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I migliori album del 2019 (1): Purple Mountains – Purple Mountains (Drag City)

Diversamente dalla telefonata di una vecchia pubblicità, una buona recensione evidentemente non allunga la vita. Neanche molte buone recensioni – collezione impressionante: le migliori di una carriera lunga formalmente un quarto di secolo ma in realtà interrottasi dieci anni prima dell’uscita di un disco che da ripartenza, com’era stato inteso fors’anche dall’autore, si è tragicamente trasformato in addio – hanno potuto. E chissà se David Berman ne ha letto qualcuna nei ventisei giorni trascorsi fra la pubblicazione dell’album e quando si è tolto la vita. Si è impiccato il 7 agosto scorso, tre giorni prima dell’inizio di un lungo tour americano (vi ricorda qualcuno?) cui avrebbe dovuto andarne dietro, fra febbraio e marzo di quest’anno, uno europeo. Deve essere stato l’impulso sfortunatamente irreversibile di un momento a indurre al gesto fatale chi ore prima, in un’intervista via e-mail, aveva scritto all’interlocutore di resilienza, mostrandosi a tratti scherzoso, concludendo addirittura pronosticando al giornalista, che gli aveva confessato soffrire di depressione, che certamente un bel giorno si sarebbe scoperto capace di essere di nuovo felice. “Che razza di sorpresa sarà, vedrai.” Già.

Sarò sincero. Ho in casa mezza discografia dei Silver Jews ma non ne sono mai stato un gran cultore. Ne recensii pure un paio di quei sei album, tiepidamente. Mi piacevano all’inizio, quando furono scambiati per una costola dei Pavement nonostante si fossero formati prima, e mi piacque (abbastanza) il congedo del 2008 “Lookout Mountain, Lookout Sea”: lontanissimo dallo sgangherato lo-fi degli esordi, una buona prova di cantautorato alt-country ma, insomma, i capolavori sono un’altra cosa. Tipo “Purple Mountains”, un esorcismo trasformatosi in testamento. Disco cui il nostro uomo lavorava sin dal 2014 (risale ad allora la stesura della torpida I Loved Being My Mother’s Son, in memoria della madre appena scomparsa) e ci aveva provato più volte a dargli forma, invano. Una versione con Dan Bejar dei Destroyer nel per lui inedito ruolo di produttore veniva accantonata e questo più o meno all’altezza (2016) dell’incisione di un album con i Black Mountain pure esso scartato. Giungevano in soccorso prima Stephen Malkmus, poi Jeff Tweedy, infine Dan Auerbach, e nemmeno con loro Berman trovava la quadra. A rivelarsi decisivo era l’incontro con Jeremy Earl e Jarvis Taveniere dei Woods e il resto è – sarà – Storia.

Perché che si sia in presenza di un classico è evidente sin dalle prime battute di That’s Just The Way That I Feel, honky tonk dove un organo chiesastico incongruamente e sublimemente pesa quanto il pianoforte tipico del genere. È mai parsa più seducente che in una orecchiabilissima All My Happiness Is Gone l’infelicità? È mai stato il naufragare fra gli oscuri marosi dell’esistenza più dolce che in Darkness And Cold? È o non è Snow Is Falling In Manhattan la più bella canzone che Leonard Cohen non ha scritto? È la quarta delle dieci tracce in scaletta e, conversando con Andrew Male di “Mojo”, l’autore sosteneva essere soddisfatto di quelle e basta. Quando Margaritas At The Mall, con i suoi fiati mariachi e tanto altro ancora che rimanda a Townes Van Zandt, una She’s Making Friends, I’m Turning Stranger degna del miglior Gram Parsons e la confidenziale Nights That Won’t Happen (che ne avrebbe fatto Sinatra!) se non appartengono appieno all’Ineffabile quantomeno bussano alla sua porta. Dopo una Storyline Fever sull’orlo dell’euforia (!) “Purple Mountains” saluta con la scintillante ballata Maybe I’m The Only One For Me: una lezione riguardo all’imparare ad amarsi di cui David Berman non ha saputo fare – purtroppo per lui e per noi – tesoro.

