Archivi categoria: dischi dell’anno

I migliori album del 2020 (10): Khruangbin – Mordechai (Dead Oceans)

Se mai è esistito un altro gruppo capace di racchiudere in sé e rappresentare al meglio le possibilità immani del meticciato in musica alla maniera di questo trio formatosi nel 2009 a Houston, ebbene, per quanto ci abbia riflettuto il recensore non ne serba memoria. Internazionalisti, il chitarrista Mark Speer, la bassista Laura Lee e il batterista Donald “DJ” Johnson, sin dalla scelta di un nome ─ dal thailandese per “aeroplano” ─ che oggi a dire il vero un po’ rimpiangono perché di grafia e pronuncia (quella corretta dovrebbe essere “crungbin”) difficili. Non dovrebbero preoccuparsene. Proprio quest’album, il loro terzo e il primo non puramente strumentale (a cantare è perlopiù, accentuando un piglio già da femme fatale, Laura Lee), potrebbe farne delle superstar. D’altronde: era forse iscritto nel destino di chi frequentò la stessa chiesa di Beyoncé e Solange.

“Mordechai” si mette alle spalle i pur fascinosi particolarismi dei pur ottimi “The Universe Smiles Upon You” (2015) e “Con todo el mundo” (2018) facendo amalgama come mai prima e mai in maniera tanto seducente di influenze che vanno dal thai-rock (!) degli anni ’60 e ’70 al reggae passando per il pop iraniano (!!!) e le colonne sonore degli spaghetti western, per soul, funk e rhythm’n’blues vintage come per la psichedelia, l’afrobeat e la highlife, il cosmic jazz, la cumbia. In genere languidi i Khruangbin ma sempre con un senso del groove, irresistibile per dire la schietta disco di Time (You And I), invincibile. Evocano Roy Ayers in First Class e Gainsbourg in Connaissais de face, viaggiano dalla Colombia di Pelota alla Giamaica di One To Remember per approdare in Shida a un Oriente dell’anima. Il brano-chiave è Father Bird, Mother Bird: potrebbe essere la loro Samba pa ti.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, dischi dell'anno, recensioni

I migliori album del 2020 (11): Algiers – There Is No Year (Matador)

Nonostante sia inevitabilmente venuto meno l’effetto sorpresa, gli Algiers continuano a suonare come nessun altro complesso al mondo. Cambiando radicalmente le modalità di costruzione di un lavoro ─ l’omonimo debutto del 2015 messo assieme dagli allora tre componenti del gruppo scambiandosi per mesi di fila file cui ciascuno aggiungeva qualcosa a ogni passaggio; il seguito del 2017 “The Underside Of Power” registrato nei momenti di pausa di un lungo tour; questo inciso in tre diversi studi newyorkesi ma nell’arco di due settimane appena, operando concentrati e come mai prima d’ora, eccetto che dal vivo, come una band convenzionale ─ non muta il risultato: un sound che resta unico e inconfondibile pur rimodellandosi costantemente con piccole aggiunte, per approssimazioni. “Connubio fra le radici più remote della musica afromericana (…) e la lezione di una new wave giunta (…) a preconizzare quello che tre buoni lustri dopo verrà chiamato post-rock” che ha poi saputo osare ulteriormente, innervandosi “di incubotico, dissonante prog” o arrivando a incrociare Suicide e Temptations così come a reinventare i Depeche Mode, notoriamente dei cultori della compagine di Atlanta.

