Archivi categoria: recensioni

The Wallflowers – Exit Wounds (New West)

Nota di colore: complimenti agli estensori della chilometrica scheda che Wikipedia dedica ai Wallflowers per essere riusciti a non scrivere mai, neanche incidentalmente, che il loro leader è figlio (il quartogenito, l’unico con l’ardire di seguire le orme paterne) di un recente premio Nobel per la letteratura. Giusto così, giacché Jakob Dylan ha avuto sin dall’inizio della sua lunga carriera l’intelligenza di non confrontarsi direttamente con un talento inarrivabile, di fare sempre la sua cosa. Guadagnandosi così il rispetto anche di un padre che a sua volta ha avuto il buon senso di non metter mai bocca, né di incrociare la sua strada e quella del rampollo se non in un isolato concerto nel 1997, ossia quando i Wallflowers ce l’avevano già fatta da soli, un numero 4 USA (con un singolo al numero 2) con il loro secondo album, “Bringing Down The Horse”.

Dici Wallflowers, pensi a un gruppo, ma in realtà (mai la stessa la formazione da un disco al successivo) sono sempre stati il progetto solistico di Jakob (che pure a un certo punto pubblicò un paio di lavori a suo nome e ancora ci si chiede perché). Con “Exit Wounds” interrompono un silenzio di ben nove anni (già il predecessore “Glad All Over” si era fatto aspettare sette) senza deviare dalla solita via: che è quella di un tosto cantautorato rock che deve molto più a Tom Petty, Bruce Springsteen, John Mellencamp che a chi sapete voi. Il problema è il solito: a un sound energico, eppur cesellato a puntino, raramente si accompagnano brani (l’exploit della strepitosa One Headlight è inavvicinato dal ’97) di memorabilità più che media. Qui si fanno ricordare un po’ più del tempo che ci va ad ascoltarle la rock’n’rollistica I Hear The Ocean e la ballata Wrong End Of The Spear.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.435, ottobre 2021.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Yola – Stand For Myself (Easy Eye Sound)

Se ha un difetto o meglio un problema, “Stand For Myself”, è che deve fare i conti con lo stratosferico “Walk Through Fire”, che nel 2019 lasciava molti attoniti dinnanzi a un debutto che pareva sbucare dal nulla. Quando in realtà l’artefice, l’allora trentacinquenne Yolanda Quartey, da Bristol e non da Memphis o comunque dal profondo Sud degli States come si scommetterebbe ascoltandola, aveva già alle spalle una lunga carriera da corista (Massive Attack e Chemical Brothers) e da cantante dei Phantom Limb (due i lavori in studio e un live). Più profeta allora nella sua patria ideale che in quella vera, la signora: ben quattro le candidature ai Grammy e fra esse una nella categoria “Best Americana Album” e due, per Faraway Look, nelle sezioni “Best American Roots Performance” e “Best American Roots Song” (la quarta? “Best New Artist”). Il che ingenerava però un grosso equivoco e non valeva a giustificarlo che il disco fosse stato inciso a Nashville: che si trattasse di country quando il country è sì presente ma è indubitabilmente alla voce “soul” che Yola va catalogata.

Prodotto come l’esordio da Dan Auerbach dei Black Keys, “Stand For Myself” si presenta con una copertina che fa sospettare che per l’artista sia cambiato il decennio di riferimento, i ’70 e non più i ’60. Il che non è. Fra i dodici brani in scaletta giusto una Dancing Away In Tears gustosamente da Studio 54 va in tale direzione. Il resto ricalca il predecessore, con apici nella ballatona Barely Alive, nell’errebì al galoppo Diamond Studded Shoes, in una Great Divide sentimentale con afflato gospel, nella scheggia di Stax Break The Bough, nella grintosa e conclusiva traccia omonima. Manca solo l’effetto sorpresa, insomma.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.434, settembre 2021.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Los Lobos – Native Sons (New West)

