Archivi categoria: libri

Il Vangelo (del jazz) secondo Arrigo (Polillo)

Arrigo Polillo - Jazz

Tanto è invitante il prezzo, in rapporto alla mole di quanto offerto, tanto la mole suddetta è intimidente: con bibliografia e indici si va a sfiorare le novecento pagine, stampate oltretutto in un corpo minuscolo. La tendenza, vista la fama di capolavoro guadagnata al volume da quasi trent’anni di pressoché ininterrotta presenza nelle librerie, potrebbe essere quella di portare comunque a casa, magari con la colpevole consapevolezza che, come sovente accade ai cosiddetti “classici”, il tomo verrà al massimo sfogliato e poi prenderà polvere sistemato in strategica evidenza, per fare bella figura con gli ospiti. Ma stavolta non andrà così. Non se, soffermandovi sulle prime pagine, apprezzerete la semplice eleganza della lingua, la chiarezza espositiva e nello stesso tempo la profondità analitica di un autore di cui proprio quest’anno ricorre il ventennale della scomparsa, sessantacinquenne, e ne sarete stimolati a proseguire. Meno che mai se la vostra attenzione cadrà invece sulla seconda metà di un saggio che, dopo avere speso trecento pagine per descrivere l’evoluzione del jazz dall’alba dello scorso secolo ai primi anni ’70, dedica trentaquattro capitoletti a raccontare le vicende personali e artistiche di altrettanti protagonisti di tale musica, da Jelly Roll Morton a Ornette Coleman. Con tanta vividezza che non potrete staccarvene, se non per tornare indietro e leggere dal principio: perché con Polillo, che diversi dei suoi protagonisti conobbe di persona, la storia del jazz è un romanzo non per modo di dire.

Critico di una cultura, un’autorevolezza (riconosciuta pure all’estero) e una limpidezza intellettuale che lo fanno dire purtroppo senza eredi, Arrigo Polillo nemmeno patì limiti generazionali che sarebbero anche stati scusabili: sapeva sintonizzarsi subito sulla novità del free e (sebbene perplesso rispetto al Davis successivo) era fra i pochissimi a salutare “Bitches Brew” come un capolavoro. Pubblicato per la prima volta nel 1975, aggiornato dall’autore nell’83 e ottimamente integrato nel ’97 da Franco Fayenz con un’ottantina di pagine rispettosissime dello stile e dell’impianto originali, Jazz è il mirabile lascito di una vita dedicata a una passione. Spesa bene. (Mondadori, pp.871)

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.14, estate 2004.

2 commenti

Archiviato in libri

Peter Guralnick e gli anni d’oro della musica soul

Peter Guralnick - Soul Music

Tanto vale cominciare con un’affermazione forte: nel vasto ambito del pop, Peter Guralnick è uno dei pochi al mondo a dare lustro sul serio alla professione del critico musicale. E nondimeno dirlo soltanto un valido critico vuol dire limitarlo assai: è in realtà lo storico che, riferendo delle sue musiche – il blues in Feel Like Going Home; il rockabilly e il country in Lost Highway; qui il soul – ha saputo raccontare l’America del XX secolo come a non molti altri è riuscito. È il biografo pignolissimo che ha dedicato undici anni della sua vita a raccogliere materiali sulla vicenda triste e gloriosa di Elvis e poi a metterla per iscritto con tale capacità affabulatoria che le oltre milleduecento pagine che ne sono risultate si leggono come il più appassionante dei romanzi. Così Searching For Robert Johnson, che approfittando della materia mitologica che investiga si fa epopea nel senso più autentico del termine. E, en passant, un romanzo vero e proprio (naturalmente inedito dalle nostre parti) l’ha pure scritto e pubblicato con successo, quel Nighthawk Blues che fa fantasticare sin dal titolo.

Volendo tuttavia limitare a un unico lavoro il suo contributo alla storia della cultura popolare è Soul Music, che usciva in Italia nel 1987 in una traduzione un po’ zoppicante per Arcana e da allora è più o meno sempre rimasto in catalogo, l’eletto. Tanti altri volumi gli sono da allora andati dietro e taluni anche notevoli (basti pensare al Craig Werner di A Change Is Gonna Come), ma per coerenza del disegno, ricchezza documentaria e sguardo d’assieme il libro di Guralnick resta a oggi insuperato e un modello con cui è inevitabile fare i conti. Nessuno meglio di lui ha spiegato “che cos’è la musica soul”, il suo sgorgare dal sogno di libertà del Sud, il legame in essa indiscutibile e indissolubile fra tecnica e sentimento, il suo continuo premere sui confini “di melodia e di convenzione” che si era imposta da sé, la sua derivazione dal gospel e la sovrapposizione dapprima negata con il rhythm’n’blues. Da Norman Mailer a Ray Charles e non sono che le quindici pagine dell’illuminante introduzione. Nelle oltre trecento che seguono vicenda si intreccia a vicenda senza che mai la linearità del narrare vada persa. Ci sono tutti: gli artisti che videro un brano dopo l’altro entrare in classifica e quelli che non conobbero che momenti di gloria passeggera, i turnisti di cui al tempo pochi conoscevano i nomi, e che in grandezza rivaleggiavano nondimeno con i cantanti che accompagnavano, e i produttori, i discografici, gli impresari. Mentre intorno l’America perde un’innocenza mai avuta senza rinunciare alle sue utopie. Imprescindibile. (Arcana, pp.354)

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.5, primavera 2002.

