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Il mio color che non va

Ehi, ehi, ehi, dimmi Wilson Pickett,/ehi, ehi, ehi, dimmi tu James Brown,/questa voce dove la trovate?/Signor King, signor Charles, signor Brown,/io faccio tutto per poter cantar come voi/ma non c’è niente da fare, non ci riuscirò mai./Penso che sia soltanto per il mio color che non va./Ecco perché io vorrei,/vorrei la pelle nera,/vorrei la pelle nera.” (Nino Ferrer, Vorrei la pelle nera, 1967)

Come già raccontavo nella prefazione a Venerato Maestro Oppure, il volume con il quale nella primavera 2020 ha preso le mosse un progetto di parziale antologizzazione degli immensi archivi accumulati dacché nell’83 decisi di provare a vivere scrivendo di musica (a ventun anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età), cominciai a comprare dischi quindicenne. Era il 1977. Era il tempo del punk e della disco. Nel primo inciampai casualmente quasi subito e fu amore a primo accordo: di White Riot. La seconda era ovunque: impossibile scansarla, un dovere per un rocker per di più simpatizzante per il PCI (era pure un tempo di tribù che non si parlavano, quando non si combattevano) schifarla, o quantomeno dare a intendere di farlo. Con formidabile equivoco quella che nella terra di origine era fra il tanto resto la colonna sonora della comunità gay qui da noi fu adottata dai giovani di destra, che ne colsero solo l’aspetto edonista, laddove a sinistra veniva squalificata come degenerazione commerciale di una gloriosa tradizione che affondava le radici nel blues e aveva avuto come sviluppo ultimo il free jazz. Che poi nel segreto delle proprie camerette Archie Shepp (se c’era) restasse intonso e un giro a certi singoli passati da insospettabili amici (nel mio caso un allievo del conservatorio che in quella stessa prestigiosa istituzione finirà per insegnare violino) lo si facesse invece fare (ricordo ancora con imbarazzo il giorno in cui mia madre mi sorprese ad agitarmi inconsultamente sulle note di Daddy Cool delle Boney M ─ o era qualcosa dei Village People? ─ e sorrise indulgente) restava, per l’appunto, un segreto. D’altronde: negli Stati Uniti di certi dischi certi rocker (che però detestavano pure il punk) organizzavano roghi. Il reggae invece, in quanto forma di espressione indiscutibilmente ribelle nonché colonna sonora per le prime canne, era ok, anche se oltre a Bob Marley e Peter Tosh non si andava. Anche se naturalmente il primo reggae lo ascoltai dai Clash: Police And Thieves (la versione originale di Junior Murvin mi entrerà in casa un dodici o tredici anni dopo). E sempre a Strummer, Jones, Simonon e Headon fui, come tanti, debitore della prima disco music che era legittimo farsi piacere, perché erano loro: The Magnificent Seven. Inaugurava nel dicembre 1980 il triplo “Sandinista!” e nell’aprile dell’anno dopo usciva pure a 45 giri, precedendo di sette mesi This Is Radio Clash. Che è la ragione, quest’ultima, per la quale posso serenamente rivendicare che mentre della disco illo tempore capii poco, per non dir nulla, con l’hip hop fui viceversa profondamente sintonizzato sin dai suoi primordi. Ma converrà che faccia ora un piccolo, piccolissimo passo indietro.

L’inizio della mia grande storia d’amore con una black declinata in praticamente ogni sua accezione, ma per cominciare con il soul e l’errebì dell’era aurea, data proprio 1980. All’epoca possedevo forse un centinaio di LP (collezione che mi sembrava sterminata) e fra essi appena un minimo sindacale di blues (Muddy Waters e Willie Dixon, cui ero arrivato per tramite dei Rolling Stones; Bo Diddley, comprato perché era andato in tour come spalla indovinate di chi) e una raccolta di Otis Redding. Cui se ne aggiungeva allora una seconda, “Gonh Be Funky” di Lee Dorsey, acquistata senza avere la minima idea di chi fosse costui soltanto perché a firmare le note letteralmente autografe sul retro di copertina era Joe Strummer, ed era un mondo che mi si spalancava davanti. Ma a cambiarmi per sempre la vita era un film, non una canzone o un album: The Blues Brothers. James Brown, Ray Charles, Aretha Franklin, John Lee Hooker (e Cab Calloway, Steve Cropper, Chaka Khan…) li ho conosciuti grazie a John Landis. Per un bel po’ (un bel po’ misurato con il metro di un non ancora ventenne) per me Sweet Home Chicago resterà legata all’interpretazione di John Belushi. Il che renderà incredibilmente emozionante sentirla infine da Robert Johnson. Nel frattempo mi ero messo a studiare. Non ho mai smesso. Non smetterò mai. Sarà che ho scritto tanto, per un sacco di anni e una quantità di testate, dalle più autorevoli alle più improbabili, di musiche afroamericane; sarà che nel 2003 Riccardo Bertoncelli mi affidava la redazione, per la collana Atlanti musicali della Giunti, del tomo dedicato a Soul e rhythm’n’blues – I classici, che mi risulta sia stato uno dei più venduti della serie (il che rende un mistero che un seguito dedicato ai moderni non  mi sia mai stato commissionato, nonostante avessi dato la mia disponibilità): fatto è che godo di una fama, che so essere immeritata, di superesperto in materia. In realtà conosco un tot di persone (non necessariamente colleghi; anzi: di colleghi pochini) che ne sanno parecchio più di me. In realtà non passa mese in cui non faccia una piccola o anche clamorosa scoperta, o non mi renda conto che un pregiudizio era in parte o completamente ingiustificato. Il rovescio della medaglia, quello bello, è che sapendo di non sapere continuo a scavare e rinvenire tesori. Magari un giorno a dio (che se esiste è per forza di colore) piacendo metterò in cantiere un altro libro per riferirvi di cosa ho imparato negli ultimi dieci-quindici anni o su di lì.

