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Maxïmo Park – Nature Always Wins (PIAS)

Non è qualità che in questo secolo si pretenda da nessuno in ambito rock, ma davvero l’originalità non è mai stata un punto di forza dei Maxïmo Park. Da Newcastle, in principio un quintetto e ora ridotti al trio di fondatori Paul Smith (voce), Duncan Lloyd (chitarre) e Tom English (batteria). Nemmeno quando si affacciavano alla ribalta (il primo singolo è del 2004, l’esordio in lungo dell’anno dopo) e subito venivano incasellati alla voce “new wave revival”, in scia a band come gli Interpol, iniziatori di una scena che certificava definitivamente come in materia di pop con le chitarre si fosse esaurita ogni variabile. L’unica discriminante resta la qualità della scrittura e sotto quel profilo i ragazzi ─ numi tutelari dichiarati: Jam, Wire, XTC e Smiths ─ se la sono sempre cavata onorevolmente. Mettendoci pure quel pizzico di ruffianeria che non guasta e venendo premiati in patria da vendite (i primi due album certificati d’oro) di non indifferente consistenza. Li aiutava all’inizio un essere “angry young men” credibili, ben sintonizzati sull’onda emotiva dei coetanei. Poi cresciuti con loro, se fanno fede sempre le vendite.

Di quella indubbia freschezza nel loro settimo lavoro in studio è rimasto poco. Resta il mestiere. Resta una ruffianeria che però ora straborda rendendo l’innodia da grandi arene di brani come Partly Of My Making, Versions Of You, Baby Sleep, All Of Me (non a caso tutti sistemati nella prima metà di scaletta) fastidiosa. Però quando vogliono la canzone buona l’azzeccano ancora: tipo una Placeholder molto R.E.M., o una Meeting Up da manuale New Order. Fa storia a sé la conclusiva Child Of The Flatlands, piccola suite mossa e articolata (Elbow?), che soccombe alle sue ambizioni ma almeno delle ambizioni ce le ha.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.428, febbraio 2021.

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Mouse On Mars – AAI (Thrill Jockey)

Concittadini (Düsseldorf) del gruppo che fu di Ralf Hütter e Florian Schneider, a furia di sentirsi definire gli eredi dei Kraftwerk i Mouse On Mars di Jan St.Werner e Andi Toma anche in questo prendevano a un dato punto a somigliare ai maestri: che fra un’uscita e l’altra cominciavano a metterci tantissimo. Essendosi fatti desiderare sei anni dopo l’astratto e rumoroso “Varcharz” nel 2012 con sorprendente slancio produttivo davano alle stampe due lavori, il surrealmente pop “Parastrophics” e il danzereccio “Wow”. Salvo poi dileguarsi per altri sei anni e ripresentarsi con uno dei loro album più “easy” e nel contempo il meno kraftwerkiano di tutti, “Dimensional People”. Diviso come scrivevo all’epoca “fra frenetici, bianchissimi funk e oasi oniriche, spastici valzer, para-etno hasseliana, electro-soul” e confezionato con più di cinquanta ospiti.

“AAI” (acronimo che sta per “Anarchic Artificial Intelligence”) spiazza, oltre che palesandosi solo tre scarsi anni dopo, puntando una direzione che più opposta non potrebbe, lasciando il potere alle macchine (in ciò insieme completando e rovesciando la distopia Kraktwerk esplicitata in “The Man-Machine”), addirittura corredandolo con un manifesto di gusto asimoviano in cui rivendica per esse pari diritti con gli umani, affidando a un software la manipolazione di voci poi “suonate” da un synth. Opera concettualmente interessantissima ma dal cui ascolto si esce stremati, sopraffatti dall’interminabile susseguirsi di ritmi dal singultante al pulsante al galoppante, dall’affastellarsi di sibili, stridori, distorsioni assortite, melodie che quando emergono propendono alla stralunatezza, atmosfere a dir poco plumbee e su venti tracce non più di due o tre a offrire un minimo sindacale di godibilità.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.428, febbraio 2021.

