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Slowdive – Slowdive (Dead Oceans)

A questo punto della Sacra Trimurti che dominò l’epoca breve della scena “che celebrava se stessa” mancano all’appello solo i Ride. Ancora per pochissimo tuttavia, giacché quando avrete fra le mani questo numero sarà fuori il loro “Weather Diaries”, primo lavoro da ventun anni in qua. I My Bloody Valentine erano tornati nel 2013 con “MBV”, disco che interrompeva un silenzio che di anni ne era durato ventidue. Quanto agli Slowdive li si attendeva (per così dire, visto che non si sono rimessi insieme che nel 2014) dal 1995, da quel “Pygmalion” che rimediava loro cattiva stampa, vendite infime e il benservito dalla Creation. Si chiudeva così, fra indifferenza e pernacchie, la stagione in ogni senso ruggente di quello shoegaze che, casualmente o no dirimpettaio britannico del grunge, aveva avvolto la polpa di melodie ineffabili in una scorza di feedback spessa come mai nella storia della popular music. Dopo essere stato esaltato veniva liquidato frettolosamente, salvo poi tornare in auge sul finale del primo decennio del secolo nuovo con quel dream pop che ne è una riedizione un po’ (tanto) esangue.

Evidenziano ben altra verve e sostanza i vecchi campioni. Significativamente omonimo, “Slowdive” opera sintesi dei diversamente classici “Just For A Day” (1991) e “Souvlaki” (1993) piuttosto che ripartire dallo sperimentale sull’orlo della ambient “Pygmalion”. Ma non si limita al compitino, tutt’altro, in un ampio arco con agli estremi la travolgente, gioiosa e persino innodica Star Roving (la loro cosa più esuberante di sempre) e l’estatica ballata pianistica Falling Ashes. Ciò che sta in mezzo sono i Cocteau Twins se fossero stati dei Sonic Youth influenzati da Brian Wilson. A lamentarsi che non c’è nulla di nuovo, ci si dimentica che è di inventori che si parla.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.388, giugno 2017.

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Bonnie Prince Billy – Best Troubador (Drag City)

Per la nazione hippie Merle Haggard era un fascista, l’ex-galeotto perdonato da Reagan che la sbeffeggiava in Okie From Muskegee. Le generazioni cresciute con il punk l’hanno invece sempre pensata diversamente, inquadrandolo per l’anarchico (più che il destrorso) che era. Tant’è che Haggard (scomparso il 6 aprile 2016, nel giorno del settantanovesimo compleanno) si ritroverà persino a incidere per un’etichetta di ascendenze hardcore quale la Anti-. E per Will Oldham (Bonnie Prince Billy il più usato dei tanti alias) costui è sempre stato un eroe. “Best Troubador” è come un cerchio che si chiude: uno che agli inizi di carriera si ritrovava (a torto) confuso nella galassia post-rock, e che è diventato celebre soprattutto grazie a una rilettura di una sua canzone (I See A Darkness) fatta da Johnny Cash, che dedica un album tributo a un artista che fu spinto a divenire tale da un concerto nel carcere di San Quintino proprio dell’Uomo in Nero. Haggard era recluso lì.

Non è la prima volta che Oldham confeziona una collezione di cover: analoghi omaggi aveva dedicato in anni recenti prima agli Everly Brothers e quindi ai Mekons. Però questo (per il quale aveva fatto una piccola prova generale includendo nel 2012 il blues rurale Because Of Your Eyes nel mini “Hummingbird”) pare più sentito. Non una rivisitazione di brani celebri (delle sedici tracce solo due furono delle hit) bensì uno scavare fra le pieghe più nascoste di un catalogo sterminato, “Best Troubador” non si appiattisce mai su quel country formulaico che a tratti pure un fuori dagli schemi come Haggard frequentò. Magari certe fragranze un po’… hippie (penso al flauto fra l’estatico e il celtico nella catatonica Roses In The Winter, o a un’incantata The Day The Rains Came) gli sarebbero piaciute.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.388, giugno 2017.

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Ray Davies – Americana (Sony/Legacy)

Me l’ero immaginato già leggendo la lunga recensione (album del mese) dedicatagli da “Mojo” e cui facevo riferimento il mese scorso, raccontando l’ultima, modesta uscita del fratello Dave: il nuovo disco di Ray Davies, primo da dieci anni in qua, è più una faccenda di testi piuttosto (per non dire irrimediabilmente) verbosi che di canzoni capaci di svettare per la memorabilità di una melodia o un riff. E se l’ascoltatore di madre lingua può restarne catturato agli altri (avendo comunque una buona padronanza dell’inglese) non resta che usufruirne, per goderne appieno, come fosse musica lirica: seguendo il libretto. Per quanto non di rock opera in senso stretto si tratti, non essendovi un filo che lega le quindici tracce (due sono però giusto degli intermezzi spoken) al di là del problematico rapporto dell’autore con gli Stati Uniti e quella cultura. Paradossale: quando i Kinks erano a un apice sia artistico che commerciale, nei ’60, quel territorio era loro precluso per ragioni troppo lunghe da ricordare qui. Negli anni ’70, con una popolarità assai declinante in patria, erano lunghi tour nelle arene oltre Atlantico a tenere a posto i bilanci.