Titolo involontariamente quanto sinistramente preveggente, uscito all’alba dell’anno più incredibile toccatoci in sorte in questo secolo che sfida a inventarsi distopie più incredibili della realtà stessa, “There Is No Year” si concede l’unico guizzo convenzionalmente rock giusto in dirittura d’arrivo (nella versione in CD; quella in vinile sistema il brano su un 7” a parte), con l’assalto hardcore di Void. Prima del quale la banda dei quattro si produce fra il resto in cerimonie liturgiche in chiese abitate da fantasmi in ogni senso gotici (Dispossession), cavalcate sintetiche con tratti industrial (Hour Of The Furnaces), post-blues fra l’inacidato e il sulfureo, il sacrale e il dissonante (Losing Is Ours), errebì sul limitare della disco (Unoccupied), techno-pop annerito (Chaka), ambient-soul (Wait For The Sound), fosche ballate su beat sincopati (We Can’t Be Found) o marziali (Nothing Bloomed). Laddove la traccia omonima aveva di nuovo tirato fuori dal bagaglio dei trucchi dei Suicide rimodellati black e più avanti si sottopongono ad analogo maquillage i Radiohead (Repeating Night). Per non essere più così sorprendenti, gli Algiers sanno ancora come si fa a stupire.

1 Commento

Archiviato in dischi dell'anno, recensioni

I migliori album del 2020 (12): Porridge Radio – Every Bad (Secretly Canadian)

La nuova PJ Harvey? È talmente forte la personalità di Dana Margolin, attorno alla quale questo quartetto quasi tutto al femminile ha preso corpo dopo che l’autrice, cantante e chitarrista di Brighton già aveva registrato dei demo da sola, che qualunque paragone pare sminuente. E tuttavia un po’ sì: indirizzano in tal direzione una voce capace di sedurre ma più spesso aspra e ruggente, musiche dinamiche quanto spigolose con un retrogusto folk e insieme echi al pari forti di post-punk e Magic Band via Pavement, liriche femministe non didascalicamente. Dopodiché, sono passati quasi trent’anni da quando Polly Jean si affacciava alla ribalta, il mondo è cambiato, quell’impatto non è replicabile nel contesto odierno e non c’è recensione esaltata di un “New Musical Express” (cinque stellette) che tenga quando il settimanale che per decenni ha formato i gusti dei giovani britannici manco va più in edicola, è un sito come tanti e meno autorevole di diversi che sul web ci sono nati. La Harvey veniva eletta subito a personaggio, Dana difficilmente si troverà sui tabloid, con ogni probabilità i Porridge Radio rimarranno appannaggio della stampa specializzata, al più analizzati sulle pagine culturali di chi ha la fortuna di avere giornali le cui pagine culturali trattano la popular music con la stessa attenzione di letteratura e cinema.

“Every Bad” per la band è il secondo album ma è tanto marcato lo scarto qualitativo rispetto a un esordio datato 2016 di cui peraltro nessuno si accorse che si può considerarlo un debutto. E che debutto! Denso e articolato, trascinante, stordente a volte fino al fastidio e vi sfido a non abbassare il volume giunti al cacofonico finale di Lilac. Salvo subito rialzarlo incantati dall’attacco (depistante, vi accorgerete) a passo di valzer di Circling. A seguire: il solo tocco di “modernità”, nel senso deteriore del termine, rappresentato dall’autotune nella sospesa e stridula (Something) e il rilassato tambureggiare sotto tastiera solenne con conclusiva impennata tribale di Homecoming Song. In precedenza, da citare ancora almeno Born Confused, che inaugura avanzando a strappi e stabilendo il tono dell’intero lavoro, l’alternarsi fra cantilenare folky e un procedere da bulldozer di una Sweet ben poco “sweet” (più avanti, una Pop Song per niente pop), una Don’t Ask Me Twice di guerriera oscurità quasi Killing Joke e infine Give/Take: la più new wave del lotto, ma senza uno stereotipo che sia uno alle viste.