L’ultima collezione di inediti per il gruppo che esordiva nel 1978 con “Just Another Band From East L.A.” (salvo di fatto debuttare di nuovo cinque anni dopo, non più combo folk ma gruppo rock, con il mini “…And A Time To Dance”) resta “Gates Of Gold”, AD 2015. Non gli dava un seguito nel 2019 “Llego Navidad”, raccolta di brani natalizi uno solo dei quali scritto dalla coppia Hidalgo/Pérez. Farina al solito saporita del loro sacco anche qui un’unica traccia, la quasi omonima Native Son, bluesone un po’ Ben E. King e un po’ di più B.B. King. Le altre tredici sono cover e dunque nemmeno questo disco in senso stretto può essere detto il successore di “Gates Of Gold”. O no? In fondo nell’88 “La pistola y el corazón” era composto in larghissima parte da pezzi della tradizione chicana. Ed è del 2002 il delizioso “Los Lobos Goes Disney”. Decida il lettore, il cultore.

Il primo sappia che naturalmente altri sono gli album da avere dei Losangeleni, qui impegnati in un omaggio alla città che è forse l’unico luogo al mondo in cui avrebbe potuto prender forma un progetto siffatto. Il secondo già avrà apprezzato e sviscerato una scaletta che si muove fra soul (l’accorata Misery che fu di Barry Strong e la struggentemente, rabbiosamente epica The World Is A Ghetto che fu dei War) e psichedelia (For What It’s Worth, Buffalo Springfield), rock’n’roll (Flat Top Joint, Blasters) e altri scorci da American Graffiti (Farmer John di Don & Dewey, Where Lovers Go dei Jaguars), rumba (Los Chocos suaves, Lalo Guerrero y Sus Cincos) e latin jazz (Dichoso, Willie Bobo). Che conferma sfrenatamente errebì i Thee Midniters di Love Special Delivery e inietta di blues e doo wop i Beach Boys di Sail On, Sailor.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.434, settembre 2021.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Prince – Welcome 2 America (NPG/Sony)

Dopo una morte che lo coglieva per una tragica fatalità il 21 aprile 2016 e risultava duplicemente intempestiva (non aveva che cinquantasette anni e gli ultimi nove erano stati assai sottotono rispetto a una discografia in precedenza con pochi inciampi e molti capolavori), ci si attendeva con timore più che eccitazione un diluvio di uscite postume dell’uomo nato Prince Rogers Nelson. Uno che come Jimi Hendrix in sala di incisione letteralmente viveva, come niente completava un brano ogni giorno o notte che fosse e altri ne abbozzava e per farlo aveva avuto a disposizione tre decenni in più. Finora ci era però andata di lusso: se dei demo raccolti nel 2018 in “Piano And A Microphone 1983” si sarebbe potuto fare a meno, risultava un’aggiunta preziosa al catalogo nel 2019 la collezione di versioni “Originals” di canzoni scritte per altri e lasciavano a bocca aperta non solo per la quantità mostruosa di inediti recuperati ma per l’eccezionale qualità complessiva le riedizioni superespanse di “1999” e “Sign O’ The Times” (2019 e ’20, cinque e otto CD).

Ci era andata di lusso. Finora. Prince registrava “Welcome 2 America” nel 2010 e poi lo accantonava. Quasi nessuno dei dodici brani è stato mai suonato dal vivo, due ricevevano un minimo di esposizione su radio e TV ma solo i collezionisti più accaniti ne serbavano memoria, altri due finivano (rielaborati) in “HITnRUN Phase Two”. Tutto qui e ci sarà stata una ragione, no? L’unico recupero di cui essere grati è Hot Summer, incrocio Cars/B-52’s tanto fuori tempo massimo quanto irresistibile. Non male una traccia omonima che apre alla Gil Scott-Heron, decenti l’electro-funk Running Game e una petulante, con inserto rap, Same Page, Different Book. Il resto è minutaglia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.434, settembre 2021.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

