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I migliori album del 2021 (13): The Felice Brothers – From Dreams To Dust (Yep Roc)

Naturalmente ogni nuovo album di chiunque è, a dar retta al comunicato stampa, il suo più riuscito. Va da sé che qualche rara volta lo sia. Accade con quello che per i Felice Brothers (Ian e James dacché Simone optò per una carriera da solista) è ufficialmente l’ottavo in studio. Ci fu un tempo in cui la band newyorkese fu acclamata erede della Band con la B maiuscola, quella canadese che fece la Storia del rock, e forse chi lo fece esagerava, ma solo un po’. Ci fu un momento, quando nel 2011 “Celebration, Florida”, scalò la classifica di “Billboard” fino al numero 5, migliorando di quindici posizioni il già sorprendente piazzamento del precedente “Yonder Is The Clock”, in cui sembrò che i ragazzi fossero destinati allo stardom. Solo che con quel disco così fuori dalle precedenti e successive traiettorie, con le sue scansioni hip hop, le contaminazioni elettroniche, l’uso di suoni “trovati”, ci si giocò parte del pubblico vecchio senza conquistarne stabilmente uno nuovo. Nessuno dei successori è entrato nei Top 200 USA, quasi tutti avrebbero meritato critiche e riscontri di pubblico migliori. Tant’è…

Con “From Dreams To Dust”, che minimo battaglia con il sunnominato “Yonder Is The Clock” per il titolo di capolavoro del gruppo, tocca risfoderare i superlativi. Proclamare l’iniziale Jazz On The Autobahn – declamatoria su ritmica squadrata, con un ritornello invincibile, un piano che parimenti non si dimentica e squisiti intarsi di tromba – la canzone più memorabile di sempre dei Nostri. Constatare che nessuna delle undici che le vanno dietro, svariando fra folk (Inferno, Silverfish), folk-rock (To-Do List, Celebrity X), blues (Valium) e (art-)pop (Money Talks, Be At Rest) e concedendosi spesso e volentieri rarefazioni ambient, è men che splendida. Ah… Al netto di qualche inflessione dylaniana (evidente più che altrove nella quieta epopea di liturgico afflato della conclusiva We Shall Live Again) The Band è oggi lontanissima.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.436, novembre 2021. Integrato.

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I migliori album del 2021 (14): The Weather Station – Ignorance (Fat Possum)

Più che un gruppo (per le sue fila sono passati diversi musicisti e solo per un breve periodo la formazione si è mantenuta stabile) Weather Station è lo pseudonimo dietro cui si cela la canadese Tamara Lindeman, oggi trentaseienne e al tempo dei suoi vent’anni indecisa fra settima arte e sette note. Avrete inteso cosa sceglieva alla fine, benché nel frattempo cinema e TV (che non ha comunque abbandonato del tutto) le avessero già regalato belle soddisfazioni, con ruoli importanti e più di un premio. Per certo una che non soffre di paura del palcoscenico si approcciava alla ribalta musicale frequentando la vivace scena folk di Toronto. Esordio in lungo datato 2009, lo scarno “The Line” ne evidenzia le doti, oltre che di autrice e cantante, di chitarrista e banjoista. Per il successivo “All Of It Was Mine”, del 2011, c’era chi tirava in ballo come altisonanti numi tutelari Doc Watson e Bert Jansch, mentre nel 2015 con “Loyalty” il folk si faceva a tratti folk-rock e non solo per la provenienza geografica dell’artefice venivano azzardati paragoni con Joni Mitchell. Non a caso omonimo, nel 2017 “The Weather Station” espandeva assai la paletta sonica, con ritmiche schiettamente rock e arrangiamenti d’archi.

Compie ulteriori e decisi passi avanti in tal senso “Ignorance”, come evidenziano subito la battuta hip hop e le coloriture jazz di Robber. Opera solida quanto variegata, svelta a catturare ma capace di svelare a ogni ascolto dettagli sfuggiti al precedente. Un poker d’assi calato all’esatto centro del programma con una Parking Lot mediana fra Joni Mitchell e i Fleetwood Mac, una Loss sottratta con destrezza a Kate Bush, un singolo perfetto quale Separated e una Wear di afflato Young Marble Giants prima di – elegantemente – raddensarsi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.429, marzo 2021.