4 commenti

Archiviato in archivi, libri

Il cattivo gusto e la lingua straordinaria di Lester Bangs

Lester Bangs - Mainlines, Blood Feasts, And Bad Taste

Certo che ne ha scritte di cazzate, Lester Bangs. Perché, d’accordo, chiudere la propria carriera esaltando gli Exploited va rubricato alla voce “sfortunati incidenti” (che ne sapeva che sarebbe morto da lì a pochissimo? grandioso però il titolo di quell’ultimo pezzo: If Oi Were A Carpenter), ma cominciarla stroncando gli MC5 di “Kick Out The Jams” un po’ fu sfiga, un po’ tanto arrogante imprudenza. Né è stata la sola, solenne sciocchezza messa nero su bianco da uno che definì “On The Corner”, cruciale capolavoro di Miles Davis in miracoloso incrocio fra James Brown e Stockhausen, “il disco in assoluto e di gran lunga peggiore che costui abbia mai pubblicato”, salvo cambiare idea (come del resto l’aveva cambiata sugli MC5) nel giro di qualche anno e tesserne di conseguenza mirabile panegirico. Facile agli amori per gente bistrattata dal resto della critica (si esaltava per i mediocri sudisti Wet Willie, probabilmente unico al mondo fra gli scribacchini) come allo schiaffo dettato dall’umore del momento (sebbene sempre bene argomentato) non lo si legge ancora d’altro canto, a quasi ventitré anni dalla prematura scomparsa, in cerca di consigli per gli acquisti ma per il piacere che dà una prosa che nella critica rock, in inglese e non, non ha mai avuto uguali e iddio ci scampi dagli imitatori.

Uscita negli Stati Uniti nell’agosto 2003, a sedici anni da quella Psychotic Reactions And Carburetor Dung che per fortuna già aveva provveduto a salvare l’opera di questo grande scrittore (sì: scrittore) dall’oblio che inevitabilmente cala su chi pubblica solo su riviste, Mainlines, Blood Feasts, And Bad Taste è a oggi la seconda raccolta di scritti bangsiani. Resterà probabilmente l’ultima, avendo dovuto il curatore John Morthland, per arrivare a riempire quattrocento pagine, recuperare anche cose francamente non trascendentali, utili comunque a completare il quadro. Dei due libri di Lester Bangs da avere è dunque il secondo e nondimeno: indispensabile. Con dentro fra il tanto d’altro uno spietato e documentatissimo attacco al Bob Dylan che, in “Desire”, inopinatamente elevava il mafioso Joe Gallo a personaggio mitologico (un articolo da Pulitzer), una formidabile quadrilogia stoniana, una puntuta disamina della leggenda di Jim Morrison e un esemplare reportage dalla Giamaica, appena asceso Bob Marley allo stardom. Volume che in ogni caso, come il predecessore, conquista al di là degli argomenti. È che è straordinaria la lingua, intessuta di slang e neologismi e tambureggiante come uno “one-two-three” seguito da un assalto punk-rock, o al contrario (dipendeva naturalmente pure da quale droga era in circolo) una lenta colata lavica. Intraducibile e di conseguenza non tradotta. (Anchor Books, pp.411)

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.16, inverno 2005.

4 commenti

Archiviato in archivi, libri

I paesaggi immaginari di Riccardo Bertoncelli

Una mia recensione d’epoca del capolavoro d’epoca dell’unico cui in Italia, personalmente e senza ironia, riconosco il titolo di Maestro. Prima o poi proverò a emularlo. Magari prima.

Riccardo Bertoncelli - Paesaggi immaginari

“Box di 5 CD più bonus disc”: così il retro di copertina – peraltro la cosa più infelice (l’unica non contando certe idosincrasie dell’autore) di questo volume passato come un lampo nelle librerie normali, nel ’98, per finire nei remainders dove da allora staziona (ma lo si vede sempre meno; regolatevi) – presenta Paesaggi immaginari. Come i cofanetti cui fa il verso, lo si apre golosi, si sfoglia, si scorre l’indice, indecisi se buttare dentro il primo dischetto e godersi il mastodonte tutto di fila o piluccare qui e là, partendo dalle rarità oppure facendo girare una volta di più ciò che già si conosce. Se siete per il secondo approccio (io ho seguito il primo: sono una persona metodica e trattasi pur sempre di un libro, seppure antologico) il consiglio è di cominciare da due inediti e un inatteso e gradito recupero. Piccola avvertenza: sul primo degli inediti, Lettere in sogno da Tim Buckley (e altra posta angelica: da Tim Hardin, Fred Neil, Jeff Buckley), correte il rischio di fermarvi molto a lungo (come quando il lettore si incastra per un’ora in repeat su quel brano che ci ha ammaliati senza rimedio). C’è dentro tutto ciò che continua a fare del Bertoncelli il numero uno fra quanti dalle nostre parti discettano di pop, non solo per una questione di primogenitura (fu lui a inventare questo mestiere in Italia) ma per la limpidezza della lingua e un’eleganza di stile che restano insuperati, inimitabili benché siano stati e continuino a essere imitatissimi. Bertoncelli parte dai dischi per raccontare il mondo, come se lo osservasse da quel buco là al centro, quando quasi tutti si fermano ai dischi. E tanto più l’argomento del narrare è vicino alla sua sensibilità, e in tal senso la favola triste dei Buckley è perfetta, tanto più la pagina si affolla di fughe mitologiche, immagini fulminanti, riflessioni sulle quali si inciampa ritrovandosi in un attimo in ginocchio. Dicono di lui che sia troppo personale, egocentrico persino. Che in fondo non faccia altro che raccontarci la sua vita e potrebbe anche fregarcene poco, no? Non capendo che è esattamente ciò che lo rende di una leggibilità senza paragoni in un ambito poverissimo di scrittori veri.

Ci si diverte pazzamente scoprendo infine (un altro inedito) La vera storia dell’“Avvelenata” (come fu che Bertoncelli si ritrovò in un classico di Guccini). E a chi altri sarebbe venuto in mente di omaggiare Landolfi partendo da una canzone dei Pink Floyd e dalla propria naia? Wish You Were Here è una pagina del ’77 ritrovata che una volta di più fa pensare che in fondo il nostro uomo sia sprecato a vergare rubriche e recensioni per questo o quel giornale, quando invece dovrebbe architettare romanzi. Non lo si dica a voce troppo alta, però. Potrebbe finire per dar retta e ci perderemmo così l’unica penna capace di fare della storia dei Beatles un’epopea pasticciera. (Giunti, pp.261)

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.3, autunno 2001.

