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I migliori album del 2017 (11): Tinariwen – Elwan (Wedge)

Sarebbe bello per una volta potere scrivere dei Tinariwen saltando la loro storia di guerriglieri che, costretti a usare le armi nel tentativo a oggi vano di fondare una nazione per quello che resta un popolo senza patria – tuareg o imajeghen che dir si voglia – a un certo punto rendono la loro battaglia pure culturale e lo fanno imbracciando delle chitarre elettriche. Sarebbe bello occuparsene non dovendo aggiornare il lettore (l’informazione che dovrebbe provvedere se ne guarda bene) sulla situazione disperata del Mali e sul prolungarsi dell’esilio dei nostri eroi, una volta nomadi in viaggio da questa a quella oasi e oggi peregrinanti fra club, teatri, festival e sale d’incisione (“Elwan” è stato registrato, fra il 2014 e il 2016, fra Francia, Marocco e California). Sarebbe bello recensire un loro nuovo album – questo è il settimo da quando nel 2001 “The Radio Tisdas Sessions” svelava a un mondo stupefatto un suono fino a quel punto circolato solo in Nordafrica, su cassette di qualità tecnica approssimativa – concentrandosi sulla musica e basta. Ci proviamo?

Dura scegliere in una discografia di eccezionale qualità media e nondimeno bastano un paio di ascolti per suscitare la sensazione – che un altro paio di passaggi trasforma in certezza – di avere fra le mani il lavoro più potente congegnato da questi combat rockers non in metafora da quel “Amassakoul”, datato 2004, sinora considerato il loro capolavoro. “Elwan” se la gioca da una prima traccia (vi risparmio i perlopiù impronunciabili titoli) incalzante e turbinosa, corale e ipnotica, sveltamente seguita da una seconda che è un’apoteosi di basso funk (tornerà, travolgentemente, nella decima) e chitarre distorte. Nel 2017 semplicemente non ci sono né un altro blues né un’altra psichedelia che abbiano il senso e l’urgenza di “Elwan”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.385, marzo 2017.

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If Hendrix Was 75

Naturalmente non è detto che, fosse sopravvissuto all’overdose di barbiturici che lo stroncava la fatidica mattina del 18 settembre 1970, Jimi Hendrix sarebbe oggi ancora vivo e potrebbe dunque festeggiare il settantacinquesimo compleanno. Magari avrebbe però pubblicato molti altri album oltre agli appena quattro dati alle stampe in vita. In tal caso, però, questi altri quattro qui (minuscola frazione di una discografia post mortem che conta decine di titoli) difficilmente li avremmo ascoltati.

Blues (MCA, 1994)

Non c’è niente da fare: la critica è bianca e quando scrive di Hendrix bolla la tensione al funky dell’ultimo anno come indizio di decadenza e ne sottovaluta le radici blues, quando fu quella la scuola cui si formò e non solo a livello di tecnica, appresa sui dischi di Muddy Waters e B.B. King, Jimmy Reed e Howlin’ Wolf, ma persino di trucchi di scena: quel suonare con i denti o lo strumento dietro alla testa, invece che fra le gambe con lampante simbolismo fallico, pantomime già inscenate da Charlie Patton e T-Bone Walker, Guitar Shorty e Guitar Slim. “Blues” è un efficace memorandum riguardo a tutto ciò, con un Hendrix sempre inconfondibile e nondimeno molto e significativamente rispettoso. Come in una Born Under A Bad Sign, da Albert King, appena indurita o in una Bleeding Heart, già di Elmore James, dal classicismo elettrico a dir poco pronunciato. Come in diverse e apprezzabili composizioni autografe “in stile”.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.21, primavera 2006.

South Saturn Delta (MCA, 1997)

“Abbiamo molto altro in serbo per i prossimi anni”, annuncia Janie Hendrix, e non si sa se intenderla come una promessa o una minaccia. Pensando a quante volte il defunto chitarrista è stato assassinato nei suoi dischi postumi, c’è da fare gli scongiuri. Tuttavia, siccome l’opera di riordino degli archivi del genio di Seattle intrapresa dalla sua famiglia e dal produttore Eddie Kramer è partita con il piede giusto, con lo stupefacente “First Rays Of The New Rising Sun”, si può per ora, sperando di non dovere cambiare idea, rallegrarsi di tali dichiarazioni, ma moderatamente: il fatto è che per quanto Hendrix fosse uno stakanovista della sala d’incisione la sua vicenda artistica si dipanò in un arco di tempo limitato, quattro anni appena, e non vi è dunque da illudersi di scovare chissà quali tesori. Tolti i nastri dal vivo, quanto resta di pubblicabile seguendo i criteri filologici che hanno ispirato “First Rays”? Non molto che sia all’altezza del mito, probabilmente, e tanto è già stato radunato in questo “South Saturn Delta”.

