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Mouse On Mars – AAI (Thrill Jockey)

Concittadini (Düsseldorf) del gruppo che fu di Ralf Hütter e Florian Schneider, a furia di sentirsi definire gli eredi dei Kraftwerk i Mouse On Mars di Jan St.Werner e Andi Toma anche in questo prendevano a un dato punto a somigliare ai maestri: che fra un’uscita e l’altra cominciavano a metterci tantissimo. Essendosi fatti desiderare sei anni dopo l’astratto e rumoroso “Varcharz” nel 2012 con sorprendente slancio produttivo davano alle stampe due lavori, il surrealmente pop “Parastrophics” e il danzereccio “Wow”. Salvo poi dileguarsi per altri sei anni e ripresentarsi con uno dei loro album più “easy” e nel contempo il meno kraftwerkiano di tutti, “Dimensional People”. Diviso come scrivevo all’epoca “fra frenetici, bianchissimi funk e oasi oniriche, spastici valzer, para-etno hasseliana, electro-soul” e confezionato con più di cinquanta ospiti.

“AAI” (acronimo che sta per “Anarchic Artificial Intelligence”) spiazza, oltre che palesandosi solo tre scarsi anni dopo, puntando una direzione che più opposta non potrebbe, lasciando il potere alle macchine (in ciò insieme completando e rovesciando la distopia Kraktwerk esplicitata in “The Man-Machine”), addirittura corredandolo con un manifesto di gusto asimoviano in cui rivendica per esse pari diritti con gli umani, affidando a un software la manipolazione di voci poi “suonate” da un synth. Opera concettualmente interessantissima ma dal cui ascolto si esce stremati, sopraffatti dall’interminabile susseguirsi di ritmi dal singultante al pulsante al galoppante, dall’affastellarsi di sibili, stridori, distorsioni assortite, melodie che quando emergono propendono alla stralunatezza, atmosfere a dir poco plumbee e su venti tracce non più di due o tre a offrire un minimo sindacale di godibilità.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.428, febbraio 2021.

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Il rock oltre il rock degli Slint

Siccome (almeno per scarti minimi come questo) la data di pubblicazione conta più di quella di incisione, il secondo e ultimo album degli Slint, registrato nel 1990 ma pubblicato nel ’91, va annoverato senz’altro fra i capolavori degli anni ’90 e non fra quelli del decennio precedente. E c’è una logica in ciò, dacché questo disco ha singolarmente disegnato tanta parte del post-rock dei successivi due lustri e in nessun modo può essere invece datato come appartenente ai precedenti due. Ma si potrebbe in fondo dire la stessa cosa del predecessore, il più succinto e spigoloso “Tweez”, inciso nell’87 e uscito nell’89. Altra indicazione che il quartetto di Louisville fu sempre fuori sincrono rispetto al proprio tempo, in anticipo e dunque, inevitabilmente, incompreso. Mutatis mutandis, sono in fondo stati degli altri Velvet Underground, gli Slint: pochi li ascoltarono, ma quei pochi ne ebbero la vita cambiata.

Due degli Slint, il chitarrista Brian McMahan e il batterista Britt Walford, erano stati insieme, imberbi, negli Squirrel Bait (con loro David Grubbs, che fonderà poi i Bastro e quindi i Gastr Del Sol). Il rovinoso ed emotivo hardcore punk di costoro si trasforma radicalmente in “Tweez” e in “Spiderland”: cala il ritmo, sparisce l’innodia, l’abbassarsi dei volumi induce aumento in luogo che diminuzione della spigolosità. Emergono scampoli di blues (ma raffreddato), country (ma niente affatto cantabile), psichedelia (transumante dalla moviola al raga, alla scala arabeggiante). È musica per certi versi già sentita, eppure inaudita, senz’altro catalogabile alla voce “rock”, eppure oltre. Irripetibile magia di un momento di passaggio. McMahan scioglierà il gruppo poco dopo la pubblicazione dell’album, in preda a una profonda crisi esistenziale da cui uscirà capitanando per breve tempo quei For Carnation logica evoluzione del suono esposto in “Spiderland”. Alcuni ottimi dischi all’attivo ma ─ come dire? ─ “normali”. Ritroveremo il suo contraltare chitarristico David Pajo nei For Carnation stessi, nei Tortoise, solista sotto pseudonimo come Aerial M o Papa M.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019. A oggi sono trascorsi trent’anni esatti dalla pubblicazione di “Spiderland”.