David Crosby – For Free (BMG)

Davvero: non si sa se essere più furiosi con David Crosby per i decenni in cui si buttò via abusando di alcool, eroina, cocaina e quant’altro (ineffabilmente, oggi che in California è legale commercializza con il suo nome una marijuana che gli intenditori considerano fra le migliori sulla piazza) o essere più felici, per lui e per noi, che incredibilmente sia riuscito a sopravvivere a quegli anni folli e ai successivi e gravissimi problemi di salute che l’hanno afflitto come strascico degli stravizi. Che, ancora più incredibilmente, stia vivendo da un decennio in qua (ma prodromi di rinascita si erano manifestati già all’incrocio fra il secolo vecchio e l’attuale con il progetto CPR) una luminosissima… quarta giovinezza.

Per il suo ottantesimo compleanno il vecchio Croz si è regalato, con qualche settimana di anticipo, un album che è sorta di gemello (solo, più conciso: se i brani in scaletta in entrambi sono dieci quello superava i cinquanta minuti, questo non arriva a trentotto) del precedente (2017) “Sky Trails”. Per dire: anche qui il programma comprende una cover dell’amica di sempre Joni Mitchell (tocca stavolta a una pianistica For Free, che ha pure l’onore di intitolare il disco). Anche qui ci sono brani di impronta Steely Dan e curiosamente lo è di più Ships In The Night che non Rodriguez For A Night, cui Donald Fagen ha offerto il proprio apporto compositivo. E il resto sono meraviglie da un Laurel Canyon dell’anima: su tutte una I Think che potrebbe giungerci dai primi due LP in trio con Crosby e Nash e una Shot At Me che sarebbe potuta stare su “If I Could Only Remember My Name”. Addirittura. L’unico cruccio è che il tempo inevitabilmente, inesorabilmente scorre.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.434, settembre 2021.

5 commenti

Archiviato in archivi, recensioni

Billy F. Gibbons – Hardware (Concord)

L’ultimo album degli ZZ Top data 2012 e venne acclamato come un ritorno alla forma migliore per il trio texano, laddove il precedente “Mescalero” aveva raccolto invece recensioni tiepide, quando non negative, e pure i riscontri commerciali erano stati modesti per un gruppo che da tre decenni collezionava dischi d’oro, platino, persino diamante. Nove anni separarono i due album, da altrettanti attendiamo un successore per “La Futura”. Si materializzerà mai? Non dovesse accadere (i nostri eroi nel 2019 raccontavano in un’intervista radiofonica che ci stavano lavorando e Billy Gibbons, contattato da un quotidiano l’anno dopo, confermava; più nessuna notizia da allora) non sarà forse un male. Per due ragioni: una è che come suggello di una vicenda così importante “La Futura” sarebbe perfetto; l’altra è che se il frontman ci regala dischi come questo… be’, possiamo serenamente consegnarli alla Storia del rock, gli ZZ Top.

Per Gibbons è la terza uscita da solista, dopo il tanto atipico (contraddistinto da inedite influenze cubane) quanto poco convincente “Perfectamundo” (2015) e il più convenzionale, non indimenticabile ma gradevole, “The Big Bad Blues” (2018). Forte di undici solidi originali e una spumeggiante cover del classico tex-mex dei Texas Tornados Hey Baby, Que Paso, “Hardware” si posiziona una spanna o due sopra, non molto distante insomma da “La Futura” di cui, fosse uscito con il marchio della band, sarebbe stato degno seguito. Avrebbero fatto un figurone anche lì tracce come la scorticata My Lucky Card, una Shuffle, Step & Slide in scia all’immortale La Grange, il bluesone con organo soul Vagabond Man, una West Coast Junkie molto Link Wray, o il Morricone western Desert High.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.433, luglio/agosto 2021.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Wolf Alice – Blue Weekend (Dirty Hit)

