Archivi tag: blues

Emozioni non da poco: “Cheap Thrills”, nel cinquantennale dell’uscita

Nel calendario del rock il 16, 17 e 18 giugno 1967 sono marchiati a fuoco e se dico “Monterey International Pop Festival” confido che ogni lettore sappia più o meno di cosa sto parlando. I tre momenti dell’evento che inaugurava la Summer Of Love, e certificava l’avvenuta ascesa allo stardom dei Jefferson Airplane, rimasti nella memoria collettiva: Otis Redding che arringa la neonata nazione hippie come un predicatore la sua congregazione; Jimi Hendrix che incendia la chitarra; una ragazza nel pubblico che davanti a una Ball And Chain di intensità ustionante resta letteralmente a bocca aperta e non sa profferire altro verbo che “wow…”. Wow. Eppure, chi fra gli astanti cercava da lì ad agosto di ritrovare emozioni uguali o paragonabili fra i solchi di “Big Brother & The Holding Company” (Mainstream, prima di venire ristampato con due preziose aggiunte dalla Columbia) era destinato a scoprire amaramente disattese le proprie aspettative. Avendo visto all’opera non solo una Janis Joplin ma anche dei Big Brother ormai ben superiore cosa rispetto a quanto catturato malamente, e dagli otto ai dodici mesi prima, da tecnici oltretutto non all’altezza delle nuove esigenze del rock. Nei solchi di un debutto deludente, tre abbacinanti anticipazioni in ogni caso di una grandezza prossima a materializzarsi: Call On Me, parole e musica del chitarrista Sam Andrew e ugola della Joplin in portentoso duetto con l’autore in una ballata intimamente black che non è difficile immaginare, con un diverso arrangiamento, griffata Motown; Down On Me, esuberante e con più che qualche traccia (eufemismo) dello spiritual da cui discende; e infine All Is Loneliness, sogno di blues lisergico che fa infuriare che sia compresso in 2’31”, quando sappiamo che dal vivo era lo spunto per dilatazioni ad libitum che lo svelavano per il fantasmagorico capolavoro che in potenza è.

Monterey non restava naturalmente senza conseguenze e la minore era che il debutto a 33 giri di un quintetto completato dall’altro chitarrista James Gurley, dal bassista Peter Albin e dal batterista David Getz entrava nella classifica dei più venduti negli Stati Uniti, sebbene arrestandosi a un modesto numero 60. La principale era che diventava manager del gruppo Albert Grossman, ovverossia colui che un lustro prima aveva reso Bob Dylan una stella, e come prima mossa accasava alla Columbia ragazza e ragazzi. Essendo a dire il vero interessato solo a una prima non ancora disposta a quel punto a sbarazzarsi dei secondi. Lei in continua crescita (il cielo come limite), loro già cresciuti quanto potevano. E proprio a ragione di abilità tecniche limitate le sedute d’incisione di “Cheap Thrills” si riveleranno problematiche, con il produttore John Simon – uno della vecchia scuola a dispetto della giovane età – in continuo conflitto con la band. Cose che succedono, se metti insieme una congrega di sciamannati punk psichedelici e uno nel cui universo le jam sono niente, la Canzone tutto e qualunque tipo d’assolo dev’essere a essa funzionale per avere diritto di cittadinanza. Uno dall’orecchio pazzesco che non può non patire – ricambiato – gente che fatica a suonare a tempo e accordata, per la quale è la tecnica a essere nulla e l’espressività tutto. La lavorazione andrà alquanto per le lunghe e ciò nonostante un disco il cui titolo completo (rinviato al mittente dalla Columbia) avrebbe dovuto essere “Dope, Sex & Cheap Thrills” finirà per parere un non plus ultra di spontaneità. Più che un trucco da illusionisti, un miracolo.

