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Johnny B. Blues – Un Chuck Berry meno conosciuto

Nel continuo rimestare archivi che non può non riguardare uno dei padri fondatori del rock’n’roll (nonché una delle sue poche leggende ancora viventi sebbene, vista anche la veneranda età, non granché praticante) curiosamente a questo non aveva ancora pensato nessuno: radunare su un album un gruzzoletto di incisioni riconducibili al blues, alle fondamenta sulle quali Charles Edward Anderson Berry costruì l’edificio di un suono inaudito il cui progetto sarà ben studiato (insomma: copiato fino al più minuto dettaglio) dai Rolling Stones. Con tutto ciò che come sapete ne è conseguito. Ne è venuto fuori un CD superbo, classico nel numero di brani raccolti e nella durata (sedici e quaranta minuti: un LP d’altri tempi) e coeso benché le registrazioni che contiene risalgano a un arco di tempo esteso dal 21 maggio 1955 al 31 gennaio di dieci anni dopo. Nella prima occasione, negli studi della Chess a Chicago, Berry produceva una Wee Wee Hours stupendamente notturna e jazzata. Nella seconda, in quella Londra in cui non per la prima volta si era recato per raccogliere i dividendi dell’idolatria riservatagli dai giovani gruppi britannici, toccava a una St. Louis Blues di spettacolare esuberanza. Tantissimo era accaduto in mezzo, visto che Wee Wee Hours era piaciuta sì ai dj ma certo non quanto la canzone cui si accoppiava su uno storico singolo: Maybellene. Un mito nasceva e prosperava, ma doveva pure fare i conti con la lunga mano della legge. Storie che non si possono sintetizzare in una recensione. Chi è interessato non avrà difficoltà a istruirsi altrove.

Qui mi resta spazio quanto basta a dire di una House Of Blue Lights che inventa George Thorogood, di una flessuosa Deep Feeling, di una Worried Life Blues e di una The Things That I Used To Do che sono quintessenza di Windy City, di una How You’ve Changed confidenziale e squisita, di una All Aboard, che è del 1961, in cui è già contenuto il Dylan di Subterranean Homesick Blues, che è del 1965. Se “Blues” fosse un album d’epoca, e non un’antologia compilata a posteriori, sarebbe un classico assoluto della storia del rock.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.551, 21 ottobre 2003.

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Quando Harry Belafonte cantava il blues

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Harry Belafonte non ha mai cantato come in quest’album. Qui è libero, terrigno, esultantemente identificato con il materiale che affronta come non mai. Belafonte ha sempre comunicato sia una potenza spesso feroce che un lirismo marcato, ma qui evidenzia un coinvolgimento emotivo e una comprensione dei brani che interpreta che è mia convinzione segnino una tappa importante nella sua evoluzione artistica”: così Nat Hentoff sul retro copertina di questo album del 1958 fresco di ristampa per i tipi della Classic Records e d’accordo che le note erano di norma un compromesso fra il comunicato pubblicitario e il saggio critico, però uno del suo prestigio avrebbe mai scritto parole così impegnative non ci avesse creduto? Molte righe più avanti conclude con un perentorio “è la prova più persuasiva di Belafonte a oggi”. Sono trascorsi quarantasette anni e lo stesso cantante non lo ha mai smentito. Si sarebbe prodotto l’anno dopo in uno straordinario doppio live alla Carnegie Hall, ma un disco in studio di questo livello sarebbe rimasto unico, o almeno così riferisce la giurisprudenza e devo fidarmi, visto che non conosco abbastanza l’opera del Nostro da poter pronunciare in prima persona un giudizio tanto netto. Posso in ogni caso assicurare il lettore che trattasi di lavoro formidabile, forte di alcune superbe riletture di Ray Charles – una felina A Fool For You, una jazzata Hallelujah I Love Her So, lo scintillante errebì Mary Ann – e per il resto di tutto un po’, in un ampio ventaglio che va da una ballata struggente come God Bless’ The Child, un cavallo di battaglia di Billie Holiday, al blues elettrico da manuale di In The Evenin’ Mama, passando per quello strascicatissimo di Sinner’s Prayer, grande classico di Lowell Fulson.