Predestinati alla gloria: l’esordio dei Wolf Alice “My Love Is Cool” nel 2015 era un numero 2 UK e riceveva candidature sia ai Grammy Awards che al Mercury Prize, e due anni dopo “Visions Of A Life” non soltanto ne replicava la performance commerciale ma, anch’esso selezionato per il Mercury Prize, se lo aggiudicava. Lungamente atteso, il fresco di pubblicazione “Blue Weekend” in questo momento è l’album più venduto in Gran Bretagna. Non male. Soprattutto perché l’ancora giovane quartetto londinese ─ democrazia in cui tutti offrono il loro contributo a livello compositivo ma da cui, prima inter pares, si staglia la figura di Ellie Roswell, voce eterea che sa farsi ruggente e carisma indiscutibile ─ pare disporre di ampi margini di miglioramento sia artistici che commerciali. Prossimo mercato da conquistare il più importante, gli USA, dove è matura l’uscita dal recinto alternative.

Sono figli esemplari degli anni ’10, questa ragazza e i suoi sodali, di un tempo in cui qualsivoglia scibile è a portata di clic e un gruppo può farsi influenzare da epoche e scene musicalmente distantissime fra loro. Paradigmatica a tal riguardo la sequenza composta dalle tracce dalla quarta all’ottava di un lavoro che ne offre undici essendo però le canzoni solo dieci, con una The Beach pronta per gli stadi divisa in due parti ad aprire e chiudere: all’esplosivo crossover con tanto di rap di Smile vanno dietro una Safe From The Hearbreak che ipotizza una dimensione in cui a incidere “Rumours” sono stati i Fairport Convention, i Cocteau Twins inusualmente pop di How Can I Make It OK? e il petulante quanto travolgente assalto punk di Play The Greatest Hits. Sulla carta sembrerebbe non avere alcun senso, all’ascolto sì.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.433, luglio/agosto 2021.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

black midi – Cavalcade (Rough Trade)

Non è che frequentare la BRIT School For Performing Arts & Technology ti porterà per forza a seguire le orme di chi come Adele, Amy Winehouse, Katie Melua e King Krule passato da quelle aule ha poi venduto dischi a decine di milioni. Ciò che l’istituzione londinese ti garantisce è che ne uscirai con una preparazione nel settore scelto di primissimo ordine. A te farla fruttare. I giovanissimi black midi ─ a stento totalizzavano ottant’anni in quattro quando nel 2019 debuttavano con lo strepitoso “Schlagenheim” ─ lo stanno facendo eccome. Modesti finora i riscontri commerciali, quasi insignificanti a fronte di recensioni che pure a questo giro spargono stelle e superlativi, e nondimeno si può affermarlo senza remore: se anche non vedranno mai le zone alte delle classifiche oggi come oggi non c’è in circolazione gruppo rock più entusiasmante.

Severi con se stessi i ragazzi, che nel frattempo hanno quasi perso per strada causa stress uno dei due chitarristi, Matt Kwasniewski-Kelvin, e hanno rimediato in parte facendosi dare una mano in studio dal tastierista e dal sassofonista che li avevano affiancati in tour: del predecessore, frutto di un approccio improvvisativo, si dicono annoiati. In sala di incisione sono entrati con un obiettivo: “stavolta combiniamo qualcosa di buono sul serio”. Rispetto a “Schlagenheim” più che superiore “Cavalcade” è diverso: più strutturato e vario (dal resto del programma si staccano la ballata elettroacustica pregna di jazz Marlene Dietrich e l’oscura epopea post-folk Ascending Forth), più progressivo nell’accezione nobile del termine. Parte dai King Crimson e dai VDGG per arrivare via Primus a Slint e June Of 44. O viceversa. Ma nessuno ha mai suonato esattamente così.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.433, luglio/agosto 2021.

