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Istantanee dalla nascita di una Leggenda: i Rolling Stones alla BBC

Ma davvero l’erba del vicino è sempre più verde? Viene da piangere sapendo quanto siano disorganizzati gli archivi RAI. Materiali di straordinario valore risultano irrintracciabili e nemmeno si sa se ancora esistano, essendo lacunosi i registri e giacché negli anni ’50 e ’60 vigeva la pratica, stante l’alto costo dei nastri magnetici, di usare più volte la stessa bobina, cancellando quanto vi era stato inciso in precedenza. Ma a quanto pare alla BBC non sono messi meglio, se è vero come è vero, per dire, che i Rolling Stones non hanno nella loro disponibilità tutte le partecipazioni a “Top Of The Pops” e qualche tempo fa lanciavano un appello ai fan per verificare cosa mancasse. Se è vero come è vero che nemmeno la versione “Deluxe”, quella con trentadue brani invece di diciotto, del fresco di stampa “On Air” rappresenta un’integrale delle loro performance per l’emittente radiotelevisiva di stato nel triennio 1963-1965. Non sono per niente un cultore dei bootleg e ne ho proprio pochi in casa. Sono però un cultore degli Stones e anni fa, imbattendomi in un “Get Satisfaction… If You Want!” dal significativo sottotitolo “The Best Of BBC Radio Recordings 1963-65”, e verificatane una qualità audio sorprendentemente buona, non resistevo. Ebbene: non solo diversi dei tanti brani in comune con questa uscita ufficiale arrivano non dal medesimo programma ma è lì presente una Not Fade Away che su “On Air” manca del tutto. E se ci sta, ed è anzi apprezzabile (per l’appassionato medio; per gli assatanati c’è sempre il mercato delle pubblicazioni pirata), che di canzoni di cui si avevano varie versioni sia stata scelta quella meglio suonante un’assenza così rilevante lascia perplessi: quante altre ce ne saranno? Più d’una, come ho avuto modo di constatare con una rapida ricerca in Rete. Quanti i pezzi di cui non è stato reperito un master? Anche se ciò che più spiace è la scelta in senso opposto rispetto a quella di analoghe collezioni dei Beatles di espungere presentazioni e piccole interviste che avrebbero aiutato a ricreare un’impagabile capsula temporale, aiutandoci a immaginare cosa provò chi ascoltava dinnanzi al disvelarsi di un mondo nuovo (può tuttavia valere pure la tesi opposta: meglio non interrompere con dei parlati il fluire della musica). “On Air” non rispetta poi l’ordine cronologico e nondimeno forse è meglio così, la scaletta – sia nella versione breve che in quella lunga – funziona e allora bando alle fisime da filologi.

A patto di non essere irragionevoli attendendosi miracoli l’altra cosa che funziona alla grande di “On Air”, ed ecco perché si è scelto di dargli tanto spazio, è il come suona, prodotto di un processo di restauro, chiamato “audio source separation”, posto in essere ogni volta che era possibile. Si è trattato nella pratica di de-mixare le tracce originali, separando voci e strumenti per irrobustirle e quindi riassemblarle, bilanciate al meglio, in un nuovo missaggio. “Immaginate di potere destrutturare un frappè e di mettere da parte le fragole, da un’altra le banane e da un’altra ancora i cubetti di ghiaccio; quindi prendete tutti gli ingredienti e frullateli insieme da capo”, ha sintetizzato fantasiosamente quanto efficacemente “Wired”. Si è lavorato così, con la pazienza con cui ci si applica a un affresco medioevale rovinato e con lo stesso fantastico risultato di renderne vividi i colori come quando venne dipinto, alle diciotto canzoni che compongono il programma dell’edizione singola di “On Air”. Non ai quattordici brani che seguono nell’edizione “Deluxe”, ove (ma non si inverta il rapporto causa/effetto) la qualità audio cala e in un paio di casi almeno solamente il valore documentale e artistico giustifica l’inclusione in un disco con i crismi dell’ufficialità. E però mi sento di garantire che, una volta gustata la versione estesa, in nessun modo un genuino amante del rock e dei Rolling Stones potrà tornare indietro, rassegnandosi a quella “normale” per qualche imperfezione tecnica. Questione pure di prezzo: modesta la differenza fra l’edizione singola e quella doppia in CD, visto che dovreste pagare la prima un 16 euro e la seconda sui 22; ma insignificante se è di vinile che si parla, una trentina di euro contro 22-24, con oltretutto una diversa distribuzione delle tracce che migliora marginalmente la dinamica del primo LP. E volete mettere la bellezza (copertina naturalmente apribile, grande formato e tutto il resto) dell’oggetto? Senza contare quasi il dovere, se chiedete al Vostro affezionato, di recuperare questo prezioso pezzo di Storia nel formato discografico dominante e anzi unico dell’epoca cui appartiene.

