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The Psychedelic Furs – Made Of Rain (Cooking Vinyl)

Quando cogliendo a pretesto la ristampa integrale del loro catalogo a 33 giri ─ otto album pubblicati fra l’80 e il ’91 ─ dedicavo (AR 401, settembre 2018) un’intera pagina nella rubrica del vinile agli Psychedelic Furs non facevo cenno al loro essere tornati a calcare le scene all’inizio del secolo. Non posso esserne sicuro, ma non credo fu una dimenticanza. Più probabilmente ne accennai da qualche parte nella prima stesura e poi, per ridurre il pezzo al giusto numero di battute, tagliai un’informazione in fondo irrilevante. Cosa aggiungeva a una vicenda gloriosa la riesumazione della sigla da parte di Richard e Tim Butler (a lungo è stato con loro pure John Ashton, non uno dei fondatori ma in squadra dal primo LP all’ultimo) per lucrare ancora qualche spicciolo facendo jukebox del repertorio storico? Semmai sottraeva. Adesso c’è però un album nuovo.

Innegabile: un’emozione riascoltare la voce di Richard Butler, una delle più inconfondibili della new wave, e scoprirla intatta. Il disco, anticipato (scelta infelice, trattandosi di una delle più deboli fra le sue dodici tracce) già a fine gennaio dalla stentorea Don’t Believe, parte piuttosto bene con una The Boy That Invented Rock’n’Roll viceversa guerriera il giusto. E parrebbe proprio decollare con You’ll Be Mine, acidula quanto basta per un gruppo con “psychedelic” nel nome e velvetiana idem per chi con l’altra metà della ragione sociale intendeva omaggiare Venus In Furs. Pezzo “di mestiere”, a essere onesti, ma che cattura. Più di un prosieguo in cui si ha comunque il coraggio di deviare ogni tanto dal risaputo, in particolare nella barocca e da fine ’60 piuttosto che ’70 Tiny Hands. Dopo la quale e fino alle chitarre di colpo distorte che sigillano la conclusiva Stars ci si appisola.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.423, settembre 2020.

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Protomartyr – Ultimate Success Today (Domino)

Giusto nel numero in cui si racconta del ritorno degli Psychedelic Furs capita venga recensito anche il nuovo e atteso tre anni (mai avevano messo tanto fra un album e l’altro; la data di uscita è stata oltretutto spostata in avanti di un paio di mesi causa coronavirus) lavoro in studio dei Protomartyr. Che si apre con la loro canzone più “easy” di sempre. Fra Joy Division e Bowie, Day Without End, ma soprattutto e non solo per il sax che la attraversa assai prossima agli Psychedelic Furs che fecero epoca quando i componenti della band di Detroit ancora andavano all’asilo. Comincia a misurarsi da lì la distanza di “Ultimate Success Today” dal precedente catalogo e il lettore che ha familiarità con quel rumoroso poker di dischi è invitato a saltare al primo giro le otto tracce in mezzo e a puntare subito dopo la decima e ultima, Worm In Heaven: una ballata, addirittura, suadente per quanto elettrica fintanto che a una cinquantina di secondi dal termine non si impenna e allora sì che li riconosci Joe Casey e soci.

Quanto sta in mezzo non è così spiazzante ma già sarebbe stato indicativo di come un gruppo che, visti successo di critica e buon riscontro di pubblico, facilmente avrebbe potuto vivere di rendita riproponendosi più o meno sempre uguale a se stesso abbia invece optato per allargare gli orizzonti. Se pure in un brano come Processed By The Boys il consueto richiamarsi ai Fall appare rinfrescato da un piglio (ci avessero buttato dentro un synth…) Nine Inch Nails, una June 21 di (relativamente) quieta epicità è caratterizzata da una voce femminile (Nandi Rose aka Half Waif), echi di Bowie tornano in Modern Business Hymns e da Bridge & Crown fanno capolino i Bauhaus. L’album migliore dei Protomartyr? Di sicuro quello sul quale più verrà voglia di tornare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.423, settembre 2020.

