Archivi tag: electronic

Il capolavoro dimenticato di Andrew Weatherall

Negli innumerevoli omaggi apparsi ieri all’uomo che più di ogni altro contribuì a mettere in comunicazione rock ed elettronica da dancefloor, in una stagione felicemente, estaticamente irripetibile, tutti si sono naturalmente diffusi su “Screamadelica” e sul ruolo che ebbe Andrew Weatherhall (venuto a mancare davvero troppo presto) nel suo concepimento. In pochissimi hanno viceversa anche solo citato un altro grande classico griffato dal nostro uomo. Talmente negletto da non essere mai stato ristampato da quando vide la luce, la bellezza di ventisei anni fa.

Sabres Of Paradise – Haunted Dancehall (Warp, 1994)

Uomo di fatica e tecnico al seguito dei Clash a sì e no vent’anni (e già solo per questo andrebbe invidiato e idolatrato), Andrew Weatherall incrocia nel 1989 il percorso di un altro gruppo importante, i Primal Scream. È rimasto nel frattempo folgorato dalla acid house e così Bobby Gillespie e soci. L’incontro frutta prima il remix di Loaded e quindi, nel 1991, l’epocale “Screamadelica”, nettamente l’esito più succoso della copula fra rock e dance. Poco dopo Weatherall si inventa una sua carriera discografica non solo come produttore e remiscelatore dando vita, con Jagz Kooner e Gary Burns, ai Sabres Of Paradise, titolari di due album più una raccolta prima che il leader cambi ragione sociale e collaboratori avviando la saga Two Lone Swordsmen. “Haunted Dancehall” è il secondo: un viaggio notturno nelle viscere di Londra dagli umori affatto diversi (stacco che si nota soprattutto nella preziosa edizione vinilica che lo divide in quattro facciate) fra una prima metà smargiassa e ludica (favolosi l’elettro-jazz di Duke Of Earlsfield, una Wilmot fra Arabia e golfo di Napoli e una Tow Truck fra surf e dub e parecchio clashiana) e una seconda via via sempre più cupa e rarefatta.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.14, estate 2004.

1 Commento

Archiviato in archivi, coccodrilli

Lloyd Cole – Guesswork (Ear)

“Ma che davero?”, deve essere stata la reazione di molti – pure la mia, ammetto – alla notizia che Lloyd Cole si apprestava a pubblicare un album di musica elettronica, o per meglio dire di canzoni sorrette da una strumentazione in prevalenza elettronica. Ma proprio lui, quel ragazzone scozzese che con i Commotions per un ineffabile attimo a metà ’80 si fece vessillifero di un pop chitarristico in totale controtendenza rispetto allo zeitgeist? Consegnando alla storia del rock un capolavoro chiamato “Rattlesnakes” che faceva country i Velvet Underground e soul Marc Bolan, rispolverava Big Star (allora dei rimossi) e Love, Doors e Byrds, dichiarando nel contempo l’eterna attualità, in piena era Duran Duran, di Bob Dylan e Leonard Cohen. Proprio lui. Titolare dopo lo scioglimento della band di una discografia tanto di ottimo livello (apici fra quanto ho ascoltato il debutto del ’91 “Don’t Get Weird On Me, Babe” e “Broken Record”, del 2010) quanto trascurata anche da molti fra i cultori della prim’ora. E devo adesso farne un’altra di confessione: mi ero del tutto perso (mentre aspettavo “Guesswork” ho recuperato) che il nostro uomo con l’elettronica già aveva trafficato, nel 2001 con la ambient di “Plastic Wood”, poi collaborando con Roedelius, sodalizio che fruttava un lavoro a quattro mani e uno “ispirato da”.

