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Lee Ranaldo – Electric Trim (Mute)

Trent’anni separano “Electric Trim” da “From Here To Infinity”, che era il debutto da solista di Lee Ranaldo. Lavoro che nella sua versione originale in vinile non supererebbe che di qualche secondo i dodici minuti, formalmente. Ossia solo se alla fine di ciascuna delle tredici tracce, divise su due facciate da fare andare a 45 giri, si alza subito la puntina, prima che venga catturata da un solco chiuso che manda in loop gli ultimi secondi del brano facendolo potenzialmente durare, per l’appunto, “da qui all’infinito”. E sarà per questo che il disco viene considerato un album e non un EP? Un album? Direi piuttosto un oggetto d’arte, un’installazione sonora che ciascuno dei rari possessori può ricreare in ambiente domestico nella configurazione che preferisce.

Più che tre decenni – e un’altra decina di album in proprio, tante collaborazioni con William Hooker e varia minutaglia – sono allora universi a frapporsi fra le due opere. Va da sé: e la valanga di dischi con i Sonic Youth, di cui Ranaldo è stato uno dei due chitarristi dal primo giorno all’ultimo, dall’81 al 2011. Se della Gioventù Sonica Thurston Moore e Kim Gordon hanno perpetrato nei successivi percorsi il côté più ruvido, il nostro uomo ha invece magnificato l’anima psichedelica che il quartetto perdipiù nascose, salvo occasionalmente porgersi come una versione post-punk o anche noise dei Grateful Dead. Mai in precedenza come in “Electric Trim”. Che nel contempo sa pure confinarsi, saggiamente, in un perimetro di canzone. È il suo album più fruibile e bello, pieno di scorci alla R.E.M. ma inseriti in contesti squisitamente lisergici, da un’iniziale Moroccan Mountains su cui la dice lunga il titolo a una Circular devotissima a Tomorrow Never Knows, da una traccia omonima fra Dead e Love al raga rock Purloined.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.392, ottobre 2017.

 

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The National – Sleep Well Beast (4AD)

Nel momento in cui scrivo il settimo lavoro in studio dei National è fuori da pochissimo e ancora non si sa se eguaglierà o migliorerà il piazzamento dei più immediati predecessori – “High Violet” del 2010; “Trouble Will Find Me” del 2013 – nelle classifiche USA. Entrambi arrestatisi al numero 3. Può essere un indizio che in quella UK, già uscita, sia primo. Lì mai il gruppo di Cincinnati (ma newyorkese di adozione) del cantante Matt Berninger e delle coppie di fratelli Dessner (Aaron e Bryce, alle chitarre) e Devendorf (Scott e Bryan, rispettivamente basso e batteria) aveva guardato tutti dall’alto. Quando fino a “Boxer” del 2007, già il quarto album e a detta dei più il loro capolavoro, erano un nome solo “di culto”. Invece cocchi della critica da subito e in misura financo esagerata. Pensate che quando nel 2013 il “New Musical Express” compilava una lista dei cinquecento più grandi dischi di tutti i tempi ne includeva quattro loro e c’è da credere che gli stessi National l’abbiano ritenuta una forzatura. Ma in fondo stupisce di più che, dai e dai, si sia conquistata una solida popolarità una band tanto elusiva, i cui album crescono alla distanza, che di rado porge riff o melodie capaci di agganciare al volo l’ascoltatore.

Come dei Radiohead americani, si legge sempre più spesso e – nonostante non abbiano mai avuto una loro Creep e sperimentino meno radicalmente di Yorke e soci, mantenendosi sostanzialmente in un ambito pop-rock – il paragone ci sta. Qui più che altrove in I’ll Still Destroy You, in Guilty Party, in una traccia omonima che suggella a mo’ di spettrale (ansiogena e dunque un ossimoro) ninnananna. Convincono altrettanto quando evocano piuttosto gli U2, in Empire Line. Di meno quando fanno collidere Pixies e Pearl Jam, nel raro assalto rock Turtleneck.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.392, ottobre 2017.

