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The Lemonheads – Varshons II (Fire)

A un certo punto lo ha capito pure lui: meglio quando fa l’interprete chi a metà ’90 era la rockstar più desiderata di America, il sex symbol della generazione del grunge, che non come autore. Delle… cinque?.. incisioni più memorabili di un gruppo che fu tale solo per un paio di anni e un album, per poi farsi un marchio, già tre erano delle cover – “Luka” di Suzanne Vega, “Different Drum” di Mike Nesmith e “Mrs. Robinson” di Simon & Garfunkel – prima che nel 2009 Evan Dando desse alle stampe il primo “Varshons”, collezione tutta di materiali altrui. Era appena il secondo lavoro in studio del secolo nuovo a nome Lemonheads dopo che tre anni prima la ragione sociale era stata riesumata, a sorpresa, per un album omonimo, il primo dal ’96 e dopo che Evan Dando aveva provato a giocarsi, tre anni prima ancora, la carta della carriera solistica.  Senza tornare il divo che sarebbe stato non avesse ceduto di schianto a certe pessime abitudini.

Oggi il quasi cinquantaduenne bostoniano, barbone grigio a celare in parte lineamenti meno rovinati di quanto non ci si aspetterebbe per la vitaccia che ha menato troppo a lungo, porta ancora in giro la sigla Lemonheads e se lo becchi nella serata giusta il divertimento, oltre alla lacrimuccia nostalgica, è assicurato. Buona fortuna a chi ci proverà nelle due date italiane fissate per fine febbraio. Licenziato a dieci anni dal primo, il secondo “Varshons” è al pari piacevole e prescindibile. Convincente sia quando trasfigura country gli Yo La Tengo di Can’t Forget che quando si mantiene più aderente agli originali, si tratti del Bevis Frond in fissa con gli Hüsker Dü in fissa con i Byrds di Old Man Blank o dello scanzonato beat’n’roll di Magnet degli NRBQ. Chiude con Take It Easy degli Eagles ed è invito che rivolge a se stesso come a noi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 406, febbraio 2019.

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Jeff Tweedy – Warm (dBpm)

Il debutto da solista di Jeff Tweedy è il quarto album da solista di Jeff Tweedy. Mi spiego. C’era stato nel 2002 “Chelsea Walls”, ma trattasi di colonna sonora. E nel 2014 “Sukierae”, uscito però a nome Tweedy e lì Jeff, che pure firma da solo l’intera scaletta, si faceva accompagnare alla batteria dal primogenito Spencer. E poi nel 2017 “Together At Last”, dove il nostro uomo rivisita “unplugged & alone” brani suoi ma dai repertori di Wilco, Golden Smog e Loose Fur. E allora sì, “Warm”, che pubblica a cinquantun anni, può anche essere considerato un esordio e come tale in maggioranza lo trattano le recensioni che già a decine (e scrivo quando non è fuori che da una decina di giorni) lo stanno acclamando, le più sobrie, come un disco degno degli apici di una vicenda artistica trentennale, e le altre come un capolavoro tout court. Dopo svariati ascolti, e non che non mi sia piaciuto, resto perplesso e con il sospetto che tanto entusiasmo si debba principalmente a due fattori: la reverenza per la storia di chi ha in curriculum due band enormi come Uncle Tupelo (forse i vessiliferi massimi del cosiddetto alt-country) e Wilco (che dal country partivano ma un esperimento via l’altro sono arrivati a lambire il post-rock); l’attenzione ai testi, che inevitabilmente chi non è di madre lingua tende a sottovalutare.

A me pare un album gradevole ma un po’ troppo classicamente cantautorale per uno che ha saputo osare ben di più: dalla ballatona Bombs Above che lo inaugura alla strascicata e sommessa How Will I Find You? che lo suggella, passando per il sonnolento blues How Hard It Is For A Desert To Die, una quietamente festosa Let’s Go Rain, il country-rock I Know What It’s Like. L’impressione – mia – è che partendo da questi stessi materiali gli Wilco avrebbero potuto cavare di più.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.405, gennaio 2019.