È una sorta di “Odds & Sods” hendrixiano, a base di lati B, appunti per successive realizzazioni, versioni differenti di canzoni già note, brani rifiniti con estrema cura e alla fine accantonati, ma con l’idea che sarebbero potuti tornare buoni. È un Hendrix che si concede al blues (Here He Comes, Bleeding Heart, Midnight Lightning), si arrende al funky (Power Of Soul), spazia nel jazz (South Saturn Delta). Minore, indubbiamente. Però ancora essenziale.

Pubblicato per la prima volta su “Rumore”, n.69, ottobre 1997.

Live At The Fillmore East (MCA, 1999)

Dopo la di lui morte il diluvio: di album indecorosi. Per colpa dei quali – oltre che in ragione di un certo razzismo strisciante nella critica rock e del discutibile missaggio di “Band Of Gypsys”, ultimo LP a uscire con il chitarrista in vita – per un buon quarto di secolo si è guardato all’ultimo Jimi Hendrix come a un Hendrix “minore”, poco convincente nel suo volgersi al funky. Ha fatto giustizia di questo stereotipo il filologico e amoroso programma di riordino del catalogo hendrixiano messo in cantiere un anno e mezzo fa, con il formidabile “First Rays Of The New Rising Sun”, dalla famiglia dell’artista di Seattle. A quel disco sono andati dietro il quasi altrettanto notevole “South Saturn Delta” e la raccolta completa delle “BBC Sessions”. È adesso il turno di questo live al Fillmore East, edizione infine impeccabile sotto il profilo tecnico (non è questione di purismo hi-fi: è che qui Hendrix suona come Hendrix) e molto ampliata (sedici brani contro sei) proprio di “Band Of Gypsys”. Tutto un altro album ora e per niente minore.

A partire da una Machine Gun (due versioni) lacerata e lacerante, che rende la tragedia del Vietnam come a nessun’altra canzone è riuscito. Da una Voodoo Child impressionantemente densa. Dal proto-crossover di Changes. Dal funky-jazz bollente di Burning Desire. Da dove volete voi, persino da quella (in fondo superflua) Auld Lang Syne che apre il secondo CD e ci trasporta alla mezzanotte che separò il 1969 dal 1970. Che il decennio che nasceva sia stato subito privato di questo genio è una tragedia della quale non si potrà mai misurare la portata.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.12, maggio 1999.

Miami Pop Festival (Sony Legacy, 2013)

Arriverà prima o poi un giorno in cui la vena aurifera apparentemente infinita della miniera hendrixiana non produrrà più nulla? Forse non nell’arco delle nostre di vite. Forse all’altezza delle celebrazioni per il cinquantennale della morte (se non per il centenario della nascita) dell’uomo di Seattle ancora chi ci sarà potrà stupirsi per un frammento di studio inedito o all’incirca e comunque degno di esegesi o, più probabilmente, per un’esibizione dal vivo da aggiungere al lunghissimo elenco di quelle già recuperate. Il solo 2013 ha visto due articoli maggiori andare a ingrossare lo smisurato catalogo, in marzo la collezione di performance in studio “People, Hell And Angels”, a inizio novembre questo “Miami Pop Festival”, catturato live il 18 maggio ’68 e naturalmente già plurimamente bootlegato. Tutta un’altra cosa e un altro sentire però l’edizione ufficiale, produzione firmata da Eddie Kramer e i cultori sanno bene come il nome rappresenti una garanzia assoluta in fatto di qualità audio. Ciò detto: anche un grande concerto? Assolutamente sì, benché da colui che reinventò la chitarra nel rock se ne siano ascoltati di più ispirati ed eccitanti.