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The War On Drugs – A Deeper Understanding (Atlantic)

Dalla Secretly Canadian alla Atlantic è un salto non da poco quello che compiono i War On Drugs, da Philadelphia: band con un potenziale invero notevole se si pensa che all’inizio la leadership era divisa fra Adam Granduciel e quel Kurt Vile poi solista di tutto rispetto, avendo lasciato la compagnia già dopo l’uscita del debutto del 2008, il promettente “Wagonwheel Blues”. Come dei My Bloody Valentine alle prese con il Dylan di “Highway 61 Revisited”, li raccontava allora qualcuno e, se gli esiti non valevano la premessa, la approssimavano abbastanza da far credere che ci si trovasse in presenza di un gruppo destinato a segnare il rock di questo secolo nuovo non avaro di bei dischi ma pressoché privo di nomi in grado di confrontarsi, per impatto e carisma, con i campioni di quello passato. Non è andata così, per quanto Granduciel un certo talentaccio abbia continuato a esibirlo, pure in questo “A Deeper Understanding” che, fossimo in quegli anni ’80 da lui tanto amati, verrebbe passato sotto la lente di ingrandimento di fan pronti a gridare al compromesso figlio dell’ingresso in area major. Ma i tempi sono cambiati e il mercato è troppo piccolo perché un’etichetta possa ritenere che meriti snaturare il suono di qualcuno, fargli perdere qualche cultore per fargli guadagnare le masse.

Basterebbe guardare le durate medie delle canzoni che sfilano qui – in dieci fanno 66’13” – per capire che l’Atlantic non ci ha messo bocca e verrebbe da pensare che sarebbe stato meglio se sì. Che bene avrebbe fatto a suggerire delle sforbiciate a pezzi che, instillando synth-pop in un cuore di Americana, troppo si adagiano su certo Springsteen da “Tunnel Of Love” in poi. Una certa panoramicità paradossalmente claustrofobica si sarebbe persa, ma la noia non avrebbe mai fatto capolino.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.392, ottobre 2017.

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Chelsea Wolfe – Hiss Spun (Sargent House)

Siamo continuamente bombardati da cattive notizie, la gente viene abusata e uccisa per ragioni insensate, o senza nessun motivo, e si direbbe che il mondo abbia passato gli ultimi mesi a piangere. Ma poi ci rifletti su e concludi che il mondo è un fottuto casino da molto tempo, se non da sempre. È una sensazione dalla quale mi sono scoperta sopraffatta e l’unica reazione possibile è scriverne.” Così (solo, in un linguaggio un po’ più colorito) la trentatreenne californiana Chelsea Wolfe nelle note che accompagnano il suo settimo o ottavo o nono (a seconda che si contino o meno uno ufficialmente mai pubblicato, ma che a cercarlo si trova, e una – per lei curiosa – raccolta di session acustiche) album. Nello stesso comunicato dice “escapista” la musica contenuta in “Hiss Spun”, ma il termine va inteso nell’accezione non certo disimpegnata e divertita di una che ha intitolato un suo disco “Apokalypsis”, quello dopo “Pain Is Beauty” e l’ultimo prima di questo “Abyss”. Recensendo il quale avvertivo che “non è una tazza di thè che può piacere a tutti” e vale ancora di più per il successore.

Insomma: pensatela (pur senza quei mezzi – e quelle sperimentazioni – vocali) come una Diamanda Galas con come padre un cantante country (vero!) e cresciuta, oltre che a folk e indie rock, a metal del più torpidamente estremo. Intimidente il trittico iniziale: a una Spun stridula, lenta e massiccia vanno dietro la psicantropa 16 Psyche e la tambureggiante e ansiogena (la voce in territori grind) Vex. Se riuscite a superare questo test di ammissione dopo l’oscuro, pulsante siparietto Strain potrete… ahem… godere di altri otto brani appena meno estremi, con l’occasionale affacciarsi alla ribalta anche di una chitarra acustica e qualche sprazzo onirico invece che incubotico.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.391, settembre 2017.

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Tricky – Ununiform (False Idols)

Suo tredicesimo album oppure decimo da solista (escludendo dal conto il progetto Nearly God e un paio di collaborazioni con altri artisti) “Ununiform” è in ogni caso presentato dallo stesso autore come la prima realizzazione “vera” dacché tre anni fa si trasferì a Berlino. Trasloco niente affatto dettato dalla fama della capitale tedesca di attuale mecca europea del nightclubbing. Anzi! Città nuova, vita nuova. “Mi piace qui perché non conosco nessuno. Mangio cibo sano, faccio lunghe passeggiate, vado in bici. Ho smesso di bere, la mattina mi alzo alle nove e la sera alle undici sono a letto. A qualcuno potrà sembrare una vita noiosa, ma non sto facendo altro che prendermi cura di me stesso.” Fermamente intenzionato a invecchiare (il traguardo del mezzo secolo è vicino), ora che è venuto a patti con il fatto che il primo ricordo da bambino sia quello del corpo della madre (suicida quando lui aveva quattro anni) adagiato nel feretro. Di “Ununiform” (inciso maggioritariamente a Berlino, tranne quattro tracce registrate a Mosca con ospiti vari protagonisti della scena hip hop locale), Tricky è soddisfatto: “È il mio primo disco da molto tempo in qua che non ho fatto per pagare dei debiti, niente più tasse arretrate ed ecco perché è così rilassato”, racconta. Ove quel “rilassato” va naturalmente inteso nell’accezione trickiana del termine, cioè in rapporto all’artista titolare del downtempo (stile di cui fu, con i Massive Attack, fra gli ideatori) più luciferino di sempre.