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The Jayhawks – XOXO (Thirty Tigers)

Decimo lavoro in studio dei Jayhawks (produzione parca se si pensa che l’omonimo esordio data 1986), “Back Roads And Abandoned Motels” vedeva la luce due anni fa e si distaccava per genesi dai precedenti nove perché Gary Louris (leader della band dacché Mark Olson la lasciò dopo il quarto album; come si racconta in questo stesso numero anche nella recensione dell’ultimo disco di costui) scriveva appositamente giusto due delle sue undici tracce. Completando la scaletta con brani composti in precedenza per altri ma che i Jayhawks non avevano mai inciso. Anche “XOXO” segnala una prima volta nell’ultratrentennale storia di una formazione che da qualche tempo si schiera a quattro con, ad affiancare Louris, Marc Perlman al basso, Karen Grotberg alle tastiere e Tim O’Reagan alla batteria: Louris ha invitato compagna e compagni a partecipare al processo compositivo e in tal senso ─ dopo tutto questo tempo! ─ l’album è per i Nostri una sorta di nuovo esordio. E che bell’esordio è! Ancora catalogabile alle voci “alt-country” e “Americana” ma capace di allargare, e a volte sensibilmente, gli orizzonti.

Notevole soprattutto l’apporto della Grotberg, che si prende la ribalta pure vocalmente in una Ruby pianistica e talmente classica che chi scrive ha pensato all’inizio si trattasse di una cover e nella ballata country con violino e pedal steel sugli scudi Across My Field: canzoni che rimandano rispettivamente a Christine McVie ed Emmylou Harris. Altri apici di una scaletta di dodici brani senza un inciampo: This Forgotten Town e Living In A Bubble, dove The Band fa comunella rispettivamente con gli Eagles e Harry Nilsson; la stoniana Dogtown Days; una Homecoming che ineditamente evoca i Beach Boys di mezzo; una Illuminate che porta i Kinks a Laurel Canyon.

Pubblicata per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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Neil Young – Homegrown (Reprise)

Quasi e sempre più un’occupazione a tempo pieno piuttosto che un hobby seguire Neil Young. Solo che bisogna spendere come fosse il secondo scoprendosi spesso più frustrati che soddisfatti, come fosse la prima. Vale soprattutto per le produzioni nuove e capita allora di accogliere con sollievo uscite come l’ultimo “Colorado”, che regala buoni momenti ma nel contesto di una carriera ultracinquentennale si colloca fra i lavori di seconda o terza schiera. A farlo parere migliore di quanto non sia è che troppi altri dischi inutili, bruttini o persino fastidiosi ─ e in mezzo qualche lampo di grandezza vera, perché il colpo del campione il Canadese ce l’ha ancora ─ lo abbiano preceduto in questo secolo. Va meglio, all’appassionato, quando si tratta di riordini e in special modo recuperi di archivi, e quelli del nostro uomo sono sconfinati. Non si contano più i live, diversi dei quali stupendi, e poi ci sono i dischi in studio cosiddetti “perduti”. Nel 2017 vedeva la luce “Hitchhiker”, che sarebbe dovuto essere, nel 1976, il successore di “Zuma” (che era invece “American Stars ’n Bars”). Con logica illogica tipicamente younghiana tocca ora all’album che avrebbe dovuto precedere “Zuma”. Neil non lo pubblicò allora ritenendolo troppo deprimente e personale, ispirato com’è dalla separazione da Carrie Snodgress: facendo uscire al suo posto il cupissimo “Tonight’s The Night”, dedicato a due amici scomparsi!

A toccarli con mano i Miti talvolta si sbriciolano. Non è questo il caso, sebbene una Florida soltanto recitata e il bluesaccio d’accatto We Don’t Smoke It No More abbassino sensibilmente la media. Il resto è grossomodo (con l’eccezione dell’elettrica Vacancy) l’anello mancante fra “Harvest” e “Comes A Time” e già solo le iniziali Separate Ways e Try valgono l’acquisto. L’ennesimo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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Badly Drawn Boy – Banana Skin Shoes (One Last Fruit)

Atteso non per modo di dire il nuovo album del Ragazzo Disegnato Male, al secolo Damon Michael Gough: il suo nono con la colonna sonora di “Being Flynn” e allora sono otto anni che lo aspettavamo; e se no fa un tondo decennio se si ritiene “It’s What I’m Thinking Pt.1” il suo ultimo disco “vero”. Un sacco di tempo considerando che al debutto del 2000 “The Hour Of Bewilderbeast” ─ platino nel Regno Unito e vincitore del Mercury Prize; da allora in ogni lista dei migliori album del secolo ─ in dieci anni aveva dunque fatto andar dietro sei altri lavori. Inevitabilmente non all’altezza dell’esordio (“About A Boy”, commento al film più memorabile della pellicola cui faceva da sfondo quasi sì) e però nel complesso un catalogo notevole di cantautorato eccentrico fra folk-pop da cameretta e indie rock.

“Banana Skin Shoes” parte con la traccia che lo battezza e il botto che spiazza: mai sentito prima un Badly Drawn Boy così funk, praticamente big beat, fra Fatboy Slim e Beck. Forse uno scherzo, forse un modo di mettersi alle spalle in tre minuti scarsi un bel tratto di vita problematico. In ogni caso una possibile hit. Nessuna fra le altre tredici canzoni in scaletta ha la stessa esplosività, per quanto una Tony Wilson Said che trasloca la Motown a Manchester, una Colours che ipotizza dei Belle & Sebastian disco, una Fly On The Wall con basso massiccio, batteria serrata e una slavina d’archi siano certamente ballabili. Ingrossano e consolidano invece il canone il britpop di Is This A Dream, una I Just Wanna Wish You Happiness bacharachiana e una Never Change più McCartney, la bossa nova You And Me Against The World. Buon ritorno, cui qualche taglio (I Need Someone To Trust ad esempio, nel solco di certi Chicago irredimibili) avrebbe giovato.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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Tim Burgess – I Love The New Sky (Bella Union)

Non che non fosse già una star ─ eclatante lo score dei suoi Charlatans: tre primi posti e due secondi nella classifica UK degli album e ventotto piazzamenti (di cui quattro nelle prime dieci posizioni) in quella dei singoli nell’arco di una carriera trentennale ─ ma il lockdown al quale con colpevole ritardo si è rassegnato pure il Regno Unito ha reso Tim Burgess ancora più popolare dalle sue parti. Cosa si è inventato costui, da sempre raro esemplare di musicista anche collezionista di dischi? Un appuntamento quotidiano su Twitter, ogni sera alle 21, nel quale illustri colleghi racconta(va)no la genesi di album più o meno celebri con gran spargimento di aneddoti al riguardo. A questo “Listening Party” inaugurato da Burgess parlando dell’epocale esordio del gruppo di cui è l’inconfondibile voce, “Some Friendly”, hanno partecipato fra gli altri membri di Oasis, Blur, Pulp, Libertines, Sparks, Grandaddy, Franz Ferdinand, Throwing Muses, Public Service Broadcasting.

Quello che è il suo terzo lavoro da solista, a otto anni da “Oh No I Love You” (ma in mezzo c’è stata la collaborazione con il compositore americano Peter Gordon che ha fruttato il delizioso “Same Language, Different Worlds”), il nostro uomo lo aveva completato prima che il Covid-19 mettesse a soqquadro le nostre vite. Disco variegato e frizzante come da consuetudine della casa, a partire da una Empathy For The Devil che occhieggia agli Stones nel titolo, ai Cure di Boys Don’t Cry nell’attacco e poi prosegue (ha scritto qualcuno e concordo) come se Sufjan Stevens si unisse ai Dexys Midnight Runners periodo “Too-Rye-Ay”. Più avanti, britpop da manuale ed echi di chanson, spigliati rock’n’roll con orchestrazioni guizzanti, scorci di psichedelia e krautrock, ballate da cameretta.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.421, luglio 2020.