Per intanto ripropongo. Il volume che avete fra le mani nasce come ristampa, integrata con alcuni articoli che all’epoca per ragioni che mi risultano oggi oscure non inclusi e pochi altri di successiva redazione, di uno che vedeva la luce nel 2007 per i tipi di Tuttle Edizioni e prendeva il titolo, Scritti nell’anima, da una rubrica dedicata a blues e soul, funky ed errebì di cui fui titolare, per un totale di cinquantasei puntate pubblicate fra il settembre 2000 e il dicembre 2005, per il mensile “Blow Up”. Già allora non mi limitavo a una semplice raccolta in ordine di uscita. Rimescolando il tutto provavo, aggiungendo all’uopo pezzi apparsi precedentemente sempre sul giornale in questione e una manciata di altri usciti sul bimestrale “Bassa Fedeltà”, sull’allora settimanale “Il Mucchio” e sul trimestrale “Extra”, a disegnare una scaletta in grado di tracciare (per quanto naturalmente con enormi lacune: una pur tascabile enciclopedia l’avevo in ogni caso già firmata) una mappatura della black music da Robert Johnson a Prince per tramite del racconto delle vicende biografiche e artistiche di alcune decine dei suoi protagonisti. Scritti nell’anima è esaurito dal 2010 (il suo autore da molto prima) e da allora non si contano quanti mi hanno chiesto se mi crescesse una copia da vendergli (no, ne ho giusto una) o se sarebbe mai stato ripubblicato. Eccolo qui.

Però a un certo punto ho capito e di conseguenza deciso che a rimetterlo fuori limitandomi a ingrassarlo con una dozzina di articoli avrei fatto sì cosa gradita a chi voleva leggerlo, ed era arrivato in ritardo, ma che nel contempo avrei perso per sempre l’occasione di trasformarlo in un qualcosa di decisamente altro e più significativo. Peggio: ne avrei tradito lo spirito. Avrei implicitamente dato ragione a quelli che nel 1977 non intesero ─ e io, incolto sciocco, con loro ─ come la disco, lungi dall’essere uno svilimento di quanto l’aveva preceduta nell’ambito delle musiche di ascendenze afroamericane, si ponesse rispetto a esse come uno sviluppo in perfetta continuità. Nel solco ─ into the groove ─ di una tradizione che parte dagli schiavi che cantavano e percuotevano i loro tamburi a Congo Square, nella New Orleans degli anni ’50 del XIX secolo. In maniera non dissimile da quei Last Poets che in un parco della Big Apple il 19 maggio di un 1968 fatidico pure a ragione di ciò ponevano le basi, proiettando nel XX secolo la figura del griot africano da cui discendevano in linea diretta, di ciò che da allora si chiama rap e da lì a qualche anno, e sempre nei parchi newyorkesi, si sarebbe evoluto in hip hop.

Va da sé che se alla stragrande maggioranza dei solisti e dei gruppi affrontati in Scritti nell’anima sono arrivato quando erano ormai da decenni storia, e spesso leggenda, di una parte importante dell’epopea dell’hip hop ho invece avuto la fortuna di essere, sebbene giocoforza da lontano, testimone in presa diretta. Ebbi l’occasione preziosa di occuparmene da cronista piuttosto che da studioso. Assai meno di quanto mi sarebbe piaciuto ma abbastanza da potere allestire, con una scelta di pezzi diversi dei quali d’epoca, quella che è ben più che una mera appendice al libro del 2007. In Super Bad! il filo rosso, o se preferite nero, che lega dalla prima all’ultima le vicende che vi sono narrate ─ dal 1927, quando Blind Willie McTell incideva le sue prime quattro facciate, al 2003, anno in cui gli OutKast pubblicavano il monumentale “Speakerboxxx/The Love Below” ─ è ben visibile a chi non sia cieco più di colui che (ipse dixit Bob Dylan) cantò il blues come nessuno mai.