10 commenti

Archiviato in archivi, libri

Will Hermes – New York 1973-1977 (Codice Edizioni)

Will Hermes - New York 1973-1977

Bruce Springsteen che apre per David Bromberg e sui manifesti c’è scritto Rick. Il debutto da solista di Lou Reed. Tom Miller non ancora Verlaine che cala il primo acido e lo racconta in un bigliettino a Richard Myers non ancora Hell. La nascita dei Neon Boys non ancora Television. I New York Dolls che sbagliano tutti gli attacchi dei pezzi in una sala gremita di discografici e nel set dopo fanno il concerto della vita. Il Mercer Art Center che una notte collassa e Alan Vega che guarda i resti della sala dove avevano appena suonato i Suicide e “c’era solo più il palco senza pareti attorno”. Johnny Thunders che prova l’eroina “e gli piacque parecchio”. Il free jazz che si reinventa nei loft. “Hommy” che rifà “Tommy” in salsa… salsa. La prima jam dell’hip hop, quando non era ancora hip hop. David Mancuso e le sue feste a inviti al Loft e quelle di Nicky Siano al Gallery. Bob Marley & The Wailers di spalla a Springsteen al Max’s Kansas City. Soul Makossa che impazza da ogni radio. La Woodstock della musica latina allo Yankee Stadium.

Queste sono solo alcune delle cose che succedono nelle prime quaranta pagine di un libro capace di andare ben oltre il mero saggio, ben oltre la cronaca, per farsi romanzo collettivo raccontando la New York dei “cinque anni che hanno rivoluzionato la musica”, come recita il sottotitolo e il lettore già avrà inteso che uno dei grandi meriti del volume è che quella musica la affronta a 360 gradi, nell’ampissimo arco compreso fra La Monte Young e lo Studio 54. Libro impossibilmente denso di ritratti, aneddoti ed epifanie, di collegamenti incredibilmente illuminanti (come quando a pagina 206 si mettono insieme il Philip Glass di “Einstein On The Beach” e i Ramones e il tutto ha un senso, eccome se ce l’ha). Libro assai ben scritto e pure assai ben tradotto, al netto di un paio di perdonabili sviste. Non avete mai letto nulla di simile su New York, statene certi. Forse, non avete mai letto nulla di simile sulla musica.

Pag.400. € 23. Traduzione di Michele Piumini.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.194-195, luglio/agosto 2014.

2 commenti

Archiviato in libri

Potere alla parola (bonus track 4): Gil Scott-Heron

La più clamorosa resurrezione nella storia della popular music, “I’m New Here”, dacché Rick Rubin riportò in auge Johnny Cash. Con la differenza non da poco che l’Uomo in Nero non aveva mai smesso di fare dischi e i suoi anni sprecati se li era lasciati alle spalle da un pezzo, laddove Richard Russell per formulare all’Uomo Nero una proposta non rifiutabile ha dovuto varcare la soglia di un carcere.

Gil Scott-Heron 1

Accadeva nel luglio 2006, con Gil Scott-Heron appena rinchiuso a Rikers Island con la prospettiva di restarci fino al luglio 2009 dopo avere già trascorso in prigione il triennio 2001-2003. Rilasciato su cauzione nel maggio 2007, tornerà dietro le sbarre in ottobre, per amara ironia alla vigilia del secondo dei due spettacoli che avrebbero dovuto celebrarne il definitivo rientro in scena. Fermato per l’ennesima volta con addosso della cocaina e pareva persino un progresso per uno che un decennio prima era finito nella spirale del crack. E per l’ennesima volta un magistrato aveva pietà di lui, oppure no. Di nuovo sembrava che il tempo fosse passato invano da quando nel 2001 Monique de Latour, a lungo sua compagna dopo la separazione dall’attrice Brenda Sykes, in una lettera a un giudice lo pregava di condannarlo non alla galera, dove certi vizi possono perpetuarsi, ma alla reclusione in una comunità terapeutica: “Gil spende duemila dollari alla settimana in cocaina, non ha più una casa e per un anno ha vissuto da uno spacciatore. (…) Mi è capitato di tornare nell’appartamento che dividevamo e di trovarlo nudo, in compagnia di prostitute di quelle che si vendono per una dose di crack. Un’altra volta ha smontato tutte le lampadine di casa perché si era convinto che nascondessero delle telecamere sistemate dalla polizia, o da chissà chi, per spiarlo”. Nemesi tremenda per uno che per un quindicennio fu sul serio sotto sorveglianza, indizio indiscutibile di pericolosità rispetto a quello che si soleva chiamare Sistema. Chissà se sapremo mai cosa sia successo di tanto devastante nella sua esistenza, ed esattamente quando, da determinare un simile cambiamento. Ammesso che un elemento scatenante ci sia stato. Ammesso che tutto non fosse scritto ancora prima di quella Angel Dust che nel 1978, in apertura di “Secrets”, scandiva che “alla fine di certe strade senza uscita/non c’è modo di tornare indietro”. O addirittura prima di The Bottle che nel ’74, dai solchi di una pietra miliare chiamata “Winter In America”, ammoniva la gioventù dei ghetti sui pericoli dell’alcolismo. Come un pugno nello stomaco, con il senno di poi, i versi che in Home Is Where The Hatred Is recitano che “casa è dove i segni dell’ago/cercano di guarire il mio cuore spezzato/e potrebbe non essere una cattiva idea/non tornare a casa mai, mai più”. Quarta traccia della prima facciata del secondo LP – il primo in studio – pubblicato dal Nostro, “Pieces Of A Man”. AD 1971. Il disco si apre con ben altro piglio e su ben altri scenari, con il brano cui maggiormente resta legato (lui piuttosto nolente che volente) il nome di Gil Scott-Heron.

