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I migliori album del 2016 (7): Romare – Love Songs, Pt.2 (Ninja Tune)

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Le nuove “canzoni d’amore” di questo giovane produttore londinese sono il seguito di un progetto che già si sapeva che sarebbe stato sviluppato se un bel “Pt.1” campeggiava nel titolo di un EP pubblicato nel 2013 su Black Acre. Il lettore che abbia la pazienza di andare a cercarne la copertina scoprirà che è un collage simile a quello che, un anno prima, era servito da artwork per un altro mini, dal significativo titolo “Meditations On Afrocentrism”. Visto che c’è, cerchi anche quella di “Projections”, esordio in lungo per il nostro uomo, a inizio 2015 e già per i prestigiosi tipi della Ninja Tune: è un disegno nero su bianco ora sostanzialmente riproposto bianco su nero. Per la cronaca: la serie era iniziata sulle copertine sorelle di tre singoli. Tutto si tiene insomma, sin dal modo di presentarsi, nell’universo di Archie Fairhurst, bianchissimo ma con un curriculum di studi universitari sulle arti figurative afroamericane che auspicabilmente dovrebbe porlo al riparo da superficiali accuse di appropriazione di una cultura altrui. Se la fa sua, è come un collagista fa suoi dei ritagli assemblandoli così da creare nuovi mondi. Secondo la lezione, ad esempio, di quel Romare Bearden gigante del genere tanto amato da rubargli, situazionisticamente, il nome stesso.

“Love Songs, Pt.2” è un gioiello di elettronica organica, nel quale campionamenti e strumenti “veri” concorrono a una surrealtà in cui la distinzione non ha più significato; è un capolavoro di equilibrismo e compenetrazione fra downtempo e house, jazz, soul, funk, disco e cosmicherie assortite. Volendo proprio appiccicargli un’etichetta, si potrebbe dirlo afropsichedelia per dancefloor: sono in tal senso macchine perfette una All Night grondante soulness per la quale più d’uno ha chiamato in causa la lezione di Theo Parrish, la house lunare scuola Moodymann di Come Close To Me e una Who Loves You? con archi e voci saettanti su una linea di basso da urlo. Si presta tuttavia pure alla fruizione domestica, soprattutto quando la battuta scema bruscamente, e accade in una Don’t Stop con voce in moviola e chitarre surf’n’western, ma anche quando resta alta ma se ne viene distratti da quanto sottende: tipo in New Love, che è praticamente techno ma come base a un’inacidata jam session. A distanza di pochi minuti Romare cita le New York Dolls, nel funk L.U.V., e campiona Billie Holiday in My Last Affair, affondandone la presenza fantasmatica fra tastiere tremule e ruvide chitarre jazzate: un colpo da maestro, un colpo da knock-out, definitivo.

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I migliori album del 2016 (8): Tim Burgess & Peter Gordon – Same Language, Different Worlds (O Genesis)

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Che strana coppia, Tim Burgess e Peter Gordon. Per cominciare li dividono sedici anni – il primo è nato nel 1967, il secondo nel ’51 – e un oceano. Quanto al successo: il secondo non sa proprio cosa sia, il primo ha collezionato – alla testa dei Charlatans – tre primi posti e due secondi nella classifica UK degli album e ben ventotto piazzamenti (di cui quattro nelle prime dieci posizioni e altri otto nelle prime venti) nella graduatoria dei singoli. È insomma una rockstar con tutti i crismi e che ci fa insieme a uno stimato compositore d’avanguardia? Nel caso non lo conosceste, il newyorkese Peter Gordon: l’avanguardia più gentile che si sia mai udita, la sua, e d’altronde lovely music la chiamavano, dal nome dell’etichetta che pubblicò nel 1978 “Star Jaws”, il lavoro che gli regalò quindici minuti… quindici secondi di attenzione da parte della stampa specializzata. Aprendo però forse la strada a Laurie Anderson, per quanto la musica amabile fosse più densa, pregna di jazz, infiltrata di suggestioni world, propensa allo scorcio da colonna sonora. A parte la piacevolezza, difficile trovare punti di contatto con chi sull’altra sponda dell’Atlantico, e un abbondante decennio dopo, lancerà ponti fra il beat all’incrocio fra errebì e psichedelia e l’elettronica da ballo anni ’90. Prendendosi a più riprese le prime pagine dei giornali e non solo di quelli rock. Sia come sia: li ha messi insieme, Tim e Peter, quel gran genio di Arthur Russell. Il primo lo adora, il secondo ci collaborò a più riprese. Ad Arthur questo disco sarebbe piaciuto. L’idea di una musica senza confini gli apparteneva.

