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I dieci giorni che sconvolsero il mondo

Oltre a “Nevermind” dei Nirvana il 24 settembre di trent’anni fa arrivavano nei negozi “Blood Sugar Sex Magik” dei Red Hot Chili Peppers, “Badmotorfinger” dei Soundgarden e “The Low End Theory” degli A Tribe Called Quest. Il giorno prima i Primal Scream avevano pubblicato “Screamadelica” (i Pixies “Trompe le monde”). Otto dopo, Prince darà alle stampe “Diamonds And Pearls” e i Public Enemy “Apocalipse 91… The Enemy Strikes Black”.

A Tribe Called Quest – The Low End Theory (Jive)

Gli ultimi saranno i primi? Capita agli A Tribe Called Quest, da New York (per la precisione dal Queens) e della variopinta tribù Native Tongues, che segna in profondità l’hip hop di fine ’80 depurandolo dai machismi e infiltrandolo di una vena umoristicamente psichedelica, quelli che ci mettono di più ad affacciarsi alla ribalta maggiore. Il formidabile “People’s Instinctive Travels And The Paths Of Rhythm” vede la luce nel 1990 e dunque abbondantemente dopo gli esordi adulti di Jungle Brothers (1988), De La Soul e Queen Latifah (1989). Quasi le mascotte della compagnia, Q-Tip, Ali Shaheed Muhammed e Phife Dawg – il quarto, Jarobi, li lascia dopo il debutto – dapprima dimostrano che la gavetta più lunga li ha rodati, esaltandone un eclettismo che va oltre quello pur notevole dei già famosi amici. Si costruiscono poi una carriera che supererà per consistenza quella dei fratelli – e della sorella – maggiori. Più coerenti nella loro evoluzione dei De La Soul, non patiranno come costoro l’entusiastico abbraccio del pubblico del rock, mai costretti a giravolte o ad acidi (non nel senso lisergico del termine) proclami per mantenere il contatto con la platea nera. Rispetto ai Jungle Brothers evidenzieranno la capacità di risultare immediatamente seducenti in forza più che a dispetto di proposte di rara raffinatezza e a volte complessità. E dureranno anche di più: dieci tondi anni. Al contrario di Queen Latifah non si faranno distrarre da TV e cinema, benché Q-Tip (al secolo Jonathan Davis) esordisca sul grande schermo già nel ’93, in Poetic Justice di John Singleton.

“The Low End Theory” è il disco che non ti aspetti dopo il successone di un singolo come Can I Kick It?, propulso dal basso della Walk On The Wild Side di Lou Reed. Qui il basso (e anzi il contrabbasso) è quello di Ron Carter, storico collaboratore di Miles Davis, e il jazz non è più la spezia che insaporiva il disco prima ma uno degli ingredienti del piatto. Qui il jazz oltre che un suono è una filosofia ed è la prima volta che due musiche in apparenza distanti, ma con un comune fondamento nella pratica dell’improvvisazione, si confrontano e confondono. Con una naturalezza e uno swing che rendono straordinariamente piacevole l’incontro.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.26, estate 2007.

Nirvana – Nevermind (DGC)

La gestazione del secondo album dei Nirvana è lunga e travagliata. I lavori cominciano nell’aprile 1990, ben diciassette mesi prima che il disco raggiunga i negozi. Se dietro la batteria siede ancora il Pete Best del grunge Chad Channing, che troverà un rimpiazzo definitivo solo in settembre in Dave Grohl, dietro il mixer c’è già Butch Vig. Ancora sconosciuto al grande pubblico, costui è uno dei produttori più capaci dell’underground americano. Ove il pur bravo Jack Endino nel predecessore “Bleach” si era limitato, anche per la modestia estrema del budget a disposizione, a cercare di riprodurre così come si manifestava dal vivo il suono di un gruppo ancora molto devoto a Black Sabbath e Melvins, e non particolarmente generoso di melodie memorabili, Vig fa molto di più: cura il particolare, aggiunge contrasto, dà un contributo importante ad arrangiamenti più rifiniti. Cobain e Novoselic ne sono soddisfatti e il primo persuade la Geffen, che ha rilevato il gruppo dalla Sub Pop, a confermarlo. A registrazioni ultimate tuttavia il discografico Gary Gersh, ritenendo che difettino in dinamica e profondità, affida i nastri alle cure di Andy Wallace. Noto soprattutto per il suo lavoro con gli Slayer, Wallace smorza gli spigoli e incrementa la brillantezza. Cobain non perdonerà mai né Gersh né lui, sbagliando: questo intervento in extremis fu probabilmente fondamentale per fare raggiungere a “Nevermind” il magico, irripetibile equilibrio dell’album epocale.