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The Notwist – Vertigo Days (Morr)

Poche giravolte nella storia del rock sono risultate più spiazzanti di quella con cui nel 2000 i Radiohead si riposizionavano da “nuovi U2” ad alfieri del post-rock. “OK Computer” aveva dato indizi al riguardo ma con “Kid A” Thom Yorke e soci azzardavano ben di più e nessuno avrebbe scommesso sulla loro sopravvivenza commerciale. E invece… Rischiando assai meno sul piano delle vendite dacché erano sigla nota a pochi ma persino di più musicalmente, i tedeschi Notwist sul finire del decennio prima si erano analogamente reinventati “post-” essendo partiti da un hardcore punk con tratti metal. Pure loro al quarto album, lo splendido “Shrink”, del ’98, dopo averne pubblicato uno interlocutorio. Andranno in tutti i sensi più in là nel 2002 con “Neon Golden”, indiscutibile capolavoro loro e totale. Sempre pensato che “Shrink” ai Radiohead non fosse ignoto.

Da allora il gruppo dei fratelli Markus e Micha Acher si è concesso con parsimonia, con due coppie di album fatti uscire in rapida sequenza a interrompere lunghi silenzi, sei anni per dare un seguito a “Neon Golden”, altri sei a separare “Vertigo Days” da “The Messier Objects”, che era però una trascurabile raccolta di musiche per teatro e radiodrammi e dunque il predecessore vero è “Close To The Glass”, del 2014. Se solo non si facessero desiderare tanto! Ma meglio loro dei troppi che non ci danno tregua, no? Si potrebbe dire a questo punto “i soliti Notwist” e tuttavia ben venga una routine così stellare, benvenute queste quattordici tracce che fluiscono una nell’altra senza soluzione di continuità, fra vigorosi attacchi percussivi e sospesi accordi di piano, passi di valzer e accenni di rumba, sfregi noise, pop yé-yé rivisitato Stereolab, funk bianco screziato di jazz, downtempo e ─ ma va! ─ krautrock.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.428, febbraio 2021.

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Shame – Drunk Tank Pink (Dead Oceans)

Vivaddio (quello del rock, ovvio) ci sono ancora giovani che per comunicare la loro visione del mondo si affidano a strumenti che i più fra i coetanei considerano oggetti di antiquariato: chitarra elettrica, basso, batteria. Una voce, incredibile a dirsi, non manipolata con l’autotune. Giovani gli Shame ─ formazione a cinque che include il cantante Charlie Steen, i chitarristi Sean Coyle-Smith e Eddie Green, il bassista Josh Finerty e il batterista Charlie Forbes ─ lo sono sul serio, ventenni a malapena o poco più che nondimeno suonano assieme dal lontano 2014, nel 2015 si autoproducevano un EP (non affannatevi a cercarlo, pare ne esistano non più di trenta copie), nel 2016 debuttavano ufficialmente con un 7” per il quale c’è già chi chiede quei cinquanta euro ed erano invitati a partecipare a un importante festival parigino, a inizio 2018 pubblicavano il primo album, l’esplosivo “Songs Of Praise”. Promozionato suonando ovunque, inclusi i peggiori bar (nei quali i ragazzi prima non potevano entrare, giacché minorenni) di quella South London da cui provengono. Curiosità per un seguito che Coyle-Smith annunciava influenzato “dalla highlife e da ESG e Talking Heads”. Be’, bravo chi riesce a scovarne tracce in un disco schizzato nella settimana di uscita al numero 8 della classifica UK degli album.

Performance tanto più rimarchevole perché compiuta da un lavoro persino più fragoroso e urticante del predecessore: da una Alphabet che lo inaugura con un muro di chitarre contundenti e voci innodiche fin quasi a una conclusiva Station Wagon che dispiega inquietudine senza invece bisogno di alzare i volumi, se non a due terzi dei suoi ben 6’36”. Pensateli come una versione post-hardcore di Fall e Gang Of Four. Non per tutti, ma impressionanti.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.428, febbraio 2021.

