si potrebbero sistemare diversamente queste dieci canzoni senza sciupare irrimediabilmente l’assieme. Si parte con la ritmica funk sotto la voce fintamente svagata di una As A Man quindi ceduta in prestito a un coretto pop e ad archi magniloquenti e ci si congeda con una Eden sospesa, di atmosfera, che davvero è come scorressero dei titoli di coda, in cinemascope. E questo subito dopo la delicatissima ballata folk Away, dove Anna si porge solitaria e “unplugged” e tenera, in totale contrasto rispetto a quasi tutto quanto si è ascoltato prima: tipo i turgori Arcade Fire della traccia omonima o una Don’t Beat The Girl Out Of My Boy che scaccia un sentore di jazz con un ascendere vocale che è urlo e furore alla Diamanda Galas; una Indies Or Paradise tanto rock da rasentare l’hard’n’heavy e una Swimming Pool che parte flamencata; la new wave gotica alla Siouxsie di Alpha, il trasparente omaggio a Bowie di Chain, l’alternarsi di estasi e precipizi in vortici che tolgono il fiato di Wish.

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I migliori album del 2018 (10): Idles – Joy As An Act Of Resistance (Partisan)

Mark E. Smith ci ha lasciati ma vive e anche quest’anno nella lista di VMO fa la sua porca figura un disco che ai Fall deve un bel po’. Per il 2017 toccava ai Protomartyr e un sorriso mi si allarga indulgente sulle labbra nel momento in cui mi imbatto in un (evidentemente giovin; o almeno spero) recensore che paragona Joe Talbot, del gruppo di Bristol, a Joe Casey, di quello di Detroit. Saltando un passaggio e non credo che sia perché, per quanto risultino innegabili le affinità a chi ha orecchie per intendere e con quelle orecchie di dischi ne ha ascoltati un tot, non meno lampanti sono i tratti che distinguono gli Idles, e il loro leader, dai Mancuniani. Più schiettamente punk nell’accezione puramente musicale del termine, questi ragazzi al secondo album dopo quel “Brutalism” che, se solo non lo avessi ascoltato in ritardo, si sarebbe guadagnato anch’esso un posto nella lista prima di questa, per quanto nelle posizioni di rincalzo. Probabilmente digiuni di krautrock e di Captain Beefheart come di Peter Hammill quasi per certo ne sapranno, al più, per sentito dire. E poi – sarà forse soltanto questione di anni e allora riparliamone nel 2029 se ci saranno, se ci saremo; oppure di un’attitudine nei confronti della vita prodotto di una diversa sensibilità – Talbot non è l’instancabile fustigatore, il Moralista, che fu Mark E. Può cedere – e spesso e volentieri lo fa – al sarcasmo, ma lo sguardo che volge alle umane genti permane, di fondo, empatico. Non sanguiniamo tutti, se ci pungono? Non ridiamo, se ci fanno il solletico? Gli fosse capitata una simile disgrazia, dubito che il fu leader dei Fall avrebbe scritto una canzone per raccontare di una figlia nata (il più orribile degli ossimori) morta. È l’argomento di una June singolarmente sospesa e storta ed è un pezzo che non c’è bisogno di sapere di cosa parli per sorprendersi inquieti e immalinconiti. Io lo ignoravo, ai primi ascolti.

A parte il brano citato, e i depistanti primi 1’30” lamentosi (quando più avanti sarà pura innodia) dell’iniziale Colossus, e poco altro: un tripudio di tamburi guerrieri, chitarre affilate, voce dal petulante al declamante. Nel percorso che porta al conclusivo sfaldarsi di una Rottweiler invero adeguata al titolo, si elevano dall’alta media – secondo me – una Never Fight A Man With A Perm sull’orlo del grind, una Danny Nedelko che nel contesto suona pop, una Television dove i Fall incontrano (scusate la rima) i concittadini Joy Division. E Cry To Me: un Solomon Burke riletto come avrebbero potuto i Birthday Party.