Ripulito quanto basta per essere accettabile per le radio senza che ciò nulla gli sottragga in impatto, il secondo Nirvana centra in un mese il bersaglio che la Geffen si era proposta di raggiungere in un anno, la conquista del disco d’oro, e milione di copie dopo milione di copie procede a rivoluzionare l’industria discografica americana cancellando i confini fra underground e mainstream. Finisce così per diventare qualcosa di più grande della pur rilevantissima somma delle sue canzoni, quasi tutte della statura dei classici e più di tutte la prima, Smells Like Teen Spirit. Nella storia del rock, forse nessun altro brano ha singolarmente definito e rappresentato così mirabilmente un’era.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.191, aprile 2014.

Red Hot Chili Peppers – Red Sugar Sex Magik (Warner Bros)

Fino alla pubblicazione di quest’album, il quinto e a quel momento nettamente il più cospicuo in termini di minutaggio, la relativa fama (siamo poco oltre il livello di culto esteso) di cui godono i Peppers risulta incomprensibile per chi non abbia avuto modo di assistere a uno dei loro fenomenali concerti, maratone di fisicità tanto spinta da essere quasi irreale in cui la funkadelia viene riesumata e aggiornata (con tecnica strumentale di prim’ordine) con massicce dosi di rap e una monellesca attitudine punk. Sessuale, più che sensuale, la loro musica. Animalesca, ma in una maniera gioiosa, non con l’attitudine torva di tanto altro metal o anche dell’hardcore, da cui il bassista Flea proviene essendo stato nei Fear. Ma tutto ciò dal vivo, visto che i lavori in studio hanno puntualmente fallito l’impresa di ricreare fra quattro mura l’energia che esplode sul palco. La EMI molla il colpo, la Warner subentra e al produttore Rick Rubin riesce ciò che nemmeno a George Clinton era riuscito. Lo aiuta naturalmente che le canzoni siano le migliori e più varie di sempre, per la prima volta persino delle ballate e sono quelle a lanciare il disco in orbita, numero 3 nella graduatoria USA nonostante abbia visto la luce nello stesso giorno incredibile che ci regalò “Nevermind” e “Badmotorfinger”.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.16, autunno 2005.

Soundgarden – Badmotorfinger (A&M)

Benché contenga alcuni degli articoli più celebri e celebrati del catalogo Soundgarden, su tutti l’urlante cavalcata postmetal (un incrocio fra il Dirigibile e i Killing Joke) di Jesus Christ Pose, “Badmotorfinger” è il primo album dei Soundgarden che ne stabilizza lo stile anziché espanderne ulteriormente gli orizzonti. Forse perché è il primo con Ben Shepherd e il gruppo vuole per l’occasione restare in ambiti conosciuti, forse perché è quello che dovrebbe (e lo farà, seppure più a fatica del previsto) fare entrare i Nostri nella serie A anche commerciale del rock. Fatto sta che soffia sui suoi solchi un vento di normalizzazione che impedisce di apprezzare appieno canzoni che pure, prese una per una, valgono parecchio. Da segnalare il trio di cover (Devo, Black Sabbath e Rolling Stones) sgranato su due differenti edizioni del singolo Outshined. Consigliabili non solo ai collezionisti.

Pubblicato per la prima volta in Grunge, Giunti, 1999.

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Wolf Alice – Blue Weekend (Dirty Hit)

Predestinati alla gloria: l’esordio dei Wolf Alice “My Love Is Cool” nel 2015 era un numero 2 UK e riceveva candidature sia ai Grammy Awards che al Mercury Prize, e due anni dopo “Visions Of A Life” non soltanto ne replicava la performance commerciale ma, anch’esso selezionato per il Mercury Prize, se lo aggiudicava. Lungamente atteso, il fresco di pubblicazione “Blue Weekend” in questo momento è l’album più venduto in Gran Bretagna. Non male. Soprattutto perché l’ancora giovane quartetto londinese ─ democrazia in cui tutti offrono il loro contributo a livello compositivo ma da cui, prima inter pares, si staglia la figura di Ellie Roswell, voce eterea che sa farsi ruggente e carisma indiscutibile ─ pare disporre di ampi margini di miglioramento sia artistici che commerciali. Prossimo mercato da conquistare il più importante, gli USA, dove è matura l’uscita dal recinto alternative.