Abita questi solchi un Hendrix un filo meno incendiario del solito, più rilassato, tanto alle prese con materiali tratti da “Are You Experienced?” (nulla sorprendentemente veniva presentato quel giorno dal più recente “Axis: Bold As Love”) che con due brani, Tax Free e Hear My Train A Comin, alla prima esecuzione pubblica. È sbobba per completisti, va da sé, ma c’è da scommettere che per qualcuno di coloro per i quali questo dovesse risultare il primo Hendrix l’incontro sarà epifanico.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.188, gennaio 2014.

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Tinariwen – Elwan (Wedge)

Sarebbe bello per una volta potere scrivere dei Tinariwen saltando la loro storia di guerriglieri che, costretti a usare le armi nel tentativo a oggi vano di fondare una nazione per quello che resta un popolo senza patria – tuareg o imajeghen che dir si voglia – a un certo punto rendono la loro battaglia pure culturale e lo fanno imbracciando delle chitarre elettriche. Sarebbe bello occuparsene non dovendo aggiornare il lettore (l’informazione che dovrebbe provvedere se ne guarda bene) sulla situazione disperata del Mali e sul prolungarsi dell’esilio dei nostri eroi, una volta nomadi in viaggio da questa a quella oasi e oggi peregrinanti fra club, teatri, festival e sale d’incisione (“Elwan” è stato registrato, fra il 2014 e il 2016, fra Francia, Marocco e California). Sarebbe bello recensire un loro nuovo album – questo è il settimo da quando nel 2001 “The Radio Tisdas Sessions” svelava a un mondo stupefatto un suono fino a quel punto circolato solo in Nordafrica, su cassette di qualità tecnica approssimativa – concentrandosi sulla musica e basta. Ci proviamo?

Dura scegliere in una discografia di eccezionale qualità media e nondimeno bastano un paio di ascolti per suscitare la sensazione – che un altro paio di passaggi trasforma in certezza – di avere fra le mani il lavoro più potente congegnato da questi combat rockers non in metafora da quel “Amassakoul”, datato 2004, sinora considerato il loro capolavoro. “Elwan” se la gioca da una prima traccia (vi risparmio i perlopiù impronunciabili titoli) incalzante e turbinosa, corale e ipnotica, sveltamente seguita da una seconda che è un’apoteosi di basso funk (tornerà, travolgentemente, nella decima) e chitarre distorte. Nel 2017 semplicemente non ci sono né un altro blues né un’altra psichedelia che abbiano il senso e l’urgenza di “Elwan”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.385, marzo 2017.

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Johnny B. Blues – Un Chuck Berry meno conosciuto

Nel continuo rimestare archivi che non può non riguardare uno dei padri fondatori del rock’n’roll (nonché una delle sue poche leggende ancora viventi sebbene, vista anche la veneranda età, non granché praticante) curiosamente a questo non aveva ancora pensato nessuno: radunare su un album un gruzzoletto di incisioni riconducibili al blues, alle fondamenta sulle quali Charles Edward Anderson Berry costruì l’edificio di un suono inaudito il cui progetto sarà ben studiato (insomma: copiato fino al più minuto dettaglio) dai Rolling Stones. Con tutto ciò che come sapete ne è conseguito. Ne è venuto fuori un CD superbo, classico nel numero di brani raccolti e nella durata (sedici e quaranta minuti: un LP d’altri tempi) e coeso benché le registrazioni che contiene risalgano a un arco di tempo esteso dal 21 maggio 1955 al 31 gennaio di dieci anni dopo. Nella prima occasione, negli studi della Chess a Chicago, Berry produceva una Wee Wee Hours stupendamente notturna e jazzata. Nella seconda, in quella Londra in cui non per la prima volta si era recato per raccogliere i dividendi dell’idolatria riservatagli dai giovani gruppi britannici, toccava a una St. Louis Blues di spettacolare esuberanza. Tantissimo era accaduto in mezzo, visto che Wee Wee Hours era piaciuta sì ai dj ma certo non quanto la canzone cui si accoppiava su uno storico singolo: Maybellene. Un mito nasceva e prosperava, ma doveva pure fare i conti con la lunga mano della legge. Storie che non si possono sintetizzare in una recensione. Chi è interessato non avrà difficoltà a istruirsi altrove.