La rivoluzione non sarà trasmessa in TV/La rivoluzione non sarà di nuovo con noi dopo i consigli per gli acquisti/…/La rivoluzione non andrà meglio con la Coca Cola/e non combatterà i batteri che possono causare l’alito cattivo/La rivoluzione ti metterà al posto di guida/e non sarà trasmessa in TV/Non andrà in replica, fratelli/La rivoluzione sarà… dal vivo!” (The Revolution Will Not Be Televised)

Gil Scott-Heron nasce a Chicago il 1° aprile 1949, da madre americana e padre giamaicano con un posto nella storia del calcio scozzese, primo giocatore professionista di colore e bravo davvero se tuttora i tifosi del Celtic Glasgow si ricordano della Freccia Nera. I genitori divorziano presto e il ragazzino si ritrova a Lincoln, Tennessee, allevato dalla nonna e subito esposto agli oltraggi del razzismo, essendo uno dei tre soli alunni neri in una scuola cosiddetta “integrata”. Situazione impossibile a sopportarsi che lo induce, adolescente, a trasferirsi a New York e sono mondi di possibilità che gli si spalancano davanti all’ombra della Grande Mela. Nello sport per cominciare, perché è cestista di tale valore che una carriera nella NBA appare possibile e anzi probabile fino a un infortunio brutto e benedetto, siccome è allora che inizia a scrivere poesie e nello stesso tempo a suonare il piano in un bar. Poi decide che l’epoca dei poeti seduti al tavolino di un caffè è tramontata e sarà il caso di unire queste due abilità. È così che la prima raccolta di versi, Small Talk At 125th And Lenox, diventa nel 1970 anche un primo 33 giri, inciso dal vivo e affine in spirito e sonorità al coevo, omonimo esordio dei Last Poets. Con momenti altissimi nella prima di tante versioni della summenzionata The Revolution Will Not Be Televised, in una non meno polemica Whitey On The Moon, nell’incalzante Brother, nella malinconica Everyday. Formidabili gli anni da lì al ’74, che fruttano altri tre LP e due romanzi. E che romanzi! Se The Vulture, scritto alla verde età di diciannove anni, sarebbe potuto essere, con le sue vicende di spaccio e morte ad Harlem, un eccellente canovaccio per un film dell’imminente filone blaxploitation, da The Nigger Factory, storia di dinamitardi afrocentrici sullo sfondo di un’università in subbuglio, Spike Lee potrebbe cavare un sensazionale apologo bifronte. E che LP! In “Pieces Of A Man” (1971), in “Free Will” (1972; entrambi su Flying Dutchman come il debutto), in “Winter In America” (1974; su Strata East e primo di ben sette 33 giri coaccreditati al braccio destro Brian Jackson, pianista e flautista invero di vaglia), Scott-Heron si muove fra soul e funky, jazz e rhythm’n’blues perfezionando uno stile che subirà al massimo aggiustamenti ma non – fino al pure in questo sbalorditivo “I’m New Here” – mutazioni decisive. Raffinati gli spartiti, graffiano a sangue le parole, discorsi spietati sullo stato dell’Unione dopo che le speranze dei ’60 hanno alzato bandiera bianca, la lotta per i diritti civili è rimasta incompiuta e morti e sogni sono sul terreno, i ghetti pieni di droga, Saigon brucia e Nixon si appresta a pagare per un’arroganza sconfinata nell’idiozia: H2Ogate Blues è su “Winter In America”, cronaca in tempo reale e gemma di sarcasmo di insuperabile splendore. Sta lì anche il favoloso talking-funk The Bottle, groove irresistibile che avvincerà le generazioni della house e dell’acid jazz perpetuando la fama dell’autore giusto nel momento in cui l’ispirazione altrettanto irresistibilmente declinava, mentre “Pieces Of A Man” regala fra varie ed eventuali una Lady Day And John Coltrane che dice tutto il titolo e una I Think I’ll Call It Morning degna di Marvin Gaye e “Free Will” cala una spettacolare coppia d’assi con l’esilarante Sex Education – Ghetto Style e un acuminato The Get Out Of The Ghetto Blues.

Gil Scott-Heron 2

È quanto basta per fare appuntare il nome di Gil Scott-Heron sui taccuini dell’FBI. Prende nota però pure la grande industria discografica ed è la Arista a mettere sotto contratto il Nostro, rapporto che durerà nove anni fruttando altrettanti album. Fino a pochi mesi or sono i più facili a rintracciarsi erano i primi tre, ristampati da TVT fra il 1998 e il 2001 e sempre in catalogo da allora: poco meno che imperdibile “From South Africa To South Carolina” (1976) che vanta ineffabili vertici in una dondolante e marziale Johannesburg, in una trascinante quanto evocativa The Summer Of ’42 e in una stilosa con sentimento A Lovely Day, sono senz’altro consigliabili anche il predecessore “The First Minute Of A New Day” (1975, con dentro la flemmatica e beffarda Ain’t No Such Thing As Superman e la felpatamente junglesca Guerilla) e il successore “It’s Your World” (di nuovo ’76 e in parte dal vivo). Dallo scorso giugno sono finalmente tornati disponibili “Bridges” (1977; a inaugurarlo un fenomenale Stevie Wonder apocrifo, Hello Sunday! Hello Road!) e “Secrets” (1978; acquisto giustificato, oltre che da Angel Dust, da un’esplosiva Third World Revolution). Il che, trovandosi senza problemi “Moving Target” (1982; relativamente poco personale ma molto godibile, con il suo slalomeggiare fra Stevie Wonder, George Clinton e James Brown) lascia ufficialmente irreperibile solo la produzione di un prolifico 1980, un disco che dall’anno prendeva il titolo e poi “Real Eyes”. Paradossalmente le due prove più pop di Scott-Heron e, ancorché largamente al di sopra della sufficienza, una faccenda per completisti. È “Reflections”, del 1981, l’album da avere di Gil Scott-Heron se se ne vuole avere uno.