Sono figli esemplari degli anni ’10, questa ragazza e i suoi sodali, di un tempo in cui qualsivoglia scibile è a portata di clic e un gruppo può farsi influenzare da epoche e scene musicalmente distantissime fra loro. Paradigmatica a tal riguardo la sequenza composta dalle tracce dalla quarta all’ottava di un lavoro che ne offre undici essendo però le canzoni solo dieci, con una The Beach pronta per gli stadi divisa in due parti ad aprire e chiudere: all’esplosivo crossover con tanto di rap di Smile vanno dietro una Safe From The Hearbreak che ipotizza una dimensione in cui a incidere “Rumours” sono stati i Fairport Convention, i Cocteau Twins inusualmente pop di How Can I Make It OK? e il petulante quanto travolgente assalto punk di Play The Greatest Hits. Sulla carta sembrerebbe non avere alcun senso, all’ascolto sì.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.433, luglio/agosto 2021.

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Eleventh Dream Day – Since Grazed (Comedy Minus One)

“Tre e sei dentro”: è la famigerata regola del sistema penale americano che fa sì che alla terza condanna, anche per reati minori, si possa passare il resto della vita in galera. Tre (fallimenti) e sei fuori: succedeva agli Eleventh Dream Day quando dopo “Beet” e “Lived To Tell” pure il loro terzo album in studio su Atlantic, lo splendido “El Moodio”, veniva acclamato dalla critica e ignorato dal pubblico e questo in un momento storico, 1993, in cui grazie a R.E.M. e Nirvana l’underground U.S.A. aveva preso possesso del mainstream. Si scoprirà solo parecchi anni dopo che in realtà il licenziamento fu frutto di un’incomprensione fra il management della band di Chicago e un’etichetta che nonostante le vendite deludenti era ancora disposta a puntare sui nostri eroi. Che dopo essere transitati brevemente alla City Slang si riaccasavano presso quella Thrill Jockey che li aveva accolti esordienti. Non fosse andata come andò, forse il gruppo che da sempre ruota attorno al chitarrista Rick Rizzo e alla batterista Janet Beveridge Bean (sodalizio sentimentale oltre che artistico) oggi godrebbe della stessa fama, dello stesso rispetto degli Wilco. Tant’è.

I nostri ogni tanto suonano ancora dal vivo (dalle loro parti, almeno), ogni tanto tanto (il precedente datava 2015) pubblicano un album. Non ne hanno mai sbagliato uno e “Since Grazed” mantiene immacolato un catalogo invariabilmente devoto al Neil Young di “Zuma” con la devozione di chi crebbe con punk e new wave nelle orecchie e nel cuore. Perdetevi pure questo, che aggiunge a un’ideale antologia almeno una Just Got Home che nella scaletta di “Zuma” potrebbe facilmente confondersi e una travolgente A Case To Carry On da Sonic Youth in vena ecumenica.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.431, maggio 2021.

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Maxïmo Park – Nature Always Wins (PIAS)

Non è qualità che in questo secolo si pretenda da nessuno in ambito rock, ma davvero l’originalità non è mai stata un punto di forza dei Maxïmo Park. Da Newcastle, in principio un quintetto e ora ridotti al trio di fondatori Paul Smith (voce), Duncan Lloyd (chitarre) e Tom English (batteria). Nemmeno quando si affacciavano alla ribalta (il primo singolo è del 2004, l’esordio in lungo dell’anno dopo) e subito venivano incasellati alla voce “new wave revival”, in scia a band come gli Interpol, iniziatori di una scena che certificava definitivamente come in materia di pop con le chitarre si fosse esaurita ogni variabile. L’unica discriminante resta la qualità della scrittura e sotto quel profilo i ragazzi ─ numi tutelari dichiarati: Jam, Wire, XTC e Smiths ─ se la sono sempre cavata onorevolmente. Mettendoci pure quel pizzico di ruffianeria che non guasta e venendo premiati in patria da vendite (i primi due album certificati d’oro) di non indifferente consistenza. Li aiutava all’inizio un essere “angry young men” credibili, ben sintonizzati sull’onda emotiva dei coetanei. Poi cresciuti con loro, se fanno fede sempre le vendite.

