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Calexico – Edge Of The Sun (Anti)

Calexico - Edge Of The Sun

Un bel gioco talvolta può durare anche molto, e per fortuna, diventando cammin facendo una cosa seria ma senza per questo perdere le sue caratteristiche ludiche. Tali erano – un gioco, un dopolavoro – i Calexico quando nel 1997 il bassista Joey Burns e il percussionista John Convertino decidevano di prendersi una vacanza dai Giant Sand (una seconda, visto che al tempo erano anche membri dei Friends Of Dean Martinez), oltre che da una già intensa attività come turnisti, per realizzare un disco in coppia. “Spoke” dapprima usciva solo in Europa e con le loro identità anagrafiche e non era che quando trovava un’etichetta americana che decidevano di ribattezzarsi Calexico (dal nome di una cittadina californiana ai confini con il Messico; loro sono di Tucson, Arizona). Ormai diciotto anni e parecchi album dopo (questo è l’ottavo in studio, conto cui vanno aggiunti numerosi live), Calexico è una sigla la cui fama ha da lungi eclissato quella di quei Giant Sand cui erano in forza come gregari, grazie a una scrittura solida e a un sound mercuriale cui concorrono country-rock e tex-mex, surf e folk, psichedelia, tracce di jazz e quant’altro. Il tutto sotto un’egida morriconiana, fra un’oleografia da spaghetti western e una rabbrividente immersione in un universo noir.

Come dà a intendere già il titolo, “Edge Of The Sun” si mantiene (unica eccezione una notturna e inquieta World Undone) sul lato più solare del mondo Calexico e ciò a dispetto di una copertina che racconterebbe altrimenti. A proposito di titoli che la dicono lunga: puntate un’esilarante Cumbia de donde e un Woodshed Waltz che potrebbe appartenere ai Decemberists e sappiatemi dire. È a oggi il disco più “pop” del duo e uno dei più variegati. Gli manca magari un po’ di profondità, ma è peccato veniale.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.363, maggio 2015.

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Lucinda Williams – Down Where The Spirit Meets The Bone (Highway 20)

Lucinda Williams - Down Where The Spirit Meets The Bone

Sarà che da cultore di lunga data sono abituato ad attese interminabili. Sarà che “Blessed” (che beninteso con quasi qualunque altra firma in calce mi avrebbe fatto altra e migliore impressione) un po’ mi aveva deluso ed era una prima volta. Fatto è che non mi ero reso conto che dalla sua pubblicazione fosse trascorso l’intervallo di tre anni ormai usuale per una che fra un disco e il seguito arrivò a mettercene sei e persino otto. La prima reazione trovandomi fra le mani “Down Where The Spirit Meets The Bone” è stata dunque “di già?”. E l’inaudita corposità del programma mi ha poi, se non maldisposto, fatto temere il peggio, giacché prima di “Blessed” anche “Little Honey” non si era segnalato fra i capolavori della Williams e sommando uno all’altro mi ero fatto persuaso che costei possa ancora, in forza di una classe immensa, avere nelle corde grandi dischi ma che questi siano ora un’eventualità e non più una quasi certezza. Ne resto convinto. Solo che la signora il grande e forse grandissimo (cresce a ogni ascolto) album l’ha piazzato subito ed è persino un doppio, il suo primo alla bella età di anni sessantuno. Un’ora e tre quarti senza un calo di tensione, senza che mai l’ispirazione vacilli, diciannove brani autografi e a suggellare un’eccezionale rilettura di dieci minuti di Magnolia, un J.J. Cale classico reso come fosse Wild Horses.

A proposito: uno dei piccoli capolavori ascoltati in precedenza si chiama Protection e suona come una Patti Smith country alle prese proprio con gli Stones. Troppi altri andrebbero citati ma lo spazio è finito: mi limito alla ballata sentimentale It’s Gonna Rain e allo stomp blues Something Wicked This Way Comes, rispettivamente in chiusura di primo disco e apertura di secondo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.357, novembre 2014.

