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Vampire Weekend – Father Of The Bride (Columbia)

Benché la democrazia sia sotto attacco, nonostante i cambiamenti climatici, persino a dispetto di chi mette la panna nella carbonara, be’, forse c’è speranza per l’umanità. Forse questo mondo non è brutto come sembra se i Vampire Weekend si riaffacciano alla ribalta dopo sei anni e con il quarto lavoro in studio conquistano la vetta dei Top 100 di “Billboard” nella settimana stessa dell’uscita. D’altronde: erano già andati al numero uno sia il terzo – “Modern Vampires In The City”, nel 2013 appunto – che il secondo – “Contra”, nel 2010 – stabilendo un record giacché mai in precedenza una band accasata presso un’indipendente (erano allora alla XL) aveva piazzato due album di fila in cima alla classifica USA. Né se l’era cavata male per essere un debutto l’omonima fatica datata 2008: numero 17 e alla lunga disco di platino. In cosa sta la meraviglia di tutto ciò? Nel fatto che trattasi di musica di qualità altissima e di solito non va al numero uno musica così. Di solito gruppi così ben che vada diventano dei culti.

Partiti come un curioso incrocio fra indie rock e afro-pop (il Paul Simon di “Graceland” una chiara influenza), tornano in scena avendo nel frattempo perso per strada Rostam Batmanglij, secondo autore come peso (continua però a collaborare da esterno), e dopo il trasloco da New York a Los Angeles del capobanda Ezra Koenig. Vanno in ogni senso a Ovest, i Vampire Weekend, sin dalla stupenda ballata country-folk, Hold You, che inaugura un programma di diciotto tracce con a suggello un perfetto tema da musical quale Jerusalem, New York, Berlin. È un gioiello di Americana alla Brian Wilson/Van Dyke Parks, con bellissime deviazioni dal percorso principale quali lo spigliato rock This Life e una pianistica My Mistake da Harry Nilsson alle prese con Randy Newman.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.410, giugno 2019.

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Meat Puppets – Dusty Notes (Megaforce)

In alto i cuori, cultori dei Pupazzi di Carne! Torna alla base, dopo ventitré anni, lo storico batterista Derrick Bostrom e insomma si ricompone il trio originale, con i fratelli Curt e Chris Kirkwood, chitarra e voce solista e basso e cori. E sarà un caso se “Dusty Notes” risulta la cosa nettamente migliore (sebbene “Sewn Together”, del 2009, non fosse affatto male) pubblicata da allora del gruppo di Phoenix? Naturalmente no. Per quanto i Meat Puppets del 2019 siano parecchio diversi da quelli che, a un apice di popolarità dovuto alla partecipazione l’anno prima al “MTV Unplugged In New York” dei Nirvana, davano alle stampe nel 1995 “No Joke” e non soltanto perché il tempo passa per tutti. Soprattutto se nel frattempo tu passi per vicissitudini non belle, come accaduto a entrambi i Kirchwood. È un altro gruppo anzi, per cominciare, perché oggi è un quintetto. Con alla seconda chitarra Elmo, figliolo di Curt, e alle tastiere Ron Stabinski e il loro apporto, del secondo in particolare, si sente eccome.

È insieme il disco più rilassato e giocoso mai pubblicato da una band che, partita dall’hardcore punk, ma un hardcore inusitatamente più influenzato da Captain Beefheart che dai Black Flag, svoltava subito lanciando un ponte che dai Dead Kennedys giungeva ai Grateful Dead e nel prosieguo di carriera si inventava una particolarissima forma di Americana capace di inglobare persino il grunge, scena con la quale per breve tempo si trovava in casuale quanto proficua contiguità. In un album di impronta country data dall’un-due-tre iniziale Warranty/Nine Pins/On (dalla polka al valzer via bluegrass) e dalla ballata conclusiva Outflow spiccano come deviazioni, la prima felice, la seconda meno, la psichedelia barocca di Unfrozen Memory e il metal da arena Vampyr’s Winged Fantasy.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.408, aprile 2019.