Di quella indubbia freschezza nel loro settimo lavoro in studio è rimasto poco. Resta il mestiere. Resta una ruffianeria che però ora straborda rendendo l’innodia da grandi arene di brani come Partly Of My Making, Versions Of You, Baby Sleep, All Of Me (non a caso tutti sistemati nella prima metà di scaletta) fastidiosa. Però quando vogliono la canzone buona l’azzeccano ancora: tipo una Placeholder molto R.E.M., o una Meeting Up da manuale New Order. Fa storia a sé la conclusiva Child Of The Flatlands, piccola suite mossa e articolata (Elbow?), che soccombe alle sue ambizioni ma almeno delle ambizioni ce le ha.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.428, febbraio 2021.

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Shame – Drunk Tank Pink (Dead Oceans)

Vivaddio (quello del rock, ovvio) ci sono ancora giovani che per comunicare la loro visione del mondo si affidano a strumenti che i più fra i coetanei considerano oggetti di antiquariato: chitarra elettrica, basso, batteria. Una voce, incredibile a dirsi, non manipolata con l’autotune. Giovani gli Shame ─ formazione a cinque che include il cantante Charlie Steen, i chitarristi Sean Coyle-Smith e Eddie Green, il bassista Josh Finerty e il batterista Charlie Forbes ─ lo sono sul serio, ventenni a malapena o poco più che nondimeno suonano assieme dal lontano 2014, nel 2015 si autoproducevano un EP (non affannatevi a cercarlo, pare ne esistano non più di trenta copie), nel 2016 debuttavano ufficialmente con un 7” per il quale c’è già chi chiede quei cinquanta euro ed erano invitati a partecipare a un importante festival parigino, a inizio 2018 pubblicavano il primo album, l’esplosivo “Songs Of Praise”. Promozionato suonando ovunque, inclusi i peggiori bar (nei quali i ragazzi prima non potevano entrare, giacché minorenni) di quella South London da cui provengono. Curiosità per un seguito che Coyle-Smith annunciava influenzato “dalla highlife e da ESG e Talking Heads”. Be’, bravo chi riesce a scovarne tracce in un disco schizzato nella settimana di uscita al numero 8 della classifica UK degli album.

Performance tanto più rimarchevole perché compiuta da un lavoro persino più fragoroso e urticante del predecessore: da una Alphabet che lo inaugura con un muro di chitarre contundenti e voci innodiche fin quasi a una conclusiva Station Wagon che dispiega inquietudine senza invece bisogno di alzare i volumi, se non a due terzi dei suoi ben 6’36”. Pensateli come una versione post-hardcore di Fall e Gang Of Four. Non per tutti, ma impressionanti.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.428, febbraio 2021.

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Wilco – Summerteeth (Warner)

Di un esempio da manuale di come oltraggiare un classico ripubblicandolo con un contorno di materiali nel migliore dei casi trascurabili, potete leggere a fianco. Va viceversa vicino a rappresentare un ammirevole caso opposto (ecco come si dovrebbe fare, insomma) questo box che per celebrare il ventennale della pubblicazione originale di quello che fu, nel 1999, il terzo lavoro in studio dei Wilco esce un anno in ritardo. Non si formalizzerà il cultore, a fronte dell’eccellente rimasterizzazione di un album che già suonava molto bene, di un secondo dischetto che raccoglie demo e versioni alternative non imprescindibili ma spesso interessanti e soprattutto di un terzo e un quarto eternanti uno splendido concerto a Boulder, sempre del ’99 e inedito. Laddove non potrà invece che irritarsi scoprendo che la versione in quintuplo vinile offre sulle prime otto facciate lo stesso programma dei primi due CD riservando le due restanti a un coevo show radiofonico. Si doveva proprio? Visto quanto offre in più come minutaggio e quanto poco costa il quadruplo CD (sui 35 euro) laddove la versione a 33 giri richiede un esborso più che doppio, non avrei dubbi su cosa scegliere.