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Counting Crows – Somewhere Under Wonderland (Capitol)

Counting Crows - Somewhere Under Wonderland

Se si considera che “Underwater Sunshine”, che vedeva la luce nella primavera del 2012, è una raccolta di cover erano sei anni che i Counting Crows non pubblicavano un album “vero”, intervallo decisamente lungo per quanto riempito, oltre che dal disco succitato, anche da ben quattro live (gli spettacoli dal vivo da sempre “la” specialità della casa) e un mini “Best Of”. Alla prima uscita in studio dopo il divorzio (matrimonio durato diciotto anni) dalla Geffen, Adam Duritz e soci sporgono come biglietto da visita gli 8’21” di Palisades Park: canzone magnifica nel suo contenerne diverse di canzoni, una delle quali idealmente dello Springsteen di “The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle”, una di Joni Mitchell all’altezza di “The Hissing Of Summer Lawns” e minimo un paio del Van Morrison dei primi ’70. Sembrerebbe già un azzardo, ma che ne dite di questo? Il brano che è stato scelto per anticipare l’album è… Palisades Park. Quando davvero una qualunque delle tracce che gli van dietro – più delle altre una vivace e orecchiabilissima Earthquake Driver, quella ballata clamorosa di God Of Ocean Tides e l’energica e scandita da un riff istantaneo Scarecrow – avrebbe funto meglio alla bisogna.

Ora: posso capire – analiticamente – le ragioni per le quali questo complesso californiano è inviso a tanta parte della critica d’Oltremanica e oltre Atlantico. Che sia, o possa apparire, un concentrato di stereotipi di un modo di declinare Americana codificato pressoché per intero da The Band è fuori discussione. Ma a me sembra anche che nella popular music quello dell’originalità sia un falso problema e che i Counting Crows siano un gruppo di qualità superiore sia per scrittura che per capacità tecniche. Né ho mai sentito in loro (poi magari sbaglio) insincerità.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.356, ottobre 2014.

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Jack White – Lazaretto (Third Man)

Jack White - Lazaretto

Dai, gente, diciamocelo, ché tanto resta fra noi, non verrà a saperlo nessuno e se proprio dovesse accadere niente di più facile che se ne possa menar vanto: io l’ho sempre detto che Jack White è uno stronzetto pieno di boria, io. Ogni decennio ha il suo del resto: gli anni ’80 ebbero Prince, i ’90 Billy Corgan e questo nuovo secolo in cui nulla finora sembra distinguere i decenni l’uomo nato John Anthony Gillis. Va tutto bene fintanto che l’ispirazione – quando non addirittura il genio – ti sostiene. Ma scivola una volta, inciampa un’altra, fa che ti ritrovi per terra e saranno solo bastonate con le quali pagherai con gli interessi il fio dei tuoi peccati di arroganza. Chiedi all’Artista di nuovo conosciuto come Prince (che poi a tratti ha saputo riprendersi ma tant’è, la popolarità vera se n’è andata per sempre), Jack. Chiedi a Billy, che oggi si venderebbe l’anima per scrivere anche solo una canzone ancora di quelle che da giovane metteva in fila con una disinvoltura disarmante, che tutto gli faceva perdonare. Perdonavi, ma non dimenticavi. E così nessuno si dimenticherà, ad esempio, che con Meg non sei stato un gentiluomo, Jack, né che il femminismo non sembra essere esattamente nelle tue corde. Che dare dei copioni ai Black Keys detto da uno che di rielaborazioni più o meno creative vive da sempre è stato poco intelligente oltre che ingeneroso. Che non fosse per te Neil Young un album di merda come “A Letter Home” non l’avrebbe mai pubblicato (magari un altro sempre di merda, ecco). Che hai sì giocato un ruolo meritorio nel prepotente ritorno in auge del vinile ma stai pure contribuendo come nessuno a renderlo ciò che mai sarebbe dovuto diventare: una moda. Non nego che sia stato esaltante apprendere che nell’ascesa istantanea di “Lazaretto” al numero uno della classifica di “Billboard” proprio il formato in questione si è rivelato decisivo (quarantamila LP venduti nella prima settimana nei negozi, record da ventitré anni in qua), ma le bonus nascoste dove nessuno potrà ascoltarle, sotto l’etichetta, sono una bischerata e le due differenti intro (a seconda di dove cade la puntina) per Just One Drink e l’ologramma che appare quando il disco gira trucchetti che lasciano il tempo che trovano. La sai una cosa, Jack? A parte che il vinile si è subito volatilizzato, così a comprare il CD mi ci hai quasi costretto. Fanculo. E fanculo anche per non avere incluso l’Italia in questo strano “World Tour” a puntate la cui seconda parte è partita, se non erro, sabato scorso. Sarei venuto volentierissimo a prostrarmi a tuoi piedi.