Più che un filo, sono trame su trame. Robert Johnson che dà appuntamento a un crocicchio al demone della mitologia vudù Papa Legba per vendergli l’anima in cambio di una prodigiosa abilità chitarristica e autoriale sa cosa sta facendo esattamente quanto Flavor Flav che, da lì a mezzo secolo, assumerà sul palco l’iconografia e le mosse di Ghede, in quel medesimo pantheon guardiano delle ossa dei defunti e governatore di sesso, morte e bambini. Billie Holiday apre inconsapevolmente la stagione delle lotte per i diritti civili con Strange Fruit e l’America la ripagherà vessandola (ci provava pure con Ray Charles) come farà con James Brown, colpevole più di avere alzato la testa che di averla persa. Jerry Butler entra in politica, Ice-T e Tupac Shakur (da rubricarsi alla voce “curiosità”: identiche le ambientazioni ultraterrene di un video di costui e della canzone con cui senza saperlo Johnnie Taylor si congedava) vagheggeranno di farlo. E a proposito di quest’ultimo: come somiglierà tragicamente la sua uscita di scena a quelle altrettanto premature di Sam Cooke, Malcolm X, Dyke Christian; se vogliamo, di Marvin Gaye. Se di “It Takes A Nation Of Millions To Hold Us Back” dei Public Enemy Chuck D dirà che “volevo fosse il ‘What’s Going On’ di questa generazione”, stessa impresa felicemente arrischiata dal Gil Scott-Heron di “Reflections”, la copertina di “Stankonia” degli OutKast citerà quella di “There’s A Riot Goin’ On” di Sly & The Family Stone. Di Atlanta gli OutKast, proprio come quegli Arrested Development che di Sly e sodali si erano presi carico di una parte dell’eredità. “Qualcuno mi dice cosa posso e non posso fare, qualcosa mi frena./È perché sono nero?” cantava Syl Johnson in Is It Because I’m Black? e in “The W” i Wu-Tang Clan lo campioneranno, laddove nel suo ultimo album il menzionato poco più su, e loro antesignano in quanto pioniere del rap, Gil Scott-Heron coverizzerà Robert Johnson provvedendo così a chiudere un cerchio. L’ennesimo. Cosa accomuna, ad esempio, sempre Gil Scott-Heron, Charley Patton, Lead Belly, R.L. Burnside, Ted Hawkins, Billie Holiday, Ray Charles, Little Willie John, James Brown, Miles Davis, Ol’ Dirty Bastard, Coolio, il solito Tupac? Facile: l’essere stati tutti ospiti, chi per qualche giorno e chi per anni, delle patrie galere. Potrei andare avanti per pagine e pagine. Rilevando, per dire, che la pratica delle scherzose gare di vanterie che i bianchi scoprivano con Bo Diddley fu fra gli elementi fondanti del rap. Che quella della jam riguarda il jazz come l’hip hop. Eccetera.

Ma di pagine da leggere ne avete già quattro abbondanti centinaia. Doveste mai annoiarvi, sarà solamente colpa mia. Non certo delle cento storie che ho provato a raccontare.

Torino, 8 dicembre 2021

Tratto da Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop.

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Ultima chiamata per il Santo Natale

Amazon mi segnala che chi vuole ricevere il mio ultimo libro (ma pure i due precedenti, eh? Venerato Maestro Oppure – Percorsi nel rock 1994-2015 e Extraordinaire 1- Di musiche e vite fuori dal comune) ha a disposizione fino alle 15 di oggi per effettuare l’ordine. Oh, a me del Santo Natale dagli undici-dodici anni in su è sempre importato il giusto (cioè nulla) e non stiamo parlando di roba che scade. Fate vobis, io però ve l’ho detto.

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Trova l’intruso

No, non sono io…

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Super Bad! – Il sommario

E insomma dentro Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop ci sta questa roba qui. Solo su Amazon, con consegna garantita entro Natale. E in questo momento (occhio che non dura) anche con uno sconto del 19% sul prezzo di copertina come offerta lancio (preciso che gli sconti di questo tipo sono decisi da Amazon in autonomia, senza interpellare l’autore/editore).