Al confronto “Guesswork” risulta quasi nel solco del Cole più tradizionalista. Pieno di sintetizzatori, certo, ma con altri arrangiamenti quasi tutte le otto tracce si potrebbero (in particolare la bucolica Remains) immaginare dai Commotions (due dei quali, Neil Clark e Blair Cowan, difatti ci suonano). Il pezzo più ardito è Night Sweats: come una collisione fra Kraftwerk e Blue Nile. Il più immediato l’esercizio di giocosa folktronica di When I Came Down From The Mountain.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.413, ottobre 2019.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Un caso unico – Due parole su Mark Hollis (4/1/1955-25/2/2019)

Nel 1998 collaboravo a diverse riviste, ma sfortunatamente nessuna mi chiese di occuparmi dell’omonimo esordio da solista (pubblicato a sette anni dal quinto e ultimo Talk Talk) di Mark Hollis: per quanto mi riguarda, una delle esperienze di ascolto più intense di una vita intera trascorsa ad ascoltare musica. Naturalmente, contavo di rifarmi con un suo seguito. Mai avrei immaginato che avrei aspettato invano. E mi ritrovo ora a sperare, contro ogni logica, che il nostro uomo abbia lasciato un testamento – musicale – per ripagarci di tanta attesa e, soprattutto, di questo scherzo bruttissimo che ci ha fatto ieri.

A seguire una recensione di una raccolta tributo ai Talk Talk uscita a fine 2012: impresa improba quella in cui si lanciarono i partecipanti, con altalenanti esiti.

C’è chi non vende un disco e allora scende a compromessi e può capitare, se lo sostengono talento e fortuna, che diventi ricco e famoso. Non succede sovente (di solito ci si sputtana e basta) e tuttavia è ben più raro il caso opposto: di chi sfonda subito e poi prova a immaginarsi percorsi più arditi fidando che qualcuno lo seguirà. Pensate ai Radiohead, passati da un rock epidermico a uno tanto cerebrale da posizionarsi ai confini del genere, conservando nonostante ciò e addirittura incrementando una fama diffusa: come abbiano fatto non saprebbero probabilmente spiegarlo manco loro. Miracolo in precedenza non riuscito ai Talk Talk, protagonisti di uno dei più spettacolari suicidi commerciali di sempre, coincidente con un trionfo artistico con ancora meno termini di paragone. Per i più restano il gruppo di fortunati singoli synth-pop come It’s My Life e Such A Shame. Per pochi privilegiati sono coloro che preconizzarono il post-rock. E se i poetici, ostici e stupendi ultimi album “Spirit Of Eden” (’88) e “Laughing Stock (’91) paiono tuttora oggetti per molti versi alieni figuratevi quale impressione dovettero suscitare all’uscita. Perplesse le masse fuggivano, mentre rari illuminati se ne facevano cambiare la vita. Mark Hollis e soci scendevano precipitosamente nelle classifiche e quindi sparivano e basta.

Vendetta sublime vendetta che nel tempo il culto si sia costantemente allargato e lo testimonia questo doppio tributo, “Spirit Of Talk Talk”, che allinea protagonisti dell’indie attuale come del post-rock e dell’avanguardia. Si impegnano tutti al meglio, ma scontando immancabilmente il peccato originale di una musica troppo peculiare per reggere qualsiasi reinterpretazione che non stravolga, non destrutturi ulteriormente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.339, gennaio 2013.

5 commenti

Archiviato in coccodrilli

Neneh Cherry – Broken Politics (Smalltown Supersound)

“Di già?”, viene quasi da dire essendo “solo” quattro gli anni che separano “Broken Politics” da “Blank Project”, laddove quello era la prima uscita da solista della figliastra di Don Cherry dal 1996, cioè da “Man”: ossia il disco con dentro il duetto con Youssou N’Dour 7 Seconds, che è una delle due canzoni di Neneh, essendo l’altra la al pari irresistibile “Buffalo Stance”, che conoscono anche quelli che non hanno idea di chi sia chi le canta. Di già, sì, e non si può che esserne felici, benché gli apici stellari di quel lavoro non vengano qui eguagliati. Nondimeno avvicinarli è già tanta roba e che peccato che un’etichetta adusa a muoversi in territori di sperimentazione non abbia colto il potenziale di un brano come Kong: cofirmato da Robert Del Naja dei Massive Attack gioca fra downtempo e dub con l’incisività di una Karmacoma per questi anni ’10. Poteva essere, e quasi certamente non sarà (se formalmente è il singolo che ha anticipato l’album è disponibile come tale soltanto su iTunes), la terza canzone di Neneh Cherry a conquistare le masse dopo i lontani antecedenti world-pop.