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The Notwist – Vertigo Days (Morr)

Poche giravolte nella storia del rock sono risultate più spiazzanti di quella con cui nel 2000 i Radiohead si riposizionavano da “nuovi U2” ad alfieri del post-rock. “OK Computer” aveva dato indizi al riguardo ma con “Kid A” Thom Yorke e soci azzardavano ben di più e nessuno avrebbe scommesso sulla loro sopravvivenza commerciale. E invece… Rischiando assai meno sul piano delle vendite dacché erano sigla nota a pochi ma persino di più musicalmente, i tedeschi Notwist sul finire del decennio prima si erano analogamente reinventati “post-” essendo partiti da un hardcore punk con tratti metal. Pure loro al quarto album, lo splendido “Shrink”, del ’98, dopo averne pubblicato uno interlocutorio. Andranno in tutti i sensi più in là nel 2002 con “Neon Golden”, indiscutibile capolavoro loro e totale. Sempre pensato che “Shrink” ai Radiohead non fosse ignoto.

Da allora il gruppo dei fratelli Markus e Micha Acher si è concesso con parsimonia, con due coppie di album fatti uscire in rapida sequenza a interrompere lunghi silenzi, sei anni per dare un seguito a “Neon Golden”, altri sei a separare “Vertigo Days” da “The Messier Objects”, che era però una trascurabile raccolta di musiche per teatro e radiodrammi e dunque il predecessore vero è “Close To The Glass”, del 2014. Se solo non si facessero desiderare tanto! Ma meglio loro dei troppi che non ci danno tregua, no? Si potrebbe dire a questo punto “i soliti Notwist” e tuttavia ben venga una routine così stellare, benvenute queste quattordici tracce che fluiscono una nell’altra senza soluzione di continuità, fra vigorosi attacchi percussivi e sospesi accordi di piano, passi di valzer e accenni di rumba, sfregi noise, pop yé-yé rivisitato Stereolab, funk bianco screziato di jazz, downtempo e ─ ma va! ─ krautrock.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.428, febbraio 2021.

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5 pezzi facili per Scott Walker, americano a Londra

“Ne morirà di gente nel frattempo!”: così, con impagabile umorismo nero, Noel Scott Engel, in arte Scott Walker, rispondeva all’intervistatore di “Mojo” che nel 2000 gli domandava quando avrebbe concesso all’umanità la grazia di un nuovo album. Non che se ne stia con le mani in mano, spiegava, ma scrivere è divenuto per lui con il tempo un processo sì tormentoso nel suo tendere alla perfezione che possono volerci “un paio di mesi perché io metta assieme la metà della metà di una canzone”. Si potrebbe dire che ha tenuto fede alla promessa, visto che siamo arrivati a inizio 2004 e ancora aspettiamo il successore del fosco e sublime “Tilt”, una faccenda del 1995 doverosamente inserita nei “500 dischi fondamentali” designati dalla nostra succursale “Extra” a rappresentare la storia del rock, termine da intendere nell’accezione più ampia e vaga possibile se si fa riferimento a capolavori come il suddetto. D’altro canto, fra “Tilt” e il predecessore “Climate Of Hunter” il nostro uomo di anni ne aveva messi undici e per ora siamo appena a nove. Pazientiamo. Ci aiuterà alla bisogna un cofanetto di cinque CD uscito in prossimità delle feste natalizie, con griffe Mercury/Universal, e beffardamente chiamato “5 Easy Pieces”. Naturalmente, anche nei suoi momenti più populisti, un prolungato esercizio dell’uneasy listening più uneasy che si possa immaginare. Naturalmente, ché sarebbe stato se no troppo banale, organizzato non cronologicamente ma tematicamente. Naturalmente comprendente materiale dei Walker Brothers, il complesso con il quale l’oggi sessantenne Scott soggiornò a lungo in cima al mondo in altri anni ’60, ma altrettanto naturalmente orbo della canzone per la quale tutti li ricordano, vale a dire The Sun Ain’t Gonna Shine Anymore (con il senno di poi, quel che si dice un titolo programmatico). Infine (a tirare l’ultima riga sulla lista delle iconoclastie prevedibili): fornito di un libretto, di eleganza e austerità somme, che ben si guarda dall’offrire all’acquirente informazioni biografiche su un soggetto che da un quarto di secolo sfugge le luci della ribalta, dopo essere stato personaggio di visibilità immane: l’annuncio dello scioglimento dei Walker Brothers provocava nel 1967 reazioni, in particolare fra il predominante pubblico adolescenziale femminile, di un’infima frazione meno estreme di quelle che causerà tre anni più tardi la fine dei Beatles. A parte l’elenco dei brani (novantatré) e una-foto-una del soggetto, il tascabile e smilzo volume non si compone che di citazioni citabili di celebri colleghi che esprimono ammirazione prossima all’idolatria per il Nostro. Ne pilucco qualcuna qui e là e vediamo se vi impressiono.

