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Nick Waterhouse – Promenade Blue (Innovative Leisure)

Attacco la recensione del quinto album dell’artista californiano sapendo che a scriverla impiegherò meno tempo di quanto ne abbia dedicato (invano) a cercare di risolvere il mistero delle due tracce in coda al promo lossless in mio possesso assenti dalle scalette di CD e 33 giri, fuori dal 9 aprile. Saranno dei lati B? Sia come sia, che peccato che il nostro uomo (non nuovo a scelte autolesionistiche: anni fa pubblicava una stupenda rilettura “vintage” di Smooth Operator di Sade solo in formato liquido) non abbia incluso nel “Promenade Blue” che potrete ascoltare le sue versioni ─ la prima piuttosto fedele all’originale, con un tocco di raffinatezza in più che non le sottrae un’oncia di energia; la seconda viceversa a stento riconoscibile, rivisitata com’è alla Ben E. King ─ del classico garage-punk dei Seeds Pushing Too Hard e di Spanish Is The Loving Tongue di Bob Dylan.

Anche nella versione di undici brani (che dovrebbero essere tutti autografi) “Promenade Blue” è in ogni caso raccomandabile a chiunque, avendo in casa i capisaldi del soul dell’era aurea, apprezzi il filone revivalista cui l’oggi trentacinquenne Nick Waterhouse si iscriveva sin dal debutto del 2012 “Time’s All Gone”. Risultandone da subito uno dei migliori esponenti per la sapienza con cui miscela senza richiamarsi a nessuno in particolare le più varie influenze (aggiungendo blues e jazz q.b.) e per una penna spesso assai ispirata. Qui in particolare in una Place Names che reinventa Brian Wilson in chiave Phil Spector, nello sferzante errebì Vincentine, nella latina Silver Bracelet, nello stiloso strumentale jazzato Promène bleu e in B. Santa Ana, 1986, dal micidiale groove tastieristico. Ai dischi prima avevo sempre dato 7,5. Questo sarebbe stato da 8 se solo…

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.430, aprile 2021.

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Jon Batiste – We Are (Verve)

Basti dire quanto segue per dare un’idea del formidabile eclettismo di questo trentaquattrenne tastierista, cantante e compositore che qualunque orecchio un minimo educato identificherà subito, senza bisogno di indagarne la biografia, come un figlio di New Orleans: che da alcuni anni è il direttore musicale del popolare programma della CBS “The Late Show with Stephen Colbert”; che nel 2018 è andato al numero 2 della classifica jazz di “Billboard” con il debutto su Verve (lo avevano preceduto cinque lavori per varie altre etichette) “Hollywood Africans” (produzione firmata da  T-Bone Burnett) e la versione ivi contenuta del traditional Saint James Infirmary gli guadagnava una candidatura ai Grammy Awards nella categoria “Best American Roots Performance”; che la collaborazione del 2020 con il chitarrista Cory Wong “Meditations” gliene ha procurata un’altra come “Best New Age Album”; e che è attualmente in corsa per l’Oscar come migliore colonna sonora (il vincitore sarà proclamato il 25 aprile) con il suo “Music From And Inspired By Soul”. A chiarire lo spirito che anima “We Are” provvedono invece la dedica in copertina “ai sognatori, veggenti, cantastorie e portatori di verità che rifiutano di farci precipitare nella follia” e la bellissima, omonima traccia che lo inaugura, pezzo da marching band adattato all’era dell’hip hop scritto in onore del movimento Black Lives Matter e che di esso è divenuto una sorta di inno.

Restano purtroppo poche righe per annotare che in trentotto minuti favolosamente densi si fa gioiosa quanto magistrale sinossi di un secolo di musica nera, dal jazz al rap via gospel, boogie woogie, soul, rhythm’n’blues e funk. Per quel che conta: pure l’incisione è superba.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.430, aprile 2021.