E adesso che vi racconto di un album giustamente fra i più celebri e celebrati nella storia non soltanto del rock ma della musica popolare tutta del Novecento? Dubito che fra chi mi legge ci sia qualcuno che non lo conosca: che non identifichi all’istante l’attacco, più che da rock psichedelico da punk prima del punk, di Combination Of The Two; il blues sommerso da marosi elettrici ed elettrizzanti di I Need A Man To Love; o quello acustico, classicissimo (degno di una Bessie Smith) di Turtle Blues. Che non si abbandoni al più squisito degli struggimenti su una intro chitarristica di Summertime di un lirismo e una raffinatezza tali (il referente è Bach, ma un Bach rallentato e sapientemente dissonante) che persino un sorpresissimo Simon se ne scoprì ammirato. Che non cada preda di frenesie incontrollabili precipitando nel maelstrom sentimentale di Piece Of My Heart e non ne emerga, “a riveder le stelle”, fra le derive acide di Oh, Sweet Mary. Il suggello è proprio Ball And Chain, unica incisione veramente dal vivo di un album spacciato per un live, anche se per secoli non lo si saprà e in tanti vengono tuttora ingannati dagli applausi e dai rumori collocati strategicamente fra e dentro i brani: Janis Ball And Chain la definirà “un’enorme voragine che dovevo riempire con qualcosa” e l’autrice, Big Mama Thornton, che aveva avuto da ridire sulle doti di interprete di Elvis Presley, ne promuoverà a pieni voti la lettura affermando che “quella ragazza sente le stesse cose che sento io”. Nessuno ha cantato lo strazio dell’amore rifiutato come qui. Nessuno, mai, e quanto avrà ragione Yoko Ono constatando che “woman is the nigger of the world”.

Insomma: alla fine ve l’ho raccontato uguale “Cheap Thrills”, pietra miliare che bisognerebbe avere in vinile anche soltanto per la fantasmagorica copertina freak firmata da Robert Crumb. Perfettamente riprodotta in una “Classic LP Collection” della Joplin che nel suo cofanetto include anche il debutto della Compagnia e i due album post-Big Brother di Janis, “I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama!” e “Pearl”. La griffe è Music On Vinyl, Amazon la vende a meno di ottanta euro, ne sono state stampate solo mille copie. Regolatevi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.331, marzo 2012.

4 commenti

Archiviato in anniversari, archivi

Crema di Cream – Le “BBC Sessions”

Compagine a mio avviso alquanto sopravvalutata (ancora oggi pressoché intoccabile) e per tutte le ragioni sbagliate, i Cream: il primo supergruppo, i primi a pensare che il rock – non più semplicemente rock’n’roll e ancora infante – avesse bisogno di una qualche nobilitazione culturale. Con loro il blues si appesantiva e diventava hard e la forma-canzone, almeno nei concerti, si dilatava enormemente e in maniera affatto diversa da quella scelta dalla coeva psichedelia, pagando dazio a un tecnicismo che prefigurava gli eccessi progressive. Quando erano viceversa assai bravi sia a confezionare deliziosi motivetti pop (la loro qualità migliore e più ignorata) che a rendere il blues con feeling mimeticamente black e senza fronzoli. E sono per fortuna questi ultimi i Cream che emergono dalla loro prima antologia ufficiale di incisioni radiofoniche a vedere la luce, ventidue brani registrati fra il novembre 1966 e il gennaio ’68 (venti a oggi inediti in questa forma), più quattro brevi inserti di interviste a Eric Clapton. Solo due pezzi sono sopra i quattro minuti, molti non arrivano a due.

È una raccolta incompleta, siccome la prima session (ottobre 1966) è andata perduta e si è scelto (sarebbe stato se no necessario un doppio) di non offrire versioni differenti di un medesimo titolo, e gli estimatori più accaniti se ne rammaricheranno. Chi sul sodalizio Clapton/Bruce/Baker la pensa come me troverà invece motivi di soddisfazione nel solare pop, acidulo e quintessenzialmente British, di Sweet Wine, nel fantastico vaudeville beatlesiano di Wrappin Paper, nella sospesa e asciutta psichedelia di Tales Of Brave Ulysses, in una Politician forse mai così affilata. Peccato che la qualità tecnica, inusitatamente, non sia all’altezza della tradizione BBC.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.235, maggio 2003. A oggi sono trascorsi esattamente cinquant’anni dal giorno in cui i Cream annunciavano che, dopo un ultimo tour americano e due concerti in patria programmati fra l’ottobre e il novembre successivi, si sarebbero sciolti.