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GospelbeacH – Let It Burn (Alive)

Un ombra tristissima si allunga su questo album solare e spumeggiante, ma ve ne dirò poi. Parto dal giorno in cui il cantante e chitarrista Brent Rademaker si ritrova per una jam con il batterista Tom Sanford. Rademaker da due anni ha appeso lo strumento al chiodo, disilluso per l’indifferenza con cui è stato accolto anche l’album (“The Tarnished Gold”) con cui i Beachwood Sparks hanno provato a rilanciare una carriera che li aveva visti pubblicare a inizio anni 2000 (e sempre su Sub Pop) altri due ottimi lavori (un omonimo debutto, quindi “Once We Were Trees”) collezionando buone recensioni ma con riscontri commerciali minimi. Il nostro uomo a quel punto per guadagnarsi da vivere si è trovato un impiego presso una galleria d’arte. Scocca però di nuovo la scintilla, attorno ai due prende forma un quintetto e prima ancora che abbia un nome Patrick Boissel della Alive offre un contratto. Lui stesso battezza la creatura: GospelbeacH (“h” finale maiuscola, chissà perché). L’esordio del 2015 “Pacific Surf Line” è una gemma di Americana devota ai Grateful Dead che nel 1970 svoltavano roots. Il seguito del 2017 “Another Summer Of Love” opta invece in maniera altrettanto persuasiva verso un sound fortemente influenzato da Tom Petty. Se vi dico che “Let It Burn” si apre con una ballata di afflato country, Bad Habits, e si chiude con una traccia omonima dal riff che pare Refugee avrete inteso che i GospelbeacH hanno trovato un punto di equilibrio, continuando nel contempo a mettere in fila canzoni una più deliziosa dell’altra.

E vengo all’ombra di cui sopra: poche settimane prima dell’uscita del disco il chitarrista Neal Casal, persona squisita a detta di chiunque lo abbia mai incrociato e artista con una carriera pure in proprio, si è tolto la vita. L’indifferenza può uccidere.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.414, novembre 2019.

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Lambchop – This (Is What I Wanted To Tell You) (City Slang)

Ho un problema con questo disco, che è il medesimo che avevo con un predecessore, “FLOTUS”, di cui il dodicesimo album in studio dei Lambchop è sia propaggine che evoluzione: analoghe le sonorità, qui si lavora di più su una forma canzone classica laddove lì, muovendosi entro orizzonti in ogni senso più ampi (undici tracce, 68’46”, contro otto per complessivi 45’43” del seguito), ci si concedeva qualche ulteriore sperimentazione. Rispetto alla principale, intendo, all’uso dell’auto-tune in un contesto ben altro rispetto a quello del becerume variamente pop e/o black che ci circonda e ammorba, tutto uniformando, a volte sciupando e datando irrimediabilmente materiali se no di valore. L’insopportabile, onnipresente auto-tune. Che ci azzecca(va) con l’alt-country più alternative mai giuntoci da Nashville, con il cantautorato alto – un po’ Mark Eitzel, un po’ Randy Newman corretto Americana – di Kurt Wagner? Responsabile da oltre un quarto di secolo (sempre predominante, monopolista mai) del progetto Lambchop.

Nondimeno nella vita a tutto ci si abitua allorché si è arrivati a farsene una ragione. Tanto avevo messo a metabolizzare “FLOTUS”, giungendo solo dopo svariati ascolti a cogliere un senso e persino una poetica nella scelta di alterare disumanizzandola una voce oltretutto bella ed espressiva, tanto poco ho impiegato a rassegnarmi – si parte così: auto-tune a palla – per “This (Is What I Wanted To Tell You”). Al netto di testi al solito da esegesi, lo consideri uno strumento come gli altri, il cantato, e ti ritrovi libero di perderti in una scrittura stellare, in un ordito definitivamente post-country pregno di elettronica, screziato di funk, di soul, di jazz. Resta però sempre il dubbio: che effetto farebbe con una voce diversa, quella vera?

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.407, marzo 2019.