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Il Ryan Adams di “Heartbreaker” (uno dei 1001 album che dovete ascoltare prima di morire)

Massimo rispetto per Robert Christgau, decano della critica statunitense, che si occupa di musica dal 1967 (dal 1969 colonna dell’influentissimo “Village Voice”) e chissà quanti dischi ha recensito in vita sua, decine di migliaia probabilmente. Può capitare di toppare con uno e secondo me succedeva nel 2000, quando liquidava “Heartbreaker” scrivendo che To Be Young (Is To Be Sad, Is To Be High) è la sola traccia valida “in un album che non vale né il vostro tempo né il vostro denaro”. Premesso che il brano in questione, un incalzante folk alla Dylan che all’improvviso si apre deliziosamente melodico e pop, è forse l’apice del lavoro che di fatto inaugura (dopo la curiosa introduzione “spoken” di Argument With David Rawlings Concerning Morrissey), be’, tanto, tantissimo altro c’è di buono o anche ottimo negli abbondanti tre quarti d’ora che gli vanno dietro. Il debutto da solista dell’allora quasi ventiseienne cantautore di Jacksonville, reduce da quegli Whiskeytown che per un attimo rischiarono di diventare i Nirvana dell’alt-country, trovava in compenso altri sponsor e fra essi il più entusiasta era il più improbabile: Elton John, niente di meno, che addirittura ne riprenderà dal vivo alcuni episodi. E nel 2005 il disco si ritrovava incluso nel volume 1001 Albums You Must Hear Before You Die. Nell’illustre compagnia fa la sua figura. Si può capire come al tempo spiazzò chi da Adams era stato abituato a spartiti più energici – né gli giovava che a ruota l’artista piazzasse un capolavoro viceversa universalmente acclamato quale è “Gold” – ma a riascoltarlo oggi se non ha la statura dei classici ci va vicino. Collezione mediamente scarna di ballate fra folk e country, tocca altri vertici in una romanticissima Amy che sa tanto di Paul McCartney, in una struggente Oh My Sweet Carolina (Emmylou Harris alla seconda voce) che sa tanto di Townes Van Zandt, in una mossa Come Pick Me Up, nello strascicato blues Why Do They Leave?. Essendo la diddleyana Shakedown On 9th Street l’unica accensione rock’n’roll.

Completo di un voucher con un codice che permette di scaricarlo in formato wav, saggiamente distribuito su quattro facciate vista una durata che supera i cinquanta minuti, “Heartbreaker” viene oggi riproposto in una stampa che certifica come le major si stiano mettendo al passo con le etichette specializzate per audiofili. Vinile pesante e silenzioso, suoni fantastici, un prezzo tutto sommato accettabile: intorno ai 28 euro, a meno che non optiate per la versione quattro LP (gli altri due sono di outtake e demo) più un DVD e allora dovrete sborsarne una settantina. Non ne vale però la pena, secondo me.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.385, marzo 2017.

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La cospirazione di Willard Grant (in memoria di Robert Fisher, che ci ha lasciati tre giorni fa)

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Regard The End (Glitterhouse, 2003)

D’accordo: ci sono in circolazione i Grandaddy che – ehi! – non sono mica male. Ma è dalla lontanissima epoca in cui fecero capolino alla ribalta gli ZZ Top che un barbone non si affacciava con tanta autorevolezza sulla storia del rock. Acquisizione che si suppone recente, visto che nelle foto circolate all’altezza dell’album in studio precedente (“Everything’s Fine”, AD 2000) non ve n’era traccia, il foltissimo pelo dona non poco alla faccia quadrata di Robert Fisher e viene qui chiamato in causa non oziosamente, siccome mi pare si possa farlo assurgere a simbolo di un’attitudine estetica squisitamente démodé di cui “Regard The End” è prodotto esemplare. Piccolo capolavoro fuori dal tempo e che per questo non invecchierà, degno erede di una tradizione cui fa capo la Band immortale di “Music From Big Pink” e che ha avuto in anni più recenti degni epigoni in Walkabouts e Giant Sand, Wilco e Nick Cave. Di quest’ultimo, gettando ponti fra “Kicking Against The Pricks” e “Murder Ballads” (disco più interessante nel concetto che nella resa: tutt’altri esiti qui), risuonano echi evidenti perlomeno in una The Ghost Of The Girl In The Well in cui PJ Harvey si chiama Kristin Hersh e nel blues minaccioso e dolente insieme di Another Man Is Gone. Dei primi citati c’è in carne e ossa Chris Eckman, amico di vecchia data di Fisher (quasi svanito quello che finora era stato l’unico altro Cospiratore fisso, vale a dire Paul Austin), che di The Trials Of Harrison Hayes, della malinconica ossessione di Fare Thee Well, del passo strascicato e dell’innervarsi di elettricità, in un apocalittico salire da puritana fine del mondo, di The Suffering Song sarà stato probabilmente pure un po’ geloso. Roba forte, roba che un Greil Marcus d’antan potrebbe allestirci un altro capitolo dell’indagine sull’America (se Melville, Thoreau, Mark Twain fossero arrivati a scrivere di rock’n’roll) imbastita in Mystery Train. E chissà.