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Moses Sumney – græ (Jagjaguwar)

Singolari le modalità di pubblicazione del secondo album di questo trentenne californiano di origini ghanesi. Da lì conviene cominciare a raccontare “græ”, la cui prima metà ─ dodici tracce, 38’08” ─ veniva commercializzata in digitale il 21 febbraio. La seconda metà ─ ulteriori otto pezzi, 27’36” ─ ha visto la luce il 15 maggio e ha completato l’album vero e proprio, stavolta reso disponibile nella sua interezza (per la gioia di quanti avevano acquistato la “Part 1”) anche su CD, oppure doppio vinile. Un senso c’è. È che il nostro uomo, conscio dello spessore di un’opera ambiziosissima, desiderava che gli ascoltatori iniziassero ad assimilare la metà (abbondante) che segna uno stacco netto rispetto all’esordio del 2017 “Aromanticism”. È che, pur essendoci un’unità di fondo, si tratta quasi di due dischi in confezione unica. Nondimeno qualche perplessità resta.

Ciò premesso: ci si può sbilanciare e affermare che trattasi del primo capolavoro del nuovo decennio, album capace insieme di fotografarlo e trascenderlo e quindi destinato a non invecchiare. Quanto sono diverse le due parti che lo compongono, allora: a fronte di una seconda assai più lineare e introspettiva, nella prima l’inestricabile intersecarsi di folk, art-rock, jazz ed elementi di musica classica produce brani più complessi, e a tratti contundenti, che tolgono definitivamente il patentino di artista neo-soul (da lui del resto sempre rifiutato) a Sumney. In ogni caso invisibile una sutura sagacemente affidata alla sofferta ballata acustica Polly e alla Björk in versione pastorale di Two Dogs. Lo spazio a disposizione non consente di diffondersi citando almeno qualche altra traccia. Ne resta abbastanza per dire di una voce di rimarchevole estensione, a suo agio soprattutto con un falsetto di rara versatilità.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.421, luglio 2020.

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Chicano Batman – Invisible People (ATO)

Esce una quantità di dischi senza senso e non vi è addetto ai lavori che possa starci dietro. Così, mentre magari ti tocca frequentarne di brutti o anche discreti ma inutili, finisci per lisciarne di ben più intriganti, salvo magari scoprirli mesi o anni dopo. Andava così per il sottoscritto con l’album prima – il terzo ma era come fosse il secondo, visto che l’omonimo esordio autoprodotto del 2010 fuori da Los Angeles era passato del tutto inosservato – di questo quartetto che sin dal nome rivendica(va) le proprie radici ispaniche. A farmi investigare “Freedom Is Free” era, più che la presenza nelle zone basse di qualche playlist, la fantasmagorica copertina di gusto etno-lisergico. Si rivelava all’altezza quanto ascoltavo, policroma fantasia di funk latino alla Santana prima maniera, soul alla Curtis Mayfield, tropicalismo alla Os Mutantes, psichedelia westcoastiana. Piccolo dettaglio: ascoltavo nel dicembre 2017 un disco uscito a marzo e per una recensione era troppo tardi. Per “Invisible People” mi sono prenotato sulla fiducia.

Grande lo sconcerto di primo acchito. Come fosse un altro gruppo, benché i musicisti siano sempre i quattro che lo fondavano. Fatto è che costoro si sono incamminati, senza però tappe intermedie, sulla medesima strada presa da una sigla molto celebre e celebrata quale Tame Impala, anch’essa partita da un ambito in parte di neo-psichedelia e approdata a un pop di impronta marcatamente elettronica. Pure in “Invisible People” i synth hanno preso inopinatamente il sopravvento ma per fortuna, passaggio dopo passaggio, una qualità di scrittura che resta alta comincia a emergere, nello iato in ogni caso ampio fra massicci electro-funk e brani più ariosi per i quali si potrebbe parlare di French Touch. Insomma: promossi. Però “Freedom Is Free”…

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.421, luglio 2020.