Quel che più conta è che almeno due album dei Wilco non dovrebbero mancare in una discografia rock di base e questo è uno essendo l’altro il successivo (del 2002) “Yankee Hotel Foxtrot”. Qui è dove il gruppo nato dallo scioglimento dei pionieri dell’alt-country Uncle Tupelo diventava definitivamente cosa “altra”, in un disco in cui le tastiere sopravanzano le chitarre in una favolosa quindicina di brani che vedono i Big Star incrociare i Beach Boys, i Radiohead Neil Young e la lezione di The Band sporgersi sul secolo alle porte. Per andare oltre si sconfinerà nel post-rock.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.427, gennaio 2021.

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Out Of The Blue – La prima vita dei Dream Syndicate, all’alba della seconda

Saranno in tour in Europa nei giorni in cui questo numero di “Blow Up” raggiungerà le edicole, i Dream Syndicate. Fa strano apprenderlo, guardare il calendario e vederci scritto 2013, non 1986.

Più o meno all’altezza di quando diedero alle stampe il singolo album, “Medicine Show”, che li iscrive alla storia maggiore del rock, Steve Wynn osservava in un’intervista che i Dream Syndicate non erano un gruppo bensì minimo cinque, parecchio diversi l’uno dagli altri: da qualche parte, fra i Dream Syndicate capaci di lanciarsi in improvvisazioni prevalentemente chitarristiche di tre quarti d’ora cadauna e quelli professionalissimi esecutori di se stessi, se ne potevano rintracciare – a seconda del luogo, dell’ora, dell’umore – di hard, di sentimentali, di psichedelici. Impossibile incrociarli tutti nella stessa serata ma, dove cascavi, cascavi bene. La più grande live band della sua generazione? Probabilmente, e una pur pressoché impeccabile, e in più punti esaltante, discografia in studio non li racconta che in parte. Logico allora che questa storia, prima ancora che fra album in diversa misura classici, sia da incorniciare fra due concerti. Al primo presenziarono poche decine di persone perché il luogo, uno stanzone in un club (il Vex) di East L.A., poche decine poteva contenerne. Della data non ho certezza ma doveva essere la primavera dell’83, siccome il complesso era reduce da due mesi passati ininterrottamente “on the road” e che avevano messo a tal punto a dura prova la bassista Kendra Smith da indurla a lasciare. Era insomma un’ultima replica e l’ultima canzone dell’ultimo bis era quell’unica in repertorio cantata da Kendra, Too Little, Too Late, una gemma di ballata dell’innocenza perduta con la quale – chissà se essendone consapevoli – a congedarsi per sempre erano anche quei Dream Syndicate che avrebbero potuto essere “i nuovi Velvet Underground”. Al secondo gli spettatori si calcoleranno fra le quaranta e le cinquantamila unità, era il 5 luglio 1986 e all’annuale festival di Roskilde, in Danimarca, ai nostri eroi toccava l’improbo compito di sostituire – e senza che nessuno in platea ne avesse avuto sentore fino all’annuncio dal palco – l’attrazione principale in cartellone, ossia i Cult, niente di meno. Sfida che vincevano a mani basse, facendo impazzire un pubblico che in massima parte manco li aveva mai sentiti nominare, e il giorno dopo i giornali locali ne riferivano facendo paralleli con il debutto americano a Monterey di tal Jimi Hendrix, AD 1967. Ci sarà bene qualche universo parallelo nel quale, partendo da lì, Steve Wynn e soci sono divenuti le stelle che avrebbero meritato di diventare, anticipando il grunge invece che venendone – a posteriori – obnubilati. Sicuro che lì sono più popolari dei Pearl Jam, sicuro che lì dei Pearl Jam si parlò, al loro apparire alla ribalta, come dei novelli Dream Syndicate e hanno durato fatica a togliersi l’etichetta. Dalle nostre parti le cose sono andate alquanto differentemente. All’incirca così.

È il 1978 quando Steve Wynn e Kendra Smith – entrambi classe 1960, il primo losangeleno, la seconda originaria del Minnesota – si incrociano per la prima volta a Davis, cittadina di sessantamila abitanti di cui mediamente il 10% allievi, come all’epoca i Nostri, della locale University Of California. Sono a quanto pare gli unici a sapere chi siano i Jam e tanto basta a farli simpatizzare ed entro breve a fare loro condividere un gruppo. Si chiamano Suspects e oltre a Kendra alla voce e a Steve alla chitarra ritmica schierano Russ Tolman alla solista, Steve Suchil al basso e Gavin Blair alla batteria. Apprendendo che Tolman e Blair saranno poi nei True West il lettore potrebbe immaginare chissà quali meraviglie dell’unico e rarissimo singolo autoprodotto nel ’79 da costoro, It’s Up To You/Talking Loud. È in realtà poppetto acerbo, senz’arte né parte e che lo stesso principale artefice – Wynn, da subito il songwriter della compagnia, di qualunque compagnia – dice peggio che scadente, orribile.