Valgo poco io al confronto e comunque ci vorrebbero altri spazi. Approfitto di quello che mi resta per dire della poetica raffinatezza di impianti strumentali in cui, per creare questo country alternativo sul serio (la crepuscolare giostrina di Day Is Passed And Gone sarebbe stata perfetta per l’ultimo Johnny Cash), si rincorrono archi, plettri e piano, melodica, basso, percussioni, ogni tanto uno sbuffo di tromba (Dennis Cronin) esalato dall’anima perduta di Chet Baker. Per annotare che Beyond The Shore è una canzone che avrebbe potuto scrivere Bob Dylan fosse stato Leonard Cohen. Che in un mondo migliore la solare parentesi di Soft Hand, ritmo squadrato ed elastico e coretti irresistibili, sarebbe presenza fissa su qualsiasi radio. Un classico, fatto della materia dei classici.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.11, autunno 2003.

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There But For The Grace Of God (Glitterhouse, 2004)

Se Bob Dylan diventasse Leonard Cohen, ma si facesse pur sempre accompagnare da The Band in un repertorio diviso fra omicide ballate alla Nick Cave e più distesi (ma pur sempre di norma malinconici) folk-rock alla Walkabouts, ecco, il risultato potrebbe chiamarsi Willard Grant Conspiracy: cinque album finora, via via più acclamati e con dunque un apice di applausi per l’ultimo (2003) “Regard The End”. E adesso, per coloro che se li fossero incredibilmente persi nonostante la frequentazione di queste pagine (che diamine! di Fisher e sempre variabili soci abbiamo persino pubblicato un live, allegato a uno degli ultimi “Extra”: perché li amiamo sul serio), un utile e cospicuo (un solo CD, ma pochi secondi meno di ottanta minuti) riassunto. Ci sono molti classici, ma magari in versioni diverse da quelle già note, qualche rarità, qualche gemma ben scelta di cui non si era colta del tutto, al primo giro, la luccicanza. Racconta Robert Fisher che quando portò alla Ryko il demo di quell’epopea chiamata The Trials Of Harrison Hayes gli dissero: “Stai cominciando a scrivere canzoni sul serio senza tempo”. Avevano ragione ma avevano torto. Aveva iniziato da un po’.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.606, gennaio 2005.

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Ghost Republic (Loose Music, 2013)

La cospirazione di Willard Grant tesse le sue trame dal 1995 (allora a Boston, dal 2006 nel deserto californiano) e uno e sempre uno è il congiurato principale: il cantante Robert Fisher, nel cui faccione quadrato il tempo va scavando rughe come canyon, mentre la barba ormai completamente candida da lungi ha assunto dimensioni da ZZ Top. Non aspettatevi la stessa musica, per quanto con i Texani il nostro uomo condivida certamente non poche radici, musicali e più in generale culturali. Per quanto con il primo complice importante, il chitarrista Paul Austin, dividesse in precedenza un gruppo, tali Flower Tamers, da catalogare alla voce “noise”. E i Willard Grant Conspiracy? Diversi anni fa, scrivendone su altre colonne, li raccontavo come un’ipotesi di Bob Dylan che diventa Leonard Cohen ma si fa sempre accompagnare da The Band in un repertorio diviso fra ballate omicide alla Nick Cave e più rilassati, ma comunque malinconici, folk-rock alla Walkabouts. Descrizione che resta valida, moltissimi fiancheggiatori – trattasi di collettivo nel quale sono arrivati a ruotare anche venti componenti – e molti album dopo. Può però saltuariamente capitare che un collaboratore emerga e diventi un equivalente di ciò che fu Austin (oggi un membro proprio dei Walkabouts). È da qualche tempo il caso del violista David Michael Curry, in “Ghost Republic” anche qualcosa più che un semplice braccio destro.

Lavoro nato dall’invito rivolto a Fisher a contribuire a un volume di versi con come oggetto la città fantasma di Bodie, si è fatto in corso d’opera un film oltre che un libro e un disco capace di vivere tranquillamente da solo: collezione di canzoni (anche alcuni strumentali) austere quanto raffinate, ora cupe, ora semplicemente arrese a una crepuscolare tenerezza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.346, settembre 2013.