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The Long Ryders – Psychedelic Country Soul (Cherry Red)

I Long Ryders si scioglievano nel 1987, poco dopo avere pubblicato il terzo album, sicché il tour che promuoveva “Two Fisted Tales” era anche quello del congedo. Racconta il cantante e chitarrista Sid Griffin, portavoce del gruppo (leader no, nel quartetto tutti hanno sempre offerto un apporto compositivo oltre che strumentale), che in quell’ultimo valzer dava loro man forte e non per la prima volta Larry Chatman, quinto componente non ufficiale che si divertiva così tanto da promettere che “ragazzi, un giorno vi ripagherò”. Ci ha messo oltre trent’anni ma è stato di parola e che razza di modo ha trovato per sdebitarsi: una settimana con lo studio di registrazione di Dr. Dre, di cui Chapman è da lungi l’assistente personale, a totale disposizione della band, gratis. Come dire che è stato un multimilionario dell’hip hop a pagare il ritorno sulle scene discografiche (nel tempo c’erano state occasionali rimpatriate live) di questi padri fondatori dell’alt-country generati, nei primi ’80, da quella scena neo-psichedelica che andava sotto il nome di Paisley Underground. Buffo, no?

Come se “Two Fisted Tales” fosse una faccenda di due, e non trentadue, anni fa. Si riprende da dove ci si era interrotti, dai Byrds apocrifi (quelli che con “Sweetheart Of The Rodeo” canonizzavano il country-rock) con un surplus di energia di Greenville e fino al congedo con una traccia omonima che gira in Americana i Beatles di Tomorrow Never Knows non si segnala un brano sottotono. Le armonizzazioni di Let It Fly e lo stellare folk-rock Make It Real, il power pop What The Eagle Sees e una The Sound alla Born To Run appena prima che Walls omaggi Tom Petty inducono a un’affermazione forte: il migliore album dei Long Ryders dopo l’esordio dell’84 “Native Sons”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.406, febbraio 2019. I Long Ryders saranno da domani in Italia per un breve tour di tre date (19, 20 e 21, rispettivamente a Chiari, Sarzana e Ravenna).

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The Lemonheads – Varshons II (Fire)

A un certo punto lo ha capito pure lui: meglio quando fa l’interprete chi a metà ’90 era la rockstar più desiderata di America, il sex symbol della generazione del grunge, che non come autore. Delle… cinque?.. incisioni più memorabili di un gruppo che fu tale solo per un paio di anni e un album, per poi farsi un marchio, già tre erano delle cover – “Luka” di Suzanne Vega, “Different Drum” di Mike Nesmith e “Mrs. Robinson” di Simon & Garfunkel – prima che nel 2009 Evan Dando desse alle stampe il primo “Varshons”, collezione tutta di materiali altrui. Era appena il secondo lavoro in studio del secolo nuovo a nome Lemonheads dopo che tre anni prima la ragione sociale era stata riesumata, a sorpresa, per un album omonimo, il primo dal ’96 e dopo che Evan Dando aveva provato a giocarsi, tre anni prima ancora, la carta della carriera solistica.  Senza tornare il divo che sarebbe stato non avesse ceduto di schianto a certe pessime abitudini.

Oggi il quasi cinquantaduenne bostoniano, barbone grigio a celare in parte lineamenti meno rovinati di quanto non ci si aspetterebbe per la vitaccia che ha menato troppo a lungo, porta ancora in giro la sigla Lemonheads e se lo becchi nella serata giusta il divertimento, oltre alla lacrimuccia nostalgica, è assicurato. Buona fortuna a chi ci proverà nelle due date italiane fissate per fine febbraio. Licenziato a dieci anni dal primo, il secondo “Varshons” è al pari piacevole e prescindibile. Convincente sia quando trasfigura country gli Yo La Tengo di Can’t Forget che quando si mantiene più aderente agli originali, si tratti del Bevis Frond in fissa con gli Hüsker Dü in fissa con i Byrds di Old Man Blank o dello scanzonato beat’n’roll di Magnet degli NRBQ. Chiude con Take It Easy degli Eagles ed è invito che rivolge a se stesso come a noi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 406, febbraio 2019.