2 commenti

Archiviato in anniversari, archivi

I migliori album del 2017 (11): Tinariwen – Elwan (Wedge)

Sarebbe bello per una volta potere scrivere dei Tinariwen saltando la loro storia di guerriglieri che, costretti a usare le armi nel tentativo a oggi vano di fondare una nazione per quello che resta un popolo senza patria – tuareg o imajeghen che dir si voglia – a un certo punto rendono la loro battaglia pure culturale e lo fanno imbracciando delle chitarre elettriche. Sarebbe bello occuparsene non dovendo aggiornare il lettore (l’informazione che dovrebbe provvedere se ne guarda bene) sulla situazione disperata del Mali e sul prolungarsi dell’esilio dei nostri eroi, una volta nomadi in viaggio da questa a quella oasi e oggi peregrinanti fra club, teatri, festival e sale d’incisione (“Elwan” è stato registrato, fra il 2014 e il 2016, fra Francia, Marocco e California). Sarebbe bello recensire un loro nuovo album – questo è il settimo da quando nel 2001 “The Radio Tisdas Sessions” svelava a un mondo stupefatto un suono fino a quel punto circolato solo in Nordafrica, su cassette di qualità tecnica approssimativa – concentrandosi sulla musica e basta. Ci proviamo?

Dura scegliere in una discografia di eccezionale qualità media e nondimeno bastano un paio di ascolti per suscitare la sensazione – che un altro paio di passaggi trasforma in certezza – di avere fra le mani il lavoro più potente congegnato da questi combat rockers non in metafora da quel “Amassakoul”, datato 2004, sinora considerato il loro capolavoro. “Elwan” se la gioca da una prima traccia (vi risparmio i perlopiù impronunciabili titoli) incalzante e turbinosa, corale e ipnotica, sveltamente seguita da una seconda che è un’apoteosi di basso funk (tornerà, travolgentemente, nella decima) e chitarre distorte. Nel 2017 semplicemente non ci sono né un altro blues né un’altra psichedelia che abbiano il senso e l’urgenza di “Elwan”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.385, marzo 2017.

2 commenti

Archiviato in archivi, dischi dell'anno, recensioni

If Hendrix Was 75

Naturalmente non è detto che, fosse sopravvissuto all’overdose di barbiturici che lo stroncava la fatidica mattina del 18 settembre 1970, Jimi Hendrix sarebbe oggi ancora vivo e potrebbe dunque festeggiare il settantacinquesimo compleanno. Magari avrebbe però pubblicato molti altri album oltre agli appena quattro dati alle stampe in vita. In tal caso, però, questi altri quattro qui (minuscola frazione di una discografia post mortem che conta decine di titoli) difficilmente li avremmo ascoltati.

Blues (MCA, 1994)

Non c’è niente da fare: la critica è bianca e quando scrive di Hendrix bolla la tensione al funky dell’ultimo anno come indizio di decadenza e ne sottovaluta le radici blues, quando fu quella la scuola cui si formò e non solo a livello di tecnica, appresa sui dischi di Muddy Waters e B.B. King, Jimmy Reed e Howlin’ Wolf, ma persino di trucchi di scena: quel suonare con i denti o lo strumento dietro alla testa, invece che fra le gambe con lampante simbolismo fallico, pantomime già inscenate da Charlie Patton e T-Bone Walker, Guitar Shorty e Guitar Slim. “Blues” è un efficace memorandum riguardo a tutto ciò, con un Hendrix sempre inconfondibile e nondimeno molto e significativamente rispettoso. Come in una Born Under A Bad Sign, da Albert King, appena indurita o in una Bleeding Heart, già di Elmore James, dal classicismo elettrico a dir poco pronunciato. Come in diverse e apprezzabili composizioni autografe “in stile”.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.21, primavera 2006.