A proposito di retro copertina: sorriderà l’audiofilo a leggere la noterella bene evidenziata che informa l’acquirente che “questo è un disco autenticamente stereofonico”. In ogni caso: ottima la registrazione, in termini assoluti e allo stato dell’arte per l’epoca.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.258, giugno 2005. Harry Belafonte compie oggi novant’anni.

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The Rolling Stones – Blue & Lonesome (Polydor)

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Dicono che non sarà l’ultimo album dei Rolling Stones e un po’ è un peccato. Non che io nutra sfiducia nella loro capacità di dare un degno successore a “A Bigger Bang”, che già di suo come congedo dagli studi (di congedarsi dagli stadi non ci hanno proprio pensato negli undici anni trascorsi da allora) non sarebbe stato malaccio. Il punto non è quello e chi vivrà ascolterà. Il punto è che una raccolta di cover (primo loro disco, in oltre mezzo secolo, a non contenere nemmeno una canzone autografa) di blues sarebbe stata un modo perfetto per chiudere un cerchio iniziato provando a suonarlo, il blues. Non gli riusciva benissimo e per fortuna, visto che era quell’inettitudine innocente e smargiassa a generare ciò che sono stati. Oggi sì che sono bluesmen provetti e qui ci sono le prove. Dodici.

Dicono che “Blue & Lonesome” sia nato per caso. Erano in sala d’incisione a provare a buttar giù un po’ di tracce per l’album che sarà il successore “vero” di quello dianzi nominato e per scaldarsi cominciavano a pasticciare con qualche pezzo che suonavano quando, monelli imberbi, si esibivano poco distante da quelli che sono oggi i British Grove Studios, di proprietà di tal Mark Knopfler. Ci prendevano gusto e Jagger faceva un salto a casa a scovare nella sua collezione di dischi qualcosa di meno sentito, che i ragazzi potessero trovare fresco e divertirsi a suonare. Dicono che tutto quanto sia stato registrato in tre giorni appena, che per gli standard odierni è nulla ma quando gli Stones cominciarono lo registravi in sei ore un LP. Praticamente dal vivo in studio, senza quasi sovraincisioni, wham bam & thank you ma’am. Dicono. E che sia andata davvero così a noi non dovrebbe importar sega. Ciò che conta è che “Blue & Lonesome” suoni proprio come un disco che chi lo ha messo insieme si è divertito assai a incidere. E che sia un divertimento che si trasmette a chi lo ascolta.

Non aspettatevi gli Stones sgangherati (fantasticamente, eh?) degli esordi. Forse giusto una scintillante Just Like I Treat You (da Willie Dixon) potrebbe plausibilmente confondersi nel primo repertorio. Ma nemmeno quelli che affrontavano le dodici battute con una rilassatezza – come dire? – chimica della prima metà del decennio seguente. Pur essendo capaci di piccole grandi raffinatezze, questi picchiano come dannati. Le chitarre sono aguzze e sferzanti, la batteria punta parimenti la giugulare e tutto quanto – anche il piano, anche e di più la voce – è come avvolto da un alone di distorsione. Benché Clapton vi figuri come ospite (in due brani), questa riedizione di British Blues più che Slowhand fa venire in mente i Black Keys: ascoltare una cazzutissima Ride ’Em On Down per credere. Dirla “moderna” sarebbe magari troppo, “attuale” è abbastanza.

Ci credereste? Molto più che di Keith Richards, “Blue & Lonesome” è l’album di Mick Jagger. Che riesce nel contempo nel miracolo di non mostrar rughe nella sua voce di settantatreenne e di farci intendere che ora sì che l’ha capito cosa significhi cantare il blues. Non solo: in una collezione in cui un terzo della scaletta proviene dal repertorio di Little Walter, suona l’armonica con un piglio e un gusto da urlo. Così in un’esplosiva Just Your Fool, nella vorticosa I Gotta Go, in un’accorata Hate To See You Go. Laddove vocalmente è al top in particolare in una title track possente e insieme pigra. I due apici assoluti del lavoro: un malevolissimo Hoo Doo Blues (Lightning Slim); una Little Rain (Jimmy Reed) sospesa e strascicata.

Diranno che “Blue & Lonesome” in fondo nulla aggiunge alla leggenda dei Rolling Stones. Lasciateli dire.