Pazienza. A lei probabilmente non importa (sarebbe se no rimasta alla Virgin, dove le farebbero ponti d’oro se decidesse di tornare) e perché dovremmo crucciarcene noi? Lieti di far girare un disco più soffuso del ruvido predecessore nonostante il regista – Kieran Hebden, in arte Four Tet – sia lo stesso. Se da quell’altro album potrebbero comunque giungere una Fallen Leaves dalle sincopi spezzate, l’ansiogena a orologeria Deep Vein Thrombosis, la marziale Faster Than The Truth, alla lunga si insinuano più in profondità una rarefatta Synchronised Devotion, il soul-jazz (con tanto di campionamento di Ornette) Natural Skin Deep, il torpido trip di Black Monday.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.404, dicembre 2018.

1 Commento

Archiviato in archivi, recensioni

Animal Collective – Tangerine Reef (Domino)

Li ho detestati a lungo gli Animal Collective, non riuscendo proprio a capire come potesse il resto del mondo entusiasmarsi per i loro mischioni di folk e noise, minimalismo e raga, elettronica, “pop” stortissimo e psichedelia sversa. Soltanto la lettura di certe recensioni riusciva a irritarmi più dei dischi che incensavano. E poi a un certo punto ha cominciato a piaciucchiarmi il combo di Baltimora. Un attimo ancora e ne ero innamorato, ma erano gli Animal Collective a essere cambiati, scrittura ben focalizzata e arrangiamenti a mirabile orologeria, con giusto un pizzico della stralunatezza d’antan a mantenere deliziosamente “weird” il tutto: “Pet Sounds” post-moderno, “Merryweather Post Pavilion”, del 2009, è uno dei pochi album usciti nel secolo nuovo a potersi dire senza discussione un capolavoro. Secondo me ma non solo secondo me.

La svolta, giacché di svolta si trattò, aveva cominciato a manifestarsi in un lavoro da solista (“Person Pitch”, del 2007), di uno dei due leader del gruppo, Noah “Panda Bear” Lennox. Undicesima prova in studio per la band, “Tangerine Reef” è la prima in cui il Collettivo si schiera a tre, non a quattro, ed è proprio Panda Bear (defezione momentanea per quanto si sa) a mancare all’appello. Prende il comando David “Avey Tare” Portner e quello che era un sospetto si fa certezza: lui l’anima “sperimentale” di un gruppo che in “Tangerine Reef” (colonna sonora di un documentario sulle barriere coralline) peggio che ricade nei vecchi peccati. Non una melodia si sviluppa, non un riff prende forma in tredici tracce indistinguibili e cinquantadue estenuanti minuti a base di elettroniche distorte e voci soffocate e indecifrabili. Altro che Beach Boys! Un incubotico matrimonio fra i Butthole Surfers più inascoltabili e i Tangerine Dream più noiosi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.402, ottobre 2018.

Lascia un commento

Archiviato in archivi, recensioni

Gorillaz – The Now Now (Parlophone)

Un bel gioco può durare molto, se gli ideatori hanno l’accortezza di variare gli schemi e concedere e concedersi delle pause. È il caso dei Gorillaz, un cartone animato disegnato da Jamie Hewlett (Tank Girl) e insieme un supergruppo capitanato da Damon Albarn dei Blur che così nel 2001, con l’omonimo esordio della band, si prendeva la prima vacanza dalla sua occupazione principale. Solo che era talmente clamoroso il successo di critica ma pure di vendite – sette milioni di copie a oggi, a livello globale – di quel disco, capace di fondere armoniosamente come nessuno prima indie rock e hip hop (ed elettronica, psichedelia, new wave, funk, jazz…), che approntare quattro anni dopo un seguito pareva quasi un obbligo. Al pari felice artisticamente, nel tempo “Demon Days” ha sopravanzato il predecessore di quell’altra milionata di copie. Andare avanti? Con calma.