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Disponibile

Ordinabile a partire da oggi. 438 pagine, euro 30. Mappatura di otto decenni di musiche afroamericane ─ dal blues degli anni ’20 del Novecento all’hip hop old skool passando per l’era aurea di soul, r&b e funky e raccontando inoltre di alcuni giganti del jazz ─ tracciata affrontando le vicende biografiche e artistiche di oltre un centinaio fra solisti e gruppi, “Super Bad!” è diviso in due parti: la prima è una ristampa ampliata e aggiornata del volume “Scritti nell’anima”, che usciva in origine nel 2007 per Tuttle Edizioni, e raccoglie pezzi incentrati su blues, jazz e soul; nella seconda, intitolata “Potere alla parola”, ci si occupa di hip hop. Antologia di articoli pubblicati fra il 1992 e il 2010 sui mensili “Blow Up”, “Dance Music Magazine”, “Dynamo!” e “Tank Girl”, sui bimestrali “Extreme Pulp” e “Bassa Fedeltà”, sul trimestrale “Extra” e sull’allora settimanale “Il Mucchio”, il libro conta novantasei capitoli. Fra gli artisti di cui narra figurano Little Richard, Robert Johnson, Charley Patton, Lead Belly, John Lee Hooker, Muddy Waters, Sonny Boy Williamson II, Howlin’ Wolf, Willie Dixon Little Walter, Bo Diddley, Jesse Fuller, Blind Willie McTell, Slim Harpo, Lightnin’ Hopkins, R.L. Burnside, Ted Hawkins, J.B. Lenoir, Sam Cooke, Staple Singers, Sister Rosetta Tharpe, Mahalia Jackson, Blind Boys Of Alabama, Aretha Franklin, Esther Phillips, Doris Duke, Billie Holiday, Nina Simone, Little Jimmy Scott, Charles ed Eric Mingus, Albert Ayler, Miles Davis, Tony Williams, Herbie Hancock, Manhattan Brothers, Orioles, Clyde McPhatter, Ray Charles, Bobby Bland, Little Willie John, James Carr, Jerry Butler, Impressions, Curtis Mayfield, Baby Huey, Dyke & The Blazers, Donny Hathaway, Edwyn Starr, Temptations, Smokey Robinson & The Miracles, Terry Callier, Rufus Thomas, Otis Redding, Sam & Dave, Isaac Hayes, Johnny Adams, Arthur Conley, Steve Cropper, Howard Tate, Garnet Mimms, Lorraine Ellison, Ann Peebles, Al Green, Syl Johnson, Johnnie Taylor, Joe Tex, Solomon Burke, Eddie Hinton, James Brown, Lyn Collins, Vicky Anderson, Marva Whitney, Maxine Brown, Chuck Jackson, Marvin Gaye, Sly & The Family Stone, Fela Kuti, George Clinton, Parliament, Funkadelic, Stevie Wonder, Prince, Last Poets, Gil Scott-Heron, Sugarhill Gang, Grandmaster Flash, Afrika Bambaataa, Beastie Boys, Public Enemy, Ice-T, Arrested Development, Disposable Heroes Of Hiphoprisy, Michael Franti, MC 900 Ft Jesus, Cypress Hill, Tupac Shakur, Coolio, New Kingdom, Busta Rhymes, Wu-Tang Clan, Cannibal Ox, OutKast e Liquid Liquid. Solo su Amazon.

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In seconde bozze

Disponibile entro una decina di giorni. 440 pagine, 96 articoli.

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Tim e Jeff Buckley – Una fantasmagoria di due

La prima volta che Jeff Buckley cantò in pubblico fu per una platea di una persona, l’amica Carla Azar che era andato a trovare nella sua casa di Los Angeles. La lasciò stupefatta per cominciare proprio perché era una novità: formidabile chitarrista, Jeff, e con il dono che è di pochi di sapere subito cavare qualcosa da uno strumento che non si è mai maneggiato, ma nessuno lo aveva sentito cantare neppure in sala prove benché di gruppi ne avesse a quel punto già collezionati diversi, in ambiti vari quanto distanti. E che voce stava tirando fuori! Capace di passare in un battito di ciglia da un falsetto esilissimo a calde tonalità tenorili, a uno squassante urlo primordiale. E che bella canzone poi. “Stupenda. L’hai scritta tu? ” “No, è un pezzo di un altro”, fa Jeff, che al solito evasivo non rivela da dove arrivi quel brano, né di chi sia. Cambia discorso.

La seconda volta che Jeff Buckley cantò in pubblico, ma in pubblico davvero, fu mesi dopo, sei o forse otto, e fra le centinaia di spettatori stipati il 26 aprile 1991 nella St. Ann’s Church di Brooklyn, New York, non ve n’era uno che non riconoscesse alle prime note quel medesimo pezzo. E chissà quanti restarono senza fiato non soltanto per quella voce così incredibilmente simile a una familiare e venerata ma per la scelta di cominciarlo così uno struggente omaggio da figlio abbandonato a genitore rimosso. Quel bimbo “fasciato di amare storie e mal di cuore/mendico di un sorriso, anche uno solo” si era fatto grande e cantava la canzone che suo padre aveva scritto a sua madre per giustificare di averli abbandonati entrambi: “Non so nuotare nelle tue acque/né tu camminare nelle mie terre./Navigherò solitario tutti i miei peccati e scalerò le mie paure/e presto, subito spiccherò il volo./Non ho mai chiesto di essere la tua montagna”. Se si può dire che I Never Asked To Be Your Mountain sia una canzone d’amore, e sublime, è solamente nel senso che a tale parola può dare il narcisista, che non può amare con tutto il cuore che se stesso. Nondimeno a fustigare l’ipocrisia di un individuo che fugge dai suoi doveri, accampando scuse puerili, se ne coglie un aspetto che non è il principale. Più ancora di se stesso, Tim Buckley venerava l’Arte e fu fondamentalmente all’Arte che sacrificò Jeff. Forse con la speranza che un giorno avrebbe capito. Capirà. Qui si racconta di due uomini che nacquero vecchi e morirono prima di diventare adulti. Però vivranno per sempre.