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Blues Magistralis: la lezione di John Mayall

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Compie oggi ottantatré anni l’uomo alla cui scuola si sono formate tante di quelle rockstar (e di quei splendidi musicisti) che non mi metto a fare elenchi per tema di scordare qualcuno di importante. Alla sua venerabile età, ancora fa concerti. Belli, mi si dice. Lo celebro recuperando le recensioni di due suoi classici e di quello che è a oggi l’ultimo album in studio.

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Blues Breakers With Eric Clapton (Decca, 1966)

Ci sono dischi la cui rilevanza storica sopravanza il valore artistico. È il caso di questo secondo album (primo in studio) della sempre cangiante compagine capitanata da John Mayall. L’importanza dei Bluesbreakers sta, più che in una discografia di medio livello fino ai primi ’70 e poi declinante (altri buoni episodi “A Hard Road”, “Blues From Laurel Canyon”, “The Turning Point”, un programmatico “Jazz Blues Fusion”), nell’essere stati università i cui corsi vennero frequentati da tante future stelle del rock, da Jack Bruce a Mick Fleetwood, da John McVie a John Almond, da Jon Mark a Andy Fraser, a Aynsley Dunbar. Qui, omaggiato con tanto di nome in copertina, c’è il Clapton transfuga dagli Yardbirds e non ancora pronto per i Cream. A proposito… Se la successione di chitarristi passati per i Gallinacci – Eric Clapton, Jeff Beck, Jimmy Page – vi ha sempre lasciati senza fiato, sentite questa: Eric Clapton, Peter Green, Mick Taylor. Bella lotta, eh?

Fatto salvo quanto si diceva dianzi sul fatto che prima e più che un piccolo capolavoro questo è un cruciale pezzo di storia, con il suo alternarsi di classici del blues e del soul (All Your Love di Otis Rush e Hideaway di Freddie King, la Rambling On My Mind di Robert Johnson e la What’d I Say di Ray Charles) e originali scritti in scolastica ma bella calligrafia dal leader, il disco risulta a tutt’oggi fresco, gradevole. Per questa “Deluxe Edition” del quarantennale la Decca ha accostato i missaggi sia in mono che in stereo già accoppiati in una stampa del ’98 e integrato ulteriormente con un CD (dalla fedeltà a volte traballante) di assortite rarità e registrazioni live e radiofoniche. Non solo per (a questo punto esausti) cultori terminali.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.273, novembre 2006.

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Blues From Laurel Canyon (Decca, 1968)

Affrontando su queste stesse pagine un anno fa la “Deluxe Edition” di “Bluesbreakers With Eric Clapton” annotavo che ci sono dischi la cui rilevanza storica sopravanza il valore artistico e che valeva per il secondo album della sempre cangiante compagine capitanata da John Mayall. Appuntavo poi che l’importanza di questo autore, cantante e chitarrista britannico sta, più che in una discografia di medio livello fino ai primi ’70 e poi declinante, nell’essere stato un valente docente universitario i cui corsi vennero frequentati da tante di quelle future stelle del rock che a elencarle in una recensione non ci sarebbe lo spazio per scrivere d’altro. Mi dichiaro d’accordo con me stesso. Concordo meno e anzi per niente rispetto a quando, per distrazione o poca chiarezza, davo a intendere che l’album di cui Slowhand fu il mattatore resta in ogni caso l’apice della produzione di Mayall. Mica vero. Se si parla non di influenza ma di risultati se la giocano i successivi “Blues From Laurel Canyon” e “The Turning Point”, fra l’altro smentendo la leggenda di un Mayall purista delle dodici battute. Fornisce capitali prove al riguardo proprio questo gioiellino, al tempo (le registrazioni risalgono all’agosto ’68) congedo dalla Decca e formalmente il primo 33 giri del dopo-Heartbreakers, sciolti un mese prima che il nostro uomo vi ponesse mano.

Frutto come dichiara già il titolo delle impressioni ricavate da una vacanza nei pressi di Los Angeles, il disco azzarda atmosfere soffuse e piccole digressioni acidule (qui e là tocchi garagistici o alla Cream) come mai in precedenza. Fa trapelare influenze psichedeliche e lavora sugli intarsi. A ben sentire, per Mayall il “turning point” originale fu questo. Due le tracce aggiunte alla scaletta d’epoca.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.283, ottobre 2007.