Arriverà probabilmente il tempo del backlash e qualche indizio c’è: vedasi la stroncatura di rara ferocia uscita su “Tiny Mix Tapes”; vedasi recensioni mediamente entusiastiche ma mediamente meno di quelle che avevano salutato nel 2012 “Blunderbuss” (secondo me inferiore a questo seguito; di un nonnulla, ma inferiore). Per intanto l’unico under 40 che si può incrociare in copertina su “Mojo” è in forma smagliante. Arriverà probabilmente anche il tempo del blocco dello scrittore e pare anzi che già ce ne sia stato un assaggio, se è vero come è vero che a mettere insieme questo suo secondo lavoro da solista il Nostro ha impiegato un anno e mezzo (per lui un’eternità) e per i testi ha recuperato quaderni riempiti quando era a malapena maggiorenne. Se da qui in avanti sarà discesa lo sarà in ogni caso partendo da molto in alto.

Diviso grossomodo a metà fra rock-blues discretamente fragorosi e un country solo moderatamente alternative, “Lazaretto” vive come il predecessore di grande scrittura, meno eclettico di quello e tuttavia seguendo rotte che facilmente porterebbero un timoniere meno navigato a sbandare ogni tanto, qualcuno pure a smarrirla la rotta. Si può pensare quel che si vuole dell’autore, ma negare che gran parte dei materiali che compongono quest’album rechi impresso su di sé un marchio di classicismo nel senso alto del termine sarebbe irragionevole. Peggio: da non udenti. Così la rielaborazione estrosamente alla Maggot Brain di un classico di Blind Willie McTell inscenata in Three Women e una Temporary Ground che avrebbe potuto tirarla fuori Dylan all’altezza di “Desire”; così una High Ball Stepper che sono i Led Zeppelin rielaborati come una collisione fra Duane Eddy e i Surfaris o una Entitlement che sono gli Stones in fissa per Gram Parsons; o ancora il funk in erezione dopata della traccia omonima, una Just One Drink che cita Howlin’ Wolf nel mentre rimanda agli White Stripes o il lamento nashvilliano con coda operatica di I Think I Found The Culprit. Da un certo punto di vista, è dura farsi piacere Jack White. Da un altro, è impossibile non adorarlo.

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Old Crow Medicine Show – Remedy (ATO)

Old Crow Medicine Show - Remedy

Nella vita l’attitudine non sarà tutto ma spesso è molto, spesso è decisiva e ne danno una clamorosa esemplificazione i musicisti, tutti provenienti da diversi stati degli USA, che nel 1998 davano vita in quel di New York agli Old Crow Medicine Show. Sono passati sedici anni, ci sono stati diversi cambi in una formazione che, schierata inizialmente a cinque, allinea oggi sette componenti e la band fa da lungi base a Nashville, ma anche su quello che è il quinto album “ufficiale” (il debutto vero, datato 2004, veniva preceduto da diverse uscite autoprodotte, una solo nel già desueto formato della cassetta) l’imprinting originale pesa eccome. Per un verso non lo diresti mai all’ascolto di un gruppo all’apparenza ipertradizionalista, pre-rock addirittura, che l’educazione sentimentale dei ragazzi fu a base di Public Enemy e Nirvana, ma una volta che lo sai non puoi non capire che è esattamente uno spirito che non si può definire che “punk” a distinguerli dai tantissimi che ancora nel 2014 suonano folk e country d’anteguerra, bluegrass e insomma, e radunando tutto sotto un’unica etichetta, old-time music. E ci sarà bene una ragione se pure i più popolari fra i loro colleghi frequentano solo le classifiche di settore e i nostri eroi le classifiche e basta. Nel momento in cui scrivo, “Remedy” è quindicesimo in quella di “Billboard” e ancora non sono passate due settimane dall’uscita.