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I migliori album del 2021 (15): James McMurtry – The Horses And The Hounds (New West)

Il decimo lavoro in studio del texano James McMurtry (produzione parca; l’esordio data 1989) è il primo a uscire dopo la morte di quell’altro McMurtry lì, quello famoso, romanziere, saggista e autore per cinema e TV, vincitore di un Pulitzer, un Oscar per la sceneggiatura di Brokeback Mountain e tredici per film ispirati da sue opere: Larry, insomma, papà di James e colui che gli regalava la prima chitarra, scomparso ottantaquattrenne lo scorso 25 marzo. Vano sarebbe però cercare in esso accenni al luttuoso evento, per due ragioni: una è che il disco è stato inciso prima e la pubblicazione posposta per la difficoltà a promuoverlo, causa pandemia; e l’altra è che James ha sempre rigettato l’autobiografismo. “Proprio come mio padre, scrivo fiction. Lui lo faceva in prosa, io in versi”. Da subito accompagnati da spartiti all’altezza, tanto che per la regia del debutto “Too Long In The Wasteland”, acclamato (ritenuto epocale, persino) più dalle nostre parti che dalle sue, si scomodava John Mellencamp.

Con “The Horses And The Hounds” va in scena il curioso spettacolo di un (cant)autore quasi sessantenne che viene scoperto all’improvviso e ritenuto “hip” dalla critica “à la page” (per dire: megarecensione su “Pitchfork”). Quando in esso sostanzialmente il nostro uomo fa ciò che ha sempre fatto, magari mettendoci un po’ di verve rock più della media, con un formidabile dittico di apertura, Canola Fields e If It Don’t Bleed che si potrebbe attribuire al compianto Tom Petty (e pure quello conclusivo, What’s The Matter/Blackberry Winter gira da quelle parti), laddove Decent Man è 50% Lou Reed e 50 Johnny Cash. Con Ft. Walton Wake Up Call, fra talking e rap, potrebbe persino scapparci la hit. Meglio tardi che mai.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.435, ottobre 2021.

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15 ristampe e antologie imperdibili uscite nel 2020

1) Prince – Sign O’ The Times (NPG/Warner, 8CD+DVD/13LP+DVD)

2) Tom Petty – Wildflowers & All The Rest (Warner, 4CD/7LP)

3) Roberta Flack – First Take (Atlantic, 2CD)

4) Trees – Trees (Earth, 4CD/4LP)

5) Lou Reed – New York (Rhino/Sire, 3CD+2LP+DVD)

6) Iggy Pop – The Bowie Years (UMC, 7CD)

7) Wilco – Summerteeth (Rhino/Warner, 4CD/5LP)

8) Joni Mitchell – Archives Volume 1: The Early Years (1963-1967) (Rhino, 5CD)

9) Young Marble Giants – Colossal Youth (Domino, 2CD+DVD/2LP+DVD)

10) Neneh Cherry – Raw Like Sushi (Virgin, 2CD/3LP)

11) Gaznevada – Sick Soundtrack (Italian/Disordine, LP)

12) Randy Holden – Population II (Riding Easy, CD/LP)

13) Bobbie Gentry – The Delta Sweete (Capitol, 2CD/2LP)

14) Allison Run – Walking On The Bridge (Spittle, 3CD)

15) Apple – An Apple A Day… (Grapefruit, CD)

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2020: il meglio del resto

16) Mourning [A] BLKstar – The Cycle (Don Giovanni)

17) Run The Jewels – RTJ4 (Jewel Runners/BMG)

18) The Heliocentrics – Infinity Of Now & Telemetric Sounds (Madlib Invazion)

19) Shabaka & The Ancestors – We Are Sent By History (Impulse!)

20) Moses Boyd – Dark Matter (Exodus)

21) Perfume Genius – Set My Heart On Fire Immediately (Matador)

22) Matt Berninger – Serpentine Prison (Book)

23) Perturbazione – (dis)amore (Ala Bianca)

24) Jonathan Wilson – Dixie Blur (BMG)

25) Daniel Blumberg – On & On (Mute)

26) Protomartyr – Ultimate Success Today (Domino)

27) Public Practice – Gentle Grip (Wharf Cat)

28) Brigitte Fontaine – Terre neuve (Verycords)

29) Wire – Mind Hive (Pink Flag)

30) Bob Mould – Blue Hearts (Merge)