Prosegue per altre 17.767 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.181, giugno 2013.

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I migliori album del 2020 (3): Fontaines D.C. – A Hero’s Death (Partisan)

Nel video per l’irlandese RTE del brano che intitola il loro secondo album Grian Chatten, cantante dei Fontaines D.C., indossa una maglietta dei Pogues. Omaggio casuale probabilmente, ma chissà che non gli sia invece capitato di leggere in Rete il commento di un fan che di Dublin City Sky (da lì arrivano i Nostri), la canzone messa un anno e mezzo fa a suggello del debutto “Dogrel”, dice che “sembra un pezzo scritto da Shane MacGowan, ma suonato dai Velvet Underground”. Prendendoci in pieno, ascoltatela per crederci. E a quel punto già sarete innamorati di un quintetto che sta mandando esauriti in prevendita i biglietti per il tour che avrebbe dovuto promuovere “A Hero’s Death” e le cui varie tappe (nei piani attuali pure una data milanese, nel marzo prossimo) sono state spostate in avanti di vari mesi per la ragione che ben sapete. Così, a scatola chiusa. Comprati da chi non vuole rischiare di perdersi forse gli ultimi concerti in teatri, club, piccole arene di una band che al giro dopo potrebbe passare agli stadi. Potenzialmente “the biggest thing” sbocciata nella capitale dell’Éire dacché vi mossero i primi passi tali U2. Addirittura.

Per intanto fra le ovazioni scroscianti che hanno salutato “A Hero’s Death” già si coglie qualche timido distinguo, della serie “bello, bellissimo, ma un filo meno dell’esordio”. Mica vero, mi pare. Più maturo senza che di quella travolgente freschezza nulla si sia perso. Più vario, capace com’è di racchiudere fra una I Don’t Belong molto Joy Division e la ballata smithsiana No new wave ansiogena alla Wire (A Lucid Dream) o alla P.I.L. (I Was Not Born), indie-pop modello Pavement (You Said) o Undertones (via Fall! la traccia omonima), folk ammodernato (Oh, Such A Spring) e persino una scheggia di Beach Boys (Sunny). Formidabili.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.423, settembre 2020.

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I migliori album del 2020 (4): Thurston Moore – By The Fire (The Daydream Library Series)

Diciamolo: dei trent’anni in cui i Sonic Youth sono rimasti insieme prima che lo sciogliersi di un sodalizio che oltre che artistico era stato sentimentale li ponesse in uno stato di animazione sospesa, che dura ormai da nove e presumibilmente si prolungherà all’infinito, gli ultimi dieci sono stati superflui, se non proprio deleteri. Non è che il molto andato dietro alla loro ultima uscita poco meno che imprescindibile, “NYC Ghosts And Flowers” del 2000, abbia tolto nulla a una vicenda che resta straordinaria, ma per certo nemmeno ha aggiunto. Mentre invece, separatesi le strade, ciascuno di loro almeno una cosa o due  o tre di grande sostanza ce l’ha donata. Penso all’ancora recente (2019) e splendido “No Home Record” di Kim Gordon o, risalendo appena più indietro nel tempo (2017), a “Electric Trim” di Lee Ranaldo (parlando di costui, di livello pure la collaborazione di inizio 2020 con Raül Refree che ha avuto come esito il variegato e chiaroscurale “Names Of North End Women”). Mentre nella torrenziale produzione di Moore fra le tante, troppe uscite di impianto avant-improv che onestamente non sono nelle mie corde (mio limite, magari) spiccano “Demolished Thoughts” (toh! 2011), “The Best Day” (2014) e il programmatico sin dal titolo “Rock n Roll Consciousness (2017). Ma soprattutto questo “By The Fire”.