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Valerie June – The Moon And Stars: Prescriptions For Dreamers (Fantasy)

Ci sono elogi che possono risultare paralizzanti. Che fai dopo che un Nobel per la letteratura si spende per un tuo disco? E se costui è Bob Dylan?  Be’, se sei Valerie June alzi l’asticella. Provi ad andare oltre quel “The Order Of Time” che nel 2017 veniva lodato da uno così poco propenso agli entusiasmi (e chissà se ha poi recuperato i primi lavori della June, collezioni autoprodotte di acusticherie arcaiche che ancora di più dovrebbero toccare certe sue corde). Provi a realizzare il tuo album “della vita”. “Con questo disco mi è finalmente diventato chiaro il motivo per cui ho questo sogno di fare musica. Non per l’ambizione di venire premiata o conquistare l’amore di qualcuno, bensì perché mi mantiene curiosa e su quel percorso di apprendimento di ciò che ho da condividere con il mondo. Quando ci permettiamo di sognare come facevamo da bambini, ciò accende la luce che tutti abbiamo dentro e rende magico il modo in cui viviamo.”

Ce n’è in quantità di magia in un album per il quale qualcuno ha scomodato (ci sono elogi… etc…) un termine di paragone ingombrantissimo quale “Astral Weeks” e, per lo spirito che lo anima se non per gli spartiti, ci sta. Nelle sue quattordici tracce (ma due sono istantanee bucoliche di suoni trovati e una un breve recitativo) l’artista del Tennessee si porge nel contempo classica, mirabile sinossi di Americana, e peculiare, dispensando perlopiù ballate sublimi nell’ampio arco fra folk, country-blues e chamber pop ma concedendosi pure empiti gospel. L’apice è Call Me A Fool, soul favoloso che pare giungerci dritto dai tardi ’60 e dagli studi Stax o Atlantic. Non potendo più chiamare Aretha Franklin a duettare con lei, Valerie ha convocato Carla Thomas.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 430, aprile 2021.

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Cloud Nothings – The Shadow I Remember (Carpark)

Vado su Discogs per verificare i supporti previsti per questo nuovo lavoro in studio dei Cloud Nothings e allibito scopro che nel 2020 la formazione di Cleveland oltre all’autoprodotto ma con i crismi dell’ufficialità (stampato sia in CD che su vinile e acquistabile sia in Rete che nei negozi) “The Black Hole Understands” ha pubblicato altri ventiquattro ─ !!! ─ album. Ventitré dei quali sono dei live solo in formato liquido, il ventiquattresimo a quanto mi consta un altro disco in studio, “Life Is Only One Event”, disponibile da poche settimane (Discogs lo data 2021 e “The Shadow I Rememember” è uscito questo 26 di febbraio) pure come LP. Per quanto mi attiene, non pervenuto. E pensate sia finita qui? Sempre nel 2020 e in formato liquido costoro hanno pubblicato sei EP. Più un altro nel gennaio del corrente anno. E un altro a febbraio. Con zero brani in comune con il disco oggetto di questa segnalazione. Sfugge il senso di tutto ciò: esistono dei fans della band che fa capo all’ex-ragazzo prodigio Dylan Baldi talmente assatanati da comprarsi anche un terzo, un quarto, un quinto di tale torrenziale produzione? Che non avendo potuto vedere i Cloud Nothings in concerto lo scorso anno hanno avvertito il bisogno di sopperire con una carrettata di live? Boh…

E allora come stupirsi se “The Shadow I Remember”, che pure si suppone sia una sorta di “Best Of” dell’anno (tra)scorso, è a malapena nella media di aurea mediocrità di quanto andato dietro all’invece promettente, a tratti brillante, omonimo esordio del 2011? Contiene (regala no) altre undici canzoni con il piede costantemente sull’acceleratore, si tratti di power pop, punk melodico o hardcore. Divertenti, eh? Ma le dimentichi nel tempo preciso che ci va ad ascoltarle.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.429, marzo 2021.