Pubblicato per la prima volta in una versione più breve su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, dischi dell'anno, recensioni

I migliori album del 2020 (13): Fantastic Negrito – Have You Lost Your Mind Yet? (Cooking Vinyl)

Non c’è due senza tre? Vedremo. Per intanto dopo che i due dischi precedenti di costui, “The Last Days Of Oakland” e “Please Don’t Be Dead” (2016 e 2018, rispettivamente), erano stati l’uno e l’altro candidati ai Grammy nella categoria “Best Contemporary Blues Album” ed entrambi si erano portati a casa l’ambito riconoscimento, pure “Have You Lost Your Mind Yet?” figura nella cinquina del 2021. E nel frattempo l’uomo nato Xavier Amin Dphrepaulezz già si è tolto la soddisfazione di andare in agosto al numero 1 della classifica di “Billboard”, che a meno che tu non sia uno di quella decina di nomi che vendono istantaneamente alcuni milioni di copie di qualunque loro nuova uscita non significa nemmeno lontanamente, in termini di introiti, ciò che rappresentava ancora agli inizi dello scorso decennio, ma è pur sempre una bella soddisfazione. Se Fantastic Negrito si fosse affacciato alla ribalta (in realtà ci provava, ma gli andava malissimo) intorno alla metà dei ’90 invece che (con la sua nuova identità) nel 2014, Lenny Kravitz (appena quattro anni più anziano) si sarebbe ritrovato con un concorrente assai tosto, ma tant’è. Meglio tardi che mai, giusto?

Certo che i signori che decidono chi si disputerà i Grammy hanno una ben curiosa concezione del blues, per quanto “contemporary” (esiste anche la sezione “traditional”). Diciamo assai ampia, il che può starci e ci piace pure, no? Però, a intenderlo con il minimo sindacale di filologia, di tale stile musicale in “Have You Lost Your Mind Yet?” si rintracciano giusto i cinquantacinque secondi di uno Shigamaboo Blues di gusto arcaico, laddove in Your Sex Is Overrated si opta per l’elettricità, e in ogni caso la forma è quella della ballata hendrixiana (la chitarra solista che si fa a un certo punto ustionante) reimmaginata come avrebbe potuto Prince, e in King Frustration si ibrida con il funk piuttosto che con il rock. Si trova poi veramente di tutto nel resto di un programma inaugurato dall’incrocio James Brown/Sly Stone di Chocolate Samurai e suggellato dal crossover alla Living Colour Playtpus Dipster: dallo spiritual I’m So Happy I Cry a una All Up In My Space molto Stevie Wonder, transitando per una How Long? un po’ Eric Clapton, un po’ Santana e un po’ (di nuovo) Prince, per la rivisitazione (ospite lo stesso E-40) del classico hip hop Captain Save A Hoe (adesso Searching For Captain Save A Hoe), per una These Are My Friends che come niente fosse miscela gospel, pop e rap. Disco di straordinaria gradevolezza quanto di grande sostanza.

Lascia un commento

Archiviato in dischi dell'anno, recensioni

I migliori album del 2020 (14): Jeremy Ivey – Waiting Out The Storm (Anti-)

Sono la coppia più bella del mondo? Di sicuro una delle più artisticamente dotate e affiatate, se è vero come è vero che, dopo avere condiviso a lungo palchi, studi di registrazione e (avrete inteso) molto altro, con i Buffalo Clover, quando nel 2016 Margo Price inaugurava una fortunata carriera da solista (sponsor Jack White) con l’ottimo “Midwest Farmer’s Daughter” Jeremy Ivey si poneva al suo servizio come chitarrista, bassista, armonicista. Spesso co-autore, occasionalmente in cabina di regia. Ormai alta nel cielo di Nashville la stella della consorte, Ivey lo scorso anno ha debuttato pure lui in proprio con il pregevole “The Dream And The Dreamer”. Ci ha preso gusto e tredici mesi dopo gli dà un ancora più convincente seguito. Prodotto da Margo, la cui voce fa capolino più volte e che mette la firma accanto a quella del coniuge sotto due brani: l’iniziale Tomorrow People, una gemma di jingle-jangle sull’orlo del power pop; il pigro country-blues Someone Else’s Problem.