È che – impeccabili ai limiti del virtuosismo sotto il profilo strumentale (e quest’ultimo loro disco gode fra l’altro della loro più raffinata produzione di sempre) – gli Old Crow Medicine Show riescono come nessun altro a infondere vita in generi se no museali. È che suonano con una grinta e un entusiasmo che travolgono e quasi fanno passare in secondo piano una scrittura anch’essa ben sopra la media.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.354, agosto 2014.

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Emozioni da poco (9): Love e Lone Justice

La prima volta che scrissi del disco che, potendone salvare uno e uno soltanto, porterei con me sulla classica isola deserta: “Forever Changes”.

Bassifondi 9

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Wizards Of Oz (14)

The Beasts Of Bourbon – The Hate Inside (dall’EP omonimo, Red Eye, 1988; poi inclusa in “Sour Mash”)

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Un po’ del meglio di Neil Young

Due parole (anche qualcuna in più, via) su un “Greatest Hits” di uno che i “Greatest Hits” li ha sempre avuti in uggia. Anche dal vivo, come non ha mancato di ricordarci nella sua più recente visita italiana.

Neil Young - Greatest Hits

È certamente un segno dei tempi che sul retro di un suo “Greatest Hits” appena stampato in vinile da Classic Records Neil Young dichiari la scaletta stabilita in base “alle vendite originali, alla programmazione radiofonica e ai download accertati” (ove per accertati suppongo sia da intendere soltanto quelli legali e a pagamento): lui che con il digitale e più in generale con la modernità non è mai andato d’accordo, al punto da rinviare per anni la ripubblicazione su CD di una cospicua parte del suo cospicuo catalogo, per la disperazione di chi avrebbe voluto sostituire copie a volte già fruscianti in partenza (buone le stampe italiane, eccellenti le tedesche, spesso mediocri o peggio – pensate un po’ – proprio le americane) e soprattutto di chi quei dischi non li aveva e punto. Perché gli sembrava (arduo dargli torto, riascoltando certa immondizia sonora vendutaci a caro prezzo per tutti gli anni ’80) che il nuovo supporto non rendesse giustizia alla verità della musica. E se vogliamo è un segno dei tempi, che da un lato vedono la musica farsi sempre più immateriale, dall’altro una recuperata attenzione per l’oggetto disco, esaltato pure in CD dal lusso di certi cofanetti o dall’uso crescente di cartonati, anche che il vecchio e ultimamente un po’ malandato Canadese possa permettersi di ripubblicare questi “grandi successi” sull’adorato supporto primigenio. È un’edizione magnifica per quanto è massiccia, un quattrocentocinquanta grammi di vinile distribuiti fra due LP e un sette pollici sfiziosamente bianco latte alloggiati in una solida copertina apribile, con i crediti su un foglio a parte e che costava fare centouno con i testi? Ma non lamentiamoci.