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I migliori album del 2020 (1): Moses Sumney – græ (Jagjaguwar)

L’album che ho ascoltato di più nel 2020 è uscito a puntate e le prime (come probabilmente tutte le registrazioni) datano 2019. Era il 14 novembre di quell’anno quando Moses Sumney disvelava la prima delle venti tracce (le canzoni “vere” sono in realtà quindici) che sono alla fine andate a comporre questo suo magnum opus. Con in memoria il soul appena infiltrato indie del debutto del 2017 “Aromanticism” Virile risultava spiazzante all’estremo, con il suo rutilare nel contempo storto e squadrato di chitarre e batteria rock. Né sarebbe potuto risultare più stridente il contrasto con la sofferta ballata acustica Polly, che gli andava dietro il 13 dicembre. Un primo indizio di capolavoro si palesava il successivo 6 gennaio, con l’idea abbacinante di Radiohead prestati al Tim Buckley di “Starsailor” di Me In 20 Years. Un secondo il 7 febbraio con una Cut Me in cui la voce inietta di soul il Charles Mingus innamorato del folk. E da lì a quattro giorni, sempre solo in formato liquido, ecco emergere infine l’album e anzi no. “græ part 1”, recita il titolo, i brani in scaletta sono dodici e dei quattro già pubblicati manca all’appello Me In 20 Years. Ancora anticipato di pochissimo da una Bless Me di solennità liturgica che passa dal bianco al nero quando si fa largo, appoggiandosi al caracollare del basso e a una percussività metronomica, un coro gospel, “græ” raggiunge infine i negozi non solo virtuali in forma di doppio vinile o CD singolo il 15 maggio. Non credo sia passata settimana da allora senza che almeno una parte del suo corposo e sontuoso programma abbia risuonato fra le mie mura domestiche.

“Sono consapevole della mia molteplicità, e chiunque desideri creare con me o con il mio lavoro un rapporto significativo deve esserlo lui pure”: parole non del nostro uomo, californiano di origini ghanesi, bensì della scrittrice, londinese di nascita e di radici miste ghanesi e nigeriane, Taiye Selasi. Suggellano il recitativo su fondale ambient-jazz di Also Also Also And And And e fanno da manifesto a un album uno ed effettivamente bino: una prima parte nella quale l’inestricabile intersecarsi di folk, art-rock, jazz ed elementi di musica classica produce brani più complessi, e a tratti contundenti, che tolgono definitivamente a costui il patentino (del resto sempre rifiutato) di artista errebì; una seconda assai più lineare e introspettiva, per quanto sul subito quasi non si noti la sutura essendo affidato il delicato passaggio a due tracce sentimentalmente affini quali la summenzionata Polly e la Björk in versione pastorale di Two Dogs. Bino? Sul serio “græ”, il cui tema prevalente (e preveggente, se si pensa che la sua stesura ha preceduto la pandemia) è l’isolamento, e nella cui realizzazione Sumney ha nondimeno coinvolto una quarantina (!) fra musicisti, produttori, tecnici del suono, contiene moltitudini. In esso, la visione di una musica né bianca né nera, né maschile né femminile (non so se ho mai sentito un altro falsetto così falsetto). Gli anni ’20 del XXI secolo cominciano qui: fra il dittico guerresco e ansiogeno formato da Conveyor e Boxes e il macinare blues sul quale soffiano venti astrali e fra le cui pieghe si insinua il piano, nell’occasione più cameristico che jazz, del compianto Esbjörn Svensson di Gagarin; fra una Colouour in cui Billie Holiday è viva e si strugge insieme a noi e l’arazzo spagnoleggiante che trasmuta in spastica danza di Neither/Nor; fra l’Al Green in versione This Mortal Coil di Bystanders e una Keeps Me Alive che chissà cosa mai ne avrebbe fatto Amy Winehouse. Ma pure così… Immenso.