Conosciutisi di persona nel 2012 a Londra, i due hanno iniziato una collaborazione transoceanica, con Burgess che registrava bozzetti di canzoni pop con solo voce e chitarra acustica e li spediva a Gordon, che li rielaborava massicciamente e li rimandava indietro, ricevendoli poi ulteriormente modificati. Il risultato è una meravigliosa bestia mutante di disco che bene esemplifica il singolo (singolo? nove minuti: poco da stupirsi se non è stato il ventinovesimo successo sulla distanza breve del cantante) Being Unguarded: sorridente comunione fra l’ossessività della techno e la suggestione di un jazz da colonne sonore retrofuturibili, alla Blade Runner. Fra un incipit e un sigillo fantasticamente alla Bowie (Begin una scoria berlinese, Oh Men una ballata più classica), l’album regala molto altro di memorabile. Trovo particolarmente rappresentativa una Temperature High che prima manda in collisione Laurie Anderson e i Neu!, poi li persuade a darsi al funk.

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I migliori album del 2016 (14): Yussef Kamaal – Black Focus (Brownswood)

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C’è un nuovo jazz in circolazione. Che magari non sarà proprio nuovo nuovo, ma un pochino anche sì. Nel senso che qualche suggestione semi-inedita la regala. Nel senso che spalanca finestre di stanze dove l’aria ristagnava stantia da decenni. Nel senso che, naturalmente, a scriverne sono più webzine per la generazione hipster del tutto disponibile/sovrapponibile ora subito adesso che non i paludati noiosi petulanti cantori dell’ennesima rivisitazione della rivisitazione della rivisitazione dell’hard-bop, o di quella roba lì che ha condannato alla damnatio memoriae una parolina potenzialmente nobile quale “fusion”. Collisioni. Compenetrazioni. Ce ne sono a iosa in questo debutto di Yussef Kamaal, che non è un tizio ma un progetto, due giovanotti di Londra, alla batteria Yussef Dayes degli afrobeat United Vibrations (un album fuori anche per loro nel trascorso 2016, che non so come sia ma la copertina è un capolavoro) e al piano (elettrico, Rhodes: più che uno strumento un programma di suggestioni) e ai sintetizzatori Kamaal Williams. Si sono incontrati, si sono piaciuti, sono piaciuti a Gilles Peterson, cui è bastato un live set di venti minuti per farsi persuaso che non poteva che metterli sotto contratto per la sua Brownswood. In studio li ha raggiunti altra gente tosta, tutti concittadini: il chitarrista Mansur Brown, il trombettista Yelfris Valdes, il sassofonista Shabaka Hutchings e ben due bassisti, ché di ritmo non ce n’è mai abbastanza, Kareem Dayes (parente, I suppose) e Tom Driessler. Dietro il mixer si è seduto Malcolm Catto degli Heliocentrics e il risultato è “Black Focus”. Se Kamasi Washington fosse Flying Lotus è questo il disco che farebbe. Ma anche, senza diventare un altro, fosse cresciuto non masticando hip hop bensì digerendo drum’n’bass, dubstep, grime. Avesse il dono della sintesi. Per rilevanza, “Black Focus” sta al 2016 (quasi) come “The Epic” stava al 2015. Solo che dura 43’42”.

Però sembrano di più ed è una lode. Sembrano di più non perché ci si annoi ma viceversa giacché succedono continuamente cose. Cose cui si stenta a dare un nome. Tipo Strings Of Light, che è kosmische-jungle-jazz fintanto che non si slarga in dub. O Lowrider, un’idea di Lonnie Liston Smith che si unisce ai primi Weather Report essendo stato visitato in sogno da Roni Size. Laddove la traccia omonima plana sul pianeta alienblack fermato sulla copertina di “Sextant” di Herbie Hancock e Joint 17 dipinge post-soul per un’estate acquatica. Fine. Ricominci daccapo.

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Bon Iver – 22, A Million (Jagjaguwar)

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Quantomeno nessuno potrà mai accusare Justin Vernon di ripetersi. Men che meno di inseguire i trend, quando in un altro tempo sarebbe stato lui a crearli, alla Bowie. Non ci si crede che un disco così abbia scalato la classifica di “Billboard” fino alla seconda posizione: non per la provenienza dell’autore dall’underground più underground, retroterra che non aveva impedito nel 2011 all’album prima di realizzare un analogo exploit, ma perché “22, A Million” in quella graduatoria è un UFO e lo sarebbe stato anche in epoche più avventurose dell’odierna. E questo nonostante ricorra massicciamente al vezzo più fastidioso (roba che al confronto la famigerata batteria anni ’80 non era nulla) del pop attuale: la voce filtrata, deformata, deumanizzata dall’auto-tune. Ma dico io! Qual era stata, prima ancora di una scrittura eccelsa, la prima caratteristica a fare amare il favoloso esordio del 2008 “For Emma, Forever Ago”? La bellissima voce di Vernon, ora in falsetto, ora in un registro confidenziale. Distorcerla metodicamente è imperdonabile.