Per noi Captain Beefheart e Scott Walker sono l’epitome di ciò che davvero vuol dire punk, artisti che seguono la loro strada senza curarsi di nulla e di nessuno.” (Nick Power, The Coral)

Lo sai che ‘Tilt’ è stato registrato nello stesso studio e nello stesso periodo di ‘The Bends’? Ma non ci siamo mai incrociati. Non è stato che al Meltdown Festival che abbiamo avuto finalmente l’occasione di conoscerlo… Fondamentalmente, è stato per lui che abbiamo suonato. Ero lì sul palco e non facevo che pensare: ‘C’è Scott Walker fra il pubblico e non mi frega niente di chiunque altro possa esserci’.” (Thom Yorke, Radiohead)

Ha avuto un’enorme influenza su di noi…” (Damon Albarn, Blur)

Prosegue per altre 7.327 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.562, 20 gennaio 2004. Scott Walker ci lasciava due anni fa a oggi, settantaseienne.

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I migliori album del 2020 (1): Moses Sumney – græ (Jagjaguwar)

L’album che ho ascoltato di più nel 2020 è uscito a puntate e le prime (come probabilmente tutte le registrazioni) datano 2019. Era il 14 novembre di quell’anno quando Moses Sumney disvelava la prima delle venti tracce (le canzoni “vere” sono in realtà quindici) che sono alla fine andate a comporre questo suo magnum opus. Con in memoria il soul appena infiltrato indie del debutto del 2017 “Aromanticism” Virile risultava spiazzante all’estremo, con il suo rutilare nel contempo storto e squadrato di chitarre e batteria rock. Né sarebbe potuto risultare più stridente il contrasto con la sofferta ballata acustica Polly, che gli andava dietro il 13 dicembre. Un primo indizio di capolavoro si palesava il successivo 6 gennaio, con l’idea abbacinante di Radiohead prestati al Tim Buckley di “Starsailor” di Me In 20 Years. Un secondo il 7 febbraio con una Cut Me in cui la voce inietta di soul il Charles Mingus innamorato del folk. E da lì a quattro giorni, sempre solo in formato liquido, ecco emergere infine l’album e anzi no. “græ part 1”, recita il titolo, i brani in scaletta sono dodici e dei quattro già pubblicati manca all’appello Me In 20 Years. Ancora anticipato di pochissimo da una Bless Me di solennità liturgica che passa dal bianco al nero quando si fa largo, appoggiandosi al caracollare del basso e a una percussività metronomica, un coro gospel, “græ” raggiunge infine i negozi non solo virtuali in forma di doppio vinile o CD singolo il 15 maggio. Non credo sia passata settimana da allora senza che almeno una parte del suo corposo e sontuoso programma abbia risuonato fra le mie mura domestiche.