Così un anno iniziato malissimo (ammalatosi di covid, il nostro uomo si è ritrovato in terapia intensiva a più riprese, odissea durata diverse settimane) si conclude in gloria, con un disco che trasuda classicismo da ogni solco senza mai scadere nello stereotipo. Non si può negare che ciascuna di queste dieci canzoni procuri un dèjà vu: ballate come Movies e How It Was To Be potrebbero averle scritte rispettivamente Tom Petty (la cui ombra si allunga anche su White Shadow) e Neil Young, Hands Down In Your Pockets è un Bob Dylan sotto anfetamina (dunque circa 1965), Things Could Get Much Worse è da manuale del perfetto country-rock e così via. Ma la classe è straordinaria, vivacità e intensità incantano e travolgono.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

1 Commento

Archiviato in archivi, dischi dell'anno, recensioni

I migliori album del 2020 (15): A Girl Called Eddy – Been Around (Elefant)

Pseudonimo che presumibilmente omaggia i Waterboys di A Girl Called Johnny che a loro volta omaggiavano Patti Smith, Erin Moran (del New Jersey ma da tempo residente a Londra) come A Girl Called Eddy non dava notizie di sé da una vita. Dopo il bellissimo esordio omonimo del 2004 solo due volte si era riaffacciata alla ribalta in tal guisa: nel 2008 partecipando con una cover di Julia a un tributo al “White Album” dei Beatles allegato a “Mojo”; nel 2014 con un’intervista in cui annunciava di avere messo mano a un secondo album. E poi nel 2018 Erin pubblicava con Mehdi Zannad dei francesi Fugu e a nome The Last Detail un eponimo lavoro in cui il suo pop cameristico si fonde con quello un po’ downtempo e un po’ Stereolab del sodale. Ci credeva ancora qualcuno che sarebbe tornata come A Girl Called Eddy?

Eccola qui. Per un verso si può gioirne, ché è valsa la pena attendere. Per un altro non si può che rimanere sconcertati di fronte a un’artista insieme dalla cifra stilistica che più classica non si potrebbe e dal potenziale commerciale clamoroso che si fa desiderare tipo Kate Bush (spirito per certi versi affine) ma non avendo alle spalle il catalogo e la Storia di costei. La platea di “Been Around” sarà presumibilmente ristretta quando un brano come quello che lo inaugura e intitola potrebbe appartenere alla Carole King che vendeva dischi a milioni. Pochi eletti godranno di gemme quali Jody (i Prefab Sprout a un massimo di esultanza), Charity Shop Window (Brian Wilson che collabora con Burt Bacharach), Two Hearts (Jeff Lynne che si reinventa Ray Davies). Laddove Someone’s Gonna Break Your Heart deve essere una hit perduta dei Pretenders, Lucky Jack (20-1) rimanda a Rickie Lee Jones, Pale Blue Moon aspetta che qualcuno a Nashville la trasformi in oro.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, dischi dell'anno, recensioni

15 ristampe e antologie imperdibili uscite nel 2019

1) Prince – 1999 (NPG/Warner, 5CD+DVD/10LP+DVD)

2) Marvin Gaye – You’re The Man (Tamla, CD/2LP)

3) Prince – Originals (NPG/Warner, CD/2LP)

4) Peter Laughner – Peter Laughner (Smog Veil, 5CD/5LP+7”)

5) Gene Clark – No Other (4AD, 2CD/LP)

6) Professor Longhair – Live On The Queen Mary (Capitol, CD/LP)

7) James Brown – Live At Home With His Bad Self (Republic, CD/2LP)

8) Flamin’ Groovies – Gonna Rock Tonite! The Complete Recordings 1969-71 (Cherry Red, 3CD)

9) Television Personalities – Some Kind Of Happening (Singles 1978-1989) (Fire, 2CD/2LP+7”)

10) The Springfields – Singles 1986-1991 (Slumberland, CD/LP)

11) Jim Sullivan – Jim Sullivan (Light In The Attic, CD/LP)

12) Bobbi Humphrey – Blacks & Blues (Blue Note, LP)

13) Townes Van Zandt – Sky Blue (Fat Possum (CD/LP)

14) Lee Moses – How Much Longer Must I Wait? Singles & Rarities 1965-1972 (Future Days, CD/LP)

15) Norma Tanega – Walkin’ My Cat Named Dog (New Voice/Real Gone, LP)

6 commenti

Archiviato in dischi dell'anno

2019: il meglio del resto

16) Aldous Harding – Designer (4AD)

17) The Long Ryders – Psychedelic Country Soul (Cherry Red)

18) Swans – Leaving Meaning (Young God)

19) Vampire Weekend – Father Of The Bride (Columbia)

20) The Comet Is Coming – Trust In The Lifeforce Of The Deep Mystery (Impulse!)