In copertina, in un’immagine iconica, il nostro eroe appare bello ingrugnito, l’orso che spesso è stato, pieno di idiosincrasie nei confronti dell’industria, del pubblico, del suo stesso successo. Stiamo del resto parlando dell’unico artista cui un datore di lavoro abbia mai intentato causa accusandolo di… non essere se stesso. Accadeva quando alla Geffen, non certo a torto, si scocciavano di vedersi rifilare improbabilissimi oltre che orrendi album di elettronica, di rockabilly o di country canonico invece dei nuovi “After The Gold Rush”, “Harvest” o almeno “Rust Never Sleeps” che si aspettavano. Neil Young: l’uomo sopravvissuto alla più lunga serie di suicidi commerciali che si ricordi. L’uomo che lasciò i Buffalo Springfield quando potevano diventare una cosa davvero grande e Crosby, Stills & Nash quando già erano una cosa grandissima. L’uomo che a un numero uno su entrambe le sponde dell’Atlantico della forza e della solidità di “Harvest” diede seguito con la raffazzonata colonna sonora di un film mai uscito e poi con un live tutto di inediti, primo pannello di una trilogia di pura paranoia, altro che bucolico nuovo West. L’unico della sua generazione ad abbracciare subito, e con entusiasmo, il punk. L’unico che sarà abbracciato dal grunge e dopo avere celebrato il matrimonio con uno dei live (“Weld/Arc”) più elettrici ed elettrizzanti che la storia del rock ricordi subito spegneva gli amplificatori per un paio di dischi.

Pare dunque avere una sua perversa logica che in una  raccolta di Neil Young che fondamentalmente fa il punto, in ordine cronologico, sui suoi primi dieci anni da solista saltando del tutto i successivi dieci (sicuramente non solo per problemi di diritti) e, ripreso il filo, definitivamente lo taglia all’ingresso nei ’90, manchi la canzone più famosa in assoluto del cantautore di Toronto. Come se in un’antologia di Bob Dylan non ci fosse Blowing In The Wind. In una dei Beatles mancasse Yesterday. In una dei Rolling Stones Satisfaction. Qui non risponde all’appello Harvest e non vale né consolarsi con le presenze di Comes A Time e di Harvest Moon, che di quel capolavoro di ballata campagnola sono sorelline graziose ma minori, né giustificare con l’osservazione che all’epoca, in effetti, la traccia che intitola il più venduto di sempre degli LP del Nostro a 45 giri non uscì. Il primo singolo fu Heart Of Gold, con sul retro l’inedita Sugar Mountain, il secondo traeva dall’album Old Man e The Needle And The Damage Done, tutte e quattro recuperate. Ma se i criteri di scelta includevano, come dichiarato, i passaggi radiofonici e il download da Internet non si vede come giustificare un’esclusione tanto clamorosa, se non con le usuali fisime dell’autore. Tant’è… Non dovevate certo comprarvi un “Greatest Hits” per averla, giusto? E già dovreste avere una larga, larghissima parte di un programma che comprende un titolo da “Neil Young”, tre da “Everybody Knows This Is Nowhere”, uno da “Déjà Vu”, tre da “After The Gold Rush”, tre da “Harvest”, uno da “American Stars N’Bars”, “Comes A Time”, “Rust Never Sleeps”, “Freedom”, “Harvest Moon”, più i 45 giri Ohio (la rara versione in studio) e Sugar Mountain. Ma persino se possedete già tutto dovreste lo stesso regalarvelo (Natale è vicino, siete stati buoni, ve lo meritate) questo doppio più uno griffato Classic Records, perché un Neil Young così ben suonante – ve lo garantisco – non lo avete mai sentito. Mai così emozionanti l’ingresso del piano in After The Gold Rush o il vibrare dell’armonica in Old Man, mai così frizzanti i violini di Comes A Time e soltanto ad andarsela a sentire dal vivo l’elettrica del Canadese sguscia, ruggisce, si impenna come fra questi solchi. Uno spettacolo. Ancora un segno dei tempi? Classic Records del nostro amico ha prontamente reso disponibile in sacro vinile il nuovo “Prairie Wind”. Ve ne riferirò fra un mese.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.262, novembre 2005.