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I migliori album del 2020(2): Sault – Untitled (Black Is) & Untitled (Rise) (Forever Living Originals)

Quel che si dice cogliere in pieno lo zeitgeist: il primo dei due album pubblicati nel 2020, dopo che già nel 2019 ne aveva dati alle stampe altrettanti (ma dal minutaggio complessivo decisamente più contenuto), dall’anonimo (non certo per la musica proposta, quanto perché non si sa esattamente né chi né quanti ne siano i componenti) collettivo britannico è uscito il 19 giugno. “Juneteenth”, altrimenti detto “Freedom Day”, “Jubilee Day, “Liberation Day” o “Emancipation Day”, e insomma il giorno in cui per tradizione in quarantadue dei cinquanta Stati non granché Uniti di America si celebra l’abolizione della schiavitù. Anniversario dell’annuncio che, già trascorse a quel punto quasi sei settimane dalla fine della Guerra di Secessione, veniva dato dal generale unionista Gordon Granger nel 1865 ai neri residenti in Texas che non avevano più padroni. “Free at last, free at last, thank God Almighty, we are free at last” ed era passato quasi un secolo quando il Reverendo Martin Luther King non poteva che constatare che tanta strada era stata percorsa, ma troppo poca. Si era nel 1963. Cinquantasette ulteriori anni dopo, ancora tocca ribadire ciò che dovrebbe essere ovvio, assodato, nell’ordine naturale delle cose: che black lives matter. “Black Is” è stato reso disponibile in download gratuito (solo da lì a qualche settimana è diventato anche un CD, o un doppio vinile) a venticinque giorni dall’uccisione di George Floyd. Quando vorremo ricordare cosa sia stato ─ pandemia a parte, pandemia inclusa ─ l’annus horribilis che ci siamo lasciati alle spalle nessun disco potrà farlo meglio di questo. In positivo. Per il suo incitare a ribaltare un mondo ribaltato.

“The revolution has come” scandisce una voce femminile cui pronto un coro maschile risponde scandendo “out the lies”. Che è pure il titolo del pezzo. È la prima delle venti tracce (ma cinque non sono che degli interludi: tre spoken, uno strumentale e uno con effetto da radio dalla sintonia slittante) che sfilano in cinquantasette minuti di densità e articolazione, leggerezza e pregnanza formidabili, compendi di blackness in cui tutto felicemente si mischia. Nel susseguirsi dei brani, sicché dalla galoppante e africanissima Don’t Shoot Guns Down si passa al flemmatico errebì Wildfires, a una superba ballata soul quale Why We Cry Why We Die va dietro il pop Black, il gospel aggiornato al XXI secolo di Eternal Life convive con la ricreazione di anni ’50 che sublimemente si fanno ’70 di Miracles e a suggellare il tutto è lo spiritual striato di jazz Pray Up Stay Up. Ma anche dentro uno stesso pezzo e valgano come mirabili esempi il compenetrarsi di pop, soul, electro su beat hip hop e con un empito liturgico di Hard Life e una Bow dove sono ospiti Michael Kiwanuka in presenza e Fela Kuti in spirito. Grandissimo album.

Be’, “Rise” (pubblicato tre mesi dopo) è meglio. Al pari battagliero in spirito, più compatto (pure un po’ più breve, quindici tracce per complessivi 50’47”) nella scrittura, più ecumenico senza mai scadere nella ruffianeria. Classe purissima, dalla disco da cui saettano archi di scuola Isaac Hayes di Strong a una  programmatica I Just Want To Dance irresistibile da subito e da urlo quando strappa batucada, dall’aperto omaggio a Gil Scott-Heron via Last Poets di The Beginning & The End  a una Free di cui non si saprebbe dire se sia più implacabile la scansione o incisiva la melodia, da un duetto idealmente pronto per le classifiche quale Uncomfortable allo strumentale da brividi The Black & Gold, a una Little Boy evocante il miglior  cantautorato al femminile anni ’70 e sistemata a congedo. Uno (due) di quei rari album che sai da subito che resteranno. Che ogni volta ti emozioneranno come la prima.

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I migliori album del 2020 (3): Fontaines D.C. – A Hero’s Death (Partisan)