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Find A Way To Care (Forty Below, 2015)

Il 7 dicembre 1964 John Mayall festeggiava, qualche giorno in ritardo, il trentunesimo compleanno registrando in un club londinese quello che nel marzo dell’anno dopo sarebbe diventato il suo primo LP. In un mondo, quello della musica pop, in cui ventenni o poco più si stavano prendendo il potere era già – ebbene sì – un vecchio. Entro breve avrebbe perlomeno avuto la consolazione di venire considerato un Grande Vecchio, essendo divenuti i suoi Bluesbreakers una scuola per future rockstar. È passato oltre mezzo secolo e il nostro uomo ancora va in tour, ancora pubblica dischi. Dei concerti non saprei dire, se non de relato: amici riferiscono che se la cava alla grande. Io posso raccontarvi giusto questo nuovo album, che tallona dappresso un applaudito “A Special Life” (ma davvero!) che si era invece fatto attendere a lungo. E la sapete una cosa? È un altro signor disco.

Premesso che la voce (del resto non un punto di forza nemmeno negli aurei anni ’60) tiene abbastanza e che Mayall lascia che a sbizzarrirsi alla chitarra sia il bravo Rocky Athas, preferendo di suo restare seduto dietro una quantità di differenti tastiere, ci si può concentrare su un programma di tre quarti d’ora e dodici canzoni, inegualmente divise fra cover (sette) e composizioni originali (cinque). A sorpresa: meglio le seconde, fra le quali meritano assolutamente una menzione una Ain’t No Guarantees sospinta da un Hammond in gran spolvero e un basso funky, una traccia omonima fragrante di soul sudista e, in special modo, il congedo per soli piano e voce Crazy Lady. Che sarebbe già suonato molto Old Time nel ’64. Fra le cover citerei un Mother In Law Blues (formalmente del produttore Don Robey, ma chissà…) squillante su ritmica pigra e un Drifting Blues (Charles Mose Brown) jazzato.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.368, ottobre 2015.

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Allen Toussaint – American Tunes (Nonesuch)

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È sempre stato uno, da New Orleans e di New Orleans divenuto un simbolo, che alla ribalta ha preferito le quinte, Allen Toussaint. E da lì ha influenzato in misura decisiva la black music dell’ultimo abbondante mezzo secolo: pianista eccelso, arrangiatore sopraffino, produttore di vaglia, scopritore di talenti (era lui a lanciare i Meters, la più grande formazione strumentale nell’ambito con Booker T. & The MGs), discografico accorto (la Minit il principale trofeo), autore di classici a decine per questo o quell’interprete. Quelli scritti per Lee Dorsey e Irma Thomas così come per Ernie K-Doe e altri ripresi da Wilson Pickett e dagli Stones, da Herb Alpert, Lowell George, Bonnie Raitt… Per un elenco nemmeno completo l’intero spazio occupato da questa recensione non basterebbe e meglio allora passare a dire di “American Tunes”.

Un addio che non immaginava di esserlo, inciso (regista al solito mirabile Joe Henry) in due riprese, nel maggio 2013 e poi nell’ottobre 2015. Un infarto stroncava Toussaint, settantasettenne, poche settimane dopo e nel pieno di un tour. Anche sapendo di essere ai saluti difficilmente avrebbe potuto concepire un congedo migliore e più significativo, aggiunta preziosa a una discografia in proprio troppo scarna, sette album appena quattro dei quali (con questo) negli ultimi dieci anni. Il disco contiene esattamente quanto promette un titolo mutuato dal classico di Paul Simon con il quale saluta, jazzeggiando: melodie americane, di Toussaint stesso come di Fats Waller, Bill Evans ed Earl King, “Fatha” Hines e Duke Ellington. Nell’ampissimo arco compreso fra l’irresistibile blues da bordello Rocks In My Bed (favolosa l’interpretazione che ne offre Rhiannon Giddens) e la cameristica a stelle e strisce di Danza, Op.33.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.379, settembre 2016.