Eternal Life

Se questo fosse veramente, come sosteneva Leibniz (Voltaire avrà a che ridire), il migliore dei mondi possibili Tim Buckley quel fatale 29 giugno 1975, una domenica pomeriggio che veniva dopo un sabato in cui aveva colto un trionfo concertistico come non gli accadeva da lungi, si sarebbe fatto dare un passaggio dal bassista Jeff Eyrich dritto fino a casa sua. Avrebbe abbracciato la moglie Judy e chiacchierato un po’ con il figlio di lei (e da cinque anni molto anche di lui) Taylor. Magari l’avrebbe accompagnato al cinema, invece di lasciare l’incombenza alla zia Michelle e a quel Maury Baker già suo batterista. O forse sarebbe andato a dormire per qualche ora per quindi, ritemprato, rimettere mano all’ambizioso progetto da poco posto in pista con il paroliere dei tempi belli, Larry Beckett: un concept ispirato da Joseph Conrad. Ma invece che a Santa Monica si faceva portare a Venice, da Richard Keeling. Etnomusicologo e spacciatore. A casa sua ci arriverà tre ore dopo. Farneticante, a carponi negli ultimi metri. Moriva così un uomo che aveva saputo volare. Prima di cremarne il corpo lo sottoposero ad autopsia e altro che l’infarto di cui si era pietosamente parlato in un succinto comunicato della Associated Press, contenente diverse altre inesattezze e ripreso dal “Los Angeles Times”: era pieno di alcool e soprattutto di eroina.

Se questo fosse sul serio il migliore dei mondi possibili, poi, Jeff Buckley il 29 maggio 1997 non si sarebbe perso girando in furgone (alla guida l’amico Keith Foti) per le strade di Memphis alla ricerca della sala nella quale nelle settimane seguenti avrebbe dovuto rifinire, con il gruppo, i pezzi del secondo album. E di conseguenza non avrebbe mai commesso la triplice imprudenza (i due ragazzi si fermavano a raccogliere le idee) di immergersi nelle acque luride e infide del Wolf River al crepuscolo, vestito, anfibi ai piedi. Sommerso dalla risacca provocata da un incrociarsi di battelli, manco riusciva a chiamare aiuto e furono così le parole di una canzone, Whole Lotta Love, le ultime che gli uscirono di bocca. Se ne andava insomma cantando. Il fiume ne restituirà il cadavere il 4 giugno e ci sarà allora un certificato medico a sanzionare che non aveva bevuto né assunto droghe. Previdente, Mary Guibert prima che le spoglie venissero ridotte in cenere chiedeva un test del DNA. A evitare “cause di presunta paternità a carico della vittima, che aveva viaggiato in tutto il mondo ed era molto popolare in Francia e Australia”. Cuore di mamma!

Nell’ipotetico universo di cui sopra, Tim non avrebbe sniffato quella merda, si sarebbe definitivamente ripulito e avrebbe forse scoperto che era possibile sopravvivere ─ artisticamente ─ a “Goodbye And Hello” e persino a “Starsailor”. Avrebbe spalancato porte e steso tappeti per Jeff, che sarebbe ancora fra noi. Però mai nessuno ha completamente torto o ragione (nemmeno Voltaire) e questo non sarà il miglior mondo possibile ma bisognerebbe sempre ricordarsi che, be’, poteva andare peggio. Tim Buckley poteva non averlo un figlio. Jeff poteva non fallire una almeno fra le tante audizioni cui si sottopose ─ i Murphy’s Law! gli Agnostic Front!! Mick Jagger!!! ─ e oggi sarebbe vivo, sì, ma soltanto un altro stronzo eroe della chitarra.

Nella saga maledetta e magnifica dei Buckley (a tredici anni dalla scomparsa del secondo ci si può azzardare a dirlo: un terzo non c’è, non ci sarà) al di là del valore che si stenta a commensurare del lascito a impressionare sono le similitudini caratteriali: medesimo l’atteggiamento di insofferenza verso l’industria discografica, uguale il confronto conflittuale con una fama insieme corteggiata e respinta, coincidente il rapporto con l’altra metà del cielo ed è il dettaglio che più disturba, dolorosamente. A seguirne le vicende ponendole in parallelo, finisci per confondere Tim e Mary con Jeff e Rebecca, Joan con Judy. Eppure il figlio passò quasi intera l’esistenza a cercare di differenziarsi dal padre. Ci vorrebbe uno psicanalista. Non lo sono. Per quanto possibile in queste pagine parlerò dunque solo di musica. Comunque tanta roba.

Prosegue per altre 55.115 battute su Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.35, inverno 2010. In un mondo migliore del nostro Jeff Buckley compirebbe oggi cinquantacinque anni.