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Jeff Tweedy – Warm (dBpm)

Il debutto da solista di Jeff Tweedy è il quarto album da solista di Jeff Tweedy. Mi spiego. C’era stato nel 2002 “Chelsea Walls”, ma trattasi di colonna sonora. E nel 2014 “Sukierae”, uscito però a nome Tweedy e lì Jeff, che pure firma da solo l’intera scaletta, si faceva accompagnare alla batteria dal primogenito Spencer. E poi nel 2017 “Together At Last”, dove il nostro uomo rivisita “unplugged & alone” brani suoi ma dai repertori di Wilco, Golden Smog e Loose Fur. E allora sì, “Warm”, che pubblica a cinquantun anni, può anche essere considerato un esordio e come tale in maggioranza lo trattano le recensioni che già a decine (e scrivo quando non è fuori che da una decina di giorni) lo stanno acclamando, le più sobrie, come un disco degno degli apici di una vicenda artistica trentennale, e le altre come un capolavoro tout court. Dopo svariati ascolti, e non che non mi sia piaciuto, resto perplesso e con il sospetto che tanto entusiasmo si debba principalmente a due fattori: la reverenza per la storia di chi ha in curriculum due band enormi come Uncle Tupelo (forse i vessiliferi massimi del cosiddetto alt-country) e Wilco (che dal country partivano ma un esperimento via l’altro sono arrivati a lambire il post-rock); l’attenzione ai testi, che inevitabilmente chi non è di madre lingua tende a sottovalutare.

A me pare un album gradevole ma un po’ troppo classicamente cantautorale per uno che ha saputo osare ben di più: dalla ballatona Bombs Above che lo inaugura alla strascicata e sommessa How Will I Find You? che lo suggella, passando per il sonnolento blues How Hard It Is For A Desert To Die, una quietamente festosa Let’s Go Rain, il country-rock I Know What It’s Like. L’impressione – mia – è che partendo da questi stessi materiali gli Wilco avrebbero potuto cavare di più.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.405, gennaio 2019.

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Il Ryan Adams di “Heartbreaker” (uno dei 1001 album che dovete ascoltare prima di morire)

Massimo rispetto per Robert Christgau, decano della critica statunitense, che si occupa di musica dal 1967 (dal 1969 colonna dell’influentissimo “Village Voice”) e chissà quanti dischi ha recensito in vita sua, decine di migliaia probabilmente. Può capitare di toppare con uno e secondo me succedeva nel 2000, quando liquidava “Heartbreaker” scrivendo che To Be Young (Is To Be Sad, Is To Be High) è la sola traccia valida “in un album che non vale né il vostro tempo né il vostro denaro”. Premesso che il brano in questione, un incalzante folk alla Dylan che all’improvviso si apre deliziosamente melodico e pop, è forse l’apice del lavoro che di fatto inaugura (dopo la curiosa introduzione “spoken” di Argument With David Rawlings Concerning Morrissey), be’, tanto, tantissimo altro c’è di buono o anche ottimo negli abbondanti tre quarti d’ora che gli vanno dietro. Il debutto da solista dell’allora quasi ventiseienne cantautore di Jacksonville, reduce da quegli Whiskeytown che per un attimo rischiarono di diventare i Nirvana dell’alt-country, trovava in compenso altri sponsor e fra essi il più entusiasta era il più improbabile: Elton John, niente di meno, che addirittura ne riprenderà dal vivo alcuni episodi. E nel 2005 il disco si ritrovava incluso nel volume 1001 Albums You Must Hear Before You Die. Nell’illustre compagnia fa la sua figura. Si può capire come al tempo spiazzò chi da Adams era stato abituato a spartiti più energici – né gli giovava che a ruota l’artista piazzasse un capolavoro viceversa universalmente acclamato quale è “Gold” – ma a riascoltarlo oggi se non ha la statura dei classici ci va vicino. Collezione mediamente scarna di ballate fra folk e country, tocca altri vertici in una romanticissima Amy che sa tanto di Paul McCartney, in una struggente Oh My Sweet Carolina (Emmylou Harris alla seconda voce) che sa tanto di Townes Van Zandt, in una mossa Come Pick Me Up, nello strascicato blues Why Do They Leave?. Essendo la diddleyana Shakedown On 9th Street l’unica accensione rock’n’roll.

Completo di un voucher con un codice che permette di scaricarlo in formato wav, saggiamente distribuito su quattro facciate vista una durata che supera i cinquanta minuti, “Heartbreaker” viene oggi riproposto in una stampa che certifica come le major si stiano mettendo al passo con le etichette specializzate per audiofili. Vinile pesante e silenzioso, suoni fantastici, un prezzo tutto sommato accettabile: intorno ai 28 euro, a meno che non optiate per la versione quattro LP (gli altri due sono di outtake e demo) più un DVD e allora dovrete sborsarne una settantina. Non ne vale però la pena, secondo me.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.385, marzo 2017.

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