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The Kinks – Lola Versus Powerman And The Moneygoround, Part One (BMG)

Il “9” in fondo è all’album originale, che vedeva la luce nel novembre 1970 e già era stato oggetto di tre ristampe arricchite (o almeno non impoverite) da una manciata di bonus e, nel caso di quella datata 2014 su Sanctuary, da un secondo CD contenente il successivo 33 giri dei Kinks, il peraltro dispensabilissimo (il difetto nel manico: trattavasi di colonna sonora) “Percy”. Quello a questo cofanetto che ne “celebra” il cinquantennale non potrebbe essere più che “4”. OK i mix mono dei 45 giri e al limite il paio di versioni stereo alternative aggiunte al primo dischetto, ma con il loro disordinato, insensato affastellare chiacchiere, demo, scampoli di esibizioni live (una del 2006! che c’entra?) e nuovi e pletorici remix il secondo e terzo CD sono imperdonabili. Il peggio del peggio con cui chi scrive abbia mai avuto a che fare in quest’epoca in cui dalle “Deluxe” si è passati direttamente ai box per lucrare qualche soldo ancora da appassionati in questo caso limite trattati alla stregua di imbecilli. Quando sarebbe stata cosa buona, giusta e magnifica integrare invece con uno o due concerti d’epoca. Non ve ne sono di disponibili o di qualità accettabile? Nessuno obbligava alla riedizione superespansa.

Ciò premesso: esiste una versione di un solo CD e il lettore che possiede quantomeno i classici anni Sessanta dei Kinks (“Face To Face”, “Something Else”, “The Village Green Preservation Society”) non può non avere l’ulteriore capolavoro con cui inauguravano il successivo decennio. Forte di una title track fra le loro canzoni più memorabili di sempre e di altre dodici variamente formidabili capaci di passare dal country al rock’n’roll, dall’hard alla ballata, dal power pop al folk-rock, al vaudeville.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.427, gennaio 2021.

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Ryan Adams – Wednesdays (Pax-AM)

L’ineludibile antefatto è questo: cantautore rock non molto noto in Italia dove ancora qualcuno lo scambia con il quasi omonimo Bryan (i due una volta ci scherzarono su cantando insieme un grande successo del secondo) e invece profeta in patria (quasi più che le vendite parlano chiaro in tal senso cinque candidature ai Grammy), Ryan Adams è stato oggetto nel febbraio 2019 di un articolo del “New York Times” in cui sette donne, fra le quali l’ex-moglie Mandy Moore e Phoebe Bridgers, lo accusavano di averle abusate psicologicamente e/o molestate fisicamente. Una di esse perlopiù minorenne all’epoca degli asseriti fatti e per l’immagine pubblica del nostro uomo (un conto è essere un romantico ribelle del rock’n’roll, altra sono comportamenti inaccettabili) il colpo è stato devastante. Sono seguiti boicottaggi e mezze ammissioni, sotto forma di scuse non proprio convincenti. Per quanto per completezza d’informazione vada detto che un’inchiesta dell’FBI non ha portato a oggi a nessuna imputazione, la macchia resta. Resterà. Ma per questo dovremmo forse passare sotto silenzio il ritorno alla ribalta un po’ sottotraccia (“Wednesdays” in formato fisico vedrà la luce solo a marzo) di costui? Perché se la risposta è sì dovremmo allora consegnare alla damnatio memoriae pure, per dire, Céline, Ezra Pound, Caravaggio, Picasso…

Restano purtroppo poche righe per dire che “Wednesdays”, già interamente composto prima di quanto narrato, è un disco assolutamente convincente, con dentro alcune delle più belle ballate di sempre di Adams: la dolente I’m Sorry And I Love You su tutte e poi Who Is Going To Love Me Now If Not You, Poison And Pain e la traccia omonima; accostabili le prime due a Neil Young e Dylan, l’ultima fra Paul Simon e Jackson Browne.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.427, gennaio 2021.