Un altro “What’s Going On” a dieci anni da quello di Marvin Gaye, legame rivendicato con una ripresa di Inner City Blues morbida nel porgersi quanto feroce nella sostanza. Nemmeno l’apice di un capolavoro che lascia senza fiato dal reggae di Storm Music al comizio funk di B-Movie, che sta agli anni di Reagan come H2Ogate Blues era stato a quelli di Nixon. La latinità di Grandma’s Hands, lo swing di Is That Jazz?, la ballabilità invincibile di Gun sono immani e tuttavia quasi spariscono dinnanzi alla dedica alla figlia Gia di Morning Thoughts: la più toccante ed efficace commistione fra politico e privato in una singola canzone di cui io sia a conoscenza, celebrazione di una nuova vita con parole che non mancano mai di commuovermi. Senza nemmeno bisogno della musica! Che è blues che avanza felpato sulle zampe di un basso felino.

Il dolce profumo dell’amore della mia donna/il suo corpo che si fonde con il mio./L’ora in cui il mondo è scuro e tranquillo e noi siamo soli;/vicino al precipizio che separa il rumore dalla pace, l’accenno di una magia in continua evoluzione; un luogo prezioso unisce e conferma lo spazio,/l’unione e l’affiatamento./E poi un soffice mattino di marzo/un dono per me/da Dio, con un viso carino/gli occhi di papà e la grazia di nonna./Splende come la luce dell’immortalità/mentre sogni fragili e meravigliosi assaporano la luce/e la brezza più leggera per la prima volta./E i pensieri del mattino si trasformano in sorrisi/in amore, in luce del sole/in ‘Buongiorno’./I pensieri del mattino sono tempestosi/lampi balenanti attraverso il cielo dell’alba…/I pensieri del mattino iniziano/mentre il nero della notte lascia il posto/a scopi mattutini della luce del sole./Mattino come principio di un nuovo giorno/con tutta la sua luminosa promessa/splende prima pallido poi brilla/sullo Zimbabwe/su El Salvador/sulla Namibia/sulla Polonia/ovunque un uomo osa protestare per un cambiamento./Siamo nati alla mezzanotte del periodo più scuro/ma sicuramente il primo minuto di un nuovo giorno offre… nuova forza.

E poi si perde, il lucidissimo polemista che non faceva sconti a nessuno. Il progenitore con i Last Poets di tutto il rap politicizzato – dai Public Enemy a Boogie Down Productions, da Paris a Michael Franti – di tre buoni lustri successivo. Qualche tour con gruppi raccogliticci, un paio di raccolte di versi, un disco in studio (il peraltro da rivalutare “Spirits”, del ’94,  illuminato dalla ballata Give Her A Call e dal blues con archi Lady’s Soul) e uno dal vivo (“Minister Of Information”, medesimo anno e niente di che): questo il misero lascito di ventotto anni trascorsi per la più parte ostaggio della tossicodipendenza. E in tutta sincerità da lungi ero convinto che non mi sarebbe più capitato di scrivere di Gil Scott-Heron se non in articulo mortis, commemorandone il genio, deprecandone incoerenze e debolezze, commiserandolo una volta di più per un’esistenza insensatamente buttata via. Altamente improbabile che pubblicasse infine quell’album in studio che già nel 1998, in una conversazione con Hank Bordowitz, millantava imminente. Folle sperare che potesse pareggiare le sue migliori pagine passate. Ma… sapete?… i miracoli accadono.

Non è nulla di meno “I’m New Here”, esageratamente conciso – ventotto minuti e una manciata di secondi, formalmente quattordici brani ma cinque non sono che fulminei interludi – per quanto si è fatto aspettare e in compenso impossibilmente denso. Un’ulteriore sfida allo scetticismo che, delle canzoni “vere”, tre neppure siano autografe e fra esse due piazzate quasi subito, dopo la drammatica introduzione di On Coming From A Broken Home, Pt.1, recitativo secco su un fondale inquietantemente neoclassico in realtà preso in prestito da quel Kanye West che a sua volta più di qualcosa (molto più del campionamento di Home Is Where The Hatred Is utilizzato in My Way Home) ha preso in prestito dal Nostro. Me And The Devil è la certificazione di una resurrezione dove faustianamente è Mefistofele a rendere la vita a Lazzaro: mai udito un Robert Johnson tanto trasfigurato, reso come avrebbero potuto i Beatnigs, scansione hip hop e atmosfere industrial, e riconoscibile solo per via della familiarità con il testo, quando in tal senso la successiva title-track, tiepidamente carezzevole e che razza di contrasto si crea così, è del tutto elusiva. Alzi la mano chi l’ha riconosciuta come il brano degli Smog che è. No, dai, davvero. Detto che l’ultima cover – una comunque stupenda lettura del classico soul-blues di Bobby Bland I’ll Take Care Of You – è nettamente la più convenzionale, non resta che mettere in fila gli originali e ahinoi si fa in fretta. Sfilano una Your Soul And Mine che potrebbe essere dei Burial, una Where Did The Night Go “in dub”, il rauco spiritual scandito da un battito di mani New York Is Killing Me, una metallica Running, una The Crutch da cui si levano miasmi stordenti e ci credo: è la parabola di un drogato l’autobiografico argomento. Il disco finisce come era cominciato, con la seconda parte di On Coming From A Broken Home, e non lo si fa ripartire subito, no. Per un po’ si resta in silenzio, attoniti. Indecisi riguardo a cosa ci abbia colpito.

È duplice la forza di “I’m New Here”. Testuale, ma può essere questa una sorpresa trattandosi di uno dei più grandi poeti afroamericani dell’ultimo secolo? All’altezza di quel James Mercer Langston Hughes eletto a modello sin dalla prima giovinezza. A lasciare stupefatti sono piuttosto basi (mai sentito un Gil Scott-Heron siffatto) dove il funk è una sferzante assenza, né rispondono all’appello il calore soul e l’eleganza jazz d’antan. Le si direbbe claustrofobiche, bastasse a rendere l’angoscia che trasmettono. Eppure qui dentro qualcuno è vivo, daccapo. Ed è forse questa l’alba del primo giorno in qualche modo felice da quello evocato in Morning Thoughts. Vera gloria e punto. Non vale per ora crucciarsi interrogandosi se sarà duratura, se il nostro difettoso eroe saprà dare continuità al ritorno o viceversa, autisticamente, tornerà a rinchiudersi nella casa popolata di fantasmi della sua anima. Ancora afasico l’uomo che come nessuno in musica ha dato potere alla parola.