Nel video per l’irlandese RTE del brano che intitola il loro secondo album Grian Chatten, cantante dei Fontaines D.C., indossa una maglietta dei Pogues. Omaggio casuale probabilmente, ma chissà che non gli sia invece capitato di leggere in Rete il commento di un fan che di Dublin City Sky (da lì arrivano i Nostri), la canzone messa un anno e mezzo fa a suggello del debutto “Dogrel”, dice che “sembra un pezzo scritto da Shane MacGowan, ma suonato dai Velvet Underground”. Prendendoci in pieno, ascoltatela per crederci. E a quel punto già sarete innamorati di un quintetto che sta mandando esauriti in prevendita i biglietti per il tour che avrebbe dovuto promuovere “A Hero’s Death” e le cui varie tappe (nei piani attuali pure una data milanese, nel marzo prossimo) sono state spostate in avanti di vari mesi per la ragione che ben sapete. Così, a scatola chiusa. Comprati da chi non vuole rischiare di perdersi forse gli ultimi concerti in teatri, club, piccole arene di una band che al giro dopo potrebbe passare agli stadi. Potenzialmente “the biggest thing” sbocciata nella capitale dell’Éire dacché vi mossero i primi passi tali U2. Addirittura.

Per intanto fra le ovazioni scroscianti che hanno salutato “A Hero’s Death” già si coglie qualche timido distinguo, della serie “bello, bellissimo, ma un filo meno dell’esordio”. Mica vero, mi pare. Più maturo senza che di quella travolgente freschezza nulla si sia perso. Più vario, capace com’è di racchiudere fra una I Don’t Belong molto Joy Division e la ballata smithsiana No new wave ansiogena alla Wire (A Lucid Dream) o alla P.I.L. (I Was Not Born), indie-pop modello Pavement (You Said) o Undertones (via Fall! la traccia omonima), folk ammodernato (Oh, Such A Spring) e persino una scheggia di Beach Boys (Sunny). Formidabili.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.423, settembre 2020.

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I migliori album del 2020 (4): Thurston Moore – By The Fire (The Daydream Library Series)

Diciamolo: dei trent’anni in cui i Sonic Youth sono rimasti insieme prima che lo sciogliersi di un sodalizio che oltre che artistico era stato sentimentale li ponesse in uno stato di animazione sospesa, che dura ormai da nove e presumibilmente si prolungherà all’infinito, gli ultimi dieci sono stati superflui, se non proprio deleteri. Non è che il molto andato dietro alla loro ultima uscita poco meno che imprescindibile, “NYC Ghosts And Flowers” del 2000, abbia tolto nulla a una vicenda che resta straordinaria, ma per certo nemmeno ha aggiunto. Mentre invece, separatesi le strade, ciascuno di loro almeno una cosa o due  o tre di grande sostanza ce l’ha donata. Penso all’ancora recente (2019) e splendido “No Home Record” di Kim Gordon o, risalendo appena più indietro nel tempo (2017), a “Electric Trim” di Lee Ranaldo (parlando di costui, di livello pure la collaborazione di inizio 2020 con Raül Refree che ha avuto come esito il variegato e chiaroscurale “Names Of North End Women”). Mentre nella torrenziale produzione di Moore fra le tante, troppe uscite di impianto avant-improv che onestamente non sono nelle mie corde (mio limite, magari) spiccano “Demolished Thoughts” (toh! 2011), “The Best Day” (2014) e il programmatico sin dal titolo “Rock n Roll Consciousness (2017). Ma soprattutto questo “By The Fire”.

Monumentale, con le sue nove tracce appena che arrivano a totalizzare ben ottantadue minuti divisi su due CD o due LP, ogni tanto a rischio di logorrea (strumentale, la voce spesso arriva molto avanti e talvolta non c’è proprio), che diresti a un certo punto che stia per perdere il filo, sfaldarsi rovinosamente, e invece no, si tiene. Per quanto a renderlo ancora più riuscito e semplicemente eccezionale sarebbe bastato pochissimo. Tipo un rimescolamento della scaletta, con la squisita performance in solitario di un’adeguatamente onirica Dreamers Work collocata a congedo e quello che è invece il suggello ─ Venus: attacco sospeso e tensione che poi monta spasmodica ─ collocato dietro al fenomenale uno-due introduttivo costituito da una Hashish estaticamente psichedelica (solo io ci sento echi di Television?) e al bulldozer di impronta grunge (quel grunge che aveva nei Black Sabbath i primi numi tutelari) Cantaloupe. Dopo di che si sarebbe potuto mantenere quasi invariato l’ordine, con l’epopea di 16’42” di Locomotives ─ marziale e sinuosa e via via sempre più fosca e ansiogena, salvo verso metà offrire un minimo di requie prima di tornare a macinare implacabile ─ incastonata come già è fra il dittico Siren (alternarsi di tensione e rilascio dopo un iniziale porgersi con gentilezza)/Calligraphy (al confronto assai più statica) e il motoristico incalzare di They Believe In Love (When They Look At You). Per quindi recuperare la suite post-punk-noise Breath. Ci siete? Non trovate che per definire allora “By The Fire” si sarebbe potuta usare la parola “capolavoro” senza metterci davanti “mezzo”? In ogni caso: il disco di un ex-Sonic Youth (qui e là citazioni semi-esplicite di articoli del vecchio catalogo) più bello, eccitante, intrigante dacché i Sonic Youth non ci sono più.