Nuovo atto della rinascita inscenata negli anni ’10 dopo un inizio di millennio opaco, l’album sciorina il consueto campionario di voci femminili da urlo, un sound spesso alla “Maxinquaye” e due sorprese: la electro schiacciasassi Dark Days e una cover delle Hole, Doll Parts.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.391, settembre 2017.

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Randy Newman – Dark Matter (Nonesuch)

È talmente irresistibile Putin – “quando si toglie la camicia fa impazzire le signore/quando si toglie la camicia mi fa desiderare di essere una di loro”: cantato con dietro un’orchestrina che tratteggia una melodia folk di gusto ovviamente russo – che per un attimo il dispiacere che Newman abbia deciso di cancellare dalla scaletta quella What A Dick il cui bersaglio invece è Trump (“il livello del dibattito è già abbastanza basso e non volevo abbassarlo ancora”) si fa veramente… troppo. Anche perché mentre continua a comporre una colonna sonora via l’altra il nostro quasi settantaquattrenne uomo resta assai avaro quando si tratta di donarci canzoni nuove. Proprio come questo, il precedente “Harps And Angels” si era fatto aspettare nove anni (il disco ancora prima, “Bad Love”, undici!) e se quello conteneva dieci tracce di cui nove inedite con questo, espunto il brano di cui sopra, siamo a nove e le inedite sono otto. Giacché la depistantemente gioiosa It’s A Jungle Out There è stata il tema conduttore di otto delle nove stagioni di Monk. Insomma: ogni canzone a firma Randy Newman è preziosa.

Però forse va bene così, siccome un altro pezzo satirico avrebbe spostato gli equilibri di un lavoro che si apre con la clamorosa sinfonietta americana contrappuntata di gospel di The Great Debate (ove si dibatte, scoprendosi impotenti contro il fanatismo, con creazionisti, antivaccinisti e così via) e si congeda con la scarna e toccante Wandering Boy, laddove un padre si macera sulla sorte di un figlio perduto. Meglio così, perché stavolta più che nei numeri politici (Brothers, sulla crisi cubana), il genio di Newman rifulge in vignette struggenti come la storia di amore senile She Chose Me o l’addio di una donna morente al suo uomo ridotto alla demenza di Lost Without You.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.391, settembre 2017.

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Black Grape – Pop Voodoo (Universal)

È tornata la banda di tossici di Trainspotting e potevano non tornare quei debosciati di Shaun Ryder e Paul Leveridge, in arte Kermit? Fra l’altro: a pensarci fa strano che nella colonna sonora (epocale quanto le immagini che commentava) del film di Danny Boyle i Black Grape (assenti anche nel sequel) non figurino. O mancarono i tempi tecnici per inserirveli – il travolgente “It’s Great When You’re Straight… Yeah” (fresco di ristampa Deluxe – AR 383) usciva nel 1995, mentre la pellicola era in fase avanzatissima di realizzazione – o il regista ne ritenne il sound troppo caldo rispetto alle altre musiche scelte. In tal caso, sbagliando. Per molti ha sbagliato anche a dare un seguito a quel capolavoro di gioioso nichilismo. Bell’ossimoro, eh? I Black Grape nichilisti non lo sono mai stati, gioiosi sempre. E diversamente da Boyle hanno fatto bene – o non hanno fatto male – a rivisitare il luogo del delitto. Se “Pop Voodoo” non vale (nessuno poteva ragionevolmente chiederglielo) il formidabile debutto summenzionato, si fa preferire e di gran lunga all’artefatto “Stupid Stupid Stupid”. Datato 1997. Il sodalizio si scioglieva poco dopo e quanto è in carattere con questi figuri simpatici e loschi che discograficamente siano riemersi lo scorso anno firmando l’inno per la spedizione inglese agli Europei di calcio. Come sempre fallimentare.

Non falliscono i Black Grape. Che non si faranno eliminare dalla prima Islanda che passa è chiaro sin da una Everything You Know Is Wrong che elastica starnazza funk secondo i tipici dettami della casa. Nei quarantacinque minuti successivi andranno ancora a rete minimo con una Set The Grass On Fire latineggiante ed esplosiva, con la jam cosmic funk Money Burns, con una spumeggiante traccia omonima, con la disco-jazz-lounge (!) Sugar Money.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.391, settembre 2017.

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