South Saturn Delta (MCA, 1997)

“Abbiamo molto altro in serbo per i prossimi anni”, annuncia Janie Hendrix, e non si sa se intenderla come una promessa o una minaccia. Pensando a quante volte il defunto chitarrista è stato assassinato nei suoi dischi postumi, c’è da fare gli scongiuri. Tuttavia, siccome l’opera di riordino degli archivi del genio di Seattle intrapresa dalla sua famiglia e dal produttore Eddie Kramer è partita con il piede giusto, con lo stupefacente “First Rays Of The New Rising Sun”, si può per ora, sperando di non dovere cambiare idea, rallegrarsi di tali dichiarazioni, ma moderatamente: il fatto è che per quanto Hendrix fosse uno stakanovista della sala d’incisione la sua vicenda artistica si dipanò in un arco di tempo limitato, quattro anni appena, e non vi è dunque da illudersi di scovare chissà quali tesori. Tolti i nastri dal vivo, quanto resta di pubblicabile seguendo i criteri filologici che hanno ispirato “First Rays”? Non molto che sia all’altezza del mito, probabilmente, e tanto è già stato radunato in questo “South Saturn Delta”.

È una sorta di “Odds & Sods” hendrixiano, a base di lati B, appunti per successive realizzazioni, versioni differenti di canzoni già note, brani rifiniti con estrema cura e alla fine accantonati, ma con l’idea che sarebbero potuti tornare buoni. È un Hendrix che si concede al blues (Here He Comes, Bleeding Heart, Midnight Lightning), si arrende al funky (Power Of Soul), spazia nel jazz (South Saturn Delta). Minore, indubbiamente. Però ancora essenziale.

Pubblicato per la prima volta su “Rumore”, n.69, ottobre 1997.

Live At The Fillmore East (MCA, 1999)

Dopo la di lui morte il diluvio: di album indecorosi. Per colpa dei quali – oltre che in ragione di un certo razzismo strisciante nella critica rock e del discutibile missaggio di “Band Of Gypsys”, ultimo LP a uscire con il chitarrista in vita – per un buon quarto di secolo si è guardato all’ultimo Jimi Hendrix come a un Hendrix “minore”, poco convincente nel suo volgersi al funky. Ha fatto giustizia di questo stereotipo il filologico e amoroso programma di riordino del catalogo hendrixiano messo in cantiere un anno e mezzo fa, con il formidabile “First Rays Of The New Rising Sun”, dalla famiglia dell’artista di Seattle. A quel disco sono andati dietro il quasi altrettanto notevole “South Saturn Delta” e la raccolta completa delle “BBC Sessions”. È adesso il turno di questo live al Fillmore East, edizione infine impeccabile sotto il profilo tecnico (non è questione di purismo hi-fi: è che qui Hendrix suona come Hendrix) e molto ampliata (sedici brani contro sei) proprio di “Band Of Gypsys”. Tutto un altro album ora e per niente minore.

A partire da una Machine Gun (due versioni) lacerata e lacerante, che rende la tragedia del Vietnam come a nessun’altra canzone è riuscito. Da una Voodoo Child impressionantemente densa. Dal proto-crossover di Changes. Dal funky-jazz bollente di Burning Desire. Da dove volete voi, persino da quella (in fondo superflua) Auld Lang Syne che apre il secondo CD e ci trasporta alla mezzanotte che separò il 1969 dal 1970. Che il decennio che nasceva sia stato subito privato di questo genio è una tragedia della quale non si potrà mai misurare la portata.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.12, maggio 1999.