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Lavori in corso

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12 novembre 2021 · 11:58

Eva Cassidy – L’innocenza ritrovata

Ci sono due istanti assolutamente rivelatori (oltre che magici; ma sono così tanti gli attimi di magia che dona questa artista che se ne perde presto il conto e resta la sensazione di un incantesimo unico ed eterno) in “Live At Blues Alley”. Prima dell’ultima canzone presentata quella sera, Eva Cassidy ringrazia mamma e papà. Dopo, il pubblico, per essere venuto ed essere stato meraviglioso, e c’è quasi da non crederci ad ascoltarla, lei che ha appena regalato ai fortunati astanti la serata più indimenticabile delle loro vite. Loro meravigliosi? Ti coglie una tenerezza da starci male. E fra l’uno e l’altro tributo una What A Wonderful World cui viene infine resa l’innocenza strappatale da Barry Levinson quando decise che doveva essere la voce rugosa e dolcissima di Satchmo a commentare la sequenza più atroce di Good Morning, Vietnam. Il canto di Eva fa di nuovo plausibile un mondo dove gli alberi sono verdi e le rose rosse sbocciano “per me e per te”, e i bambini piangono ma crescono felici e “i colori dell’arcobaleno sono tanto graziosi nel cielo/e così i volti dei passanti” e degli amici che si incrociano, si stringono la mano ed ehi! come stai? Che detta in questo modo può indurre cinismo ma vi sfido a essere ancora cinici dopo averla incontrata questa What A Wonderful World. Se ci riuscirete, vi compiango. Dev’essere stata un’esistenza ben miserabile la vostra per avervi reso a tal punto sordi alla purezza. Che è poi il dono che di sé Eva Cassidy ha fatto al mondo in forma di alcune decine di canzoni di altri che ora sono in massima parte sue e solo sue, per sempre. Parabola unica nella storia del pop quella di questa interprete diventata famosa da morta e senza avere fatto nulla per esserlo da viva, senza una grande casa discografica a spingerla, in forza del solo passaparola degli appassionati, dei passaggi radiofonici decisi autonomamente da dj per una volta ribelli alla tirannia delle playlist, di un video artigianale mandato in onda per scommessa e in un batter d’occhio divenuto il più richiesto di sempre alla BBC. Leggo che in Gran Bretagna i suoi dischi si sono già venduti in oltre due milioni di esemplari e per un secondo mi secca di dividere cotanto splendore con una folla così numerosa. Mi sento idiota e mi ripiglio subito: non fu per propagandare splendore che scelsi questo mestiere? Spero che ogni persona che leggerà queste righe compri un CD di Eva Cassidy. Credo che se anche i due milioni di copie dovessero divenire venti, o cinquanta o fate voi, Eva verrà custodita da ciascuno nel cantuccio più intimo del proprio cuore. Un altro angelo caduto troppo presto, come Jeff Buckley. Chi la conobbe dice che questa fama la lascerebbe stupefatta e financo spaventata, lei che impiegò anni per trovare il coraggio di affrontare un pubblico, lei modesta e testarda, quietamente conscia di valere e nello stesso tempo inconsapevole del quanto. Ne sono persuaso.

Nelle note di copertina di “Songbird” James Gavin, che è uno che di angeli deve intendersene avendo scritto una biografia di Chet Baker, racconta che scoprì Eva un giorno del 1993 quando, durante un viaggio in auto con un amico, frugando in uno scomparto ne estrasse una cassetta dell’album diviso dalla ragazza con Chuck Brown (accoppiata sommamente bizzarra ma felice; di più, più avanti). Ne rimase folgorato. Al Dale, che molto fece per convincerla a esibirsi dal vivo, dice che ne sentì per la prima volta la voce, senza vederla, un giorno che capitò per caso nello studio di Chris Biondo (tenete a mente questo nome: a lui dobbiamo ogni singola nota incisa dalla Cassidy). Sicuro, per la potenza e la duttilità soul di quanto udito, di trovarsi di fronte a una ragazza di colore, rimase allibito quando dalla saletta emerse una biondina dagli occhi azzurri. Nell’intervista pubblicata sul numero di novembre 2000 del mensile britannico “Mojo” e che avrebbe dovuto mettermi sulle tracce di questa ritrosa dea (e invece no, perché troppo spesso permettiamo alla vita di condurci al guinzaglio, piuttosto che il contrario), Mick Fleetwood riferisce di avere provato di fronte a Eva le stesse sensazioni avvertite quando per la prima volta ascoltò Stevie Nicks: aveva dinnanzi una persona che cantava dal cuore. Appunta che prima che il successo la sorprendesse Bonnie Raitt fu a lungo un segreto per pochi eletti. Sarebbe toccato pure a Eva, sostiene. E così è andata se vi pare.

Prosegue per altre 10.457 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.452, 24 luglio 2001. A oggi sono trascorsi venticinque anni dacché Eva Cassidy ascendeva al cielo facendosi stella. Ne aveva trentatré.