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Aaron Frazer – Introducing… (Dead Oceans)

Chissà se per questo giovanotto di Baltimora ma residente a Brooklyn “Introducing…” segnerà una cesura con un passato prossimo da batterista, seconda voce e autore o co-autore della quasi totalità del repertorio con Durand Jones & The Indications: formazione con all’attivo due album, uno omonimo nel 2016 e il seguito del 2019 “American Love Call”, fra le più prepotentemente in ascesa nella rigogliosa scena retro soul. Scappatella o inizio di una carriera solistica che potrebbe di riflesso porre fine a quella degli ex-soci? Per intanto si può annotare che per il debutto in proprio, che esce per la medesima etichetta che ha griffato le avventure di gruppo, Aaron Frazer ha fatto le cose in grande. Eleggendo a produttore, benché non digiuno lui stesso di esperienza in materia, lo scafatissimo Dan Auerbach (Black Keys), che a sua volta ha convocato in studio, a Nashville, una bene assortita squadra di giovani (giro Daptone) e vecchi (membri dei mitici Memphis Boys) leoni.

Lo dirà il tempo. Per intanto, pubblicato l’8 gennaio, “Introducing…” già si candida alle playlist di fine anno e, chissà, alle classifiche, giacché le affinità con la compianta Amy Winehouse sono tante e i potenziali singoli diversi. Falsetto fatato alla Smokey Robinson, Frazer cala subito un asso pigliatutto con la romantica You Don’ Wanna Be My Baby e fino alla conclusiva Leanin’ On Your Everlasting Love, in scia al Sam Cooke di Bring It On Home To Me, non sbaglia un colpo. Fra funky melliflui e pagine scelte dal manuale Motown, echeggiando Marvin Gaye come Curtis Mayfield o Jackie Wilson ma mantenendo sempre una sua peculiarità.  Una sua autorialità, potremmo dire, che fa scansare il mero esercizio di bella calligrafia a canzoni che sanno di vita vera, di “qui e ora”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.429, marzo 2021.

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Steve Earle & The Dukes – J.T. (New West)

Non ascolterete in questo 2021 canzone più straziante di quella che suggella il terzo tributo che un grandissimo cantautore quale è Steve Earle dedica a un altro autore con i crismi dell’eccezionalità. Ancora fresco, del marzo 2019, quel “Guy” con cui il nostro uomo omaggiava Guy Clark, morto settantaquattrenne nel 2016 per un linfoma, era di dieci anni prima la collezione di riletture di Townes Van Zandt, spentosi cinquantaduenne nel ’97 per avere troppo chiesto al suo fisico in un’esistenza matta e disperatissima, “Townes”. Steve Earle era talmente legato a costui da chiamare il suo primogenito Justin Townes. Ed ecco, proprio a Justin Townes, che dal padre aveva purtroppo ereditato oltre al talento la propensione a eccessi alcolici e dipendenze chimiche e a ragione di ciò è scomparso lo scorso 20 agosto, appena trentottenne, è dedicato “J.T.”. Dieci brani di un ragazzo mai diventato adulto davvero e a fondo corsa uno autografo ─ Last Words: felpato, luttuoso blues ─ di onestà, pregnanza, dolcezza sconvolgenti. Un dirsi addio da genitore a figlio nell’attesa di ritrovarsi che lascia annichiliti.

Non avrebbe mai voluto registrarlo un disco così, Steve Earle (o magari sì ma fra qualche anno, in onore di un riottoso allievo capace invecchiando di superare lo sregolato maestro), e non avrei mai voluto scriverne io, che tante volte ho avuto la fortuna di recensire sia Earle Sr che Earle Jr. Che poi sia un album bellissimo, collezione di country autorale propenso a commerci con folk e blues (solo saltuariamente con il rock: il tradizionalista in famiglia era quello giovane) era scontato. Che delle dieci canzoni riprese da sei dei nove album pubblicati da Justin Townes ben quattro arrivino da uno intitolato “The Good Life” aggiunge un tocco di agra ironia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.429, marzo 2021.