Dominano qui i primissimi Stones, evangelisti del blues, del soul e del rock’n’roll che ancora il geniale (e anche lui imberbe) manager Andrew Loog Oldham non aveva rinchiuso in una stanza (Mick e Keith; Brian era probabilmente in giro a ingravidare fanciulle) con la promessa che non sarebbero usciti se non avessero prima scritto qualche canzone. Qui i brani firmati Jagger/Richards (alcuni in collaborazione con il resto della band) sono appena cinque, di cui tre, The Spider And The Fly, Little By Little e 2120 South Michigan Avenue, certamente minori e un quarto, The Last Time, un plagio degli Staple Singers. Ma il quinto è (I Can’t Get No) Satisfaction, ossia “il” riff per antonomasia. Stabilendo il tono di quanto segue irrompe alla ribalta (e meno male allora che l’ordine cronologico non è stato rispettato!) quasi subito, a ruota della travolgente Come On, da Chuck Berry, il 45 giri con cui il gruppo aveva esordito nel giugno 1963, quattro mesi prima di registrare al “Saturday Club” questa versione se possibile persino più eccitante. Ecco: è l’aggettivo che meglio si attaglia, “eccitante”, alla prima raccolta legale (dentro fra l’altro otto canzoni altrove inedite) di incisioni radiofoniche di questi nostri oggi vetusti eroi. È uscita a un anno esatto dall’eccellente collezione di blues “Blue & Lonesome” e come non emozionarsi facendole girare di seguito? Alfa e Omega di una Leggenda.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.396, febbraio 2018.

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Fantastic Negrito – Please Don’t Be Dead (Cooking Vinyl)

Non portava bene, all’uomo nato Xavier Amin Dphrepaulezz (un minuto di silenzio per l’impiegato dell’anagrafe), “The X Factor”. Che nel suo caso non era però un format televisivo all’epoca ancora a venire, bensì il titolo dell’album con cui ventottenne esordiva, nel 1996, per un’etichetta di peso quale la Interscope. Di quel disco dall’artwork orrendo, e convenientemente uscito a nome Xavier e basta, non si accorgeva nessuno e l’autore si trovava a battagliare con l’etichetta per liberarsi da un contratto da cui poi veniva sciolto per una ragione buona ma pessima: vittima nel ’99 di un incidente stradale che lo ha sfigurato, restava tre settimane in coma. Di diversi mesi la successiva riabilitazione. Uscito dall’ospedale accantonava i sogni di gloria in ambito musicale e tornava a guadagnarsi la pagnotta come aveva sempre fatto prima di perdere la testa per il classico di Prince “Dirty Mind”: spacciando. Vita avventurosa, eh?

La faccio breve. Scatto di copertina e titolo che alludono all’incidente di cui sopra, “Please Don’t Be Dead” è il terzo capitolo di una carriera ricominciata con un secondo “debutto” (omonimo) a nome Fantastic Negrito nel 2014 e che ha raggiunto l’apice con il Grammy come “Best Contemporary Blues Album” con il successivo, del 2016, “The Last Days Of Oakland”. Opera dal potenziale pazzesco sin da una Plastic Hamburgers che la apre deflagrando zeppelliniana. Il prosieguo offre altre dieci canzoni perfette per fare del nostro eroe un nuovo Lenny Kravitz: fra gospel laici (Bad Guy Necessity) e bluesoni (A Letter To Fear), escursioni in Africa (A Boy Named Andrew) e ipotesi di Black Keys in trip psichedelico (The Suit That Won’t Come Off), sontuose ballate alla Bill Withers (Dark Windows) e inni funkadelici (Bullshit Anthem).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.401, settembre 2018.