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I migliori album del 2018 (11): Cypress Hill – Elephants On Acid (BMG)

A farsi aspettare troppo può capitare che il mondo si dimentichi di te e questo sembrerebbe essere capitato ai Cypress Hill, all’esordio per una BMG evidentemente convinta che fosse ancora spendibile un nome che negli anni ’90, e in particolare nella prima metà (“Black Sunday”, secondo album nonché capolavoro della posse losangelena, nel 1993 era un numero 1 USA), muoveva milioni di copie. Magari pensavano pure che gli otto anni di attesa seguiti a “Rise Up”, unico lavoro su EMI dopo sette e svariate raccolte per la Columbia, avessero scaldato a dovere un pubblico che invece, a quanto pare, non c’è più. Se il lontano predecessore era comunque entrato nei Top 20 di “Billboard”, “Elephants On Acid” si è fermato esattamente cento posizioni più giù e, ad appena un mese dall’uscita, addirittura già è fuori dai Top 200. E se vi dicessi che è la cosa migliore pubblicata da costoro dal 1995, quando davano alle stampe “Temples Of Boom”? Ve lo dico. Dopo un primo ascolto che mi ha lasciato a bocca aperta, un secondo che mi ha confermato che non stavo prendendo un abbaglio, un terzo che, se possibile, ha anche accresciuto l’entusiasmo, un quarto che…

È un discone che funziona come assieme, trip ultralisergico come da titolo – mai stati così psichedelici i Cypress Hill, il loro funk possente, torpido e innervato di latinismi disposto piuttosto a commerci con l’hard – dalla cui trama legata da innumerevoli interludi emergono nondimeno alcuni brani di incisività clamorosa. Subito Band Of Gypsies, delirio arabeggiante a un passo dal raï, più avanti una Oh Na Na che è il più sfacciato e giocoso inno alla marijuana che sia sentito dai tempi dei Fugs, una petulantissima Locos, una Reefer Man innervata di soul. Davvero non mi capacito che il mondo sia rimasto indifferente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.404, dicembre 2018.

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I migliori album del 2018 (12): Mitski – Be The Cowboy (Dead Oceans)

Madre nipponica, padre statunitense, la ventisettenne Mitski Miyawaki chiede riservatezza sul lavoro di quest’ultimo, che è la ragione per cui è cresciuta cambiando spesso, oltre che casa, paese (tredici!) e continente (quattro). Interessante comunque sapere che costui nutre una grande passione per il folk e che la figlia veniva su circondata dalle raccolte degli Smithsonian Recordings così come dai CD di pop giapponese della mamma. Stabilitasi a New York si iscriveva al conservatorio, dove studiava composizione, e fra il 2012 e il 2013 concepiva i primi due album – autoprodotti e disponibili soltanto come download, tant’è che vi è chi conta come esordio il successivo, del 2014, “Bury Me At Makeout Creek” – come tesine scolastiche. Il primo è un lavoro pianistico, il secondo orchestrale. Cominciando a fare dischi “veri” Mitski sceglieva la chitarra, sceglieva il rock. Notevole l’impatto due anni fa di “Puberty 2”, apprezzabili le vendite, plaudente la critica. “Be The Cowboy” già sta facendo meglio, più di qualcuno azzarda che sia nata una stella ed è facile pronosticare che il terzo o quinto album della ragazza sarà a fine anno in molte playlist. Con merito.

Sono solo 32’28” ma davvero zeppi di idee e sorprese, a cominciare da uno spostamento verso lidi più pop, complice la riscoperta da parte dell’artefice delle tastiere. Per quanto ad esempio in A Pearl la chitarra elettrica morda e Remember My Name paia un memento che chi l’ha scritta è stata in tour con i Pixies. Se pure l’iniziale Geyser esibisce tratti abrasivi, Why Didn’t You Stop Me? declina invece synth-pop da manuale; se Lonesome Love profuma di country, Nobody e Washing Machine Heart puntano il dancefloor. Meraviglioso poi il romantico folk da camera della conclusiva Two Slow Dancers.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.403, novembre 2018.