21) Robert Forster – Inferno (Tapete)

22) Solange – When I Get Home (Columbia)

23) C’mon Tigre – Racines (BDC/!K7)

24) Devendra Banhart – Ma (Nonesuch)

25) Weyes Blood – Titanic Rising (Sub Pop)

26) Pere Ubu – The Long Goodbye (Cherry Red)

27) Kim Gordon – No Home Record (Matador)

28) The Dream Syndicate – These Times (Anti-)

29) Filthy Friends – Emerald Valley (Kill Rock Stars)

30) Peter Perrett – Humanworld (Domino)

20 commenti

Archiviato in dischi dell'anno

I migliori album del 2019 (1): Purple Mountains – Purple Mountains (Drag City)

Diversamente dalla telefonata di una vecchia pubblicità, una buona recensione evidentemente non allunga la vita. Neanche molte buone recensioni – collezione impressionante: le migliori di una carriera lunga formalmente un quarto di secolo ma in realtà interrottasi dieci anni prima dell’uscita di un disco che da ripartenza, com’era stato inteso fors’anche dall’autore, si è tragicamente trasformato in addio – hanno potuto. E chissà se David Berman ne ha letto qualcuna nei ventisei giorni trascorsi fra la pubblicazione dell’album e quando si è tolto la vita. Si è impiccato il 7 agosto scorso, tre giorni prima dell’inizio di un lungo tour americano (vi ricorda qualcuno?) cui avrebbe dovuto andarne dietro, fra febbraio e marzo di quest’anno, uno europeo. Deve essere stato l’impulso sfortunatamente irreversibile di un momento a indurre al gesto fatale chi ore prima, in un’intervista via e-mail, aveva scritto all’interlocutore di resilienza, mostrandosi a tratti scherzoso, concludendo addirittura pronosticando al giornalista, che gli aveva confessato soffrire di depressione, che certamente un bel giorno si sarebbe scoperto capace di essere di nuovo felice. “Che razza di sorpresa sarà, vedrai.” Già.

Sarò sincero. Ho in casa mezza discografia dei Silver Jews ma non ne sono mai stato un gran cultore. Ne recensii pure un paio di quei sei album, tiepidamente. Mi piacevano all’inizio, quando furono scambiati per una costola dei Pavement nonostante si fossero formati prima, e mi piacque (abbastanza) il congedo del 2008 “Lookout Mountain, Lookout Sea”: lontanissimo dallo sgangherato lo-fi degli esordi, una buona prova di cantautorato alt-country ma, insomma, i capolavori sono un’altra cosa. Tipo “Purple Mountains”, un esorcismo trasformatosi in testamento. Disco cui il nostro uomo lavorava sin dal 2014 (risale ad allora la stesura della torpida I Loved Being My Mother’s Son, in memoria della madre appena scomparsa) e ci aveva provato più volte a dargli forma, invano. Una versione con Dan Bejar dei Destroyer nel per lui inedito ruolo di produttore veniva accantonata e questo più o meno all’altezza (2016) dell’incisione di un album con i Black Mountain pure esso scartato. Giungevano in soccorso prima Stephen Malkmus, poi Jeff Tweedy, infine Dan Auerbach, e nemmeno con loro Berman trovava la quadra. A rivelarsi decisivo era l’incontro con Jeremy Earl e Jarvis Taveniere dei Woods e il resto è – sarà – Storia.