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La Rivoluzione cattiva e favolosa dei Q65

Se dei primi Pretty Things si può dire che erano degli Stones più “cattivi”, di questo gruppo proveniente dall’Aia (la Liverpool olandese) si potrebbe affermare che dei Pretty Things stessi fu una versione più selvatica ed esplosiva: immaginate. E siccome sarebbe insano limitarsi a fare lavorare una fantasia sovraeccitata per toccare con orecchio procuratevi quest’album, datato 1966 e il primo dei ragazzi. Possibilmente nella versione digitale (Decca, 1988) che ai dodici brani del programma primigenio aggiunge sei essenziali bonus e più essenziali delle altre l’incantato folk-rock World Of Birds, una I Despise You di formidabile malevolenza e lo scodinzolante errebì You’re The Victor. Favolosi addendi a un disco colossale, dal lamento di The Life I Live al Willie Dixon pazzamente dilatato (mai così acido; dopo quello sulfureo di Spoonful) di Bring It On Home.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti 2012. Ho appena appreso da Facebook che Joop Roelofs, che dei Q65 fu la chitarra ritmica, non è più fra noi. Ma per quanto mi riguarda c’è ancora e sempre ci sarà.

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L’esordio capolavoro di Otis Rush (29/4/1935-29/9/2018)

Quel che si dice un singolo d’esordio eccezionale: nel 1956 il ventiduenne Otis Rush, cantante e chitarrista di Philadelphia trapiantato a Chicago, pubblica per la locale Cobra la sua versione (l’autore partecipa alla registrazione) di I Can’t Quit You Baby di Willie Dixon. Interpretato a piena gola, caratterizzato da un sound amplificato a massimo volume, potente e lancinante, il brano è una hit istantanea e la sua influenza si riverbererà su tutto il blues elettrico, fino alle sue propaggini britanniche e alla mutazione in hard, attuata dai Led Zeppelin in un primo LP in cui il pezzo è ripreso. Quel che si dice un album d’esordio eccezionale: Rush, che dopo la chiusura della Cobra (periodo ottimamente fotografato nella raccolta “Double Trouble”, Charly, 1992) non ha realizzato che qualche sparso 45 giri, riesce soltanto nel 1969 a tagliare il traguardo del primo LP, ma quando ci arriva è una corte di musicisti fenomenali a prenderlo per mano. Licenziato dalla newyorkese Cotillion (una succursale della Atlantic), registrato in Alabama nei leggendari studi Muscle Shoals, “Mourning In The Morning” è prodotto da Mike Bloomfield e Nick Gravenites e nella parata di turnisti di lusso che vi sfila spicca Duane Allman. Bistrattato all’epoca, appare oggi un capolavoro del blues più felicemente contaminato da soul e funk.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.21, primavera 2006.

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Emozioni non da poco: “Cheap Thrills”, nel cinquantennale dell’uscita