2 commenti

Archiviato in archivi, recensioni

Del Amitri – Fatal Mistakes (Cooking Vinyl)

A vent’anni la vita è un quaderno pieno di pagine bianche da riempire di sogni e progetti. Con i sessanta incombenti la copertina è sgualcita, il dorso consumato, spazio per scrivere non ne è rimasto molto, né tempo per farlo. Quanti fogli hai strappato, quanti scopri affollati di scarabocchi incomprensibili, chissà se hai infine deciso cosa sia meno peggio fra un rimorso e un rimpianto. Una certezza: You Can’t Go Back, come recita il titolo del primo brano del primo album che gli scozzesi Del Amitri, eroi locali prima di farsi star globali (sei milioni di dischi venduti in giro per il mondo e pare un miracolo pensando a band affini che non hanno avuto un centesimo di un tale successo), consegnano alle stampe da diciannove anni in qua. Si scioglievano poco dopo avere pubblicato lo spiazzante, pieno di synth e batterie elettroniche, “Can You Do Me Good?”, che il pubblico non capiva né gradiva e allora ciao. Nostalgia canaglia: tornavano assieme nel 2013 e due lunghi tour datati 2014 e 2018 certificavano come non fossero stati affatto dimenticati. Tempo di rinfrescare il repertorio.

Vero che pure in gioventù erano opportunità mancate e fallimenti l’argomento preferito di Justin Currie, ma un sentore agro di vissuto sale da una I’m So Scared in cui canta “sono così spaventato dall’idea di lasciarti indietro/ogni giorno cerco di restar vivo/per non farti provare la tristezza di una sedia vuota”. È un disco inaspettatamente splendido che ripropone i Del Amitri più classici. “Suoniamo folk con attitudine rock”, dice Currie, e qui lo fanno al meglio. La ballata Close Your Eyes And Think Of England è una delle loro più belle di sempre, una delle canzoni più struggenti che vi sarà dato di ascoltare quest’anno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.433, luglio/agosto 2021.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Sons Of Kemet – Black To The Future (Impulse!)

Da alcuni anni piuttosto che dagli USA, dove pure agisce un gigante quale Kamasi Washington, è dalla Gran Bretagna che ci giunge il jazz più fresco e felicemente propenso a contaminarsi: l’unico capace di catturare, oltre che vecchi appassionati ancora aperti di orecchie e in spirito, le giovani generazioni. Scena meticcia, incestuosa, vivacissima, con al centro uno che come Kamasi è, oltre e più che sassofonista eccelso, compositore e band leader. Ne ha addirittura tre di band il trentasettenne Shabaka Hutchings, nato a Londra ma cresciuto nell’isola di Barbados, dove i genitori erano tornati e dove si accostava alla musica avendo come primo strumento il clarinetto, prima di percorrere a ritroso la stessa rotta e rientrare nel Regno Unito: i più canonicamente jazz del lotto (se può dirsi canonico chi si fa ispirare principalmente da Sun Ra, Alice Coltrane, Pharoah Sanders) sono gli Ancestors; poi ci sono i Comet Is Coming, magmaticamente fra fusion, funk, soul e psichedelia; e infine, o meglio per cominciare giacché erano i primi a pubblicare un album, nel 2013, i Sons Of Kemet.

“Black To The Future” è per costoro la seconda uscita su Impulse! e quarta in assoluto. Fare graduatorie consigliando questo invece che quel titolo sarebbe esercizio di pura soggettività, essendo stato da subito stellare il livello, e “Black To The Future” vale come introduzione quanto uno qualunque dei predecessori. Nei suoi solchi fluiscono, collidono, si mischiano post-bop e afrobeat, jazz modale e calypso, cumbia e ritmi che adombrano il Brasile come la Giamaica, la tradizione bandistica di New Orleans e scale mediorientali, e molto altro, mentre una ghenga di voci ospiti ci ricorda che “black lives matter”. Resta comunque una festa. Tuffatevi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review” n.432, giugno 2021.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni