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James Brown – Live At Home With His Bad Self (Republic/UMe)

In un concerto contano due cose: la prima e l’ultima canzone. Tutto il resto è groove”: parole del Padrino del Soul, in questo caso da non prendere in parola. Varranno casomai nei lunghi anni della decadenza, quando i gruppi che lo accompagneranno si faranno sempre più raccogliticci e la percentuale negli spettacoli di lunghe parentesi strumentali, per consentire al capobanda di recuperare energie, sempre più rilevante. Ma nell’autunno 1969 il più Grande Lavoratore nel Mondo dello Spettacolo veniva da sei anni di trionfi ed era in formissima. Oltretutto gasatissimo quel 1° ottobre in cui, accompagnato da un complesso ben rodato di una dozzina fra strumentisti e coristi, affrontò la ribalta del Bell Auditorium di Augusta, Georgia, la città che chiamava Casa. Ad ogni modo: primo brano in scaletta Say It Loud – I’m Black And I’m Proud, un numero 1 R&B e 6 Pop l’anno prima e istantaneamente divenuto un inno per la nazione afroamericana; ultimo Mother Popcorn, un altro numero 1 R&B nell’estate precedente.

Quanto sta in mezzo in questi settanta minuti non è affatto “solo” groove, per quanto ce ne sia naturalmente in abbondanza (anche quando inopinatamente in World il cantante si affida a una base pre-registrata). È una scaletta zeppa di classici, testimonianza di una serata formidabile da cui a essere severi si sottrarrebbero giusto un paio di momenti di eccessivo languore (non l’inatteso omaggio ai Blood, Sweat & Tears di Spinning Wheel). James Brown l’avrebbe voluta pubblicare come è uscita ora mezzo secolo fa. Ma subito dopo quasi tutti i suoi musicisti abbandonavano la nave al dispotico capitano, che si affrettava a reclutarne altri più giovani e con quelli subito incideva Sex Machine. Però questa è un’altra Storia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.416, gennaio 2020.

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Prince – 1999 (NPG/Warner, 5CD+DVD, 10LP+DVD)

Quando vedeva la luce nel 1982 il già quinto album in altrettanti anni dell’allora ventiquattrenne Prince era il suo primo a violare la Top 10 di “Billboard” e questo nonostante l’imponenza dell’opera, undici brani, settanta minuti e dunque un doppio, con conseguente prezzo di vendita più alto di quello di un singolo LP. Arrivava al numero 7 e vedeva due dei tre 45 giri che ne venivano tratti entrare a loro volta nei Top 10 USA. Quando nell’aprile 2016 il genio di Minneapolis ci lasciava, per tragica fatalità e davvero troppo presto, il primo in ordine cronologico dei suoi tanti (quanti? almeno sei, a essere di manica stretta) capolavori si riaffacciava come diversi altri suoi dischi nelle classifiche americane. Era curiosamente di nuovo un numero 7. Se non forse nella sua versione più maneggevole da tutti i punti di vista ma meno interessante – un doppio con sul primo CD il programma originale e sul secondo i 7” e i 12” d’epoca, lati B inclusi – ha scarse possibilità di compiere un terzo exploit questo “1999” in ogni caso destinato, in tale forma, giusto ai pochi che non avessero già in casa l’imprescindibile classico in cui Prince diventava definitivamente Prince, shakerando vertiginosamente soul e funk iniettato di elettronica, pop, rhythm’n’blues e un rock dagli accenti tanto psichedelici che new wave. O a quanti volessero sostituire precedenti stampe in digitale di qualità non ineccepibile.

La versione “Super Deluxe” qui segnalata è inevitabilmente per pochi cultori terminali ma, diversamente da analoghe e discutibilissime operazioni, regala (si fa per dire, per quanto l’edizione in CD abbia un prezzo relativamente abbordabile; inavvicinabile il vinile) tantissimo di interessante: innumerevoli inediti, alcuni dei quali di spessore, e due concerti da paura.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.416, gennaio 2020.

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Ten Years After – Stonedhenge (Deram)

Ten Years After - Stonedhenge

Galeotta fu Woodstock e ben lo sa chiunque di storia del rock abbia anche solo un’infarinatura. Saliti su quella ribalta non da sconosciuti (proprio quest’album a inizio anno era andato al numero 6 nella natìa Gran Bretagna) ma comunque da gruppo poco noto al pubblico americano, i Ten Years After ne scendevano da superstar e questo in forza di una performance esplosiva. Al culmine in una versione di undici minuti di quella I’m Going Home già decisiva (in una più concisa lettura di sei minuti e mezzo) l’anno prima per il successo, più modesto e tutto inglese, del live “Undead”. Galeotta fu Woodstock però anche in negativo, giacché da quel 17 agosto 1969 i Ten Years After nel sentire comune sono rimasti “quelli di I’m Going Home”, un boogie-blues tanto travolgente quanto banalotto, ed è nomea che non rende giustizia a una band che fu tutt’altro che unidimensionale. A volte magari un filino scolastica nella sua resa di grammatica e vocabolario delle dodici battute, ma spesso anche no. Nel post-Woodstock a fare fede di una cifra stilistica personale saranno soprattutto “Cricklewood Green” (sul fronte della jam) e “A Space In Time” (su un versante più pop). Prima del fatidico festival aveva provveduto “Stonedhenge”.

Si scoccerà chi del terzo album (secondo in studio) del gruppo di Alvin Lee già aveva acquistato una precedente edizione rimasterizzata con quattro bonus. Questa sul secondo CD ne riprende tre aggiungendone tre ulteriori, laddove sul primo sistema il programma originale sia in mono che in stereo. Gioirà viceversa chi ancora non aveva in casa questo classico minore. Si stupirà magari, avendo in testa solo “quei” Ten Years After lì, dei tanti piccoli tocchi di jazz, così come di una gemma di blues insieme psichedelico e gotico chiamata Going To Try.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.366, agosto 2015.

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Yo La Tengo – Extra Painful (Matador)

Yo La Tengo - Extra Painful

Trent’anni di Yo La Tengo meritavano una celebrazione e siccome i venti erano stati festeggiati con il monumentale “Prisoners Of Love: A Smattering Of Scintillating Senescent Songs” le alternative erano due: o ripubblicare quella doppia antologia espandendola ulteriormente, pescando nei tre album dati alle stampe da allora e magari riprendendo qualcosa da una versione tripla uscita in tiratura limitata, oppure concedersi per la prima volta una riedizione Deluxe. Si è optato per la seconda che ho detto e si rivela scelta felice, a maggior ragione per il lavoro e anzi capolavoro sul quale si è deciso di riaccendere i riflettori, a ventun’anni dacché vide la luce: “Painful” non è forse la prova migliore in assoluto del trio di Hoboken (con una pistola puntata alla tempia opterei per il più recente – AD 2000 – “And Then Nothing Turned Itself Inside Out”) ma è indubbiamente il disco con quale gli Yo La Tengo passarono di categoria, da eccellenti emuli dei Velvet Underground (con inoltre una conoscenza enciclopedica degli anni ’60 e di certa new wave) a gruppo capace di fare a sua volta scuola e insieme, e soprattutto, categoria a sé. E per quanto il già corposo catalogo precedente (cinque album) resti piccola cornucopia di meraviglie ha ragione Ira Kaplan quando osserva che non fu che un lungo percorso di apprendistato verso la maturità qui raggiunta.

Ripubblicato con l’integrazione di un secondo CD con demo anche inediti e registrazioni dal vivo, “Painful” mette perfettamente a fuoco uno stile in cui si (con)fondono la ballata post-folk e un noise-pop dolcemente intossicante, le pulsioni motoristiche del krautrock e gli orizzonti espansi della psichedelia, certo romanticismo proto-punk e quel che sarebbero stati i Sonic Youth se oltre che il suono avessero avuto le canzoni.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.359, gennaio 2015.

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Micah P. Hinson – And The Gospel Of Progress (Talitres)

Micah P. Hinson - And The Gospel Of Progress

Ricordavo bene: ero io dieci tondi anni fa a occuparmi su queste colonne dell’esordio dell’allora ventitreenne Micah Paul Hinson, texano di Abilene che si accasava discograficamente nel Regno Unito dopo avere perso la sua casa vera oltre Atlantico, cacciato da una famiglia di fondamentalisti cristiani che non gli perdonava una tumultuosa adolescenza tossica con conseguente galera. All’uscita dal carcere il giovanotto si ritrovava in un colpo abbandonato dalla gnocchissima ma sfortunatamente ancora più drogata fidanzata e diseredato e si risolveva a cambiar aria. Ben gliene verrà e siccome non tutto il male vien per nuocere era proprio l’avventuroso vissuto a fornirgli l’ispirazione per le canzoni che persuadevano la Skechtbook a porlo sotto contratto. E che razza di canzoni! A un ideale crocevia su cui convergevano Beck e Leonard Cohen, Dylan, Will Oldham e magari il primo Tom Waits e degne di venire reinterpretate (ma non era purtroppo già più possibile) da un Johnny Cash. Ne scrivevo benissimo, azzardandomi a scommettere che il ragazzo sarebbe diventato una star. Ho avuto ragione, ma ho avuto torto. Per un verso Hinson ha saputo confermarsi autore di vaglia (performer assai meno, come ebbi modo di constatare restandone parecchio deluso), con una serie di lavori non pregiati quanto il debutto ma nemmeno granché inferiori. Per un altro, non gli è riuscito di andare oltre il culto.

Riedito in una versione per niente Deluxe (appena una bonus a integrare le tredici tracce originali) che calmiererà le quotazioni assurde raggiunte nel tempo dalla prima stampa, l’album conferma la dimensione classica che parve avere da subito. Resta uno dei migliori esempi di cantautorato USA degli anni 2000.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.359, gennaio 2015.

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Help Yourself – Reaffirmation: An Anthology 1971-1973 (Esoteric)

Help Yourself - Reaffirmation  An Anthology 1971-1973

Tempo che agli Help Yourself si dia la collocazione che meritano nella storia del rock? A quarant’anni dal concerto con il quale davano l’addio alle scene parrebbe che la risposta sia infine affermativa. Una soddisfazione per il Vostro affezionato, che della band londinese è appassionato propagandista sin dacché sul finire dei ’90 la BGO ne ristampava quasi l’opera omnia su tre dischi (un singolo e un doppio) ed era un tornare nei cataloghi dopo una latitanza lunghissima. Dopo che persino quei medi anni ’80 che pure avevano visto la riscoperta di un’infinità di gruppi analoghi erano riusciti a ignorarli totalmente. Bello imbattersi, in uno degli ultimi numeri di “Shindig!”, in un lungo articolo loro dedicato e mai mi era capitato di leggerne uno. Bellissimo vedersi recapitare questa superba raccolta doppia fresca di stampa e non perché mi abbia regalato alcunché di non sentito (dei ventisette brani che vi sfilano giusto l’ultimo non era presente nei CD BGO) ma perché mi offre l’occasione di spendere qualche parola per una sigla così ingiustamente negletta.

“Reaffirmation” pesca generosamente nei quattro album più uno (la prima stampa del congedo “The Return Of Ken Whaley” includeva come omaggio un altro LP, “Happy Days”) pubblicati dagli Help Yourself (il secondo e forse migliore, “Strange Affair”, ripreso quasi in toto) e offre un ritratto a 360° di un gruppo rimasto unico nel suo sapere tenere insieme la propensione alla jam di Quicksilver Messenger Service e Grateful Dead e l’essenzialità ruspante di un pub-rock che anticipò di tanto. Nell’ampissimo arco fra folk e space-rock, via country, blues, boogie e psichedelia gli Help Yourself suonavano di tutto. Era la loro grandezza, fu probabilmente ciò che li fregò.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.358, dicembre 2014.

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The United States Of America – The United States Of America (Esoteric)

The United States Of America - The United States Of America

Invecchiato benissimo, cioè per nulla, l’unico album pubblicato dagli United States Of America appartiene appieno al suo tempo – un 1968 in ogni senso rivoluzionario nel caso della compagine californiana – ma come un UFO atterrato senza che nessuno lo attendesse e ripartito senza essere stato notato che da sparuti eletti. Numero 181 nella classifica di “Billboard”, dieci posizioni più giù di quei Velvet Underground con i quali Joe Byrd e litigiosa compagnia per poco non si trovavano a spartire la voce di Nico che, propostasi, veniva bocciata. Ad anni dallo scioglimento ad accomunarli ai Newyorkesi saranno anche i tardivi riconoscimenti per l’esplorazione di luoghi che per primi misero sulle mappe del rock e che poi in mille abbiano seguito la lezione di Lou Reed e molti meno – ma tutti grandi: Portishead, Broadcast, Radiohead – abbiano detto di rifarsi a quella di Byrd è un altro discorso. Prodotto di infiniti travagli “The United States Of America” (per decenni gli artefici non si rivolgeranno più la parola), ma all’ascolto mai lo si intuirebbe. Disco per lunghi tratti incantato e incantevole, anticipatore di trent’anni del post-rock nella rinuncia alle chitarre e latore di un avant-pop fra il più sublime di sempre, armonioso ciclo musical/narrativo perfettamente racchiuso fra lo storto vaudeville di The American Metaphysical Circus e una The American Way Of Love a uno psichedelico incrocio fra i Beatles pepperiani e i Kaleidoscope etnici. Sapientissimo il gioco di vuoti e pieni, l’alternarsi di tensione e rilascio.

Questa ristampa Esoteric arriva a un decennio da una su Sundazed della quale ricalca la scaletta aggiungendo alle dieci tracce originali dieci bonus che in realtà nulla aggiungono di essenziale. Comunque manna per i cultori.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.358, dicembre 2014.

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Hawkwind – The Flicknife Years 1981-1988 (Atomhenge)

Hawkwind - The Flicknife Years 1981-1988

Quasi un percorso netto quello che rendeva gli Hawkwind raccordo, via space rock, fra l’era della psichedelia e quella del punk. Dei primi otto album, sette in studio e l’epocale doppio live “Space Ritual”, il solo “Astounding Sounds, Amazing Music” faceva registrare, infedele al titolo, una battuta a vuoto. Fatta però pur sempre di una signora routine e a invertire la curva discendente pareva provvedesse subito lo splendido “Quark, Strangeness & Charm”, uscito in pieno ’77. Un po’ paradossale che proprio l’anno dei Clash e dei Pistols marchi invece, in una storia protrattasi in qualche modo fino ai giorni nostri, una cesura netta e mai ricomposta. Da lì in poi luogo comune vuole che poco o nulla sia all’altezza dell’era aurea nella produzione di una compagine martoriata da avvicendamenti continui, scismi, liti per il possesso della ragione sociale.

Premesso che in ogni luogo comune c’è sempre tanta verità, e non prima di avere appuntato come da “Levitation”, dell’80, scocchi ancora più di qualche lampo di ispirazione e gloria autentiche, bisogna rilevare con una certa sorpresa che dall’immersione nelle abbondanti quattro ore di “The Flicknife Years” si emerge tutt’altro che annoiati. Stranamente esilarati, anzi, e dire che dei cinque LP che ristampa collettivamente su altrettanti CD (aggiungendo a ciascuno una o più bonus) soltanto due costituiscono emanazione piena della casa madre e di questi il solo “Zones” va contato fra gli album “veri”, siccome già in origine “Out & Intake” era una collezione di tagli e ritagli. E il resto? Tre tomi di “Hawkwind, Friends & Relations” con dentro una quantità di sigle e sortite almeno formalmente solistiche. Va da sé che anche per via di un prezzo economico ma non economicissimo (qualcosa meno di cinquanta euro) il tascabile box può essere consigliato senza remore giusto a chi dei nostri eroi già possiede ogni conclamato caposaldo, ma i cultori per certo non ne resteranno insoddisfatti.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.197, ottobre 2014.

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Joe Meek – Lone Rider: Maximum Pop! (Hoodoo)

Joe Meek - Lone Rider

Fuori dal reggae, nella storia della popular music non vi sono che due produttori che impressero a tal punto un marchio inconfondibile su ogni cosa che toccarono da vedere rubricate immancabilmente le raccolte di loro produzioni non alla voce “autori vari”, bensì sotto il loro nome. Le epoche auree coincisero quasi esattamente, entrambi furono gradualmente messi fuori gioco dall’avvento dei Beatles e l’uno e l’altro conservano fama di mattoidi. All’uno e all’altro poi (vorrà probabilmente dire qualcosa, ma non è argomento che si possa affrontare in una recensione) sono toccati finali tragici per le loro parabole gloriose. L’americano Phil Spector sconta dal 2009 una condanna per omicidio che lo terrà probabilmente in carcere fino all’ultimo dei suoi giorni (oggi settantaquattrenne, non ha speranza di uscire prima del 2028), l’inglese Joe Meek scansava un analogo destino suicidandosi nel 1967, trentasettenne. Un uomo che appena cinque anni prima si era ritrovato in cima al mondo e per cominciare alle graduatorie di vendita USA con quello che resta (al netto di un coro a bocca chiusa) il più memorabile (e allora futuristico) strumentale rock di sempre: Telstar dei Tornados. Pezzo in ogni senso enorme – dal suono di un razzo al decollo che lo apre al twang riverberato delle due chitarre accoppiate, alla melodia istantanea disegnata dal clavioline – con il torto di fare ogni tanto dimenticare che non fu che uno dei duecentoquarantacinque singoli cui il Nostro pose mano, quarantacinque dei quali entrarono nelle classifiche del Regno Unito.

Questa eccezionale raccolta ne mette insieme trenta del periodo maggiore, ’58-’62, e non ci si crede ancora né si riuscirà a crederci mai che Meek immortalò questi rock’n’roll di rado derivativi e più spesso “from the outer space” in uno studiolo casalingo, letteralmente nella sua camera da letto, con i poveri mezzi tecnici del tempo. C’era della follia in costui e, oltre a una folta aneddotica, lo certifica l’approdo drammatico della sua esistenza terrena, ma per certo c’era pure del genio.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.196, settembre 2014.

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The Postal Service – Give Up (Sub Pop, 2003; ristampato 2013)

The Postal Service - Give Up

Sarò sincero: quando nel 2003 “Give Up” – frutto rimasto unico del sodalizio fino a prova contraria estemporaneo fra Ben Gibbard (Death Cab For Cutie) e Jimmy Tamborello (Dntel e Figurine) – vide la luce me lo filai poco, ma poco davvero. Per non so quale ragione diversamente da tanti altri titoli Sub Pop non me ne arrivò copia e, rubacchiatone un ascolto clandestino, non sentii il bisogno di approfondire. Mi parve caruccio e stop, aggettivo che fino a poco tempo prima mai avrei pensato di accostare a un articolo con la suddetta griffe e forse ciò avrebbe dovuto mettermi in guardia. Stupore di fronte a un successo che non era solo di critica ma anche e soprattutto commerciale. Di dimensioni tali (nei soli Stati Uniti si è superato a oggi il milione di copie vendute) da segnare uno spartiacque nella storia dell’etichetta di Seattle. È che “Give Up” ne cambiava proprio la percezione che se ne ha: dopo, l’identificazione mimetica con il grunge non sarà più possibile. Indipendentemente dal giudizio che se ne dà, che si possa e si debba definire il debutto dei Postal Service “epocale” è allora, a dieci anni dall’uscita, semplicemente fuori discussione. Proprio il decennale del lieto evento ha fornito il destro alla Sub Pop per una riedizione “Deluxe”, con il programma originale più che raddoppiato e contenuto in una confezione cartonata spettacolare come poche mi è capitato di vederne dacché l’avvento del CD inferse un colpo mortale all’arte della copertina. E questa ristampa me la sono fatta mandare.

Sarò di nuovo sincero: molto, molto meglio che nel ricordo, “Give Up”. Resta nondimeno uno degli album più facili da raccontare nei quali mi sia mai imbattuto: mi sembrò al tempo e continua a parermi oggi una collezione di apocrifi dei Pet Shop Boys. No, sul serio, la somiglianza è impressionante: stessi schemi, stesse atmosfere, stessi suoni (solo un po’ più lo-fi) e all’incirca stessa voce. Cosa è cambiato? Che quelle che mi parvero delle discrete imitazioni oggi mi sembrano delle signore canzoni, degne in tutto e per tutto di un modello per il quale, per inciso, ho sempre avuto un debole. Un paio sono di caratura superiore: Recycled Air, con i suoi coretti; We Will Become Silhouettes, con un attacco tastieristico da urlo. Belle belle belle e una tantum è piuttosto pregiato pure un corredo di bonus che comprende fra il resto vari remix e due cover-tributo eseguite da Shins e Iron & Wine. E sono arrivato al punto. A un terzo del secondo dischetto emerge un brano immediatamente familiare e che impieghi quei cinque secondi a renderti conto che è a sua volta una cover. È un pezzo che sovrasta quanto lo circonda (primo CD incluso) dalla cintola in su. In materia di pop, un assoluto capolavoro. Imbarazzo rendendosi conto di chi ne è l’autore: tal Phil Collins, lo avrete sentito nominare.

Insomma: uno dei dischi più cruciali dell’indie USA degli ultimi dieci anni è una raccolta di canzoni che i Pet Shop Boys non sapevano di avere scritto e lo zenit della sua riedizione deluxe è una rilettura di Phil Collins. Il dibattito sullo stato di salute attuale di certo rock potrebbe cominciare e finire qui.

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