Nel calendario del rock il 16, 17 e 18 giugno 1967 sono marchiati a fuoco e se dico “Monterey International Pop Festival” confido che ogni lettore sappia più o meno di cosa sto parlando. I tre momenti dell’evento che inaugurava la Summer Of Love, e certificava l’avvenuta ascesa allo stardom dei Jefferson Airplane, rimasti nella memoria collettiva: Otis Redding che arringa la neonata nazione hippie come un predicatore la sua congregazione; Jimi Hendrix che incendia la chitarra; una ragazza nel pubblico che davanti a una Ball And Chain di intensità ustionante resta letteralmente a bocca aperta e non sa profferire altro verbo che “wow…”. Wow. Eppure, chi fra gli astanti cercava da lì ad agosto di ritrovare emozioni uguali o paragonabili fra i solchi di “Big Brother & The Holding Company” (Mainstream, prima di venire ristampato con due preziose aggiunte dalla Columbia) era destinato a scoprire amaramente disattese le proprie aspettative. Avendo visto all’opera non solo una Janis Joplin ma anche dei Big Brother ormai ben superiore cosa rispetto a quanto catturato malamente, e dagli otto ai dodici mesi prima, da tecnici oltretutto non all’altezza delle nuove esigenze del rock. Nei solchi di un debutto deludente, tre abbacinanti anticipazioni in ogni caso di una grandezza prossima a materializzarsi: Call On Me, parole e musica del chitarrista Sam Andrew e ugola della Joplin in portentoso duetto con l’autore in una ballata intimamente black che non è difficile immaginare, con un diverso arrangiamento, griffata Motown; Down On Me, esuberante e con più che qualche traccia (eufemismo) dello spiritual da cui discende; e infine All Is Loneliness, sogno di blues lisergico che fa infuriare che sia compresso in 2’31”, quando sappiamo che dal vivo era lo spunto per dilatazioni ad libitum che lo svelavano per il fantasmagorico capolavoro che in potenza è.

Monterey non restava naturalmente senza conseguenze e la minore era che il debutto a 33 giri di un quintetto completato dall’altro chitarrista James Gurley, dal bassista Peter Albin e dal batterista David Getz entrava nella classifica dei più venduti negli Stati Uniti, sebbene arrestandosi a un modesto numero 60. La principale era che diventava manager del gruppo Albert Grossman, ovverossia colui che un lustro prima aveva reso Bob Dylan una stella, e come prima mossa accasava alla Columbia ragazza e ragazzi. Essendo a dire il vero interessato solo a una prima non ancora disposta a quel punto a sbarazzarsi dei secondi. Lei in continua crescita (il cielo come limite), loro già cresciuti quanto potevano. E proprio a ragione di abilità tecniche limitate le sedute d’incisione di “Cheap Thrills” si riveleranno problematiche, con il produttore John Simon – uno della vecchia scuola a dispetto della giovane età – in continuo conflitto con la band. Cose che succedono, se metti insieme una congrega di sciamannati punk psichedelici e uno nel cui universo le jam sono niente, la Canzone tutto e qualunque tipo d’assolo dev’essere a essa funzionale per avere diritto di cittadinanza. Uno dall’orecchio pazzesco che non può non patire – ricambiato – gente che fatica a suonare a tempo e accordata, per la quale è la tecnica a essere nulla e l’espressività tutto. La lavorazione andrà alquanto per le lunghe e ciò nonostante un disco il cui titolo completo (rinviato al mittente dalla Columbia) avrebbe dovuto essere “Dope, Sex & Cheap Thrills” finirà per parere un non plus ultra di spontaneità. Più che un trucco da illusionisti, un miracolo.

E adesso che vi racconto di un album giustamente fra i più celebri e celebrati nella storia non soltanto del rock ma della musica popolare tutta del Novecento? Dubito che fra chi mi legge ci sia qualcuno che non lo conosca: che non identifichi all’istante l’attacco, più che da rock psichedelico da punk prima del punk, di Combination Of The Two; il blues sommerso da marosi elettrici ed elettrizzanti di I Need A Man To Love; o quello acustico, classicissimo (degno di una Bessie Smith) di Turtle Blues. Che non si abbandoni al più squisito degli struggimenti su una intro chitarristica di Summertime di un lirismo e una raffinatezza tali (il referente è Bach, ma un Bach rallentato e sapientemente dissonante) che persino un sorpresissimo Simon se ne scoprì ammirato. Che non cada preda di frenesie incontrollabili precipitando nel maelstrom sentimentale di Piece Of My Heart e non ne emerga, “a riveder le stelle”, fra le derive acide di Oh, Sweet Mary. Il suggello è proprio Ball And Chain, unica incisione veramente dal vivo di un album spacciato per un live, anche se per secoli non lo si saprà e in tanti vengono tuttora ingannati dagli applausi e dai rumori collocati strategicamente fra e dentro i brani: Janis Ball And Chain la definirà “un’enorme voragine che dovevo riempire con qualcosa” e l’autrice, Big Mama Thornton, che aveva avuto da ridire sulle doti di interprete di Elvis Presley, ne promuoverà a pieni voti la lettura affermando che “quella ragazza sente le stesse cose che sento io”. Nessuno ha cantato lo strazio dell’amore rifiutato come qui. Nessuno, mai, e quanto avrà ragione Yoko Ono constatando che “woman is the nigger of the world”.