Ricordando come con il bellissimo “Muswell Hillbillies” Davies avesse dimostrato già nel lontano ’71 di sapere ben padroneggiare la cosiddetta Americana, e sapendo che a dargli qui man forte sono i Jayhawks, campionissimi nell’ambito, ci si poteva attendere molto da un disco dal titolo invece fuorviante. Come minimo, al pari British. È un ascolto faticoso e che dispiega quasi tutte le poche seduzioni subito, con il ritornello dritto dal 1966 di The Deal e il power beat Poetry. Nel prosieguo, giusto lo sgangherato blues waitsiano Change For Change e una The Great Highway incisivamente ruffiana destano dal crescente torpore.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.388, giugno 2017.

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The Heliocentrics – A World Of Masks (Soundway)

La classe non è acqua, lo stile solo chi ce l’ha può darselo e, almeno a volte, puoi cominciare a giudicare un libro, o un disco, sin dalla copertina. Ad esempio tiri su questo quarto album degli Heliocentrics – e anzi ottavo contando come vanno contati quattro cointestati con Mulatu Astatke, Lloyd Miller, Orlando Julius e Melvin Van Peebles – e, posto di fronte al solito artwork strepitoso (il bello è che sono uno diversissimo dall’altro e tutti un po’ fanno intuire cosa si ascolterà), già sai che non potrà che essere stupendo. E infatti… Il collettivo londinese guidato dal batterista e produttore Malcolm Catto continua a non sbagliare un colpo, un centro via l’altro da quel “Out There” che, esattamente dieci anni fa, cominciava a delineare un sound proteiforme: capace di collegare (tutte influenze dichiarate) James Brown a Ennio Morricone, passando per Elvin Jones, Sun Ra (chiaramente omaggiato nella ragione sociale), David Axelrod. Aggiungete attitudine psichedelica e devozione per il krautrock, una fascinazione totale per il Miles Davis elettrico come per l’Herbie Hancock cosmico. E poi trasportate il tutto nell’era dell’hip hop (in curriculum, all’inizio, anche una collaborazione con DJ Shadow) e del downtempo. Shakerate.

“World Of Masks” decolla su tangenti di soul astrale con Made Of The Sun e atterra con il raga frenetico di The Uncertainty Principle. Bisognerebbe citare praticamente tutto quanto sta in mezzo, si tratti di un’ultralisergica Time o di una traccia omonima che parte alla Charles Mingus e poi arabeggia, di una stralunatissima The Silverback o del serrato funky Square Wave. Spazio finito. Ne resta a sufficienza per segnalare i rimarchevoli apporti vocali di una nuova collaboratrice, la slovacca Barbara Patkova.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.387, maggio 2017.

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Garland Jeffreys – 14 Steps To Harlem (Luna Park)

Da lungi inoltratosi in quella che per noi umani sarebbe la terza età (festeggerà il settantaquattresimo compleanno il 29 giugno), Garland Jeffreys continua invece felicemente a vivere una terza giovinezza di cui “14 Steps To Harlem” è il terzo atto, dopo “The King Of In Between” del 2011 e lo splendido “Truth Serum” del 2013. Un po’ piglia la malinconia, al pensiero di come il suo orizzonte sia inevitabilmente limitato. Quanti altri album? Quanti tour? Ma poi la si allontana e ne prende il posto la gratitudine per una classe di grandi artisti – Garland era appena più giovane dell’amico fraterno Lou Reed e ha giusto qualche anno più di un’altra sua conoscenza, Bruce Springsteen – che ha deciso che si dovesse andare oltre il manifesto giovanil/nichilista degli Who di My Generation. Che il rock potesse essere la missione di una vita.