Il secondo peccato capitale in cui incorre un lavoro che almeno non lascia indifferenti è che invece che musica parrebbe che l’autore volesse con esso creare Arte, nel senso pretenzioso del termine e vedasi a tal riguardo gli assurdi, irriproducibili titoli che battezzano la più parte delle dieci canzoni. Vedasi la propensione, in cerca di un post-folk totalmente destrutturato rispetto a quello intimista d’antan e ricomposto elettronicamente, all’eccesso di stranezza. Un’esibita modernità a battagliare contro l’Arcadia che fu. E dire che in tralice ancora si intravvede una scrittura stellare: in una quinta traccia degna di un Paul Simon, nel cybersoul della sesta, in un’ottava che rimanda allo Springsteen di Streets Of Philadelphia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.381, novembre 2016.

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Il britprog retronuevo degli Air

Air - 10,000 Hz Legend

“L’elettronica che piace a quelli che detestano l’elettronica”: così veniva etichettato nel 1998 “Moon Safari”, successo clamoroso di quelli che si misurano non solo in vendite ma con un prendere prepotentemente possesso del panorama sonico che ci circonda. In sottofondo nei servizi al TG, al supermercato, in coda a un semaforo. Nicolas Godin e Jean-Benoit Dunckel infiltravano l’mmaginario collettivo e non è cosa che si sia potuta dire di molti a cavallo fra i ’90 e il nuovo secolo. Fatto è che, senza forse nemmeno provarci, “Moon Safari” metteva d’accordo tipologie di pubblico diversissime, dai cultori dell’elettronica di consumo catturati benché ignorasse bellamente il dancefloor ai riscopritori delle carabattole lounge, a un certo pubblico rock in vena di dolcezze pop. Faceva finta di puntare al futuro e in tanti affermarono che era il futuro, senza capire che di esso offriva una visione asimoviana, proveniente da un passato in cui era ancora possibile immaginare per l’umanità sorti magnifiche e progressive. Era innatamente ottimista e di un po’ di ottimismo si ha sempre bisogno, per sopravvivere.

Fra quello e il successore vero “10,000 Hz Legend” comincerà a cambiare le carte in tavola la colonna sonora di “Virgin Suicides”. Depressa (del resto, visto l’argomento…) e pinkfloydiana. Interlocutoria, ma in ogni caso passaggio chiave per comprendere un lavoro assai meno giocoso di “Moon Safari” e più complesso, tanto che se là (a dispetto del passaporto francese dei titolari) si poteva a tratti parlare di Britpop qui la definizione giusta sarebbe Britprog. Non che manchino le melodie lievi e fulminanti o l’ironia (ce n’è a iosa), ma alla linearità si sostituisce un estroso zigzagare. Ad Asimov, Kubrick. È il disco che avrebbero fatto i Verve si fossero reinventati Kraftwerk con la benedizione (rieccoli!) dei Pink Floyd dell’immediato dopo Barrett. Ancora retronuevo, a farla breve, ma sottilmente inquietante. Non invecchiato di un giorno in quattordici anni perché vive in un tempo tutto suo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.365, luglio 2015.

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Dream Baby Dream

Per Alan Vega, che ci ha lasciati ieri a settantotto anni e solo iddio sa come ha fatto ad arrivarci, a settantotto anni. Qui provavo a spiegare perché i Suicide sono stati uno dei gruppi più importanti della storia tanto del rock che dell’elettronica. E, alquanto paradossalmente, pure del pop.

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Leftfield – Alternative Light Source (Infectious)

Leftfield - Alternative Light Source

Non sono i ventidue anni impiegati dai My Bloody Valentine per dare un seguito, nel 2013, all’epocale “Loveless” ma insomma: non considerando ovviamente un disco di remix e un “Greatest Hits”, il predecessore vero di “Alternative Light Source” è “Rhythm & Stealth”, che usciva nel 1999. E, se possibile, il terzo Leftfield rappresentava sulla carta una scommessa anche più spericolata di quella vinta con “m b v” dalla band di Kevin Shields: perché se a lungo il rock è rimasto fermo (c’è chi sostiene che lo sia ancora e sempre lo rimarrà) a un 1991 impossibilmente generoso di capolavori a 360°, l’elettronica per così dire “di consumo” si è evoluta molto di più ed è ambito nel quale si invecchia molto più in fretta. Considerate che stiamo parlando di chi battezzò con la sua opera una scuola quando non un nuovo genere musicale, la cosiddetta progressive house, incrocio fra house classica, reggae e dub, realizzata nel caso specifico centrifugando nel mix pure ambient, techno, rock e un’idea evoluta di soul. Considerate che in questa seconda esistenza i Leftfield non sono che un alias per Neil Barnes, la cui legittimità a usare la ragione sociale anche in assenza di Paul Daley, che fu chiamato a concorrere quando già il progetto era in qualche misura delineato, è fuori discussione ma che tuttavia…

A dispetto di premesse non incoraggianti, non direi che “Alternative Light Source” sia un trionfo ma un disco fresco e riuscito sì, certamente al passo coi tempi se non altro perché i tempi a ciò che furono – avantissimo – i Leftfield si sono adeguati. Padri fra il resto della dubstep e un pezzone come Head And Shoulders qualcosa ai figli insegna ancora. È l’apice, con una Universal Everything che quasi raggiunge i fasti della storica Open Up.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.365, luglio 2015.

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