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Love Their Way – Una breve storia degli Psychedelic Furs

L’abito talvolta fa il monaco e il nome pure. Per loro e nostra fortuna i fratelli Richard (voce) e Tim Butler (basso) dopo essersi baloccati con ragioni sociali improbabili – RKO, Radio; quindi un appena meno anonimo The Europeans – per il gruppo che fondavano a Londra nel 1977 con il sassofonista Duncan Kilburn, il chitarrista Roger Morris e un batterista che durava appena qualche prova, decidevano di chiamarlo Psychedelic Furs. In un colpo omaggiando una delle poche band “antiche” che la leva del punk sottraeva alla sua furia iconoclasta arrivando anzi a riconoscerne il magistero, e l’ovvio riferimento è ai Velvet Underground di Venus In Furs, e chiamando in causa un genere musicale, la psichedelia, viceversa schifato da chi in metafora incitava a uccidere gli hippie. E non era dunque paradossalmente, in quanto provocatoria, una scelta molto punk? Sigla in ogni caso di memorabilità totale e non è esagerato asserire che contribuì in misura decisiva a far notare quello che presto, con l’ingresso insieme al batterista Vince Ely di un secondo chitarrista, John Ashton, diventava un sestetto. Altra svolta cruciale per incanalarne la carriera nei giusti binari: il contratto con un’etichetta indipendente che, senza nemmeno avere i mezzi per poi promuoverlo, avrebbe preteso che il gruppo arrotondasse il proprio sound veniva sciolto prima di lasciare tracce compromettenti. Era allora la Epic a ingaggiare la band, salvo girarla – dopo un unico singolo – alla consorella CBS. Lì nessuno chiedeva ai nostri eroi di snaturarsi. Ci si limitava ad affiancare loro un produttore giovane assai (ventiquattro anni) ma dal curriculum già importante (il 7” d’esordio di Siouxsie & The Banshees, Hong Kong Garden, e la hit dei Members Sound Of The Suburbs): Steve Lillywhite.

Retro di copertina che ne cita apertamente un altro, quello del primo Velvet, l’omonimo debutto in lungo degli Psychedelic Furs si sdebita subito con Lou Reed e soci con una India che, dopo una lunga intro di stampo praticamente ambient, si porge come una Sister Ray rivisitata dai Roxy Music e sì, se non l’avete mai ascoltata è suggestiva ed eccitante come da fantastica premessa. Dopo una simile presentazione non si potrà che scendere? Sbagliato. Addirittura ancora si sale, con una Sister Europe che di nuovo e di più echeggia (al di là di un sax che in un simile contesto non può non richiamare alla memoria Andy Mackay) i Roxy, e si resta quindi in quota con un’ipnotica Imitation Of Christ, la strepitante Fall, una tiratissima Pulse dove fanno capolino i Sex Pistols di Pretty Vacant. Cambi lato e in We Love You sono i P.I.L. ad affacciarsi, attacco stentoreo per una cavalcata che non concederà requie, sino al congedo irruento e malevolo di Flowers. Registrato nel 1979 e molto in sintonia con il mood di un anno che vedeva i Joy Division dare alle stampe “Unknown Pleasures” e i sunnominati Public Image Ltd il “Metal Box”, uscito nel marzo 1980, resta un esordio sfolgorante e, se le Pellicce Psichedeliche lì si fossero fermate, già sarebbe bastato a iscriverle al club dei Culti. Andavano avanti ed è a ragione di ciò che qui le si celebra, prendendo a scusa la fresca (fine luglio) ripubblicazione su Legacy della loro intera discografia a 33 giri, sette lavori riproposti in stampe da 180 grammi con grafiche fedeli a quelle d’epoca. Le britanniche, va da sé, visto che per chissà quale ragione e come non si vedeva dagli anni ’60 la Columbia a suo tempo pubblicò i primi tre per il mercato USA con scalette rimescolate e il primo e il terzo anche con copertine diverse. Oltre Atlantico puntavano forte sul gruppo. Verranno (abbastanza) premiati a partire dal successo a 45 giri dell’auto-remake di Pretty In Pink, tema conduttore nel 1986 di un’omonima commediola romantica.

La Pretty In Pink originale, più energica e grezza, illumina di immenso con il suo riff invincibile la prima facciata di “Talk Talk Talk”, LP numero due per gli Psychedelic Furs, regia sempre di Lillywhite e uscito nel giugno ’81. Meno oscuro del debutto ma parimenti graffiante (un apice in una Mr. Jones in cui le elettriche esibiscono devozione per Link Wray), guerriero (l’ossessiva Into You Like A Train), visionario (una mesmerica Dumb Waiters, collocata in apertura). Quantomeno fino alle ultime due delle dieci canzoni in scaletta, visto che da All Of This & Nothing balenano le prime chitarre acustiche e un’orecchiabilità non più in forma di innodia e, per la suadente She Is Mine, si può, per un’altra prima volta, parlare senza remore di pop. Annuncio della svolta che nel settembre 1982 provvedeva “Forever Now” a completare, trasformando la prima grave crisi nella storia del complesso, causata dalle defezioni di Morris e soprattutto di Kilburn, in un trionfo artistico prima che commerciale. Merito, oltre che di una scrittura felice, della sintonia subito trovata con il nuovo produttore, l’americano Todd Rundgren: bravissimo ad aggiungere elementi – le sue tastiere, un violoncello, una piccola sezione fiati, i per lui immancabili Flo & Eddie ai cori – al sound del gruppo senza però snaturarlo. Tre brani capolavoro nel contesto di un disco che merita nell’assieme di essere detto un classico: l’incalzante President Gas; una Love My Way che evoca nel contempo i Japan e Bowie; e, a proposito di quest’ultimo, una title track che è la Heroes degli Psychedelic Furs. Da lì in poi sarà discesa ma partendo, nell’agosto ’84, ancora da piuttosto in alto, da un “Mirror Moves” invecchiato male a livello di suoni (è l’album techno-pop, zeppo com’è di sintetizzatori e batterie elettroniche) ma con dentro alcune delle loro canzoni più memorabili: la carezzevole The Ghost In You, una Heaven di suadente epicità, la danzerina Heartbeat. Porterà male il successo in differita di Pretty In Pink, caricando di aspettative tutte tradite “Midnight To Midnight” (1987), un disco al quale lo stesso Richard Butler farà l’ultimo prezzo dicendolo “vuoto, insulso e debole”. Non così scadenti ma un’aggiunta pletorica a una vicenda fino a un certo punto inattaccabile “Book Of Days” (1989) e “World Outside” (1991).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.401, settembre 2018.