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Lambchop – FLOTUS (City Slang)

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Tu quoque Kurt Wagner? Erano gli anni ’80 quando la batteria cominciò a suonare nello stesso fastidioso modo – poco ambiente, cassa ripresa senza pelle, rullante sparato – in troppi dischi pop-rock. Ed è “quella” batteria che li data e ha fatto invecchiare male musica anche valida. Lo sapevamo che sarebbe successo. Allo stesso modo, oggi sappiamo che tantissima musica del decennio corrente ci risulterà inascoltabile per l’abuso che fa dell’auto-tune, adoperandolo non per correggere l’intonazione della voce (per quello era stato inventato), bensì per distorcerla, rendendola lievemente metallica. Che diamine! L’auto-tune risulta già ora insopportabile, figurarsi quando la moda sarà passata. E sfortunatamente è ovunque, non solo in certe produzioni pop, hip hop o errebì che scanseremmo comunque. Tocca sorbirselo ormai anche nella canzone rock “d’autore” e non è trascorso che un mese dacché me ne lamentavo dicendo dell’ultimo Bon Iver.

Vederla la mia faccia, amico lettore, quando trenta secondi dentro l’altrimenti squisita ballata In Care Of 8675309 è entrata la voce e… Ho dovuto digerire un paio di ascolti interi delle undici tracce e dei sessantotto minuti di “FLOTUS”, undicesimo album per la ragione sociale forse più riverita di quell’alt-country sul serio “alternative”, per venire a patti con la novità e cominciare a formulare un giudizio un minimo obiettivo. Per ammettere a denti stretti che, in questo contesto di Americana (nell’accezione Randy Newman del termine) infiltrata di elettronica e con pulsioni avant (per i clamorosi 18’14” della conclusiva The Hustle si può tranquillamente chiamare in causa Terry Riley), la voce distorta ha un senso e persino una poetica. Nondimeno provo a immaginarmi “FLOTUS” senza auto-tune e credo sarebbe migliore. Un capolavoro, quasi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.382, dicembre 2016.

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I migliori album del 2016 (11): Lucinda Williams – The Ghosts Of Highway 20 (Highway 20)

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Pare che uno dei migliori album del 2016 sia stato in realtà maggioritariamente scritto e in parte anche registrato nel 2013, in sedute di incisione parallele a quelle che fruttarono uno dei migliori album del 2014. Il che fa un po’ impressione, perché stiamo parlando di due dischi doppi, venti tracce per un totale di centotré minuti in “Down Where The Spirit Meets The Bone”, altre quattordici per ulteriori ottantasei in questo “The Ghosts Of Highway 20”. Il che fa parecchio impressione se si pensa a una vicenda artistica che a lungo ha indubbiamente brillato per qualità ma altrettanto certamente non per quantità. Prolifica Lucinda Williams mai. Arrivava a mettere otto anni fra il suo secondo album e il terzo e sei fra il quarto e il quinto, quel “Car Wheels On A Gravel Road” di cui a venire pubblicata nel 1998 era la versione numero tre, essendo state le precedenti cestinate quando già erano pronte per andare in stampa. Dopo qualcosa sembrava però cambiare, cinque i lavori in studio licenziati fra il 2001 e il 2011 (più un live) e distanziati fra loro al massimo di quattro anni. E tuttavia nulla poteva preparare a una simile esplosione di creatività. Sarà forse, dicono alcuni, che nella sua vita privata la Williams ha raggiunto un felice equilibrio che prima, in materia di relazioni sentimentali, le era sempre mancato. O sarà magari, penso io, che il ticchettare inesorabile dell’orologio della vita l’ha indotta a mettere da parte quel perfezionismo che l’ha sempre connotata, tanto esasperato da sconfinare nel patologico. Chi non ha più tanto tempo non lo aspetti e siamo poi sicuri che il “Car Wheels” numero uno non fosse già il capolavoro che è risultato il tre? Quello che conosciamo, quello che ha fatto assurgere l’artefice all’Olimpo della canzone d’autore rock a stelle e strisce. Fatto è che in corrispondenza di un traguardo simbolico (il compimento del sessantesimo anno) Lucinda Williams ha preso a scrivere come non ci fosse un domani.