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I migliori album del 2018 (13): Daniel Blumberg – Minus (Mute)

Quante vite ha vissuto il londinese Daniel Blumberg per non avere che ventotto anni, che erano appena diciotto quando i Cajun Dance Party erano una delle sensazioni indie britanniche con il loro energico pop alla Belle & Sebastian e ventuno quando gli Yuck si accodavano al revival shoegaze con grinta e scrittura bastanti a non farli dire meri epigoni. Che il giovanotto, che li aveva fondati insieme a un altro transfuga dalla precedente formazione, Max Bloom, ne fosse il perno e l’anima era eloquentemente chiarito dal calo qualitativo vistoso che marcava, rispetto all’omonimo e brillante esordio del 2011, il successivo di due anni e deludente “Glow & Behold”, realizzato dopo che il Nostro già aveva lasciato la compagnia e aggiunto al curriculum una raccolta di ballate pianistiche a nome Oupa. In effetti il suo primo progetto da solista, seguito a breve da un secondo chiamato Hebronix, dove si rimetteva a tracolla chitarre tanto acustiche che elettriche. Produzione firmata da Neil Michael Hagerty, fu Royal Trux, ed echi evidenti di Neil Young un po’ ovunque nel debutto rimasto senza un seguito “Unreal”. Svolta successiva che più radicale sarebbe arduo immaginare: come un ingresso in clandestinità, con un darsi all’improv con serate al Cafe Oto insieme al collettivo che lì fa base e un paio di carbonare uscite in coppia, come GUO, con il sassofonista Seymour Wright. Nel mentre si impegnava sul fronte delle arti figurative, del disegno in particolare, riscuotendo consensi notevoli, addirittura ritrovandosi con delle opere esposte da Christies. Musica accantonata per una carriera di almeno pari soddisfazioni e più remunerativa? Macché.

All’inizio dello scorso marzo la Mute, che sin dal 2015 ne deteneva le edizioni, annunciava di avere posto Blumberg sotto contratto. Registrato in cinque giorni con la prestigiosa regia di Peter Walsh, un contrabbassista e un duo d’archi del giro Oto, il sassofonista dianzi menzionato e Jim White dei Dirty Three alla batteria, “Minus” ha visto la luce (poca) in maggio. Nel frattempo, l’autore si era fatto mollare dalla fidanzata storica e aveva subito un ricovero in una clinica per malattie mentali. Che da questi sette brani che sfilano in tre insieme lineari e aggrovigliati quarti d’ora saettino frecce di inquietudine che colpiscono al cuore non meno delle melodie insidiose, ci sta.

Se solo volesse, Daniel Blumberg potrebbe diventare una star. Parlano chiaro in tal senso la pianistica The Fuse, che prima di arrendersi a una chitarra elettrica ustionante evoca l’Elton John maggiore, e la ballata fra country, blues e valzer Stacked, quasi una scheggia di Neil Young circa “Harvest”. Non fosse che le separano i 12’33” di Madder, stralunata epopea dal rarefatto al tambureggiante che prova un paio di volte a farsi canzone prima di letteralmente disfarsi, rovinosamente. Prima: una traccia omonima di gusto coheniano e ossessività struggente. Dopo: il cigolante carillon folk Permanent; il pop da camera e da cameretta The Bomb; la corale liturgica dal Vangelo secondo King Ink Used To Be Older. Daniel Blumberg potrebbe diventare una star, non fosse più interessato a farsi e farci il cuore a pezzi e poi ricucirlo, sangue che cola nei solchi.