Insomma: alla fine ve l’ho raccontato uguale “Cheap Thrills”, pietra miliare che bisognerebbe avere in vinile anche soltanto per la fantasmagorica copertina freak firmata da Robert Crumb. Perfettamente riprodotta in una “Classic LP Collection” della Joplin che nel suo cofanetto include anche il debutto della Compagnia e i due album post-Big Brother di Janis, “I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama!” e “Pearl”. La griffe è Music On Vinyl, Amazon la vende a meno di ottanta euro, ne sono state stampate solo mille copie. Regolatevi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.331, marzo 2012.

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Crema di Cream – Le “BBC Sessions”

Compagine a mio avviso alquanto sopravvalutata (ancora oggi pressoché intoccabile) e per tutte le ragioni sbagliate, i Cream: il primo supergruppo, i primi a pensare che il rock – non più semplicemente rock’n’roll e ancora infante – avesse bisogno di una qualche nobilitazione culturale. Con loro il blues si appesantiva e diventava hard e la forma-canzone, almeno nei concerti, si dilatava enormemente e in maniera affatto diversa da quella scelta dalla coeva psichedelia, pagando dazio a un tecnicismo che prefigurava gli eccessi progressive. Quando erano viceversa assai bravi sia a confezionare deliziosi motivetti pop (la loro qualità migliore e più ignorata) che a rendere il blues con feeling mimeticamente black e senza fronzoli. E sono per fortuna questi ultimi i Cream che emergono dalla loro prima antologia ufficiale di incisioni radiofoniche a vedere la luce, ventidue brani registrati fra il novembre 1966 e il gennaio ’68 (venti a oggi inediti in questa forma), più quattro brevi inserti di interviste a Eric Clapton. Solo due pezzi sono sopra i quattro minuti, molti non arrivano a due.

È una raccolta incompleta, siccome la prima session (ottobre 1966) è andata perduta e si è scelto (sarebbe stato se no necessario un doppio) di non offrire versioni differenti di un medesimo titolo, e gli estimatori più accaniti se ne rammaricheranno. Chi sul sodalizio Clapton/Bruce/Baker la pensa come me troverà invece motivi di soddisfazione nel solare pop, acidulo e quintessenzialmente British, di Sweet Wine, nel fantastico vaudeville beatlesiano di Wrappin Paper, nella sospesa e asciutta psichedelia di Tales Of Brave Ulysses, in una Politician forse mai così affilata. Peccato che la qualità tecnica, inusitatamente, non sia all’altezza della tradizione BBC.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.235, maggio 2003. A oggi sono trascorsi esattamente cinquant’anni dal giorno in cui i Cream annunciavano che, dopo un ultimo tour americano e due concerti in patria programmati fra l’ottobre e il novembre successivi, si sarebbero sciolti.

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I migliori album del 2017 (11): Tinariwen – Elwan (Wedge)

Sarebbe bello per una volta potere scrivere dei Tinariwen saltando la loro storia di guerriglieri che, costretti a usare le armi nel tentativo a oggi vano di fondare una nazione per quello che resta un popolo senza patria – tuareg o imajeghen che dir si voglia – a un certo punto rendono la loro battaglia pure culturale e lo fanno imbracciando delle chitarre elettriche. Sarebbe bello occuparsene non dovendo aggiornare il lettore (l’informazione che dovrebbe provvedere se ne guarda bene) sulla situazione disperata del Mali e sul prolungarsi dell’esilio dei nostri eroi, una volta nomadi in viaggio da questa a quella oasi e oggi peregrinanti fra club, teatri, festival e sale d’incisione (“Elwan” è stato registrato, fra il 2014 e il 2016, fra Francia, Marocco e California). Sarebbe bello recensire un loro nuovo album – questo è il settimo da quando nel 2001 “The Radio Tisdas Sessions” svelava a un mondo stupefatto un suono fino a quel punto circolato solo in Nordafrica, su cassette di qualità tecnica approssimativa – concentrandosi sulla musica e basta. Ci proviamo?