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Bruce Springsteen – L’ultimo romantico del rock’n’roll

Il 2002 si segnalava come un anno propizio come pochi per celebrare l’uomo di Freehold nato per correre. Lo si sarebbe potuto fare sul numero estivo di “Extra”, prendendo a spunto il trentennale dell’incisione del suo primo 33 giri, oppure su quello invernale se a data simbolo dell’inizio di una storia capace tuttora di esaltare si fosse voluta designare quella della pubblicazione (5 gennaio 1973) di “Greetings From Asbury Park”. A toglierci dall’imbarazzo ha provveduto qualche mese fa la notizia che un nuovo album del nostro uomo era in uscita a metà estate. È stato giusto attenderlo. Ed è stato magnifico scoprire che il ritorno in studio con la E Street Band a diciotto anni da “Born In The U.S.A.” ha saputo regalarci (già lo aveva fatto l’eccellente live newyorkese dello scorso anno, ma quello era più che altro una parata di bei ricordi) lo Springsteen che a un certo punto dubitammo che avremmo più ascoltato: l’ultimo romantico del rock’n’roll, l’ultimo custode autorizzato del suo Verbo. E l’ha fatto alla maniera di Bruce, uno la cui musica ha sempre vissuto più di evoluzioni che di rivoluzioni. “The Rising” si inserisce perfettamente nel suo canone e nel contempo lo aggiorna. La forza di Springsteen (cosa tanto più notevole per un tradizionalista come lui) è che non è mai rimasto fermo. La forza di Springsteen è che è stato capace di crescere e che con lui sono cresciuti quanti, ascoltandolo, l’hanno inteso. Non una faccenda che lo riguardi il complesso di Peter Pan che storicamente affligge una musica che si ostina a volere essere detta “giovane”.

My City Of Ruins

Sarà che mai si era ascoltato tanto Springsteen “ufficiale” come nel triennio 1998-2001: prima i quattro CD di “Tracks”, con sessantasei brani di cui cinquantasei mai licenziati in precedenza con i crismi della legalità (con l’appendice ancora di tre canzoni non presenti altrove incluse nel sunto in un solo compact del cofanetto); poi i due del “Live In New York City” e anche qui, fra la ventina di articoli in catalogo, un paio di preziosi inediti, freschi di conio stavolta, e alcuni cavalli di battaglia tanto trasfigurati da sembrare composizioni nuove. Fatto è che “The Ghost Of Tom Joad” pareva una faccenda di ieri l’altro e invece sette anni sono trascorsi dacché venne pubblicato, due in più di quelli che separarono “Tunnel Of Love”dall’accoppiata “Human Touch”/“Lucky Town” e dunque il periodo più lungo lasciato trascorrere dal nostro uomo fra un album e il suo successore. Che diamine! Un arco di tempo che, da solo, rappresenta quasi un quarto della sua carriera discografica. Lo stesso che gli bastò per arrivare dall’esordio “Greetings From Asbury Park” a “The River”, LP numero cinque e doppio per di più e vogliamo dire della querelle con Mike Appel che lo tenne fermo un anno e di due dischi “perduti”? Attesa infinita dunque, anche se non è sembrato, ma che è valso la pena consumare inseguendo giorni di gloria per poi scoprire che Bruce Springsteen si rifiuta ancora di vivere di nostalgie e resta un personaggio centrale per il rock e per l’America, con tanto da dire, oggi come vent’anni fa e con in più l’autorevolezza datagli da una vicenda biografica di straordinarie linearità e coerenza. Quando “The Rising” alla nostalgia avrebbe potuto facilmente arrendersi, visto che era rimpatriata di vecchi compagni, amici, quasi fratelli.

A uno sguardo superficiale parrebbe antipodico rispetto al predecessore, un altro universo almeno quanto “Born In The U.S.A.” rapportato a “Nebraska”. Solo che si scoprì, poi, che quei due album erano frutto della stessa ispirazione, il secondo per gran parte concepito insieme al primo e anche se non fosse stato i legami che li univano a una seconda lettura erano evidenti, al di là della diversissima forma: acustico e depresso l’uno, elettrico e perlopiù esuberante l’altro. Ma abbiamo da allora gustate Atlantic City elettrica e No Surrender e Born In The U.S.A. acustiche e una certa prossimità musicale, al di là di quella (ben più notevole) tematica, è emersa. Come atmosfere “The Ghost Of Tom Joad” e “The Rising” sono anche più lontani, il primo squisitamente folk (ove “Nebraska” era piuttosto rock’n’roll asciugato all’osso), il secondo un ritorno allo spumeggiante rock iniettato di latinità e di soul e ossessionato da Phil Spector di “Born To Run” (e ancora più indietro, fino a “The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle”), temperato dall’amarezza con una speranza di redenzione di “Darkness On The Edge Of Town”. Chilometrici i testi di quello, fino a prevalere su spartiti che si mettono volutamente in secondo piano, innodici e scarni come forse mai in precedenza quelli di questo ove, alla maniera del blues, tocca alla musica gonfiare di significati parole semplici, piane. Entrambi però, ed è ciò che li rende due facce della medesima medaglia, sono disamine sul pessimo stato di salute del Sogno Americano. Nel 1995 Springsteen raccontava dell’umanità reietta che dal Messico preme sugli Stati Uniti, di povertà e disperazione oltre il sopportabile. Nel 2002 si aggira fra le strade della New York post-11 settembre cercando di trovare ancora, fra le rovine, una ragione per credere. “The Rising” non ha la presunzione di offrire risposte e nemmeno pone domande se non fra le righe. Constata per allusioni l’accaduto, descrive il senso di vuoto e di angoscia del day after e il solo eroismo che celebra è quello del quotidiano. Non fa per Springsteen la retorica patriottarda e quale fastidio dovette provare a vedere tanto mistificata Born In The U.S.A. Accadrà di nuovo, vano farsi illusioni, e basti vedere come è stata fraintesa l’invocazione “come on, rise up” nella drammatica My City Of Ruins cantata al “A Tribute To Heroes” mentre ancora le macerie delle Torri fumavano. Canzone per inciso scritta due anni prima, con in testa la suburbia del New Jersey distrutta dal tracollo delle industrie locali e ditemi voi se non è una tremenda ironia che le sue liriche si prestino perfettamente a descrivere Ground Zero e dintorni. Servirà forse a fare tornare il figlio di Freehold nelle grazie di quanti avevano appena finito di indignarsi per American Skin (41 Shots) o magari no, siccome costoro avranno probabilmente da ridire sul gruppo qawwali pakistano che inaspettatamente, incongruamente, sublimemente apre Worlds Apart e ne conserva fino alla fine, pur fra elettriche spiegate, il possesso. Il nemico portato in casa.