Monumentale, con le sue nove tracce appena che arrivano a totalizzare ben ottantadue minuti divisi su due CD o due LP, ogni tanto a rischio di logorrea (strumentale, la voce spesso arriva molto avanti e talvolta non c’è proprio), che diresti a un certo punto che stia per perdere il filo, sfaldarsi rovinosamente, e invece no, si tiene. Per quanto a renderlo ancora più riuscito e semplicemente eccezionale sarebbe bastato pochissimo. Tipo un rimescolamento della scaletta, con la squisita performance in solitario di un’adeguatamente onirica Dreamers Work collocata a congedo e quello che è invece il suggello ─ Venus: attacco sospeso e tensione che poi monta spasmodica ─ collocato dietro al fenomenale uno-due introduttivo costituito da una Hashish estaticamente psichedelica (solo io ci sento echi di Television?) e al bulldozer di impronta grunge (quel grunge che aveva nei Black Sabbath i primi numi tutelari) Cantaloupe. Dopo di che si sarebbe potuto mantenere quasi invariato l’ordine, con l’epopea di 16’42” di Locomotives ─ marziale e sinuosa e via via sempre più fosca e ansiogena, salvo verso metà offrire un minimo di requie prima di tornare a macinare implacabile ─ incastonata come già è fra il dittico Siren (alternarsi di tensione e rilascio dopo un iniziale porgersi con gentilezza)/Calligraphy (al confronto assai più statica) e il motoristico incalzare di They Believe In Love (When They Look At You). Per quindi recuperare la suite post-punk-noise Breath. Ci siete? Non trovate che per definire allora “By The Fire” si sarebbe potuta usare la parola “capolavoro” senza metterci davanti “mezzo”? In ogni caso: il disco di un ex-Sonic Youth (qui e là citazioni semi-esplicite di articoli del vecchio catalogo) più bello, eccitante, intrigante dacché i Sonic Youth non ci sono più.

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I migliori album del 2020 (11): Algiers – There Is No Year (Matador)

Nonostante sia inevitabilmente venuto meno l’effetto sorpresa, gli Algiers continuano a suonare come nessun altro complesso al mondo. Cambiando radicalmente le modalità di costruzione di un lavoro ─ l’omonimo debutto del 2015 messo assieme dagli allora tre componenti del gruppo scambiandosi per mesi di fila file cui ciascuno aggiungeva qualcosa a ogni passaggio; il seguito del 2017 “The Underside Of Power” registrato nei momenti di pausa di un lungo tour; questo inciso in tre diversi studi newyorkesi ma nell’arco di due settimane appena, operando concentrati e come mai prima d’ora, eccetto che dal vivo, come una band convenzionale ─ non muta il risultato: un sound che resta unico e inconfondibile pur rimodellandosi costantemente con piccole aggiunte, per approssimazioni. “Connubio fra le radici più remote della musica afromericana (…) e la lezione di una new wave giunta (…) a preconizzare quello che tre buoni lustri dopo verrà chiamato post-rock” che ha poi saputo osare ulteriormente, innervandosi “di incubotico, dissonante prog” o arrivando a incrociare Suicide e Temptations così come a reinventare i Depeche Mode, notoriamente dei cultori della compagine di Atlanta.

Titolo involontariamente quanto sinistramente preveggente, uscito all’alba dell’anno più incredibile toccatoci in sorte in questo secolo che sfida a inventarsi distopie più incredibili della realtà stessa, “There Is No Year” si concede l’unico guizzo convenzionalmente rock giusto in dirittura d’arrivo (nella versione in CD; quella in vinile sistema il brano su un 7” a parte), con l’assalto hardcore di Void. Prima del quale la banda dei quattro si produce fra il resto in cerimonie liturgiche in chiese abitate da fantasmi in ogni senso gotici (Dispossession), cavalcate sintetiche con tratti industrial (Hour Of The Furnaces), post-blues fra l’inacidato e il sulfureo, il sacrale e il dissonante (Losing Is Ours), errebì sul limitare della disco (Unoccupied), techno-pop annerito (Chaka), ambient-soul (Wait For The Sound), fosche ballate su beat sincopati (We Can’t Be Found) o marziali (Nothing Bloomed). Laddove la traccia omonima aveva di nuovo tirato fuori dal bagaglio dei trucchi dei Suicide rimodellati black e più avanti si sottopongono ad analogo maquillage i Radiohead (Repeating Night). Per non essere più così sorprendenti, gli Algiers sanno ancora come si fa a stupire.

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