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I migliori album del 2018 (14): Fantastic Negrito – Please Don’t Be Dead (Cooking Vinyl)

Non portava bene, all’uomo nato Xavier Amin Dphrepaulezz (un minuto di silenzio per l’impiegato dell’anagrafe), “The X Factor”. Che nel suo caso non era però un format televisivo all’epoca ancora a venire, bensì il titolo dell’album con cui ventottenne esordiva, nel 1996, per un’etichetta di peso quale la Interscope. Di quel disco dall’artwork orrendo, e convenientemente uscito a nome Xavier e basta, non si accorgeva nessuno e l’autore si trovava a battagliare con l’etichetta per liberarsi da un contratto da cui poi veniva sciolto per una ragione buona ma pessima: vittima nel ’99 di un incidente stradale che lo ha sfigurato, restava tre settimane in coma. Di diversi mesi la successiva riabilitazione. Uscito dall’ospedale accantonava i sogni di gloria in ambito musicale e tornava a guadagnarsi la pagnotta come aveva sempre fatto prima di perdere la testa per il classico di Prince “Dirty Mind”: spacciando. Vita avventurosa, eh?

La faccio breve. Scatto di copertina e titolo che alludono all’incidente di cui sopra, “Please Don’t Be Dead” è il terzo capitolo di una carriera ricominciata con un secondo “debutto” (omonimo) a nome Fantastic Negrito nel 2014 e che ha raggiunto l’apice con il Grammy come “Best Contemporary Blues Album” con il successivo, del 2016, “The Last Days Of Oakland”. Opera dal potenziale pazzesco sin da una Plastic Hamburgers che la apre deflagrando zeppelliniana. Il prosieguo offre altre dieci canzoni perfette per fare del nostro eroe un nuovo Lenny Kravitz: fra gospel laici (Bad Guy Necessity) e bluesoni (A Letter To Fear), escursioni in Africa (A Boy Named Andrew) e ipotesi di Black Keys in trip psichedelico (The Suit That Won’t Come Off), sontuose ballate alla Bill Withers (Dark Windows) e inni funkadelici (Bullshit Anthem).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.401, settembre 2018.

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I migliori album del 2018 (15): Shemekia Copeland – America’s Child (Alligator)

Escluderei che sia la suggestione derivante dall’avere appena appreso della dipartita di Aretha Franklin a farmi pensare, nel torrido pomeriggio agostano in cui ascolto per la prima volta il nuovo Shemekia Copeland, che costei abbia confezionato una novella Respect, o quasi, a poco più di mezzo secolo dalla prima. Che resta naturalmente epocale come in nessun modo nessuna canzone potrebbe risultare oggi. Inimitabile e impareggiabile. E tuttavia, trasformando l’inno giovanile e giovanilista dei Kinks I’m Not Like Everybody Else, da sfrontato rock sull’orlo del garage che era, in un blues strascicato, Shemekia fa esattamente ciò che fece Lady Soul impadronendosi di un brano che già era un capolavoro nella versione di Otis Redding: lo rende un manifesto di orgoglio femminista e, va da sé, razziale. Basterebbe già a fare consigliare il nono lavoro in studio, in vent’anni, di questa non ancora quarantenne figlia d’arte ed ecco, pure ciò (l’essere figlia d’arte) condivide la signora con la più grande vocalist della storia della black music, oltre all’avere cominciato a calcare i palcoscenici impubere.

E a proposito di papà Johnny, chitarrista superbo che toccava l’apice di una carriera e una vita troppo brevi, a ragione di un difetto cardiaco congenito, con un disco (“Showdown”, 1987) in trio con Albert Collins e Robert Cray: la sua progenie prediletta lo omaggia rileggendo una Promised Myself da marinaio e da Stax (riecco Otis…) di epoca aurea. Altro apice di un album di sentimento, classe e anche varietà formidabili: negli interstizi delle classiche dodici battute vi convivono elettriche dal fluido allo stentoreo, scorci di gospel, accenni di bluegrass, un duetto con John Prine (Great Rain) e a suggello una ninnananna (Go To Sleepy Little Baby) sporta a cappella.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.402, ottobre 2018.

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