Per intanto ringraziamo il patron di XL Richard Russell per essere andato a recuperarlo in galera e avergli offerto una sponda simpatetica quanto quella – anche a me piace chiudere cerchi – data a suo tempo da Rubin a Cash. Difficilmente ascolterete quest’anno un album più intenso, più emozionante.

Gil Scott-Heron 3

Le canzoni più campionate di Gil Scott-Heron 

The Revolution Will Not Be Televised (da Masta Ace, Professor Griff, Queen Latifah, Salt-n-Pepa)

The Bottle (da De La Soul, Jungle Brothers, Kenny Dope, Stop The Violence Movement)

H2Ogate Blues (da Abstract Tribe Unique, Boogie Down Productions, KMD)

Peace Go With You Brother (da Lords Of The Underground e Milkbone)

We Almost Lost Detroit (da Black Star e Grand Puba)

A Legend In His Own Mind (da Mos Def e Phife)

Gil Scott-Heron - The Nigger Factory

Il romanziere Gil Scott-Heron

Albori di ’70 USA: Malcolm X e Martin Luther King polvere alla polvere, Woodstock alle spalle, Nixon al potere, il Watergate lì. Gli anni ’60 sfioriti, con un lascito di rivoluzioni incompiute e fra esse la lotta per i diritti civili degli afroamericani. La Sutton è un’università per neri in Virginia condotta con polso fermo da un preside pur’egli di colore, con  belle battaglie alle spalle ma dimentico, in nome di un realismo spinto all’eccesso (non quello del “siate realisti! chiedete l’impossibile” del Maggio parigino), di esse. Si muove a battaglia contro costui un’unione studentesca chiamata MJUMBE, acronimo che sta per Members of Justice United for Meaningful Black Education ma che vuole pure dire, in swahili, “messaggero”. Messaggero del messaggero sarà suo malgrado il rappresentante eletto degli iscritti all’università, che gli stessi obiettivi aveva in mente ma aveva prefigurato strategie meno avventate. Contrasti generazionali e scontro fra fazioni porteranno a un epilogo violento.

Pubblicato nel 1972 da un Gil Scott-Heron appena ventitreenne e ormai propenso a preferire la parola cantata a quella scritta, tant’è che questo suo secondo romanzo resterà l’ultimo, The Nigger Factory (disponibile in italiano in una buona traduzione Shake del 2001 tuttora in catalogo, laddove The Vulture da noi non è mai uscito) è ritratto di un popolo, una generazione, un’epoca implacabile almeno quanto The Revolution Will Not Be Televised. Lo si legge, complice l’efficacia dei dialoghi, d’un fiato. Lo si medita a lungo.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.669, aprile 2010.

1 Commento

Archiviato in archivi, libri

Uno degli scrittori della mia vita: Manuel Vázquez Montalbán

Dieci anni fa a oggi ci lasciava all’improvviso (oppure no) uno degli scrittori da me più amati. Rileggendo questa recensione di quello che resterà l’ultimo romanzo dell’autore catalano con Pepe Carvalho protagonista mi vien da pensare che, per una volta, avessi capito tutto in anticipo. Non che fosse difficile.

Manuel Vázquez Montalbán

È una sensazione forte, per certi versi disturbante ma che per altri contribuisce alla riuscita e al fascino del libro. La medesima che, anche senza conoscere la vicenda umana dell’autore, si poteva provare leggendo Solea di Jean-Claude Izzo: che tale volume fosse un congedo. Doppio in quel caso, dello scrittore dal mondo e della sua creazione più memorabile, l’ex-poliziotto Montale, dalla pagina. Avendo Montalbán sessantun’anni, l’augurio è che ancora a lungo produca o quanto meno campi. Nondimeno L’uomo della mia vita ha tutta l’aria di essere l’addio di Pepe Carvalho, investigatore privato ex-comunista ed ex-agente CIA, gastronomo sommo e proprietario di una libreria da cui preleva il materiale necessario ad accendere il caminetto nella casa da cui spia dall’alto l’amata e ormai irriconoscibile Barcellona. Lo abbiamo seguito in una dozzina di romanzi di altalenante qualità (con qualche caduta – sciocco negarlo – ultimamente) e in un tot di racconti che ne hanno fatto uno che – come tutti i migliori personaggi letterari – ha più sostanza di tanti umani che vivono senza accorgersene e senza che se ne accorga nessuno. Carvalho no: lui è carne (ben nutrita), ossa, istrionismo e amarezza. Umanità sconvolgente sotto la patina di cinismo.

È un Carvalho alle soglie e oltre della vecchiaia quello che si aggira in queste pagine, preoccupato da una vita che si annuncia sempre più grama (non avendogli dato la sua precaria esistenza fonti di sostentamento in grado di garantire oltre l’oggi), e da un ritorno, quello dell’amante di sempre, Charo, del quale non sa bene che fare. Tanto più che un altro amore si intromette, quello che gli giura un altro fantasma del passato, la volitiva e dolcissima Yes, tornato all’improvviso senza chiedere  permesso. Ecco: L’uomo della mia vita è innanzitutto una bellissima storia di sentimenti cui il travaglio quotidiano non sa dare adeguate risposte. C’è naturalmente un giallo da risolvere – e la soluzione, puntuale, arriverà – ma conta poco, pochissimo. Restano nella memoria piuttosto le lettere d’amore di Yes cui il detective non risponde mai. Straordinarie. Che poi non sono lettere ma fax, siccome Carvalho un po’ alla modernità deve piegarsi anche lui. Segno sicuro, dacché non si riesce proprio a immaginarselo che spedisce o riceve e-mail, che l’abbiamo perso. Migliore uscita di scena, tuttavia, non si poteva desiderare.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.423, 19 dicembre 2000.