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Hugo Race Fatalists – 24 Hours To Nowhere (Glitterhouse)

Hugo Race Fatalists - 24 Hours To Nowhere

Se è di “belli e perdenti” – come da titolo di un romanzo giovanile di Leonard Cohen – che si parla, pochi negli ultimi trent’anni sono stati “beautiful” e nel contempo “loser” quanto Hugo Justin Race, australiano (di Melbourne) per natali e cittadino del mondo (con una predilezione per l’Italia) per vocazione. Condannato a restare per sempre nell’ombra di Nick Cave, che fiancheggiava negli ultimi Birthday Party e nei primi Bad Seeds, quando può vantare una folta e labirintica discografia in proprio (con la sua identità anagrafica così come sotto varie sigle) i cui apici almeno poco hanno da invidiare pure al King Ink migliore. Se non lo conoscete, quando passerà dalle vostre parti fate un salto a vederlo. Potrebbe essere l’inizio di un amore. Se vi fidate di me e non volete attendere, la sensazionale doppia antologia (del 2001; urgerebbe un aggiornamento) “Long Time Ago” e “The Goldstreet Sessions” (del 2003) sono le entrature ideali. E se partendo da lì vi va poi di proseguire, accomodatevi: le “24 ore verso nessun luogo” costituiranno un viaggio che merita intraprendere.

A proposito del Canadese Errante: sarà per la suggestione di una voce femminile che ogni tanto si affaccia a duettare, ma mi pare che su quest’album – in particolare nella squisita traccia, languidamente western, inaugurale e omonima – la sua ombra si allunghi più dell’usuale. E che nel contempo vi siano un po’ meno blues e un po’ più country (della varietà da border) rispetto al solito. Detto che i Fatalists altri non sono (con qualche innesto) che i nostrani Sacri Cuori, mi resta lo spazio per segnalare tre apici: il raga Beautiful Mess; una Lost In The Material World dalle parti del Johnny Cash al congedo; una splendida resa della Ballad Of Easy Rider che fu dei Byrds.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.377, luglio 2016.

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Il voodoo-rock (eccetera) di Screamin’ Jay Hawkins

Screamin' Jay Hawkins - At Home With

Nel 1951 il ventiduenne Jalacy Hawkins, da Cleveland, nutre ancora qualche speranza di riuscire a realizzare l’uno o l’altro dei suoi principali sogni: diventare cantante d’opera, oppure pugile professionista. Per intanto c’è chi gli apre una porta non di servizio per il mondo dello spettacolo e perché non approfittarne? Avendo già frequentato i teatri più scalcinati del vaudeville, il non ancora Screamin’ Jay si vede offrire un ingaggio da pianista più valletto da uno dei primi e più grandi chitarristi elettrici jazz, Tiny Grimes. Gli piace e gli è ulteriormente utile quando, nel giro di appena un anno, si trova a esordire discograficamente da leader e da subito non è proprio canonico jazz quello che si trova a eternare. La definitiva svolta arriverà quattro ulteriori anni dopo con quella I Put A Spell On You cui la sua fama resterà sempre legata. L’intenzione di registrarla a mo’ di ballata raffinata e accorata andava a farsi benedire quando tanto lui che i musicisti si ubriacavano da bestie e dovreste averlo presente il risultato: una mini-epopea orrorosa e cialtrona, primo esempio che si ricordi di voodoo-rock. L’inizio di una leggenda poi nutrita a performance fra il buffonesco e il grand guignol, con il Nostro uso a farsi depositare sulla ribalta dentro una bara dalla quale usciva brandendo un teschio.

“At Home With” fu, nel 1958, il suo primo album, rimasto a lungo senza successori. Esageratamente ineguale per il gusto odierno, sa nondimeno ancora divertire moltissimo con il suo agitarsi senza posa fra uno scorcio ellingtoniano e del melò latino, il più esplosivo dei blues e cosine da music hall. Però meglio per una volta le tante bonus regalate da questa riedizione Hoodoo, fra le quali spicca una Little Demon che è più Cramps che Elvis, compreso l’Elvis più sfrenato.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.313, luglio/agosto 2010. Di Screamin’ Jay Hawkins, scomparso il 12 febbraio 2000, ricorre oggi l’ottantasettesimo anniversario della nascita.

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