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I migliori album del 2020 (5): Sonic Boom – All Things Being Equal (Carpark)

Vado a memoria, ma sono talmente certo di ricordare bene che nemmeno ho avvertito il bisogno di verificare: una robina un po’ così il lontanissimo ─ trent’anni! ─ predecessore di questo secondo album da solista di Peter Kember, in arte Sonic Boom. Tant’è che se “Spectrum” (da cui avrebbe preso il nome il primo dei due progetti principali fra i quali per due buoni decenni si dividerà il nostro uomo, essendo l’altro gli ultrasperimentali E.A.R.) è sopravvissuto ai periodici sfoltimenti cui sottopongo le mie librerie è solo per affetto per l’artefice e, soprattutto, per l’originalità e la bellezza della letteralmente caleidoscopica confezione. Quando usciva, gli Spacemen 3 erano ancora insieme, freschi di pubblicazione del capolavoro “Playing With Fire”, ma prossimi a divorziare e assai acrimoniosamente. Nel congedo del ’91 “Recurring” Kember e Jason Pierce si divideranno le facciate una ciascuno e l’unico pezzo in cui suonano entrambi (presente peraltro solamente nell’edizione in CD) è una cover di When Tomorrow Hits dei Mudhoney. Come sia poi andata il lettore ben sa: colui che pareva il numero 2, ossia Pierce, ha confezionato un disco colossale via l’altro con gli Spiritualized, mentre chi era considerato il leader si è volontariamente rifugiato nel limbo dei culti. Non direi in assoluto dell’irrilevanza ma, se il campo di gioco è quello della popular music, be’, spesso nemmeno ha voluto calcarlo. Salvo inopinatamente estrarre da produttore un biglietto vincente alla lotteria curando la regia del secondo, acclamatissimo MGMT, “Congratulations”. L’anno era il 2010 e pare che sia principalmente grazie ai proventi venutigli da quello, e a un bel colpo di culo di cui non sto qui a riferire, che si è potuto comprare verso metà decennio una signora casa in Portogallo e andare a vivere lì. Si portava dietro fra il resto molte delle basi di “All Things Being Equal”, lasciate quindi a decantare buoni cinque anni nonostante ascoltandole Tim Gane degli Stereolab si fosse entusiasmato e l’avesse sollecitato a pubblicare il disco così com’era. Consiglio rimasto fortunatamente inascoltato.

Già soltanto a guardarne la copertina più che di “Spectrum” l’album sembra il seguito della metà Sonic Boom di “Recurring”. Così è. A parte che non si trova una chitarra che sia una in un disco in cui la passione per l’elettronica vintage dell’autore torna al servizio della forma canzone sin dall’iniziale Just Imagine, mirabile mimesi di Kraftwerk circa “Autobahn”, e fino a regalare con la danzabilità pop di The Way That You Live un brano che avrebbe potuto/dovuto essere una hit. O quella o Tawkin Tekno, che la tallona di nuovo kraftwerkiana ma in area “Computer World”. È congerie di voci estatiche (che errore sarebbe stato lasciarlo solo strumentale!), melodie sinuose e ritmi incalzanti, “All Things Being Equal”, che ora opta ─ in Just A Little Piece Of Me, in Things Like This (A Little Bit Deeper) ─ per i registri di un’incantata psichedelia e ora ─ in Spinning Coins And Wishing On Clovers, in My Echo, My Shadow And Me, nella jam di bordoni fra minimalismo e raga della conclusiva I Feel A Change Coming On ─ per atmosfere più fosche, minacciose. Trovando un perfetto punto di equilibrio nei 6’37” di On A Summer’s Day: i Tangerine Dream primevi alle prese con una ballata fra favolismo British e un immaginifico Oriente sognato (plus ça change… etc) fra fumi d’oppio.

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