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Wizards Of Oz (29)

The Bam Balams – Deliver My Love (lato A di un singolo, Citadel, 1986)

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Sacri Cuori – Rosario (Decor/Interbang)

Sacri Cuori - Rosario

Lo hanno inteso i Calibro 35 per primi. Vuoi avere qualche possibilità di venire notato, e apprezzato, oltre i confini di questa provincia d’Impero sempre più povera e rassegnata? Per cominciare, c’è un modo molto semplice di bypassare il problema dell’esprimersi efficacemente in una lingua che, per quanto tu possa padroneggiarla bene, non è la tua: fai musica solo strumentale. Punto secondo: tanto meno ti appiattirai su modelli esteri, tanto più riuscirai a metterci qualcosa di universalmente riconosciuto come specificamente italiano, tanto più facile ti risulterà emergere. Dell’ennesimo gruppo americano, che oltretutto non è manco americano, gli Americani non hanno giustamente mai saputo che farsene. Punto terzo: ovviamente, essere musicisti con i – scusate il francesismo – controcazzi aiuta. Recuperando insieme le colonne sonore del filone blaxploitation e quelle – simili ma diverse – dei poliziotteschi nostrani, i Calibro 35 hanno scoperto l’uovo di Colombo e, nel loro piccolo (ma sempre meno piccolo), fatto saltare il banco. Tocca ai Sacri Cuori adesso. Provenienti non da una metropoli ma da quella stessa provincia che regalava al mondo Federico Fellini, già forti di una dimensione internazionale nelle vesti di gregari di un Hugo Race come di un Dan Stuart, già titolari nel 2010 di un album (“Douglas & Dawn”) che restavi a bocca aperta prima ancora di metterlo su leggendo i nomi degli ospiti (e poi la bocca rimaneva ben spalancata), chiamati alla prova del “difficile secondo album” dovevano dimostrare di essere in grado di compiere un ulteriore, definitivo salto di qualità. Ecco qui! Fatto.

Perché oltre Atlantico ebbero tanto successo i cosiddetti spaghetti western? Perché proponevano una frontiera che risultava perfettamente riconoscibile ma nel contempo “altra”, come se nel quadro fosse stata introdotta una sorta di distorsione tanto facile a cogliersi quanto ardua a enuclearsi. Sergio Leone affascinava per questo. Ennio Morricone lo stesso e quale musicista rock italiano ha mai avuto un centesimo, un millesimo dell’influenza esercitata sul rock dal Maestro? I Sacri Cuori danno l’impressione di esserselo studiato bene quel Morricone lì, ma pure Nino Rota. Per un attimo potresti scambiarli per i Black Heart Procession, i Giant Sand o i Calexico (del resto tutta gente che, per certo, minimo con Morricone ha dimestichezza), ma se appena cominci ad ascoltarli con attenzione l’equivoco non è più possibile. Diciassette brani in scaletta non contando un paio di versioni alternative, tre soli cantati di cui due in inglese (e a prevenire qualunque problema provvede che Isobel Campbell non solo li interpreti ma ne abbia scritto i testi), “Rosario” potrebbe essere sì la colonna sonora di un western ma solamente di un post-western, o di un meta-western, regia di Jarmusch o meglio di Tarantino. Intreccio inestricabile di suggestioni tanto numerose da renderne la catalogazione impresa impegnativa, gioca in scioltezza fra Lee Hazlewood e Angelo Badalamenti (le due tracce affidate alla Campbell, Silver Dollar e Garrett.East), mischia il tango al surf (Fortuna), evoca ora Santo & Johnny (Where We Left) e subito dopo Buscaglione (Teresita), Rota a più riprese (Quattro passi, Lido) e in mezzo dei Mysterians in fregola psych-exotica (Lee-Show), azzarda la lounge (Non tornerò) a ruota di una Sei che – esatto! – avrebbero potuto farla i Calibro 35. Disco tanto maturo, peculiare e bastante a sé stesso che a citare chi si presta a un cameo o di più – Stephen McCarthy, Woody Jackson, Jim Keltner, John Convertino, Marc Ribot, David Hidalgo… – quasi ti pare di sminuirlo, distogliendo l’attenzione da quello che è lo spettacolo vero.

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