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Bob Mould – Sunshine Rock (Merge)

Il tredicesimo album in studio di Bob Mould, conto a cui ne vanno aggiunti due con gli Sugar e naturalmente quei sei con gli Hüsker Dü che sarebbero bastati a garantirgli un posto nella storia maggiore del rock, è il primo da tre anni in qua. Intervallo lungo per uno con un’etica del lavoro calvinista. È anche il primo dacché l’artista trascorre la maggior parte del suo tempo a Berlino. Nonché il primo pubblicato dopo che ci ha lasciati, prematuramente ma non inaspettatamente, Grant Hart, che nel trio di Minneapolis fu il contraltare di Mould e con il quale i rapporti dopo lo scioglimento della band (ma anche nelle ultime fasi di una vicenda almeno approdata a un congedo perfetto con il doppio capolavoro “Warehouse: Songs And Stories”) erano stati a dir poco problematici. Logico chiedersi se e quanto l’essere rimasto l’unico detentore di quel lascito (non vale contare il bassista Greg Norton, che dissoltosi il gruppo si dava alla ristorazione e non è tornato a imbracciare lo strumento, e solo per hobby, che negli anni 2000) abbia influenzato la genesi di “Sunshine Rock”. Azzarderei molto, ma credo che Mould negherebbe, sdegnoso.

Fatto è che – nonostante l’incongrua presenza qui e là degli archi della Prague TV Orchestra, che quando ci sono paiono spesso posticci: a volte fastidiosi, come nella roboante Lost Faith, laddove giusto nel congedo alla Who di Western Sunset risultano funzionali – è uno dei suoi dischi più Hüsker Dü del dopo Hüsker Dü. Uno dei più “pop” e dei due il melodico era Hart, che facilissimamente avrebbe potuto firmare il rutilare da Byrds girati hardcore di Irrational Poison e una ballata folk come Camp Sunshine. Ma forse le apparenze ingannano: il pezzo più Hüskers di tutti è l’esplosiva Send Me A Postcard ed è una cover, degli Shocking Blue.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.406, febbraio 2019.

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The 1975 – A Brief Inquiry Into Online Relationships (Dirty Hit)

E tre. Nell’attesa che “Billboard” certifichi se “A Brief Inquiry Into Online Relationships” è riuscito a bissare anche negli USA il successo di “I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful Yet So Unaware Of It” (se una cosa non si può contestare al quartetto di Manchester è la grandiosità di taluni suoi titoli), arrivando cioè al numero 1, pronti e via in Gran Bretagna l’album guarda già tutti dall’alto in basso. Impresa che, oltre che all’immediato predecessore datato 2016, era riuscita pure al debutto del 2013 (semplicemente omonimo) del gruppo formato formalmente ben undici anni prima dal cantante e chitarrista ritmico Matt Healy, dal chitarrista solista Adam Hann, dal bassista Ross MacDonald e dal batterista George Daniel (tutti si sdoppiano a tastiere e sintetizzatori). Il che fa dei 1975 di gran lunga il gruppo “rock” under 30 di maggior visibilità di questi anni ’10 se non si contano robe imbarazzanti tipo gli Imagine Dragons o i Greta Van Fleet. Con una differenza rispetto a quegli altri là: che i 1975 la critica anglo-americana li adora. Per ragioni che proprio mi sfuggono.