E non più da supergruppo bensì come progetto solista di Albarn, che di volta in volta convoca ospiti sempre diversi: memorabilmente nel 2010 Lou Reed si prestava a un cameo nel terzo album e Mick Jones e Paul Simonon partecipavano al tour successivo. Solo tre in questo sesto, che segue piuttosto dappresso (un anno e due mesi) il quinto, “Humanz”, e ne pare un’estensione allo stesso modo in cui “The Fall” era sembrato un post-scriptum di “Plastic Beach”. Qui George Benson presta la sua chitarra jazz allo sbarazzino g-funk Humility e un redivivo Snoop Dogg e Jamie Principle qualche rima a una Hollywood fra Funkadelic e Kid Creole. È un lavoro assai gradevole – altri vertici in una Tranz ultravoxiana, in una Idaho aggrappata a un arpeggio velvettiano, nell’incrocio fra Liquid Liquid e Depeche Mode Lake Zurich, nel congedo radente la disco Souk Eye – per quanto la freschezza degli esordi cominci a latitare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.401, settembre 2018.

3 commenti

Archiviato in archivi, recensioni

Quei primi Orb antichi, futuribili, irripetibili

È nei negozi da poco più di un mese il nuovo album degli Orb, il loro quindicesimo. Gradevole e inutile, come gli altri dodici andati dietro a quei primi due che restano viceversa imprescindibili: ancora più del debutto “Adventures Beyond The Ultraworld”, datato 1991, il successivo di un anno “U.F.Orb”.

Lo so: come emozione è da poco e a lungo andare roba da cane di Pavlov e nondimeno dacché ascoltai per la prima volta quest’album, allora appena uscito ed era il marzo ’92, a 1’48” della title track la mia reazione è sempre la stessa. Tensione e rilascio e tensione ma adesso gioiosa, sollievo ed esaltazione quando, dopo oltre cento secondi di svagate macchinazioni ambient con tanto di elicottero che fa molto “The Wall”, la batteria scatta dritta ed elastica e una versione freakadelica della house prende il centro del proscenio. È uno di quei piccoli momenti perfetti che il pop ogni tanto regala. È uno di quei momenti in cui ti chiedi: ma se era una cosa così ovvia da fare, perché nessuno l’ha fatta prima? E siccome la perfezione è per definizione imperfettibile da qui in poi gli Orb, in breve ridotti ad alias del solo Alex Paterson, non potranno che scendere e scenderanno parecchio. Il che nulla toglie all’ininterrotta gloria di tre anni invariabilmente formidabili dopo l’esordio non ancora a fuoco del Kiss EP.

Una rivelazione il singolo A Huge Ever Growing Pulsating Brain That Rules From The Centre Of The Ultraworld (lungo quanto il titolo: ventidue minuti) che campionava l’oceano e Minnie Riperton (chi più immenso?). Una superba conferma l’album “Adventures Beyond The Ultraworld”, che in Little Fluffy Clouds metteva assieme Steve Reich e Richie Lee Jones e che razza di incontro era. Maturo il capolavoro, arrivava da pronostico con “U.F.Orb”, un mammuttone di settantaquattro minuti e due secondi che questa “Deluxe Edition” fa ulteriormente obeso con un secondo CD di remix suggellato da Assassin, un singolo escluso in origine dall’album. Mettiamola così: i Pink Floyd di “Dark Side Of The Moon” prodotti da Lee “Scratch” Perry; Mike Oldfield che come un Gregor Samsa alla rovescia si sveglia una mattina e scopre di essere diventato Sun Ra; i Gong (a proposito: eccolo lì Steve Hillage) che calano ecstasy invece di LSD; i Tangerine Dream trapiantati a Detroit dopo essere passati da Ibiza. La forza di “U.F.Orb” è che finiva di smantellare quel muro divisorio fra rock ed elettronica ritmica tirato giù qualche mese prima da “Screamadelica”. La forza di “U.F.Orb” era che redimeva robe che avremmo detto irredimibili, cavando diamanti dalle pattumiere della storia. O almeno facendoci ipotizzare per un attimo che lo fossero, diamanti. Nasceva insieme antico e futuribile, pareva di un altro mondo ma piaceva assai agli abitanti di questo, tanto da andare al numero uno delle classifiche britanniche. È invecchiato bene, cioè per niente.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.640, novembre 2007.

Lascia un commento

Archiviato in archivi