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Wire – Silver/Lead (Pink Flag)

Non ci si crede. No, davvero. Per quanto gli Wire ci abbiano abituato bene in questa terza vita che ha segnato il secolo nuovo con la loro sequenza di album più lunga di sempre: con questo sette quando fra il ’77 e il ’79 ne pubblicarono tre e fra l’87 e il ’91 sei. Certo non si possono lamentare di una stampa che ha incensato ogni uscita, né di un pubblico che li segue con affetto e spesso fa registrare il “tutto esaurito” nei frequenti tour. Fra fine marzo e inizio aprile i… uh… ragazzi celebreranno il quarantennale del primo concerto con un festival a Los Angeles forte di un cartellone di discepoli impressionante: Bob Mould, Julia Holter, gli Wand e Laetitia Sadier per non fare che un poker di nomi. Miracoloso che non solo abbiano conservato la dirompente freschezza di quell’epocale debutto al londinese Roxy Club ma che sul serio dopo “40 years of not looking back” il loro sguardo seguiti a essere attento al presente e, soprattutto, volto al futuro. Colin Newman, Graham Lewis e Robert Grey mai fanno revival di se stessi e dire che potrebbero permetterselo. Applausi e solo applausi per loro e tuttavia pare un’ingiustizia che non raccolgano molto ma molto di più.

Non ci si crede. No, davvero. Che a parte la complessiva, straordinaria freschezza di “Silver/Lead”, sia stata una ghenga di ultrasessantenni a congegnare una botta di vita come Short Elevated Period, un perfetto singoletto popcore che in mano a dei ventenni li renderebbe subito delle star. Il momento più easy (oddio: Sleep On The Wing potrebbero quasi essere dei Pet Shop Boys girati rock) di un disco più easy della media Wire. Favoloso nel ricordare perché la new wave era “new” senza nostalgia, solo con grandi canzoni. Altre due: Diamond In Cups, riff quasi T-Rex; This Time, dei Roxy Music sotto narcotici.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.386, aprile 2017.

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The Shins – Heartworms (Columbia)

“Abbiamo delle chitarre/abbiamo delle tastiere/e io so scrivere melodie orecchiabili/diamoci da fare”, canta James Mercer in Half A Million, settima traccia di undici del quinto album di quello che era il suo gruppo e oggi è il paravento dietro cui si cela un solista. E come riassunto è perfetto per una carriera venticinquennale, cominciata alla testa dei Flake Music prima che questi si trasformassero in Shins per tramite di un altro esercizio di sottrazione, fuori tutti i musicisti che lo affiancavano tranne uno. Non faceva invece superstiti il nostro uomo nel 2009 quando, a due anni dall’uscita di “Wincing The Night Away”, clamorosamente secondo nella graduatoria di “Billboard”, accompagnava alla porta l’intera band. Senza pagare dazio commercialmente nel 2012 con “Port Of Morrow”, un numero 3 USA, ma artisticamente un po’ sì. O forse era solo questione di ispirazione meno felice del solito, non della situazione diversa data dal non dovere più interagire (pur essendo sempre stato l’autore unico del repertorio) con altri. Cinque anni trascorsi allevando figlie, cui è dedicata l’iniziale, ritmata e solare, Name For You, e lavorando al progetto parallelo Broken Bells devono avere alleggerito – e che anche costoro, un duo con Danger Mouse, abbiano avuto successo avrà contribuito – la pressione. O, di nuovo, è soltanto una faccenda di verve ritrovata.

Già al numero due della classifica Adult Alternative la summenzionata Name For You e con minimo altri due possibili singoli di successo nel synth-pop Cherry Hearts e nella già citata Half A Million (da qualche parte fra Cars e Weezer), “Heartworms” terrà alto il conto corrente di Mercer e per intanto ne riporta in quota la reputazione. Qui una delle sue canzoni più belle di sempre: il country-Britpop (ebbene sì) Mildenhall.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.386, aprile 2017.