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Joan As Police Woman – Cover Two (Sweet Police)

Mentre scrivo su Discogs è disponibile, a € 55, un’unica copia della precedente collezione di reinterpretazioni di materiali altrui di Joan Wasser, meglio nota come Joan As Police Woman. D’altronde: “Cover” (2009) non arrivava mai nei negozi, l’artista americana lo vendeva ai concerti e sul suo sito e oggi, per chi volesse ascoltare un disco in cui rifaceva, annullando le distanze fra gruppi e solisti fra loro talvolta distantissimi, Jimi Hendrix, Britney Spears, T-Pain, Iggy Pop, T.I., Adam & The Ants, Public Enemy, Sonic Youth, David Bowie e Nina Simone, la sola possibilità è il download, sulle piattaforme che lo offrono… o altrimenti. Per il successore, che vede la luce a due anni dall’ultimo album di materiali autografi, “Damned Devotion”, e uno da una “Joanthology” che fa il punto su una quindicennale carriera solistica la ragazza (insomma… i primi cinquant’anni sono all’orizzonte, ma portati in ogni senso splendidamente) ha fortunatamente optato per una distribuzione convenzionale. Va da sé che “Cover Two” verrà comprato perlopiù da gente che ha già in casa il resto della discografia. Nondimeno, la rappresenta così bene che il neofita potrebbe approcciarla partendo da queste dieci tracce.

Selezione appena meno eclettica della precedente ma riletture al pari peculiari, con soltanto Life’s What You Make It dei Talk Talk prossima all’originale e fra il resto autentiche trasfigurazioni: Under Control degli Strokes e Out Of Time dei Blur rese come avrebbe potuto la Carole King di “Tapestry”, Not The Way di Cass McCombs trasformata in un cupo intreccio di bordoni e sassofoni, On The Beach di Neil Young che si fa catatonico valzer. Apre Kiss, di Prince, in una versione rallentata e jazzata. Se vi conquista, il resto verrà di conseguenza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.421, luglio 2020.

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Public Practice – Gentle Grip (Wharf Cat)

Per essere una vicenda che inizia (l’EP del 2018 “Distance Is A Mirror” sorta di episodio pilota) con questo esordio in lungo, la… ahem… pratica Public Practice ha una quantità di “prequel”, inusuale per musicisti ancora giovani, sui quali merita soffermarsi. Il quartetto newyorkese nasce dallo scioglimento di due band che hanno fatto in tempo a lasciare tracce importanti. Se la cantante Samantha York e il chitarrista Vince McClelland provengono dai WALL, con i quali hanno intessuto trame post-punk e no-wave nel pregiato debutto del 2017 “Untitled”, l’altra cantante e bassista Drew Citron e il batterista Scott Rosenthal arrivano dai Beverly, gruppo noise-pop con all’attivo due non meno riusciti album, “Careers” e “The Blue Swell”, del 2014 e 2016 (e ancora prima Citron è stata con gli Avan Lava, titolari di un 7”). Come succede quando si mischiano colori primari il risultato è però un qualcosa di differente e nuovo. Sebbene con antecedenti lontani tanto evidenti quanto dichiarati: un’altra Big Apple, quella in cui nei tardi ’70/primi ’80 la collisione fra pop, punk e funk, new wave e il nascente hip hop generava storie di successo chiamate Blondie e Talking Heads e altre destinate a restare di culto ma la cui influenza perdura come ESG e Liquid Liquid.

Chiaro che se suoni come qualcosa che già c’era quarant’anni fa (altri numi tutelari: Suicide, B-52’s, Slits) le discriminanti per decidere se la tua esistenza abbia o meno un senso sono due: qualità della scrittura e abilità nel mischiare le carte. Sull’uno e l’altro fronte i/le Public Practice se la giocano alla stragrande. Sì da risultare eccitantissimi/e, in dodici brani ritmicamente e melodicamente irresistibili. Speriamo non si sciupino in fretta, tipo Interpol. Speriamo durino, tipo LCD Soundsystem.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 420, maggio/giugno 2020.

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