Pare che, ritrovandosi in mano un numero abnorme di canzoni, abbastanza da riempire due album doppi in CD (nell’era classica del vinile il primo sarebbe potuto essere addirittura triplo), per decidere dove sistemare cosa ci si sia attenuti a un criterio assai semplice: i brani “rock” su quell’altro lavoro là, quelli “non rock” su questo successore. Che è opera dilatata e complessivamente fosca, attacco con una Dust da Grateful Dead immersi nella tradizione del Gotico Americano, congedo affidato a una trasfigurazione sconfinante nello sperimentale di un traditional, Faith & Grace, di cui si ricorda soprattutto la versione degli Staple Singers. Il mezzo copre – quietamente, spesso allucinatamente – ogni tappa possibile, con vette in una Death Came che è quanto ci si sarebbe attesi dall’ultimo Nick Cave (e non si è avuto), in una catacombale resa della Factory di Bruce Springsteen, in una If There’s A Heaven sulla quale aleggia il fantasma di Hank Williams. Formidabile dall’inizio alla fine l’interplay fra i due chitarristi, un Bill Frisell sempre più enciclopedia vivente di generi e stili e Greg Leisz.

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Drive-By Truckers – American Band (ATO)

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“Siamo una band americana/stiamo arrivando nella vostra città/per aiutarvi a far festa”, cantavano i Grand Funk Railroad. Per quanto i punti di contatto fra i due gruppi non siano molti, quarantatré anni dopo (ma ormai da venti) i Drive-By Truckers possono levare alto al cielo lo stesso proclama. Si fa festa eccome quando arrivano in città e negli Stati Uniti la loro popolarità è grande (in Europa meno, in Italia quasi nulla) soprattutto in forza di un live act fra i più efficaci sulla piazza. Loro undicesimo album in studio, quest’ultimo è stato il quarto consecutivo a entrare nelle prime dieci posizioni della classifica di “Billboard”. La critica è in visibilio come non mai e c’è da scommettere che diversi degli undici titoli qui inclusi resteranno in scaletta nei concerti anche nei tour futuri. E si farà festa ancora. Solo che, ecco, a questo giro se la musica resta al solito godibile – squisito zibaldone di Americana con una caratterizzazione prevalentemente sudista (quella d’altronde è l’origine) – si offre anche parecchio da pensare. “American Band” è una riflessione sullo stato dell’Unione (e soprattutto: di quella che fu la Confederazione) più efficace e problematica (problema numero uno una questione razziale rimasta irrisolta, e anzi peggiorata, pure negli anni di Obama) di quanto potrà mai essere il più articolato degli editoriali. Il che rappresenta la ragione principale dell’accoglienza tanto positiva della stampa anglofona.

A noi che inevitabilmente tendiamo a badare meno ai testi bastano gli spartiti a indurre l’applauso. A scena aperta di fronte a una Ramon Casiano di scintillante energia, al country-blueseggiare di When The Sun Don’t Shine, al pigro rock’n’roll Kinky Hypocrite, a una Once They Banned Imagine da The Band più che da American Band.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.381, novembre 2016.

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Jason Isbell – Something More Than Free (Southeastern)

Jason Isbell - Something More Than Free

Errata corrige? Dopo avere scritto a più riprese – ma d’altronde non facevo che riferire quella che era la posizione dei diretti interessati – che non furono divergenze artistiche a portare nel 2007 all’uscita di Jason Isbell dai Drive-By Truckers, gruppo di cui non era stato fra i fondatori ma in cui comunque giocava da sei anni un ruolo di primo piano, comincio a ricredermi. Ricorderà forse il lettore che il divorzio del nostro uomo dalla band coincideva con quello dalla bassista Shonna Tucker (qualche tempo dopo se ne andrà anche lei), saprà probabilmente che di rado separazione fu tanto indolore e persino una fortuna per chi si è separato, considerato come la fama della band non abbia fatto che crescere da allora nel mentre il transfuga si costruiva una carriera solistica di tutto rispetto, buone le vendite, ottime le critiche. E nondimeno, qualche disco di quella e di questi dopo, non si può non notare come stilisticamente le strade divergano sempre più. Riassumendo all’ingrosso: decisamente più variegati per quanto sostanzialmente sempre in un filone di classico rock sudista (canone cui il country concorre, ma minoritariamente) gli album dei Drive-By Truckers, in un solco di cantautorato con in testa una Nashville alternativa quelli di Isbell. Ciò detto, alla Nashville “vera” una ballata come If It Takes A Lifetime, cui è delegato il compito di aprire “Something More Than Free”, potrebbe pure piacere, e non poco.