Qui mi resta spazio quanto basta a dire di una House Of Blue Lights che inventa George Thorogood, di una flessuosa Deep Feeling, di una Worried Life Blues e di una The Things That I Used To Do che sono quintessenza di Windy City, di una How You’ve Changed confidenziale e squisita, di una All Aboard, che è del 1961, in cui è già contenuto il Dylan di Subterranean Homesick Blues, che è del 1965. Se “Blues” fosse un album d’epoca, e non un’antologia compilata a posteriori, sarebbe un classico assoluto della storia del rock.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.551, 21 ottobre 2003.

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Quando Harry Belafonte cantava il blues

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Harry Belafonte non ha mai cantato come in quest’album. Qui è libero, terrigno, esultantemente identificato con il materiale che affronta come non mai. Belafonte ha sempre comunicato sia una potenza spesso feroce che un lirismo marcato, ma qui evidenzia un coinvolgimento emotivo e una comprensione dei brani che interpreta che è mia convinzione segnino una tappa importante nella sua evoluzione artistica”: così Nat Hentoff sul retro copertina di questo album del 1958 fresco di ristampa per i tipi della Classic Records e d’accordo che le note erano di norma un compromesso fra il comunicato pubblicitario e il saggio critico, però uno del suo prestigio avrebbe mai scritto parole così impegnative non ci avesse creduto? Molte righe più avanti conclude con un perentorio “è la prova più persuasiva di Belafonte a oggi”. Sono trascorsi quarantasette anni e lo stesso cantante non lo ha mai smentito. Si sarebbe prodotto l’anno dopo in uno straordinario doppio live alla Carnegie Hall, ma un disco in studio di questo livello sarebbe rimasto unico, o almeno così riferisce la giurisprudenza e devo fidarmi, visto che non conosco abbastanza l’opera del Nostro da poter pronunciare in prima persona un giudizio tanto netto. Posso in ogni caso assicurare il lettore che trattasi di lavoro formidabile, forte di alcune superbe riletture di Ray Charles – una felina A Fool For You, una jazzata Hallelujah I Love Her So, lo scintillante errebì Mary Ann – e per il resto di tutto un po’, in un ampio ventaglio che va da una ballata struggente come God Bless’ The Child, un cavallo di battaglia di Billie Holiday, al blues elettrico da manuale di In The Evenin’ Mama, passando per quello strascicatissimo di Sinner’s Prayer, grande classico di Lowell Fulson.

A proposito di retro copertina: sorriderà l’audiofilo a leggere la noterella bene evidenziata che informa l’acquirente che “questo è un disco autenticamente stereofonico”. In ogni caso: ottima la registrazione, in termini assoluti e allo stato dell’arte per l’epoca.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.258, giugno 2005. Harry Belafonte compie oggi novant’anni.

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The Rolling Stones – Blue & Lonesome (Polydor)

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Dicono che non sarà l’ultimo album dei Rolling Stones e un po’ è un peccato. Non che io nutra sfiducia nella loro capacità di dare un degno successore a “A Bigger Bang”, che già di suo come congedo dagli studi (di congedarsi dagli stadi non ci hanno proprio pensato negli undici anni trascorsi da allora) non sarebbe stato malaccio. Il punto non è quello e chi vivrà ascolterà. Il punto è che una raccolta di cover (primo loro disco, in oltre mezzo secolo, a non contenere nemmeno una canzone autografa) di blues sarebbe stata un modo perfetto per chiudere un cerchio iniziato provando a suonarlo, il blues. Non gli riusciva benissimo e per fortuna, visto che era quell’inettitudine innocente e smargiassa a generare ciò che sono stati. Oggi sì che sono bluesmen provetti e qui ci sono le prove. Dodici.

Dicono che “Blue & Lonesome” sia nato per caso. Erano in sala d’incisione a provare a buttar giù un po’ di tracce per l’album che sarà il successore “vero” di quello dianzi nominato e per scaldarsi cominciavano a pasticciare con qualche pezzo che suonavano quando, monelli imberbi, si esibivano poco distante da quelli che sono oggi i British Grove Studios, di proprietà di tal Mark Knopfler. Ci prendevano gusto e Jagger faceva un salto a casa a scovare nella sua collezione di dischi qualcosa di meno sentito, che i ragazzi potessero trovare fresco e divertirsi a suonare. Dicono che tutto quanto sia stato registrato in tre giorni appena, che per gli standard odierni è nulla ma quando gli Stones cominciarono lo registravi in sei ore un LP. Praticamente dal vivo in studio, senza quasi sovraincisioni, wham bam & thank you ma’am. Dicono. E che sia andata davvero così a noi non dovrebbe importar sega. Ciò che conta è che “Blue & Lonesome” suoni proprio come un disco che chi lo ha messo insieme si è divertito assai a incidere. E che sia un divertimento che si trasmette a chi lo ascolta.