Perché che si sia in presenza di un classico è evidente sin dalle prime battute di That’s Just The Way That I Feel, honky tonk dove un organo chiesastico incongruamente e sublimemente pesa quanto il pianoforte tipico del genere. È mai parsa più seducente che in una orecchiabilissima All My Happiness Is Gone l’infelicità? È mai stato il naufragare fra gli oscuri marosi dell’esistenza più dolce che in Darkness And Cold? È o non è Snow Is Falling In Manhattan la più bella canzone che Leonard Cohen non ha scritto? È la quarta delle dieci tracce in scaletta e, conversando con Andrew Male di “Mojo”, l’autore sosteneva essere soddisfatto di quelle e basta. Quando Margaritas At The Mall, con i suoi fiati mariachi e tanto altro ancora che rimanda a Townes Van Zandt, una She’s Making Friends, I’m Turning Stranger degna del miglior Gram Parsons e la confidenziale Nights That Won’t Happen (che ne avrebbe fatto Sinatra!) se non appartengono appieno all’Ineffabile quantomeno bussano alla sua porta. Dopo una Storyline Fever sull’orlo dell’euforia (!) “Purple Mountains” saluta con la scintillante ballata Maybe I’m The Only One For Me: una lezione riguardo all’imparare ad amarsi di cui David Berman non ha saputo fare – purtroppo per lui e per noi – tesoro.

10 commenti

Archiviato in dischi dell'anno, recensioni

I migliori album del 2019 (2): Michael Kiwanuka – Kiwanuka (Polydor)

Quel pazzo criminale di Idi Amin qualcosa di buono ha fatto. Il dittatore ugandese costringeva i Kiwanuka a rifugiarsi in Gran Bretagna ed era a Londra, nel quartiere di Muswell Hill eternato negli annali del rock da un LP dei Kinks, che Michael vedeva la luce, nel 1987. Erano due band agli opposti quali Radiohead e Nirvana a farlo innamorare del rock, a fargli prendere in mano una chitarra scegliendo come palestra di apprendimento alcune cover band nel mentre studiava jazz, per un breve periodo, presso la Royal Academy Of Music. Provvedeva poi l’Otis Redding di (Sittin’ On) The Dock Of The Bay a instradarlo sulla via del soul e non tornerà più indietro, ma senza negarsi lo studio delle proprie radici africane e nel contempo del folk della patria adottiva. Notato da Paul Butler dei Bees e messo sotto contratto dall’etichetta dei Mumford & Sons, che gli pubblicava i primi due EP, si ritrovava nel suo primo vero tour a fare da spalla ad Adele, niente di meno, attirando l’attenzione mediatica che potete immaginare. Già famoso prima di debuttare in lungo nel 2012 con “Home Again”, lavoro accolto benissimo sia dal pubblico (un numero 4 UK) che dalla critica. Personalmente, pur trovandolo un bel disco gli imputo un difetto di personalità, devozione eccessiva per una serie di evidenti modelli. Meglio il successivo, del 2016 e di ancora maggiore successo (primo nel Regno Unito), “Love & Hate”, in cui restando accessibile quanto raffinato prendeva a sperimentare.

“Kiwanuka” è l’avventuroso album della maturità. Qui in cinquantuno minuti e quattordici tracce il nume tutelare Terry Callier gioca con certe colonne sonore italiane (You Ain’t The Problem) come la funkadelia (Rolling), lo Stevie Wonder di “Talking Book” con l’exotica come con i Pink Floyd di mezzo (Hard To Say Goodbye), Marvin Gaye (Living In Denial, Solid Ground) convive con Ted Hawkins (Hero), Bill Withers (Piano Joint: This Kind Of Love) con Curtis Mayfield (Light). Altrove, il gospel si tinge di psichedelia (I’ve Been Dazed) e il Philly Sound è aggiornato all’era del downtempo (Final Days) Policromo, guizzante e, in prospettiva, forse un classico.

Pubblicato per la prima volta, in una versione più breve, su “Audio Review”, n.415, dicembre 2019.

1 Commento

Archiviato in archivi, dischi dell'anno, recensioni