Lavoro fra il languido e il solenne, malinconico ma con brio, dal cui programma di undici tracce se ne staccano emergendo – direi io – altre tre: una Children Of Children fra R.E.M. e CS&N; lo Springsteen desolato di Speed Trap Town; una Palmetto Rose insolitamente tagliente, persino un po’ funk.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.365, luglio 2015.

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Giant Sand – Heartbreak Pass (New West)

Giant Sand - Heartbreak Pass

Ma l’ha mai fatto un disco brutto Howe Gelb? Se devo essere onesto non potrei escluderlo al 100%, giacché tutti tutti non li ho ascoltati e abbiate pazienza ma questo dovrebbe essere il ventisettesimo o ventottesimo album dei Giant Sand e all’elenco vanno poi aggiunti quei più o meno venti usciti con la sua identità anagrafica, i quattro come Band Of Blacky Ranchette e l’unico a nome OP8. E la vita non è abbastanza lunga (sfortunatamente) da permetterti di ascoltarli tutti tutti i dischi di questo ormai quasi sessantenne signore dall’aria ingannevolmente mefistofelica. Quel che è certo è che in uno brutto non mi sono mai imbattuto. Così come è certo anche l’ovvio, ossia che a pubblicare meno costui avrebbe potuto pubblicare meglio, giacché non si segnalano nel folto catalogo indiscutibili capolavori, per quanto gli articoli belli belli abbondino e anche nei più raffazzonati qualcosa di splendido splendente ci sia. Ma pure questo, e infine ci sono arrivato, è sicuro: che “Hearbreak Pass” per i Giand Sand non è un album qualunque, l’ennesima manciata di titoli da aggiungere a un repertorio sterminato. È che è il disco con il quale la sigla celebra il trentennale e per la ricorrenza si sono scomodati in tanti: Steve Shelley dei Sonic Youth, l’ex-Grandaddy Jason Lytle, Grant-Lee Phillips, Ilse DeLange, Maggie Björklund, i “nostri” Vinicio Capossela e Sacri Cuori. È che è un disco al quale Gelb ha evidentemente dedicato qualche attenzione più del solito, verve inesausta, scrittura sopra la norma.

Tanto che si potrebbe consigliare al neofita come ingresso in un mondo nel quale gradualmente il concetto di Americana si è allargato a tal punto da coprire dal country alla lounge passando per il blues e il rock’n’roll, il folk, la psichedelia, i Velvet, il tex-mex, il jazz.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.364, giugno 2015.

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Calexico – Edge Of The Sun (Anti)

Calexico - Edge Of The Sun

Un bel gioco talvolta può durare anche molto, e per fortuna, diventando cammin facendo una cosa seria ma senza per questo perdere le sue caratteristiche ludiche. Tali erano – un gioco, un dopolavoro – i Calexico quando nel 1997 il bassista Joey Burns e il percussionista John Convertino decidevano di prendersi una vacanza dai Giant Sand (una seconda, visto che al tempo erano anche membri dei Friends Of Dean Martinez), oltre che da una già intensa attività come turnisti, per realizzare un disco in coppia. “Spoke” dapprima usciva solo in Europa e con le loro identità anagrafiche e non era che quando trovava un’etichetta americana che decidevano di ribattezzarsi Calexico (dal nome di una cittadina californiana ai confini con il Messico; loro sono di Tucson, Arizona). Ormai diciotto anni e parecchi album dopo (questo è l’ottavo in studio, conto cui vanno aggiunti numerosi live), Calexico è una sigla la cui fama ha da lungi eclissato quella di quei Giant Sand cui erano in forza come gregari, grazie a una scrittura solida e a un sound mercuriale cui concorrono country-rock e tex-mex, surf e folk, psichedelia, tracce di jazz e quant’altro. Il tutto sotto un’egida morriconiana, fra un’oleografia da spaghetti western e una rabbrividente immersione in un universo noir.

Come dà a intendere già il titolo, “Edge Of The Sun” si mantiene (unica eccezione una notturna e inquieta World Undone) sul lato più solare del mondo Calexico e ciò a dispetto di una copertina che racconterebbe altrimenti. A proposito di titoli che la dicono lunga: puntate un’esilarante Cumbia de donde e un Woodshed Waltz che potrebbe appartenere ai Decemberists e sappiatemi dire. È a oggi il disco più “pop” del duo e uno dei più variegati. Gli manca magari un po’ di profondità, ma è peccato veniale.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.363, maggio 2015.

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