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Gang – Ritorno al fuoco (Rumble Beat)

È nella sua quarta vita la Gang dei fratelli Marino e Sandro Severini. Nella prima gli allora ragazzi si segnalarono come dei clamorosi epigoni dei Clash, fra i più credibili di sempre e dovunque. Nella seconda cambiarono per sempre la canzone d’autore italiana rock con quel “Le radici e le ali” che anche oltre il suo essere un capolavoro ha esercitato nei trent’anni dall’uscita un’influenza incommensurabile. All’alba del nuovo secolo i Severini andavano però in rotta di collisione con l’industria discografica, rottura traumatica dopo la quale per troppi anni la Gang si è limitata a far jukebox di se stessa, concedendo a un fandom che resta numeroso solo pur pregiati progetti “a latere”. Tornava sul serio a incidere (in ogni senso) nel 2015 con lo splendido (autoprodotto grazie a un crowdfunding e da allora lavora così) “Sangue e cenere”. Sarà che lo si attese così tanto, sarà che nel frattempo ha visto la luce una raccolta di cover tanto bella e rivelatoria (“Calibro 77”) da poterla considerare in tutto e per tutto “cosa loro”, ma che fosse passato un lustro da “Sangue e cenere” a chi scrive non pareva proprio.

Anche perché si prosegue in quel solco, con la calorosa e calibrata produzione di Jono Manson e un lungo elenco di musicisti perlopiù statunitensi e di alto profilo a dar man forte. Fanno corona a una struggente resa di A pa di De Gregori dieci canzoni nuove che trovano istantanea collocazione nella memoria e nel catalogo storico, dalla fanfara rock’n’roll La banda Bellini alla dolente Via Modesta Valenti, da quel gioiello di Americana romantica che è Amami se hai coraggio alla rumba che “passa e rallenta/diventa un tango” di Un treno per Riace. Persuade pure il confrontarsi con folk da altri mondi di Rojava libero e Azadi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.428, febbraio 2021.

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Maxïmo Park – Nature Always Wins (PIAS)

Non è qualità che in questo secolo si pretenda da nessuno in ambito rock, ma davvero l’originalità non è mai stata un punto di forza dei Maxïmo Park. Da Newcastle, in principio un quintetto e ora ridotti al trio di fondatori Paul Smith (voce), Duncan Lloyd (chitarre) e Tom English (batteria). Nemmeno quando si affacciavano alla ribalta (il primo singolo è del 2004, l’esordio in lungo dell’anno dopo) e subito venivano incasellati alla voce “new wave revival”, in scia a band come gli Interpol, iniziatori di una scena che certificava definitivamente come in materia di pop con le chitarre si fosse esaurita ogni variabile. L’unica discriminante resta la qualità della scrittura e sotto quel profilo i ragazzi ─ numi tutelari dichiarati: Jam, Wire, XTC e Smiths ─ se la sono sempre cavata onorevolmente. Mettendoci pure quel pizzico di ruffianeria che non guasta e venendo premiati in patria da vendite (i primi due album certificati d’oro) di non indifferente consistenza. Li aiutava all’inizio un essere “angry young men” credibili, ben sintonizzati sull’onda emotiva dei coetanei. Poi cresciuti con loro, se fanno fede sempre le vendite.

Di quella indubbia freschezza nel loro settimo lavoro in studio è rimasto poco. Resta il mestiere. Resta una ruffianeria che però ora straborda rendendo l’innodia da grandi arene di brani come Partly Of My Making, Versions Of You, Baby Sleep, All Of Me (non a caso tutti sistemati nella prima metà di scaletta) fastidiosa. Però quando vogliono la canzone buona l’azzeccano ancora: tipo una Placeholder molto R.E.M., o una Meeting Up da manuale New Order. Fa storia a sé la conclusiva Child Of The Flatlands, piccola suite mossa e articolata (Elbow?), che soccombe alle sue ambizioni ma almeno delle ambizioni ce le ha.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.428, febbraio 2021.