“Sono consapevole della mia molteplicità, e chiunque desideri creare con me o con il mio lavoro un rapporto significativo deve esserlo lui pure”: parole non del nostro uomo, californiano di origini ghanesi, bensì della scrittrice, londinese di nascita e di radici miste ghanesi e nigeriane, Taiye Selasi. Suggellano il recitativo su fondale ambient-jazz di Also Also Also And And And e fanno da manifesto a un album uno ed effettivamente bino: una prima parte nella quale l’inestricabile intersecarsi di folk, art-rock, jazz ed elementi di musica classica produce brani più complessi, e a tratti contundenti, che tolgono definitivamente a costui il patentino (del resto sempre rifiutato) di artista errebì; una seconda assai più lineare e introspettiva, per quanto sul subito quasi non si noti la sutura essendo affidato il delicato passaggio a due tracce sentimentalmente affini quali la summenzionata Polly e la Björk in versione pastorale di Two Dogs. Bino? Sul serio “græ”, il cui tema prevalente (e preveggente, se si pensa che la sua stesura ha preceduto la pandemia) è l’isolamento, e nella cui realizzazione Sumney ha nondimeno coinvolto una quarantina (!) fra musicisti, produttori, tecnici del suono, contiene moltitudini. In esso, la visione di una musica né bianca né nera, né maschile né femminile (non so se ho mai sentito un altro falsetto così falsetto). Gli anni ’20 del XXI secolo cominciano qui: fra il dittico guerresco e ansiogeno formato da Conveyor e Boxes e il macinare blues sul quale soffiano venti astrali e fra le cui pieghe si insinua il piano, nell’occasione più cameristico che jazz, del compianto Esbjörn Svensson di Gagarin; fra una Colouour in cui Billie Holiday è viva e si strugge insieme a noi e l’arazzo spagnoleggiante che trasmuta in spastica danza di Neither/Nor; fra l’Al Green in versione This Mortal Coil di Bystanders e una Keeps Me Alive che chissà cosa mai ne avrebbe fatto Amy Winehouse. Ma pure così… Immenso.

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I migliori album del 2020 (4): Thurston Moore – By The Fire (The Daydream Library Series)

Diciamolo: dei trent’anni in cui i Sonic Youth sono rimasti insieme prima che lo sciogliersi di un sodalizio che oltre che artistico era stato sentimentale li ponesse in uno stato di animazione sospesa, che dura ormai da nove e presumibilmente si prolungherà all’infinito, gli ultimi dieci sono stati superflui, se non proprio deleteri. Non è che il molto andato dietro alla loro ultima uscita poco meno che imprescindibile, “NYC Ghosts And Flowers” del 2000, abbia tolto nulla a una vicenda che resta straordinaria, ma per certo nemmeno ha aggiunto. Mentre invece, separatesi le strade, ciascuno di loro almeno una cosa o due  o tre di grande sostanza ce l’ha donata. Penso all’ancora recente (2019) e splendido “No Home Record” di Kim Gordon o, risalendo appena più indietro nel tempo (2017), a “Electric Trim” di Lee Ranaldo (parlando di costui, di livello pure la collaborazione di inizio 2020 con Raül Refree che ha avuto come esito il variegato e chiaroscurale “Names Of North End Women”). Mentre nella torrenziale produzione di Moore fra le tante, troppe uscite di impianto avant-improv che onestamente non sono nelle mie corde (mio limite, magari) spiccano “Demolished Thoughts” (toh! 2011), “The Best Day” (2014) e il programmatico sin dal titolo “Rock n Roll Consciousness (2017). Ma soprattutto questo “By The Fire”.

Monumentale, con le sue nove tracce appena che arrivano a totalizzare ben ottantadue minuti divisi su due CD o due LP, ogni tanto a rischio di logorrea (strumentale, la voce spesso arriva molto avanti e talvolta non c’è proprio), che diresti a un certo punto che stia per perdere il filo, sfaldarsi rovinosamente, e invece no, si tiene. Per quanto a renderlo ancora più riuscito e semplicemente eccezionale sarebbe bastato pochissimo. Tipo un rimescolamento della scaletta, con la squisita performance in solitario di un’adeguatamente onirica Dreamers Work collocata a congedo e quello che è invece il suggello ─ Venus: attacco sospeso e tensione che poi monta spasmodica ─ collocato dietro al fenomenale uno-due introduttivo costituito da una Hashish estaticamente psichedelica (solo io ci sento echi di Television?) e al bulldozer di impronta grunge (quel grunge che aveva nei Black Sabbath i primi numi tutelari) Cantaloupe. Dopo di che si sarebbe potuto mantenere quasi invariato l’ordine, con l’epopea di 16’42” di Locomotives ─ marziale e sinuosa e via via sempre più fosca e ansiogena, salvo verso metà offrire un minimo di requie prima di tornare a macinare implacabile ─ incastonata come già è fra il dittico Siren (alternarsi di tensione e rilascio dopo un iniziale porgersi con gentilezza)/Calligraphy (al confronto assai più statica) e il motoristico incalzare di They Believe In Love (When They Look At You). Per quindi recuperare la suite post-punk-noise Breath. Ci siete? Non trovate che per definire allora “By The Fire” si sarebbe potuta usare la parola “capolavoro” senza metterci davanti “mezzo”? In ogni caso: il disco di un ex-Sonic Youth (qui e là citazioni semi-esplicite di articoli del vecchio catalogo) più bello, eccitante, intrigante dacché i Sonic Youth non ci sono più.

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I migliori album del 2020 (6): U.S. Girls – Heavy Light (4AD)

È stato un percorso in ogni senso lungo quello che ha portato Meghan Remy da “Introducing…”, debutto del 2008, a questo che è il suo settimo album e a oggi l’apice di una vicenda artistica in costante divenire. Riassunto delle puntate precedenti… Dopo avere suonato punk in band amatoriali nel 2007 Meghan comincia a incidere su un registratore a bobine basi ruvidamente sperimentali, percussive, sulle quali eterna performance vocali ora aggressive, ora cupe. Queste incisioni casalinghe daranno vita ai due primi dischi. Il terzo la vedrà cominciare ad arrotondare qualche spigolo, evolvendo verso una forma-canzone perlopiù basata su campionamenti che veniva perfezionata nel quarto, nonché primo a uscire per un’etichetta di buona visibilità e distribuzione quale la Fat Cat. La svolta vera arrivava però con il quinto, con cui approdava nel 2015 alla 4AD: congerie brillantemente oscura se è concesso l’ossimoro di electro e art-pop, cameristica, illbient e new wave, “Half Free” faceva fare al progetto U.S. Girls un salto di almeno un paio di categorie, guadagnandogli grande visibilità e candidature ai Juno Awards e al Polaris Music Prize. E siamo quasi arrivati a “Heavy Light”, preceduto ancora, due anni fa, da “In A Poem Unlimited”: le musiche più accessibili di sempre, spesso danzabili, al servizio di testi “politici” come non mai.

Incredibile come riesca a tenersi insieme un successore che copre l’ampissimo arco che da una 4 American Girls che evoca sia Madonna che il Bowie di “Young Americans” arriva all’ossessivo cantilenare di una conclusiva Red Ford Radio raro rimando diretto ai lontani esordi per tramite di ballate pianistiche che fanno scomodare Joni Mitchell e Laura Nyro (IOU, Denise Don’t Wait), martellamenti disco (Overtime), collisioni fra voci operatiche e pulsazioni e rasoiate industrial (State House), pop-rock da AM anni ’70 (Born To Lose, Woodstock ’99), funk tropicalisti (And Yet It Moves/Y se mueve), orchestrazioni di un turgore fra Spector e Wagner su base synth/glam (The Quiver To The Bomb). Insuperabile?