Dura scegliere in una discografia di eccezionale qualità media e nondimeno bastano un paio di ascolti per suscitare la sensazione – che un altro paio di passaggi trasforma in certezza – di avere fra le mani il lavoro più potente congegnato da questi combat rockers non in metafora da quel “Amassakoul”, datato 2004, sinora considerato il loro capolavoro. “Elwan” se la gioca da una prima traccia (vi risparmio i perlopiù impronunciabili titoli) incalzante e turbinosa, corale e ipnotica, sveltamente seguita da una seconda che è un’apoteosi di basso funk (tornerà, travolgentemente, nella decima) e chitarre distorte. Nel 2017 semplicemente non ci sono né un altro blues né un’altra psichedelia che abbiano il senso e l’urgenza di “Elwan”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.385, marzo 2017.

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If Hendrix Was 75

Naturalmente non è detto che, fosse sopravvissuto all’overdose di barbiturici che lo stroncava la fatidica mattina del 18 settembre 1970, Jimi Hendrix sarebbe oggi ancora vivo e potrebbe dunque festeggiare il settantacinquesimo compleanno. Magari avrebbe però pubblicato molti altri album oltre agli appena quattro dati alle stampe in vita. In tal caso, però, questi altri quattro qui (minuscola frazione di una discografia post mortem che conta decine di titoli) difficilmente li avremmo ascoltati.

Blues (MCA, 1994)

Non c’è niente da fare: la critica è bianca e quando scrive di Hendrix bolla la tensione al funky dell’ultimo anno come indizio di decadenza e ne sottovaluta le radici blues, quando fu quella la scuola cui si formò e non solo a livello di tecnica, appresa sui dischi di Muddy Waters e B.B. King, Jimmy Reed e Howlin’ Wolf, ma persino di trucchi di scena: quel suonare con i denti o lo strumento dietro alla testa, invece che fra le gambe con lampante simbolismo fallico, pantomime già inscenate da Charlie Patton e T-Bone Walker, Guitar Shorty e Guitar Slim. “Blues” è un efficace memorandum riguardo a tutto ciò, con un Hendrix sempre inconfondibile e nondimeno molto e significativamente rispettoso. Come in una Born Under A Bad Sign, da Albert King, appena indurita o in una Bleeding Heart, già di Elmore James, dal classicismo elettrico a dir poco pronunciato. Come in diverse e apprezzabili composizioni autografe “in stile”.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.21, primavera 2006.

South Saturn Delta (MCA, 1997)

“Abbiamo molto altro in serbo per i prossimi anni”, annuncia Janie Hendrix, e non si sa se intenderla come una promessa o una minaccia. Pensando a quante volte il defunto chitarrista è stato assassinato nei suoi dischi postumi, c’è da fare gli scongiuri. Tuttavia, siccome l’opera di riordino degli archivi del genio di Seattle intrapresa dalla sua famiglia e dal produttore Eddie Kramer è partita con il piede giusto, con lo stupefacente “First Rays Of The New Rising Sun”, si può per ora, sperando di non dovere cambiare idea, rallegrarsi di tali dichiarazioni, ma moderatamente: il fatto è che per quanto Hendrix fosse uno stakanovista della sala d’incisione la sua vicenda artistica si dipanò in un arco di tempo limitato, quattro anni appena, e non vi è dunque da illudersi di scovare chissà quali tesori. Tolti i nastri dal vivo, quanto resta di pubblicabile seguendo i criteri filologici che hanno ispirato “First Rays”? Non molto che sia all’altezza del mito, probabilmente, e tanto è già stato radunato in questo “South Saturn Delta”.

È una sorta di “Odds & Sods” hendrixiano, a base di lati B, appunti per successive realizzazioni, versioni differenti di canzoni già note, brani rifiniti con estrema cura e alla fine accantonati, ma con l’idea che sarebbero potuti tornare buoni. È un Hendrix che si concede al blues (Here He Comes, Bleeding Heart, Midnight Lightning), si arrende al funky (Power Of Soul), spazia nel jazz (South Saturn Delta). Minore, indubbiamente. Però ancora essenziale.