Siderale la distanza che separa il Bruce Springsteen odierno ─ nondimeno: medesimo il pudore ─ da quello che nel 1979 accettava di partecipare al raduno antinucleare “No Nukes” ma non eseguiva nell’occasione la furiosa Roulette, scritta sull’onda dell’emozione suscitata dalla tragedia sfiorata a Three Mile Island, registrata per l’album che sarebbe diventato “The River” ma esclusa dalla scaletta finale e riemersa solo anni dopo, come lato B di un singolo. Il suo schierarsi politicamente, in maniera non ideologica e del tutto a-partitica, sarà accelerato dal maldestro tentativo di sfruttare una popolarità ad apici senza confronti per il rock degli ’80 compiuto da Ronald Reagan nel corso della campagna presidenziale del 1984. Springsteen si divincolerà dall’interessato abbraccio e seguiranno imponenti donazioni a sindacati e associazioni benefiche e ambientaliste, il tour a sostegno di Amnesty International nel 1988 e più in generale un impegno continuo in parole e opere a favore dei lasciati indietro, degli stritolati dagli ingranaggi produttivi. Fino a “The Ghost Of Tom Joad”. Fino alla cronachistica American Skin, resoconto dell’omicidio andato impunito da parte della polizia della Big Apple di un immigrato africano, colpevole soltanto di avere infilato una mano in tasca alla ricerca del portafoglio quando gli erano stati chiesti i documenti. “Credevamo avesse una pistola”, si giustificheranno gli assassini dopo avergli cacciato in corpo quarantuno pallottole. Riconciliatosi con il suo essere un personaggio pubblico, il nostro uomo non ha avuto paura di esporsi alle rabbiose invettive e agli inviti al boicottaggio di settori estesi delle forze del cosiddetto ordine. Puoi chiamarti Ice-T o Bruce Springsteen, ma se negli Stati Uniti tocchi la questione della razza proveranno in ogni modo a fartene pentire.

Sono partito dall’oggi, e mi tocca ora naturalmente tornare indietro e raccontare una sfilza di ieri. Provo un certo imbarazzo a farlo. Un po’ perché già molto mi sono speso in passato per l’eroe di questa storia e in un paio di occasioni (nel 1995, quando collaborai a un numero monografico del bimestrale “Satisfaction”; nel 1998, quando curai un volume della collana “Compact Rock” della Giunti) in maniera parecchio estesa e che posso inventarmi di nuovo? Un po’ perché in tantissimi ne hanno scritto e uno in maniera tanto autorevole, e osservandolo da un punto di vista privilegiato, da rendere superflua qualsiasi trattazione successiva che non si limiti al semplice aggiornamento. Davvero: che dire che non sia già stato detto una-dieci-cento-mille volte? A chi può interessare, quando è poi questo un artista rispetto al quale da sempre le posizioni sono inusualmente nette: si è dei convertiti oppure no. Però ci penso su e mi viene in mente che i diciottenni di oggi erano appena nati quando uscì “Born In The U.S.A.”, che tanti di coloro che mi stanno leggendo andavano all’asilo o alle elementari al tempo di “The River” o di “Nebraska” e non è poi così sicuro che questa vicenda la conoscano. È a uso e consumo del giovin lettore che racconterò e commenterò allora, pur con la speranza di non annoiare il vecchio ed esperto. Ma non dà un infantile piacere risentire favole già note e vedersi confermati nelle proprie convinzioni?

Prosegue per altre 63.672 battute su Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune. Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.7, autunno 2002. Bruce Springsteen festeggia oggi il settantaduesimo compleanno.

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