Pubblicato per la prima volta in una versione più breve su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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I migliori album del 2020 (9): The Dream Syndicate – The Universe Inside (Anti-)

In fondo si poteva essere già più che soddisfatti così: che, riaffacciatisi a sorpresa alla ribalta nel 2012, dopo essersi limitati per qualche tempo a regalare ai nostalgici un jukebox ovviamente irresistibile (ma che altrettanto ovviamente nulla aggiungeva alla loro epopea) del fantastico repertorio d’antan i Dream Syndicate avessero ingrossato il catalogo con due album eccellenti quali “How Did I Find Myself Here?” (2017) e “These Times” (2019) era tanta roba. Giustificava abbondantemente la rimpatriata e a maggior ragione perché, fuori da quell’ambito, Steve Wynn mai era andato al di là di un’onesta routine da cantautore rock, con i suoi numerosi lavori da solista, o aveva ricreato un’alchimia di gruppo, con Gutterball e Baseball Project, che fosse nemmeno lontanamente paragonabile. Sicché da “The Universe Inside” non ci si attendeva che un ulteriore ispirato procedere sulla retta via. Mica una deviazione talmente radicale da togliere il respiro! Dei Dream Syndicate letteralmente inauditi e dire che dal vivo sin dai primordi la band mai si è negata la jam strumentale al centro o in coda ai brani che meglio si prestavano. Non alla maniera dei Grateful Dead o degli Allman Brothers, beninteso, con i quali i nostri eroi poco se non nulla hanno mai condiviso, quanto piuttosto con cavalcate alla Crazy Horse quando a prendersi precipuamente la ribalta sono le chitarre, alla Velvet Underground quando basso e batteria vi giocano un ruolo paritetico. Certo krautrock giusto una suggestione assorbita per tramite dell’influenza esercitata su esso da questi ultimi, il jazz un’idea appena pure nell’epopea nominalmente esplicita di un John Coltrane Stereo Blues.

Sicché di Regulator la prima cosa a spiazzare è l’implacabilità motoristica, alla Neu!, della ritmica che sottende il duellare/duettare di chitarre da qualche parte fra i Quicksilver Messenger Service che reinventavano Bo Diddley e gli Amon Düül II che trasportavano la California dei Quicksilver stessi alle porte del cosmo su in Germania. Non temperata bensì magnificata da inserti tastieristici e da un sassofono che spennella afrobeat e sputacchia free. Per un totale di venti minuti e ventisette secondi così, subito, tanto per gradire. Fa più di un terzo di un programma poco sotto l’ora e che si compone di altre quattro tracce soltanto di cui giusto quella immediatamente successiva, The Longing, in forma vagamente canonica di canzone, chiari echi di Paisley Underground a risuonarvi e però la sapete una cosa? Più che i Dream Syndicate paiono i Rain Parade. A seguire: i Velvet girati space rock di una Apropos Of Nothing da cui a un certo punto balena a mo’ di nave in fiamme al largo dei bastioni di Orione il riff di Third Stone From The Sun e gli Hawkwind traslati in fanfara funky-jazz di Dusting Off The Rust. E infine: una Slowest Rendition che è scheggia (insomma… 10’53”…) di un “Bitches Brew” con già in testa “On The Corner”. Miles Davis, ecco: c’è molto Davis, e molto Teo Macero, in un disco che è stato tagliato e cucito partendo da ottanta minuti di improvvisazioni live cui sono state aggiunte a posteriori solo le parti vocali e giustappunto fiatistiche (un superbo Marcus Tenney diviso fra sax e tromba). La curiosità ora è scoprire, quando infine si potrà, se in concerto li ascolteremo mai dei Dream Syndicate così. Se “The Universe Inside” resterà un folgorante unicum o marcherà per Wynn e sodali l’inizio di una terza vi(t)a.

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I migliori album del 2020 (11): Algiers – There Is No Year (Matador)

Nonostante sia inevitabilmente venuto meno l’effetto sorpresa, gli Algiers continuano a suonare come nessun altro complesso al mondo. Cambiando radicalmente le modalità di costruzione di un lavoro ─ l’omonimo debutto del 2015 messo assieme dagli allora tre componenti del gruppo scambiandosi per mesi di fila file cui ciascuno aggiungeva qualcosa a ogni passaggio; il seguito del 2017 “The Underside Of Power” registrato nei momenti di pausa di un lungo tour; questo inciso in tre diversi studi newyorkesi ma nell’arco di due settimane appena, operando concentrati e come mai prima d’ora, eccetto che dal vivo, come una band convenzionale ─ non muta il risultato: un sound che resta unico e inconfondibile pur rimodellandosi costantemente con piccole aggiunte, per approssimazioni. “Connubio fra le radici più remote della musica afromericana (…) e la lezione di una new wave giunta (…) a preconizzare quello che tre buoni lustri dopo verrà chiamato post-rock” che ha poi saputo osare ulteriormente, innervandosi “di incubotico, dissonante prog” o arrivando a incrociare Suicide e Temptations così come a reinventare i Depeche Mode, notoriamente dei cultori della compagine di Atlanta.

Titolo involontariamente quanto sinistramente preveggente, uscito all’alba dell’anno più incredibile toccatoci in sorte in questo secolo che sfida a inventarsi distopie più incredibili della realtà stessa, “There Is No Year” si concede l’unico guizzo convenzionalmente rock giusto in dirittura d’arrivo (nella versione in CD; quella in vinile sistema il brano su un 7” a parte), con l’assalto hardcore di Void. Prima del quale la banda dei quattro si produce fra il resto in cerimonie liturgiche in chiese abitate da fantasmi in ogni senso gotici (Dispossession), cavalcate sintetiche con tratti industrial (Hour Of The Furnaces), post-blues fra l’inacidato e il sulfureo, il sacrale e il dissonante (Losing Is Ours), errebì sul limitare della disco (Unoccupied), techno-pop annerito (Chaka), ambient-soul (Wait For The Sound), fosche ballate su beat sincopati (We Can’t Be Found) o marziali (Nothing Bloomed). Laddove la traccia omonima aveva di nuovo tirato fuori dal bagaglio dei trucchi dei Suicide rimodellati black e più avanti si sottopongono ad analogo maquillage i Radiohead (Repeating Night). Per non essere più così sorprendenti, gli Algiers sanno ancora come si fa a stupire.

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The Heliocentrics – Telemetric Sounds (Madlib Invazion)

Per chi aveva letto un’intervista pubblicata su un noto mensile britannico all’altezza dell’uscita in febbraio di “Infinity Of Now” l’arrivo nei negozi di un secondo album degli Heliocentrics a sette mesi da un predecessore che si era fatto attendere quasi tre anni non è una sorpresa. Il batterista Malcolm Catto, da sempre e cioè dal 2005 il punto fermo (assieme al bassista Jake Ferguson) intorno a cui ruota il collettivo londinese, già ne parlava, svelandone oltre al titolo le singolari modalità di realizzazione: frutto in parte di una jam di quaranta minuti decollata mentre i musicisti attendevano in studio il ritorno della cantante Barbora Patkova, in pausa pranzo, e poi editata, con a integrare la scaletta altri strumentali distanti dal mood prevalente nel disco dato alle stampe per primo. Per quanto (dico io e a suo tempo lo scrissi) in quella stupenda sinossi di uno stile musicale imprendibile a base di funk e jazz elettrico, psichedelia e krautrock, trip-hop, musiche etniche e colonne sonore di impronta ’60/primi ’70 a tratti facessero capolino degli Heliocentrics singolarmente ansiogeni e malevoli, come mai in precedenza. Sentimento che in “Telemetric Sounds” si fa dominante.

Accade così che un disco inciso prima che il covid-19 mettesse il mondo a soqquadro si ritrovi a offrire fondali perfetti per questi tempi lividi, con un po’ di requie giusto quasi a fondo corsa, con una flemmatica e in odore di blaxploitation The Opening, un attimo prima che una stralunata, dissonante Left To Our Own Devices chiuda il cerchio aperto da una traccia omonima fra il motoristico e il derviscio. Curiosamente, dalle ritmiche sghembe e dai fraseggi free di Devistation balena un’eco dei Pink Floyd di Money.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.425, novembre 2020.

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