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Kelley Stoltz – Ah! (etc) (Agitated)

Oh, io ogni volta che Kelley Stoltz pubblica un album, cosa che fa spesso, ci provo a proporlo per recensione. Sicuro senza manco bisogno di assaggiarlo che sarà un gran bel disco e che mi divertirò da matti ad ascoltarlo. Sfortunatamente ci sono quasi sempre decine e decine di altri dischi di solisti e gruppi più affermati di uno che i suoi dischi li ha sempre venduti a un manipolo di cultori che gli passano davanti. Però verso fine anno le uscite si diradano, quel minimo di spazio in più per certi “minori” si trova ed eccomi qua, con “Ah! (etc)” che pompa dalle casse e un sorriso ebete stampato in faccia.

A proposito di prolificità: è il secondo album che questo quasi cinquantenne nativo di New York ma da lungi trapiantato in California licenzia nel 2020, ma la pandemia non c’entra, visto che come quel “Hard Feelings” che lo ha preceduto di qualche mese era già pronto a fine 2019, mentre il nostro uomo era in sala prove con la band di Ezra Furman a preparare un tour che… ahem… la pandemia ha interrotto. Se Stoltz, che sin dai lontani esordi a fine ’90 è uno che di solito fa tutto da sé, ricorrendo alle sovraincisioni e cavando sonorità splendide splendenti anche da studi non proprio iperprofessionali, ha nel frattempo registrato altro si avrà presto modo di scoprirlo. Per ora ci si gode, dopo un predecessore che omaggiava certo pub rock e il punk melodico di scuola Undertones, una collezione che eccettuati un paio di episodi di stampo new wave declina sixties pop come lo si recuperò dai tardi ’70. Questione pure di grana affine della voce: sembra sovente di ascoltare Robyn Hitchcock, anche quello di era Soft Boys, quando alla ribalta non ci sono i primissimi R.E.M., mentre il folk-rock ora prende coloriture psych, ora trasmuta in power pop.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.427, gennaio 2021.

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Sharon Jones & The Dap-Kings – Just Dropped In (To See What Condition My Rendition Was In) (Daptone)

“Cala per l’ultima volta il sipario, gli applausi scrosciano, ci si asciuga una lacrima”: così chiudevo sul numero di dicembre 2017 la recensione di “Soul Of A Woman”, l’album che Sharon Jones aveva fatto appena in tempo a completare, suggello a una carriera decollata tardi ma in compenso capace di renderla la Lady Soul del XXI secolo, prima di arrendersi nel novembre 2016, avendo fieramente lottato fino alla fine, a un tumore. Sei i lavori in studio pubblicati dal 2002, più un’antologia di brani natalizi, una marea i singoli, due le raccolte che in parte li recuperavano e a fungere da sorta di “Best Of” la colonna sonora del documentario, “Miss Sharon Jones!”, che proprio nel fatidico 2016 ne celebrava la biografia complicata, l’arte immane, l’ascesa allo stardom contro ogni pronostico e in primis quello di un discografico che l’aveva detta “troppo grassa, nera, bassa e vecchia” per potere avere successo. Più miope, sordo o miserevole?

Sharon non c’è più, ma come cantò sui suoi titoli di coda c’è ancora. Sempre ci sarà, capace di rifulgere anche in un LP di ritagli e curiosità, tutto di cover ma d’altronde lei fu sempre interprete, il repertorio scritto quasi per intero dal capobanda dei Dap-Kings, il bassista Gabriel “Bosco Mann” Roth. Che suona e basta, da par suo, con i suoi compari, mentre Miss Jones ora si mantiene fedele ai brani ripresi ─ Signed, Sealed, Delivered I’m Yours (Stevie Wonder), Giving Up (Gladys Knight & The Pips), Rescue Me (Fontella Bass) per quanto gradevoli risultano così un po’ pletoriche ─ e ora ne opera appropriazioni che lasciano a bocca aperta: più di altre, il Prince trasformato in James Brown di Take Me With You e il Woody Guthrie reso alla Wilson Pickett di This Land Is Your Land.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.427, gennaio 2021.