Non aspettatevi gli Stones sgangherati (fantasticamente, eh?) degli esordi. Forse giusto una scintillante Just Like I Treat You (da Willie Dixon) potrebbe plausibilmente confondersi nel primo repertorio. Ma nemmeno quelli che affrontavano le dodici battute con una rilassatezza – come dire? – chimica della prima metà del decennio seguente. Pur essendo capaci di piccole grandi raffinatezze, questi picchiano come dannati. Le chitarre sono aguzze e sferzanti, la batteria punta parimenti la giugulare e tutto quanto – anche il piano, anche e di più la voce – è come avvolto da un alone di distorsione. Benché Clapton vi figuri come ospite (in due brani), questa riedizione di British Blues più che Slowhand fa venire in mente i Black Keys: ascoltare una cazzutissima Ride ’Em On Down per credere. Dirla “moderna” sarebbe magari troppo, “attuale” è abbastanza.

Ci credereste? Molto più che di Keith Richards, “Blue & Lonesome” è l’album di Mick Jagger. Che riesce nel contempo nel miracolo di non mostrar rughe nella sua voce di settantatreenne e di farci intendere che ora sì che l’ha capito cosa significhi cantare il blues. Non solo: in una collezione in cui un terzo della scaletta proviene dal repertorio di Little Walter, suona l’armonica con un piglio e un gusto da urlo. Così in un’esplosiva Just Your Fool, nella vorticosa I Gotta Go, in un’accorata Hate To See You Go. Laddove vocalmente è al top in particolare in una title track possente e insieme pigra. I due apici assoluti del lavoro: un malevolissimo Hoo Doo Blues (Lightning Slim); una Little Rain (Jimmy Reed) sospesa e strascicata.

Diranno che “Blue & Lonesome” in fondo nulla aggiunge alla leggenda dei Rolling Stones. Lasciateli dire.

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Blues Magistralis: la lezione di John Mayall

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Compie oggi ottantatré anni l’uomo alla cui scuola si sono formate tante di quelle rockstar (e di quei splendidi musicisti) che non mi metto a fare elenchi per tema di scordare qualcuno di importante. Alla sua venerabile età, ancora fa concerti. Belli, mi si dice. Lo celebro recuperando le recensioni di due suoi classici e di quello che è a oggi l’ultimo album in studio.

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Blues Breakers With Eric Clapton (Decca, 1966)

Ci sono dischi la cui rilevanza storica sopravanza il valore artistico. È il caso di questo secondo album (primo in studio) della sempre cangiante compagine capitanata da John Mayall. L’importanza dei Bluesbreakers sta, più che in una discografia di medio livello fino ai primi ’70 e poi declinante (altri buoni episodi “A Hard Road”, “Blues From Laurel Canyon”, “The Turning Point”, un programmatico “Jazz Blues Fusion”), nell’essere stati università i cui corsi vennero frequentati da tante future stelle del rock, da Jack Bruce a Mick Fleetwood, da John McVie a John Almond, da Jon Mark a Andy Fraser, a Aynsley Dunbar. Qui, omaggiato con tanto di nome in copertina, c’è il Clapton transfuga dagli Yardbirds e non ancora pronto per i Cream. A proposito… Se la successione di chitarristi passati per i Gallinacci – Eric Clapton, Jeff Beck, Jimmy Page – vi ha sempre lasciati senza fiato, sentite questa: Eric Clapton, Peter Green, Mick Taylor. Bella lotta, eh?

Fatto salvo quanto si diceva dianzi sul fatto che prima e più che un piccolo capolavoro questo è un cruciale pezzo di storia, con il suo alternarsi di classici del blues e del soul (All Your Love di Otis Rush e Hideaway di Freddie King, la Rambling On My Mind di Robert Johnson e la What’d I Say di Ray Charles) e originali scritti in scolastica ma bella calligrafia dal leader, il disco risulta a tutt’oggi fresco, gradevole. Per questa “Deluxe Edition” del quarantennale la Decca ha accostato i missaggi sia in mono che in stereo già accoppiati in una stampa del ’98 e integrato ulteriormente con un CD (dalla fedeltà a volte traballante) di assortite rarità e registrazioni live e radiofoniche. Non solo per (a questo punto esausti) cultori terminali.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.273, novembre 2006.