Pubblicato per la prima volta su “Rumore”, n.69, ottobre 1997.

Live At The Fillmore East (MCA, 1999)

Dopo la di lui morte il diluvio: di album indecorosi. Per colpa dei quali – oltre che in ragione di un certo razzismo strisciante nella critica rock e del discutibile missaggio di “Band Of Gypsys”, ultimo LP a uscire con il chitarrista in vita – per un buon quarto di secolo si è guardato all’ultimo Jimi Hendrix come a un Hendrix “minore”, poco convincente nel suo volgersi al funky. Ha fatto giustizia di questo stereotipo il filologico e amoroso programma di riordino del catalogo hendrixiano messo in cantiere un anno e mezzo fa, con il formidabile “First Rays Of The New Rising Sun”, dalla famiglia dell’artista di Seattle. A quel disco sono andati dietro il quasi altrettanto notevole “South Saturn Delta” e la raccolta completa delle “BBC Sessions”. È adesso il turno di questo live al Fillmore East, edizione infine impeccabile sotto il profilo tecnico (non è questione di purismo hi-fi: è che qui Hendrix suona come Hendrix) e molto ampliata (sedici brani contro sei) proprio di “Band Of Gypsys”. Tutto un altro album ora e per niente minore.

A partire da una Machine Gun (due versioni) lacerata e lacerante, che rende la tragedia del Vietnam come a nessun’altra canzone è riuscito. Da una Voodoo Child impressionantemente densa. Dal proto-crossover di Changes. Dal funky-jazz bollente di Burning Desire. Da dove volete voi, persino da quella (in fondo superflua) Auld Lang Syne che apre il secondo CD e ci trasporta alla mezzanotte che separò il 1969 dal 1970. Che il decennio che nasceva sia stato subito privato di questo genio è una tragedia della quale non si potrà mai misurare la portata.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.12, maggio 1999.

Miami Pop Festival (Sony Legacy, 2013)

Arriverà prima o poi un giorno in cui la vena aurifera apparentemente infinita della miniera hendrixiana non produrrà più nulla? Forse non nell’arco delle nostre di vite. Forse all’altezza delle celebrazioni per il cinquantennale della morte (se non per il centenario della nascita) dell’uomo di Seattle ancora chi ci sarà potrà stupirsi per un frammento di studio inedito o all’incirca e comunque degno di esegesi o, più probabilmente, per un’esibizione dal vivo da aggiungere al lunghissimo elenco di quelle già recuperate. Il solo 2013 ha visto due articoli maggiori andare a ingrossare lo smisurato catalogo, in marzo la collezione di performance in studio “People, Hell And Angels”, a inizio novembre questo “Miami Pop Festival”, catturato live il 18 maggio ’68 e naturalmente già plurimamente bootlegato. Tutta un’altra cosa e un altro sentire però l’edizione ufficiale, produzione firmata da Eddie Kramer e i cultori sanno bene come il nome rappresenti una garanzia assoluta in fatto di qualità audio. Ciò detto: anche un grande concerto? Assolutamente sì, benché da colui che reinventò la chitarra nel rock se ne siano ascoltati di più ispirati ed eccitanti.

Abita questi solchi un Hendrix un filo meno incendiario del solito, più rilassato, tanto alle prese con materiali tratti da “Are You Experienced?” (nulla sorprendentemente veniva presentato quel giorno dal più recente “Axis: Bold As Love”) che con due brani, Tax Free e Hear My Train A Comin, alla prima esecuzione pubblica. È sbobba per completisti, va da sé, ma c’è da scommettere che per qualcuno di coloro per i quali questo dovesse risultare il primo Hendrix l’incontro sarà epifanico.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.188, gennaio 2014.