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Lambchop – Trip (Merge/City Slang)

Circola da ventisei anni la sigla Lambchop, contando dall’esordio “I Hope You’re Sitting Down”, dalla depistante copertina tenera a prima occhiata e oscena se guardi bene e ─ a seconda che si consideri uno o due l’accoppiata “Aw Cmon”/“No You Cmon” che al tempo (2004) eleggemmo insieme “disco del mese” ─ questo è il loro tredicesimo o quattordicesimo album. Che costui/costoro sappia/sappiano ancora spiazzare è rimarchevole al di là del giudizio che si dà sulla sua/loro opera e urge che mi spieghi. Quasi mai un gruppo canonico i Lambchop, collettivo per il quale sono passate due dozzine di musicisti, da lungi erano considerati un alias per Kurt Wagner, l’unico che c’è da sempre e autore della stragrande maggioranza del repertorio. Come non mai nelle due prove in studio più recenti, “FLOTUS” e “This (Is What I Wanted To Tell You)”, stranianti compendi di Americana infiltrata di elettronica dopo i quali non aveva quasi più senso catalogarli alla voce “alt-country” e non bastava più aggiungere “chamber pop”.

E che viene in mente al nostro uomo per confondere ulteriormente le acque? Di confezionare un disco di cover facendone scegliere una a testa agli attuali sodali. Sicché qui i Lambchop tornano band vera ma applicandosi a creazioni altrui. A modo loro: slabbrando Reservations degli Wilco fino a momenti a raddoppiarla con tanto di coda ambient e riarrangiando alla Van Dyke Parks le Supremes di Love Is Here And Now You’re Gone, rendendo egualmente a stento riconoscibile lo Stevie Wonder di una Golden Lady languida con brio e rispettando invece la lettera country di Where Grass Won’t Grow di George Jones. Completano un pezzo degli oscurissimi Mirrors e un inedito degli Yo La Tengo che pare invece di Nick Cave. Interlocutorio e intrigante.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

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Shemekia Copeland – Uncivil War (Alligator)

“Mia mamma diceva che attiri più api con il miele che con l’aceto. Per catturare l’attenzione di qualcuno devi offrire in primo luogo un messaggio di pace e speranza. Solo così potrai avere l’opportunità di cominciare a cambiarlo”: così Shemekia Copeland sul brano che intitola il suo decimo album e lo ha anticipato di diversi mesi. Canzone magnifica attorniata da altre undici non meno memorabili ma che, in un programma comunque assai variegato, fa storia a sé: ballata sul filo del bluegrass con le voci della Orphan Brigade controcanto a quella accorata di questa stupenda matrona del blues e due virtuosi di mandolino e dobro quali Sam Bush e Jerry Douglas a tesserci sotto un tappeto strumentale da perderci la testa per gli innamorati di certa vecchia America. Ivi compresi tanti che alla tornata elettorale che ha portato alla Casa Bianca come vicepresidente una donna di origini indiana per parte di madre e giamaicana di padre hanno votato altrimenti. Si comincia anche così a provare a risanare le ferite inferte negli ultimi anni alla più antica delle democrazie. Auspicabilmente. Uno vorrebbe crederci. Vorrebbe.

Parlando di musica: l’ennesima grande prova di questa figlia d’arte (il chitarrista Johnny Copeland) che come nel precedente “America’s Child” omaggia papà con una cover, a questo giro una Love Song gioiosamente ammiccante. Che se lì trasformava I’m Not Like Everybody Else dei Kinks in una novella Respect qui fa spettrale Under My Thumb degli Stones nel contempo rovesciandone l’approccio misogino. Altre vette di un disco di soli apici: una Walk Until I Ride da Ry Cooder alle prese con gli Staple Singers; l’omaggio a Dr.John Dirty Saint; una She Don’t Wear Pink in cui risuona l’inconfondibile twang della chitarra di Duane Eddy.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

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