Miami Pop Festival (Sony Legacy, 2013)

Arriverà prima o poi un giorno in cui la vena aurifera apparentemente infinita della miniera hendrixiana non produrrà più nulla? Forse non nell’arco delle nostre di vite. Forse all’altezza delle celebrazioni per il cinquantennale della morte (se non per il centenario della nascita) dell’uomo di Seattle ancora chi ci sarà potrà stupirsi per un frammento di studio inedito o all’incirca e comunque degno di esegesi o, più probabilmente, per un’esibizione dal vivo da aggiungere al lunghissimo elenco di quelle già recuperate. Il solo 2013 ha visto due articoli maggiori andare a ingrossare lo smisurato catalogo, in marzo la collezione di performance in studio “People, Hell And Angels”, a inizio novembre questo “Miami Pop Festival”, catturato live il 18 maggio ’68 e naturalmente già plurimamente bootlegato. Tutta un’altra cosa e un altro sentire però l’edizione ufficiale, produzione firmata da Eddie Kramer e i cultori sanno bene come il nome rappresenti una garanzia assoluta in fatto di qualità audio. Ciò detto: anche un grande concerto? Assolutamente sì, benché da colui che reinventò la chitarra nel rock se ne siano ascoltati di più ispirati ed eccitanti.

Abita questi solchi un Hendrix un filo meno incendiario del solito, più rilassato, tanto alle prese con materiali tratti da “Are You Experienced?” (nulla sorprendentemente veniva presentato quel giorno dal più recente “Axis: Bold As Love”) che con due brani, Tax Free e Hear My Train A Comin, alla prima esecuzione pubblica. È sbobba per completisti, va da sé, ma c’è da scommettere che per qualcuno di coloro per i quali questo dovesse risultare il primo Hendrix l’incontro sarà epifanico.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.188, gennaio 2014.

Lascia un commento

Archiviato in anniversari, archivi

Tinariwen – Elwan (Wedge)

Sarebbe bello per una volta potere scrivere dei Tinariwen saltando la loro storia di guerriglieri che, costretti a usare le armi nel tentativo a oggi vano di fondare una nazione per quello che resta un popolo senza patria – tuareg o imajeghen che dir si voglia – a un certo punto rendono la loro battaglia pure culturale e lo fanno imbracciando delle chitarre elettriche. Sarebbe bello occuparsene non dovendo aggiornare il lettore (l’informazione che dovrebbe provvedere se ne guarda bene) sulla situazione disperata del Mali e sul prolungarsi dell’esilio dei nostri eroi, una volta nomadi in viaggio da questa a quella oasi e oggi peregrinanti fra club, teatri, festival e sale d’incisione (“Elwan” è stato registrato, fra il 2014 e il 2016, fra Francia, Marocco e California). Sarebbe bello recensire un loro nuovo album – questo è il settimo da quando nel 2001 “The Radio Tisdas Sessions” svelava a un mondo stupefatto un suono fino a quel punto circolato solo in Nordafrica, su cassette di qualità tecnica approssimativa – concentrandosi sulla musica e basta. Ci proviamo?

Dura scegliere in una discografia di eccezionale qualità media e nondimeno bastano un paio di ascolti per suscitare la sensazione – che un altro paio di passaggi trasforma in certezza – di avere fra le mani il lavoro più potente congegnato da questi combat rockers non in metafora da quel “Amassakoul”, datato 2004, sinora considerato il loro capolavoro. “Elwan” se la gioca da una prima traccia (vi risparmio i perlopiù impronunciabili titoli) incalzante e turbinosa, corale e ipnotica, sveltamente seguita da una seconda che è un’apoteosi di basso funk (tornerà, travolgentemente, nella decima) e chitarre distorte. Nel 2017 semplicemente non ci sono né un altro blues né un’altra psichedelia che abbiano il senso e l’urgenza di “Elwan”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.385, marzo 2017.