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Blues From Laurel Canyon (Decca, 1968)

Affrontando su queste stesse pagine un anno fa la “Deluxe Edition” di “Bluesbreakers With Eric Clapton” annotavo che ci sono dischi la cui rilevanza storica sopravanza il valore artistico e che valeva per il secondo album della sempre cangiante compagine capitanata da John Mayall. Appuntavo poi che l’importanza di questo autore, cantante e chitarrista britannico sta, più che in una discografia di medio livello fino ai primi ’70 e poi declinante, nell’essere stato un valente docente universitario i cui corsi vennero frequentati da tante di quelle future stelle del rock che a elencarle in una recensione non ci sarebbe lo spazio per scrivere d’altro. Mi dichiaro d’accordo con me stesso. Concordo meno e anzi per niente rispetto a quando, per distrazione o poca chiarezza, davo a intendere che l’album di cui Slowhand fu il mattatore resta in ogni caso l’apice della produzione di Mayall. Mica vero. Se si parla non di influenza ma di risultati se la giocano i successivi “Blues From Laurel Canyon” e “The Turning Point”, fra l’altro smentendo la leggenda di un Mayall purista delle dodici battute. Fornisce capitali prove al riguardo proprio questo gioiellino, al tempo (le registrazioni risalgono all’agosto ’68) congedo dalla Decca e formalmente il primo 33 giri del dopo-Heartbreakers, sciolti un mese prima che il nostro uomo vi ponesse mano.

Frutto come dichiara già il titolo delle impressioni ricavate da una vacanza nei pressi di Los Angeles, il disco azzarda atmosfere soffuse e piccole digressioni acidule (qui e là tocchi garagistici o alla Cream) come mai in precedenza. Fa trapelare influenze psichedeliche e lavora sugli intarsi. A ben sentire, per Mayall il “turning point” originale fu questo. Due le tracce aggiunte alla scaletta d’epoca.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.283, ottobre 2007.

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Find A Way To Care (Forty Below, 2015)

Il 7 dicembre 1964 John Mayall festeggiava, qualche giorno in ritardo, il trentunesimo compleanno registrando in un club londinese quello che nel marzo dell’anno dopo sarebbe diventato il suo primo LP. In un mondo, quello della musica pop, in cui ventenni o poco più si stavano prendendo il potere era già – ebbene sì – un vecchio. Entro breve avrebbe perlomeno avuto la consolazione di venire considerato un Grande Vecchio, essendo divenuti i suoi Bluesbreakers una scuola per future rockstar. È passato oltre mezzo secolo e il nostro uomo ancora va in tour, ancora pubblica dischi. Dei concerti non saprei dire, se non de relato: amici riferiscono che se la cava alla grande. Io posso raccontarvi giusto questo nuovo album, che tallona dappresso un applaudito “A Special Life” (ma davvero!) che si era invece fatto attendere a lungo. E la sapete una cosa? È un altro signor disco.

Premesso che la voce (del resto non un punto di forza nemmeno negli aurei anni ’60) tiene abbastanza e che Mayall lascia che a sbizzarrirsi alla chitarra sia il bravo Rocky Athas, preferendo di suo restare seduto dietro una quantità di differenti tastiere, ci si può concentrare su un programma di tre quarti d’ora e dodici canzoni, inegualmente divise fra cover (sette) e composizioni originali (cinque). A sorpresa: meglio le seconde, fra le quali meritano assolutamente una menzione una Ain’t No Guarantees sospinta da un Hammond in gran spolvero e un basso funky, una traccia omonima fragrante di soul sudista e, in special modo, il congedo per soli piano e voce Crazy Lady. Che sarebbe già suonato molto Old Time nel ’64. Fra le cover citerei un Mother In Law Blues (formalmente del produttore Don Robey, ma chissà…) squillante su ritmica pigra e un Drifting Blues (Charles Mose Brown) jazzato.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.368, ottobre 2015.

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