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Mouse On Mars – AAI (Thrill Jockey)

Concittadini (Düsseldorf) del gruppo che fu di Ralf Hütter e Florian Schneider, a furia di sentirsi definire gli eredi dei Kraftwerk i Mouse On Mars di Jan St.Werner e Andi Toma anche in questo prendevano a un dato punto a somigliare ai maestri: che fra un’uscita e l’altra cominciavano a metterci tantissimo. Essendosi fatti desiderare sei anni dopo l’astratto e rumoroso “Varcharz” nel 2012 con sorprendente slancio produttivo davano alle stampe due lavori, il surrealmente pop “Parastrophics” e il danzereccio “Wow”. Salvo poi dileguarsi per altri sei anni e ripresentarsi con uno dei loro album più “easy” e nel contempo il meno kraftwerkiano di tutti, “Dimensional People”. Diviso come scrivevo all’epoca “fra frenetici, bianchissimi funk e oasi oniriche, spastici valzer, para-etno hasseliana, electro-soul” e confezionato con più di cinquanta ospiti.

“AAI” (acronimo che sta per “Anarchic Artificial Intelligence”) spiazza, oltre che palesandosi solo tre scarsi anni dopo, puntando una direzione che più opposta non potrebbe, lasciando il potere alle macchine (in ciò insieme completando e rovesciando la distopia Kraktwerk esplicitata in “The Man-Machine”), addirittura corredandolo con un manifesto di gusto asimoviano in cui rivendica per esse pari diritti con gli umani, affidando a un software la manipolazione di voci poi “suonate” da un synth. Opera concettualmente interessantissima ma dal cui ascolto si esce stremati, sopraffatti dall’interminabile susseguirsi di ritmi dal singultante al pulsante al galoppante, dall’affastellarsi di sibili, stridori, distorsioni assortite, melodie che quando emergono propendono alla stralunatezza, atmosfere a dir poco plumbee e su venti tracce non più di due o tre a offrire un minimo sindacale di godibilità.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.428, febbraio 2021.

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The Notwist – Vertigo Days (Morr)

Poche giravolte nella storia del rock sono risultate più spiazzanti di quella con cui nel 2000 i Radiohead si riposizionavano da “nuovi U2” ad alfieri del post-rock. “OK Computer” aveva dato indizi al riguardo ma con “Kid A” Thom Yorke e soci azzardavano ben di più e nessuno avrebbe scommesso sulla loro sopravvivenza commerciale. E invece… Rischiando assai meno sul piano delle vendite dacché erano sigla nota a pochi ma persino di più musicalmente, i tedeschi Notwist sul finire del decennio prima si erano analogamente reinventati “post-” essendo partiti da un hardcore punk con tratti metal. Pure loro al quarto album, lo splendido “Shrink”, del ’98, dopo averne pubblicato uno interlocutorio. Andranno in tutti i sensi più in là nel 2002 con “Neon Golden”, indiscutibile capolavoro loro e totale. Sempre pensato che “Shrink” ai Radiohead non fosse ignoto.

Da allora il gruppo dei fratelli Markus e Micha Acher si è concesso con parsimonia, con due coppie di album fatti uscire in rapida sequenza a interrompere lunghi silenzi, sei anni per dare un seguito a “Neon Golden”, altri sei a separare “Vertigo Days” da “The Messier Objects”, che era però una trascurabile raccolta di musiche per teatro e radiodrammi e dunque il predecessore vero è “Close To The Glass”, del 2014. Se solo non si facessero desiderare tanto! Ma meglio loro dei troppi che non ci danno tregua, no? Si potrebbe dire a questo punto “i soliti Notwist” e tuttavia ben venga una routine così stellare, benvenute queste quattordici tracce che fluiscono una nell’altra senza soluzione di continuità, fra vigorosi attacchi percussivi e sospesi accordi di piano, passi di valzer e accenni di rumba, sfregi noise, pop yé-yé rivisitato Stereolab, funk bianco screziato di jazz, downtempo e ─ ma va! ─ krautrock.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.428, febbraio 2021.

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