4 commenti

Archiviato in anniversari, archivi, libri

Velvet Gallery (16)

Sono molto orgoglioso di essere stato il primo a massacrare Piero Scaruffi e, per quanto estesa, mai stroncatura mi è venuta più facile in vita mia delle due pagine in cui nel 1990 impiccavo l’autore della più sciagurata Storia del rock  che si ricordi con la corda delle sue stesse parole. Non potevo immaginare che lo scaruffismo, complice soprattutto Internet, sarebbe poi dilagato, ma tant’è: io il mio dovere l’ho fatto.

(Per piacevole coincidenza e per chi ci tenesse ad approfondire: qui.)

Crimini e misfatti 1

Crimini e misfatti 2

114 commenti

Archiviato in archivi, libri

Irvine Welsh: un uligano in libreria

C’è stato un tempo – alcuni anni a cavallo fra i ’90 e i 2000 – in cui mi riusciva di scrivere con buona frequenza di romanzi e romanzieri ed era bello potere così interrompere la routine di recensioni e monografie di musica, musica, musica e ancora musica. Oggi non potrei più perché, semplicemente, mi manca il tempo per leggere e quando riesco a inventarmelo il più delle volte è comunque di argomenti musicali che, volente o nolente, mi tocca leggere. Oggi non potrei più – e mi dispiace moltissimo – scrivere un articolo come questo, che mi venne commissionato da “Il Mucchio” nel febbraio 2002 e che, a contorno di un’intervista, conquistò pure la copertina del numero in cui venne pubblicato.

Allo “scegli la vita” di tante campagne antidroga nella migliore delle ipotesi al massimo benintenzionate il più celebre degli eroi senza qualità welshiani, il Mark Renton perno di Trainspotting, risponde decidendo di scegliere di non scegliere. Che potrebbe anche essere opzione con una sua dignità se la tirata anticonsumista per la quale più resta nella memoria (se non avete il libro a portata di mano, per darle una ripassata vi basterà il libretto della colonna sonora del film) non fosse nichilismo da suburbia con alla fine della strada – qualunque fine abbia: i protagonisti del romanzo se ne trovano dinnanzi delle più varie e tutte ugualmente disprezzabili – esattamente ciò che si millanta di rifuggire. Welsh, beninteso, si è ben guardato dal non scegliere la vita. Ne ha scelta semmai pure troppa, come dimostra la sua biffa di quarantenne rovinato, e sarà per questo che le sue storie e i suoi personaggi hanno lo spessore e l’acre odore (diciamo quello del sudore di un tossico in crisi di astinenza) della vita vera. Li ha conosciuti bene lui questi (uso il suo stesso vocabolario) spurghi, ha diviso con loro concerti punk e rave, risse da stadio ed eroina. È insomma stato uno di loro e non sarà quella milionata di sterline all’anno che guadagna dacché Trainspotting lo mise al centro di una scandalizzata scena letteraria a fargli calare l’empatia per questa sozza, proletaria umanità con la sfiga nel codice genetico. Perlomeno non è ancora accaduto e valgano come prova le oltre cinquecento pagine del fresco di stampa Colla, non il più ambizioso dei sei volumi dati finora alle stampe, siccome Il lercio e soprattutto Tolleranza zero azzardavano molto di più sul piano della sperimentazione, ma quello in cui l’articolazione del narrare, sparso oltretutto su un piano temporale esteso come mai a oggi, è più sapiente e la padronanza del punto di vista multiplo massima. Che Welsh sia sempre ben disposto all’épater le bourgeois (non più tardi di tre anni or sono faceva sobbalzare sulle loro costose poltroncine i vip accorsi alla prima del lavoro teatrale You’ll Have Had Your Hole con una scena di stupro con sodomia) non dovrebbe far passare in secondo piano né la straordinaria qualità del suo affabulare né l’ancora più notevole padronanza di una lingua gergale inconfondibile che modella il racconto fino a farsi racconto essa stessa.

Che poi abbia avuto un’esistenza assai più movimentata della media degli scrittori è argomento ineludibile. Svelto riepilogo? Nasce a Leith da padre operaio nei cantieri portuali e madre cameriera, cresce fra Edimburgo e un incubotico agglomerato di case popolari chiamato Muirhouse, si infiamma per il pallone e gli Hibernians (per la Heather de Gli invitti la goccia che farà traboccare il vaso del disastro matrimoniale sarà il cambio di fede calcistica del consorte), per il punk (approdato a Londra nel 1978 lo pratica grattuggiando la chitarra in due gruppetti amatoriali), per le sostanze psichedeliche (assunte con gusto da bastian contrario perché il maschio medio scozzese preferisce ingozzarsi di birra). Poi prova l’eroina, ci resta infognato per un anno e mezzo e uscitone senza per questo essere diventato un bravo ragazzo si dà, ossequiando lo spirito degli ’80, al capitalismo rampante (toh! ecco Mark Renton). Specula nell’edilizia, guadagna, studia, apre un’agenzia di consulenza in materia di computer e si trova, da uligano di borgata quale era,  a collaborare con il comune di Edimburgo quando questo informatizza la sua burocrazia. Si sposa anche. Testa a posto? Macché! Sul finire del decennio si immerge nella scena rave e partecipa appieno alla novella – prolungata – Estate dell’Amore che il dilagare dell’ecstasy ha messo in essere. Formidabile lassativo emozionale, le colorate pasticche cambiano la gioventù isolana in pensieri, parole, opere con un impatto che da allora si sta ancora cercando di misurare. Welsh se la spassa, fa collidere l’esperienza con i ricordi della fauna diversamente drogata frequentata in precedenza, saltabecca fra Edimburgo e Londra, Amsterdam e Manchester, Los Angeles e Monaco di Baviera e comincia a produrre. Un po’ di palestra nella fanzine di Kevin Williamson (sorta di Malcom McLaren letterario) “Rebel Inc.” e poi i ventuno racconti di Acid House (1994), ben più che semplici prove tecniche di trasmissione. Se Marabou Stork Nightmares (1995; tradotto in Italia solo sei anni dopo con il titolo reso con un discutibile Tolleranza zero) eccede in slalom avanguardistici, Trainspotting è già perfetto ed epocale. E il resto come si suol dire è storia, universalmente nota. Adottato come un divo del pop dalla stampa giovanile e giovanilistica britannica, corteggiato con cautela dalla cultura “ufficiale”, il nostro uomo si gode la parte da rockstar – “poeta della generazione chimica” lo ha laureato il modaiolo “The Face” – e presto pure i guadagni (oltre che un discusso singolo con i Primal Scream in cui fa un’apologia della teppa irredentista scozzese), visto che da Trainspotting viene tratto un film campione di incassi e che Ecstasy (1996) e Il lercio (1998) lo seguono nelle classifiche di vendita. Così Colla, per il quale tanto per cambiare, poiché nel frattempo anche Acid House ha avuto una trasposizione su pellicola, si battaglia per i diritti cinematografici. Successo travolgente a dispetto di una scrittura di decifrazione a volte ardua e di un atteggiamento così fieramente incompromissorio da rischiare il cliché.