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The Feelies – In Between (Bar/None)

Rieccoli i Feelies, una volta di più e non si sa se considerare “In Between” seconda puntata della loro terza vita o un nuovo ritorno. In fondo, sei anni lo separano da “Here Before” così come sei anni erano stati messi fra l’epocale esordio “Crazy Rhythms”, 1980, e il seguito “The Good Earth”, altra casa discografica, altra formazione, altro sound e insomma visto da tutti come una reunion. Cui davano continuità “Only Life” nell’88 e “Time For A Witness” nel ’91 e poi basta, due decenni di silenzio. Avete contato? Fa sei album in trentasette anni, fra un ritiro e l’altro. Eppure è come se la band dei chitarristi Glenn Mercer e Bill Million non si fosse mai assentata, influenza costantemente avvertibile in quello che si chiamava college rock e oggi si etichetta indie, o alternative. Non che si segnalino gruppi fotocopia, ma la frenesia ritmica e le filastrocche in overdose di caffeina e con delirium tremens incorporato (copyright Carlo Bordone) del debutto degli allora ragazzi di Hoboken sono da lungi parte del canone del rock di cui sopra. Sì, i Feelies avrebbero potuto pubblicare solo “Crazy Rhythms” e un posto nella storia lo avrebbero avuto garantito. Però sarebbe stato un crimine privarci di successori straordinari di loro per come hanno ammodernato il suono jingle jangle.

Il veleno – squisito – di “In Between” sta tutto nella coda, nei 9’22” dal ronzante al rombante di una Reprise della traccia omonima e inaugurale. Prima ci si era mantenuti, pur fra qualche impennata acidula, complessivamente sul pastorale, sfoderando fra il resto passi c&w ed escursioni spagnoleggianti. Con a svettare, in un contesto generoso di seduzioni che si concedono appieno però soltanto dopo prolungata frequentazione, Flag Days e Time Will Tell, entrambe di loureediano afflato.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 386, aprile 2017.

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Tinariwen – Elwan (Wedge)

Sarebbe bello per una volta potere scrivere dei Tinariwen saltando la loro storia di guerriglieri che, costretti a usare le armi nel tentativo a oggi vano di fondare una nazione per quello che resta un popolo senza patria – tuareg o imajeghen che dir si voglia – a un certo punto rendono la loro battaglia pure culturale e lo fanno imbracciando delle chitarre elettriche. Sarebbe bello occuparsene non dovendo aggiornare il lettore (l’informazione che dovrebbe provvedere se ne guarda bene) sulla situazione disperata del Mali e sul prolungarsi dell’esilio dei nostri eroi, una volta nomadi in viaggio da questa a quella oasi e oggi peregrinanti fra club, teatri, festival e sale d’incisione (“Elwan” è stato registrato, fra il 2014 e il 2016, fra Francia, Marocco e California). Sarebbe bello recensire un loro nuovo album – questo è il settimo da quando nel 2001 “The Radio Tisdas Sessions” svelava a un mondo stupefatto un suono fino a quel punto circolato solo in Nordafrica, su cassette di qualità tecnica approssimativa – concentrandosi sulla musica e basta. Ci proviamo?

Dura scegliere in una discografia di eccezionale qualità media e nondimeno bastano un paio di ascolti per suscitare la sensazione – che un altro paio di passaggi trasforma in certezza – di avere fra le mani il lavoro più potente congegnato da questi combat rockers non in metafora da quel “Amassakoul”, datato 2004, sinora considerato il loro capolavoro. “Elwan” se la gioca da una prima traccia (vi risparmio i perlopiù impronunciabili titoli) incalzante e turbinosa, corale e ipnotica, sveltamente seguita da una seconda che è un’apoteosi di basso funk (tornerà, travolgentemente, nella decima) e chitarre distorte. Nel 2017 semplicemente non ci sono né un altro blues né un’altra psichedelia che abbiano il senso e l’urgenza di “Elwan”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.385, marzo 2017.

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Mark Eitzel – Hey Ferryman (Decor)

Non contando gli oscurissimi primi passi post-adolescenziali e post-punk con Cowboys e Naked Skinnies (e una cassetta autoprodotta da solista), Mark Eitzel è sotto i riflettori dal 1985, l’anno di “The Restless Stranger”, debutto degli American Music Club. Da allora e per un intensissimo, abbondante quarto di secolo ha buttato fuori dischi a getto continuo, molti alla testa del gruppo summenzionato (scioltosi a metà ’90, il Club si riformava da lì a un decennio per un paio di apprezzabili postille a un romanzo formidabile) e ancora di più usando la propria identità anagrafica. Catalogo ineguale ma con apici di enorme pregio che, al netto di uno sfortunato flirt con la discografia maggiore all’epoca in cui il successo dei Nirvana dava a tutti una possibilità, lo ha reso il più tipico degli eroi “di culto”: come un Morrissey californiano, con Raymond Carver in luogo di Oscar Wilde come modello esistenziale ed estetico. Per chi ne ha seguito la vicenda biografica con l’affetto che si deve ai “beautiful losers”, l’insolito e prolungato – cinque anni – silenzio andato dietro al precedente “Don’t Be A Stranger” non è stato una sorpresa. Quello usciva dopo che per poco un infarto non si era portato via l’artefice e che il nostro uomo abbia rallentato ci sta.