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Tinariwen – Elwan (Wedge)

Sarebbe bello per una volta potere scrivere dei Tinariwen saltando la loro storia di guerriglieri che, costretti a usare le armi nel tentativo a oggi vano di fondare una nazione per quello che resta un popolo senza patria – tuareg o imajeghen che dir si voglia – a un certo punto rendono la loro battaglia pure culturale e lo fanno imbracciando delle chitarre elettriche. Sarebbe bello occuparsene non dovendo aggiornare il lettore (l’informazione che dovrebbe provvedere se ne guarda bene) sulla situazione disperata del Mali e sul prolungarsi dell’esilio dei nostri eroi, una volta nomadi in viaggio da questa a quella oasi e oggi peregrinanti fra club, teatri, festival e sale d’incisione (“Elwan” è stato registrato, fra il 2014 e il 2016, fra Francia, Marocco e California). Sarebbe bello recensire un loro nuovo album – questo è il settimo da quando nel 2001 “The Radio Tisdas Sessions” svelava a un mondo stupefatto un suono fino a quel punto circolato solo in Nordafrica, su cassette di qualità tecnica approssimativa – concentrandosi sulla musica e basta. Ci proviamo?

Dura scegliere in una discografia di eccezionale qualità media e nondimeno bastano un paio di ascolti per suscitare la sensazione – che un altro paio di passaggi trasforma in certezza – di avere fra le mani il lavoro più potente congegnato da questi combat rockers non in metafora da quel “Amassakoul”, datato 2004, sinora considerato il loro capolavoro. “Elwan” se la gioca da una prima traccia (vi risparmio i perlopiù impronunciabili titoli) incalzante e turbinosa, corale e ipnotica, sveltamente seguita da una seconda che è un’apoteosi di basso funk (tornerà, travolgentemente, nella decima) e chitarre distorte. Nel 2017 semplicemente non ci sono né un altro blues né un’altra psichedelia che abbiano il senso e l’urgenza di “Elwan”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.385, marzo 2017.

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Johnny B. Blues – Un Chuck Berry meno conosciuto

Nel continuo rimestare archivi che non può non riguardare uno dei padri fondatori del rock’n’roll (nonché una delle sue poche leggende ancora viventi sebbene, vista anche la veneranda età, non granché praticante) curiosamente a questo non aveva ancora pensato nessuno: radunare su un album un gruzzoletto di incisioni riconducibili al blues, alle fondamenta sulle quali Charles Edward Anderson Berry costruì l’edificio di un suono inaudito il cui progetto sarà ben studiato (insomma: copiato fino al più minuto dettaglio) dai Rolling Stones. Con tutto ciò che come sapete ne è conseguito. Ne è venuto fuori un CD superbo, classico nel numero di brani raccolti e nella durata (sedici e quaranta minuti: un LP d’altri tempi) e coeso benché le registrazioni che contiene risalgano a un arco di tempo esteso dal 21 maggio 1955 al 31 gennaio di dieci anni dopo. Nella prima occasione, negli studi della Chess a Chicago, Berry produceva una Wee Wee Hours stupendamente notturna e jazzata. Nella seconda, in quella Londra in cui non per la prima volta si era recato per raccogliere i dividendi dell’idolatria riservatagli dai giovani gruppi britannici, toccava a una St. Louis Blues di spettacolare esuberanza. Tantissimo era accaduto in mezzo, visto che Wee Wee Hours era piaciuta sì ai dj ma certo non quanto la canzone cui si accoppiava su uno storico singolo: Maybellene. Un mito nasceva e prosperava, ma doveva pure fare i conti con la lunga mano della legge. Storie che non si possono sintetizzare in una recensione. Chi è interessato non avrà difficoltà a istruirsi altrove.

Qui mi resta spazio quanto basta a dire di una House Of Blue Lights che inventa George Thorogood, di una flessuosa Deep Feeling, di una Worried Life Blues e di una The Things That I Used To Do che sono quintessenza di Windy City, di una How You’ve Changed confidenziale e squisita, di una All Aboard, che è del 1961, in cui è già contenuto il Dylan di Subterranean Homesick Blues, che è del 1965. Se “Blues” fosse un album d’epoca, e non un’antologia compilata a posteriori, sarebbe un classico assoluto della storia del rock.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.551, 21 ottobre 2003.

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