Radici lontane in un punk di impronta emo, i ragazzi hanno via via forgiato un sound sempre più variegato, proteiforme fino all’inafferrabilità ma non lo dico in senso buono. Cosa tiene insieme un numero alla New Order come Give Yourself A Try e uno alla Radiohead circa “Kid A” quale The Man Who Married A Robot/Love Theme, la disco con auto-tune di Too Time Too Time Too Time e una ballata jazz notturna come Mine, la collisione Burial/Chemical Brothers How To Draw/Petrichor e una boiata schiettamente AOR come Love It If We Made It? Niente. In piccole dosi (scegliendo bene) “A Brief Inquiry…” può essere OK, nel complesso non si regge. In tutti i sensi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.405, gennaio 2019.

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Johnny Marr – Call The Comet (New Voodoo)

L’uomo che nel 2010 si piazzava quarto (dopo John Frusciante, Slash e Matt Bellamy) in un referendum indetto dalla BBC per designare gli eroi moderni della chitarra elettrica a quell’altezza ancora doveva debuttare (“Boomslang”, del 2003, è a nome Johnny Marr & The Healers) da solista. Essendo al tempo già passati ventitré anni dacché divorziò da Morrissey, spezzando il cuore a una generazione di appassionati di rock. Chiaro indizio di come si senta meglio da fiancheggiatore – o dividendo con altri la ribalta come negli Electronic, progetto condiviso con Bernard Sumner che resta il suo piccolo grande momento di gloria post-Smiths – che al centro del palcoscenico. Insomma: uno che si trova bene solo in un contesto di gruppo. Si trovava? A un certo punto qualcosa deve essere scattato se nel 2013 infine esordiva in proprio con “The Messenger”, l’anno dopo gli dava prontamente un seguito con “Playland” e quello dopo ancora pubblicava il live “Adrenalin Baby”. Nella cui scaletta compaiono quattro classici della band che sapete e ci si stupiva, vista la difficoltà sempre avuta da costui a rapportarsi con quell’ingombrante lascito.

Come se così avesse messo un punto e a capo, Marr ha meditato a lungo il terzo lavoro in studio, ripartenza che si può dire – un po’ paradossalmente, siccome contiene alcuni dei suoi assoli più ribaldi – la sua cosa meno scritta in funzione della chitarra di sempre. Non particolarmente smithsiana, ma nemmeno lo erano le precedenti, e che razza di maledizione è allora che alla fine si ricordino quelle poche tracce – Hi Hello, Day In Day Out; pure una Rise con tremolo alla How Soon Is Now – da cui ci si aspetterebbe di sentire sbucare la voce di Morrissey. Il resto per lo più prova a farsi congiunzione fra T-Rex e New Order, con esiti alterni.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.401, settembre 2018.

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Odiava se stesso e voleva morire: Nirvana in studio, l’ultimo atto

La rabbia giovanile ha pagato bene/Ora mi annoio e sono vecchio”: queste le parole con cui si apre il terzo LP vero e proprio dei Nirvana. Primo titolo di lavorazione “I Hate Myself And I Want To Die”, odio me stesso e voglio morire. Non si può dire che Cobain non avesse offerto al mondo chiare avvisaglie della tragedia che stava per compiersi (in una session fotografica per un giornale francese giunse a mimare il suo suicidio giocando con una pistola). Registrato molto velocemente (ma la parcella, studio escluso, è oltre duecento volte quella di “Bleach” visto che il produttore, l’“alternativo” Steve Albini, chiede 124.000 dollari), “In Utero” subisce un ritardo di quattro mesi nell’uscita perché alla Geffen dopo averlo ascoltato lo giudicano impubblicabile, pieno di canzoni “non all’altezza”.  Un rimodellamento della scaletta e il remissaggio di due dei brani più accattivanti, Heart-Shaped Box e All Apologies (provvede il produttore dei R.E.M., Scott Litt), placano la casa discografica e migliorano la riuscita d’insieme dell’album, pur accentuandone la schizofrenia. Il fragile equilibrio su cui si reggeva “Nevermind” fra melodie straordinariamente insidiose e sapienti modulazioni noise, in un continuo gioco di tensione e rilascio, è infranto ed è ciò che impedisce al disco, pur notevolissimo, di essere, al pari del suo predecessore, un indiscutibile capolavoro. Là le incursioni nel rumorismo fine a se stesso erano state confinate nella lunga traccia fantasma Endless, Nameless (ovviamente assente nell’edizione su vinile). Qui, oltre che nel brano nascosto a fondo corsa nel CD (una pessima usanza di cui i Nirvana sono i principali responsabili), divampano sovente e hanno il perverso gusto della latta di colore scagliata contro un quadro se no bellissimo.

Pubblicato per la prima volta in Grunge, Giunti, 1999.  A oggi sono passati venticinque anni dall’uscita di “In Utero”.

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