Figlio della più meticcia e cosmopolita delle metropoli, Jeffreys ha vissuto ragazzino le epopee del doo wop e del rock’n’roll, studiato il blues nel mentre si imbeveva di cultura europea a Firenze, assorbito la lezione del soul negli anni in cui frequentava la New York dei Velvet. Salvo poi innamorarsi del reggae come di certa musica latina. Di tutto ciò il suo sound è sempre stato sinossi peculiare e accattivante e in tal senso “14 Steps” è appieno nel solco di negletti classici quali “Ghost Writer” (1977) o “Escape Artist” (1980). Qui due cover piacevolmente pletoriche – una Waiting For The Man risolta da “Rock’n’Roll Animal”, la Help dei Beatles rallentata e illanguidita – si accompagnano a dieci prove autografe di inappuntabile solidità. Si tratti di un indiavolato Schoolyard Blues o di un Reggae On Broadway alla Clash, di una spumeggiante Spanish Heart o di un accorato (Laurie Anderson al violino) Luna Park Love Theme.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.387, maggio 2017.

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Kendrick Lamar – Damn. (Top Dawg)

Si potrebbe partire dai numeri che dicono che “Damn.” per un verso sta eguagliando e per un altro superando il predecessore, il monumentale in ogni senso “To Pimp A Butterfly”. Se si parla di stampa fa impressione che Metacritic, sito che aggrega recensioni e ne fa la media matematica, gli abbia assegnato come voto uno stratosferico 96 su 100, che è esattamente il punteggio cui era arrivato l’album “vero” prima. Se si parla di vendite, nei soli Stati Uniti – dove è andato al primo posto, da cui l’ha detronizzato Drake – ha totalizzato seicentomila copie in due settimane e dunque tutto lascia supporre che si lascerà alle spalle le novecentomila del capolavoro di cui sopra. Ad ascoltare metà del suo relativamente conciso programma – 54’05” contro i 78’51” di “To Pimp A Butterfly”, la cui lavorazione aveva inoltre generato i 34’06” di demo inediti di “Untitled Unmastered” – non c’è da stupirsene: canzoni come le languide Loyalty (molto Jay-Z e con un “featuring” di Rihanna) e Pride, una Love pregna di pop e reggata, la cupa XXX (ci sono gli U2, ma bravi se riuscite a sentirli) o l’etereo funk (se la contraddizione in termini è concessa) Duckworth hanno un potenziale commerciale clamoroso. Ad ascoltare l’altra metà un po’ ci si sorprende sì: perché è hip hop del più hardcore, rapping torrenziale (il momento più alto l’ipnotico mantra con canto gregoriano deforme di Feel) su basi scheletriche.

Il problema è che “To Pimp A Butterfly” faceva di un eclettismo ecumenico (tanto soul e jazz in tralice, che qui si ritrova giusto in una Fear capace di evocare anche Curtis Mayfield) la sua forza. Nel contempo uscendo dal recinto dell’hip hop e promettendo per lo stesso un’Era Nuova. “Damn.” – paradossalmente – fa numeri più grandi parlando a una platea più ristretta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.387, maggio 2017.

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Wire – Silver/Lead (Pink Flag)

Non ci si crede. No, davvero. Per quanto gli Wire ci abbiano abituato bene in questa terza vita che ha segnato il secolo nuovo con la loro sequenza di album più lunga di sempre: con questo sette quando fra il ’77 e il ’79 ne pubblicarono tre e fra l’87 e il ’91 sei. Certo non si possono lamentare di una stampa che ha incensato ogni uscita, né di un pubblico che li segue con affetto e spesso fa registrare il “tutto esaurito” nei frequenti tour. Fra fine marzo e inizio aprile i… uh… ragazzi celebreranno il quarantennale del primo concerto con un festival a Los Angeles forte di un cartellone di discepoli impressionante: Bob Mould, Julia Holter, gli Wand e Laetitia Sadier per non fare che un poker di nomi. Miracoloso che non solo abbiano conservato la dirompente freschezza di quell’epocale debutto al londinese Roxy Club ma che sul serio dopo “40 years of not looking back” il loro sguardo seguiti a essere attento al presente e, soprattutto, volto al futuro. Colin Newman, Graham Lewis e Robert Grey mai fanno revival di se stessi e dire che potrebbero permetterselo. Applausi e solo applausi per loro e tuttavia pare un’ingiustizia che non raccolgano molto ma molto di più.

Non ci si crede. No, davvero. Che a parte la complessiva, straordinaria freschezza di “Silver/Lead”, sia stata una ghenga di ultrasessantenni a congegnare una botta di vita come Short Elevated Period, un perfetto singoletto popcore che in mano a dei ventenni li renderebbe subito delle star. Il momento più easy (oddio: Sleep On The Wing potrebbero quasi essere dei Pet Shop Boys girati rock) di un disco più easy della media Wire. Favoloso nel ricordare perché la new wave era “new” senza nostalgia, solo con grandi canzoni. Altre due: Diamond In Cups, riff quasi T-Rex; This Time, dei Roxy Music sotto narcotici.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.386, aprile 2017.

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