Inconsuetamente atteso, “Hey Mr Ferryman” premia i cultori con una dozzina di canzoni nella media alta del repertorio. Regia e chitarra solista (sopra le righe, con gusto talvolta glam) dell’ex-Suede Bernard Butler, si destreggia fra lo scanzonato folk-rock di The Last Ten Years e la dolcissima ninnananna Sleep From My Eyes, nell’ampio arco compreso, per tramite del blues Mr Humphries, fra una An Angel’s Wing… che potrebbe essere di Caetano Veloso e i National in fregola latina di La llorona.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.385, marzo 2017.

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Gang – Calibro 77 (Rumble Beat)

“E tutto che sembrava pronto/per fare la rivoluzione/ma era una tua immagine o soltanto/una bella intenzione”, cantava nel 1976 Giorgio Gaber in I reduci, brano di apertura di “Libertà obbligatoria”. Per poi concludere amaro che “già a vent’anni siam qui a raccontare/ai nipoti che noi/noi buttavamo tutto in aria/e c’era un senso di vittoria/come se tenesse conto del coraggio la storia”. Così Gaber si congedava dall’utopia sessantottina. Così, inconsapevole o preveggente, un anno in anticipo già annunciava la sconfitta del Movimento che a breve avrebbe occupato strade e università. Figli in ogni senso del ’77 – politicamente come musicalmente, ma la loro musica era d’importazione e si chiamava punk-rock – i Gang scelgono proprio I reduci per congedarsi da questa resa dei conti con la loro precedente educazione sentimentale. E la chiusa d’organo di un brano girato significativamente in blues ha un che di definitivo. Solo che poi ti viene da rischiacciare “play” e ripartire, da Sulla strada, dal Finardi di “Sugo” (sempre 1976), il jazz accantonato e in suo luogo un bel piglio funk.

Ancora troppo recente (2015) “Sangue e cenere”, ed esito di una gestazione troppo incredibilmente lunga (ma quanto fruttuosa!) perché già gli si possano fare andare dietro pezzi nuovi, la banda dei Severini sceglie di dargli un seguito con questa collezione di cover, di cui pure da tantissimo si favoleggiava. Brani che del ’77 furono colonna sonora e vengono ripresi con un affetto che non indulge al rispetto eccessivo. Sicché nulla vieta di trasportare in Centro America il De Gregori di Cercando un altro Egitto, di iniettare di soul il De André di Canzone del maggio o di virare country il Bennato di Venderò. Decisiva la produzione americana (Jono Manson) per evitare l’effetto nostalgia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.385, marzo 2017.

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Flaming Lips – Oczy Mlody (Warner Bros)

Considerato che nella corposa (sono in giro dall’83 e pubblicavano il primo album nell’86) discografia dei Flaming Lips se ne rintracciano tanti al pari bizzarri, forse non dovrei attaccarmi ai titoli. Nondimeno, registrata con favore una copertina stupenda, gemma di arte grafica ispirata dall’LSD, scorrere la scaletta di “Oczy Mlody” (polacco per “gli occhi dei giovani”) ha fatto suonare sirene d’allarme: There Should Be Unicorns, One Night While Hunting For Faeries And Witches And Wizards To Kill, Listening To The Frogs With Demon Eyes. E quindi a quarant’anni dal punk siamo da capo a parlare di fate, streghe, maghi e unicorni? “Finally The Punk Rockers Are Taking Acid”, informava il titolo di una vecchia antologia del gruppo di Oklahoma City e dal punto di vista della creatività era buona cosa, come certificato dai materiali lì raccolti e ribadito da una produzione successiva sempre intrigante con ogni tanto un mezzo o intero capolavoro: “The Soft Bulletin”, del 1999, il disco da avere volendone uno solo. È fra i migliori esempi di psichedelia orchestrale di sempre e da allora nel sound di Wayne Coyne e soci le chitarre cederanno il centro della ribalta alle tastiere. Si completava un percorso e non dico bisognasse farla finita lì, ma dopo gli ancora pregiati “Yoshimi Battles The Pink Robots” e “At War With The Mystics” sì. L’ultimo vedeva la luce nel ventennale del debutto e come congedo sarebbe stato perfetto.

Questo nuovo è il più deludente in una sequela di uscite dove si è progressivamente – in ogni senso! – ceduto alla bizzarria per la bizzarria, a spartiti che pur restando eccentrici si fanno tentare spesso dal barocco, inutilmente densi e arzigogolati. Ogni tanto ci scappa lo stesso la melodia memorabile, ma piglia uno schiaffo e torna mesta fra i ranghi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.384, febbraio 2017.

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