Ma come appuntavo prima non è buona cosa che le luci della ribalta abbaglino distogliendo dalla sostanza, che c’è ed è tanta, di ciò che accade in scena. Persino nel Welsh “minore” che è quello dei racconti. Nelle due decine abbondanti di Acid House ci sono sì pezzi che non vanno oltre il divertissement e altri in cui la tendenza allo stereotipo informa che di debuttante trattasi, ma anche, fra estemporanee puntate da Ballard incontra Dalì (Formalina) ed esercizi di surrealismo (Wayne Foster), e a partire da… massì… dalla title-track, un uso funzionalissimo dell’artifizio grafico che farà furore in Tolleranza Zero e ancora di più ne Il lercio. Di Acid House il racconto colpisce come un indubbio virtuosismo tecnico sia al servizio di un’idea fulminante, lo scambio di personalità fra un ultrà fottuto dall’acido e un neonato, sviluppata con malevolenza pari all’indimenticabile Ray Bradbury de Il piccolo assassino. Di Acid House il volume come in nuce molta parte della poetica welshiana stia già qui: il sesso vissuto con una solipsistica avidità che ha al centro un nucleo di disperazione, meccanico scambio di fluidi piuttosto che intimità condivisa (solo l’alterazione chimica libera emotivamente i personaggi); la tossicodipendenza che alimenta delinquenza spicciola già nutrita dall’insopportabile squallore delle periferie urbane; inferni domestici. E c’è pure all’opera un umorismo cattivo che transitando dal grottesco (Vecchio tossico di nonna tua) al mordace (I due filosofi) approda a un’irresistibile parabola kafkiana (La causa del Granton Star) ove un Dio bastardo (non sto bestemmiando: leggete e mi direte) si fa strumento di rovina per il più memorabile degli sfigati in cui possiate imbattervi.

Nonostante abbia molte più pagine Gli invitti, il primo dei tre racconti lunghi o se preferite romanzi brevi in cui si articola Ecstasy, ha maggiormente l’aria dell’esercizio preparatorio a lavori più impegnativi. Lo sballone Lloyd e la giovane moglie delusa Heather scovano in qualche manciata di pilloline affinità elettive inattese e forse vivranno felici e contenti. Meglio l’intrigo tendente allo splatter di La fortuna sta sempre nascosta e diceva bene il compianto Claudio Galuzzi quando osservava che, rispetto agli altri racconti in cui si gira a vuoto (“più o meno Estasiati ma a vuoto”), c’è qui uno scarto importante nel senso che uno scopo – e quale scopo! – c’è eccome. Meglio ancora il pastiche pulp, con tanto di pratiche zoofile e necrofile e un felice alternarsi di stili, di Lorraine va a Livingston, interessante anche perché per la prima volta Welsh getta sulle classi alte un occhio che non è quello dello scassinatore gonfio di rancore, alcool, schifezze farmaceutiche assortite.

E il Welsh “maggiore”? Trainspotting ovviamente, di cui non dirò perché tanto tutti hanno come minimo visto il film e se ne è forse scritto fin troppo. Non Tolleranza zero, che è un fallimento ma perlomeno uno di quelli interessanti e gloriosi, con la sua struttura a flashback, un coma a scatenare uragani emozionali in luogo delle solite droghe e il primo affacciarsi di un tema, quello delle molestie ai bambini, che tornerà e cui sorprendentemente pochissima attenzione è stata dedicata. Certamente Il lercio, in cui la sperimentazione linguistico/visiva si spinge fino a rendere volutamente illeggibili alcune pagine e che ha come protagonisti un poliziotto più corrotto e bestiale dei criminali cui dà la caccia e la tenia che lo divora da dentro, metaforicamente e non. Certissimamente Colla, sorta di Trainspotting temporalmente espanso alla cui recensione (MS 475) rimando, limitandomi qui ad annotare che nell’universo welshiano si insinua una moralità (che non è quella feroce di La fortuna sta sempre nascosta) che in qualche modo, senza affatto consolare, redime.

Non mi restano che poche righe per un omaggio. Potendo sarebbe sempre buona cosa (anche se poi di rado lo si fa, per pigrizia) gustare film e libri nella lingua in cui sono stati concepiti. Misurarsi con Welsh in originale è però impresa che presto sgomenta, a meno che non abbiate intuizione per l’invenzione linguistica e dimestichezza con lo slang di strada scozzese. Siamo grati allora a Massimo Bocchiola, traduttore di quasi tutto il Welsh disponibile nel Bel Paese, per la sensazionale maestrìa con cui lo ha reso in italiano. Grati e ammiratissimi.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.477, 12 marzo 2002.

3 commenti

Archiviato in archivi, libri