1 Commento

Archiviato in archivi, recensioni

Johnny B. Blues – Un Chuck Berry meno conosciuto

Nel continuo rimestare archivi che non può non riguardare uno dei padri fondatori del rock’n’roll (nonché una delle sue poche leggende ancora viventi sebbene, vista anche la veneranda età, non granché praticante) curiosamente a questo non aveva ancora pensato nessuno: radunare su un album un gruzzoletto di incisioni riconducibili al blues, alle fondamenta sulle quali Charles Edward Anderson Berry costruì l’edificio di un suono inaudito il cui progetto sarà ben studiato (insomma: copiato fino al più minuto dettaglio) dai Rolling Stones. Con tutto ciò che come sapete ne è conseguito. Ne è venuto fuori un CD superbo, classico nel numero di brani raccolti e nella durata (sedici e quaranta minuti: un LP d’altri tempi) e coeso benché le registrazioni che contiene risalgano a un arco di tempo esteso dal 21 maggio 1955 al 31 gennaio di dieci anni dopo. Nella prima occasione, negli studi della Chess a Chicago, Berry produceva una Wee Wee Hours stupendamente notturna e jazzata. Nella seconda, in quella Londra in cui non per la prima volta si era recato per raccogliere i dividendi dell’idolatria riservatagli dai giovani gruppi britannici, toccava a una St. Louis Blues di spettacolare esuberanza. Tantissimo era accaduto in mezzo, visto che Wee Wee Hours era piaciuta sì ai dj ma certo non quanto la canzone cui si accoppiava su uno storico singolo: Maybellene. Un mito nasceva e prosperava, ma doveva pure fare i conti con la lunga mano della legge. Storie che non si possono sintetizzare in una recensione. Chi è interessato non avrà difficoltà a istruirsi altrove.

Qui mi resta spazio quanto basta a dire di una House Of Blue Lights che inventa George Thorogood, di una flessuosa Deep Feeling, di una Worried Life Blues e di una The Things That I Used To Do che sono quintessenza di Windy City, di una How You’ve Changed confidenziale e squisita, di una All Aboard, che è del 1961, in cui è già contenuto il Dylan di Subterranean Homesick Blues, che è del 1965. Se “Blues” fosse un album d’epoca, e non un’antologia compilata a posteriori, sarebbe un classico assoluto della storia del rock.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.551, 21 ottobre 2003.

1 Commento

Archiviato in archivi

Quando Harry Belafonte cantava il blues

harry-belafonte-belafonte-sings-the-blues

Harry Belafonte non ha mai cantato come in quest’album. Qui è libero, terrigno, esultantemente identificato con il materiale che affronta come non mai. Belafonte ha sempre comunicato sia una potenza spesso feroce che un lirismo marcato, ma qui evidenzia un coinvolgimento emotivo e una comprensione dei brani che interpreta che è mia convinzione segnino una tappa importante nella sua evoluzione artistica”: così Nat Hentoff sul retro copertina di questo album del 1958 fresco di ristampa per i tipi della Classic Records e d’accordo che le note erano di norma un compromesso fra il comunicato pubblicitario e il saggio critico, però uno del suo prestigio avrebbe mai scritto parole così impegnative non ci avesse creduto? Molte righe più avanti conclude con un perentorio “è la prova più persuasiva di Belafonte a oggi”. Sono trascorsi quarantasette anni e lo stesso cantante non lo ha mai smentito. Si sarebbe prodotto l’anno dopo in uno straordinario doppio live alla Carnegie Hall, ma un disco in studio di questo livello sarebbe rimasto unico, o almeno così riferisce la giurisprudenza e devo fidarmi, visto che non conosco abbastanza l’opera del Nostro da poter pronunciare in prima persona un giudizio tanto netto. Posso in ogni caso assicurare il lettore che trattasi di lavoro formidabile, forte di alcune superbe riletture di Ray Charles – una felina A Fool For You, una jazzata Hallelujah I Love Her So, lo scintillante errebì Mary Ann – e per il resto di tutto un po’, in un ampio ventaglio che va da una ballata struggente come God Bless’ The Child, un cavallo di battaglia di Billie Holiday, al blues elettrico da manuale di In The Evenin’ Mama, passando per quello strascicatissimo di Sinner’s Prayer, grande classico di Lowell Fulson.

A proposito di retro copertina: sorriderà l’audiofilo a leggere la noterella bene evidenziata che informa l’acquirente che “questo è un disco autenticamente stereofonico”. In ogni caso: ottima la registrazione, in termini assoluti e allo stato dell’arte per l’epoca.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.258, giugno 2005. Harry Belafonte compie oggi novant’anni.

1 Commento

Archiviato in anniversari, archivi