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I migliori album del 2020 (1): Moses Sumney – græ (Jagjaguwar)

L’album che ho ascoltato di più nel 2020 è uscito a puntate e le prime (come probabilmente tutte le registrazioni) datano 2019. Era il 14 novembre di quell’anno quando Moses Sumney disvelava la prima delle venti tracce (le canzoni “vere” sono in realtà quindici) che sono alla fine andate a comporre questo suo magnum opus. Con in memoria il soul appena infiltrato indie del debutto del 2017 “Aromanticism” Virile risultava spiazzante all’estremo, con il suo rutilare nel contempo storto e squadrato di chitarre e batteria rock. Né sarebbe potuto risultare più stridente il contrasto con la sofferta ballata acustica Polly, che gli andava dietro il 13 dicembre. Un primo indizio di capolavoro si palesava il successivo 6 gennaio, con l’idea abbacinante di Radiohead prestati al Tim Buckley di “Starsailor” di Me In 20 Years. Un secondo il 7 febbraio con una Cut Me in cui la voce inietta di soul il Charles Mingus innamorato del folk. E da lì a quattro giorni, sempre solo in formato liquido, ecco emergere infine l’album e anzi no. “græ part 1”, recita il titolo, i brani in scaletta sono dodici e dei quattro già pubblicati manca all’appello Me In 20 Years. Ancora anticipato di pochissimo da una Bless Me di solennità liturgica che passa dal bianco al nero quando si fa largo, appoggiandosi al caracollare del basso e a una percussività metronomica, un coro gospel, “græ” raggiunge infine i negozi non solo virtuali in forma di doppio vinile o CD singolo il 15 maggio. Non credo sia passata settimana da allora senza che almeno una parte del suo corposo e sontuoso programma abbia risuonato fra le mie mura domestiche.

“Sono consapevole della mia molteplicità, e chiunque desideri creare con me o con il mio lavoro un rapporto significativo deve esserlo lui pure”: parole non del nostro uomo, californiano di origini ghanesi, bensì della scrittrice, londinese di nascita e di radici miste ghanesi e nigeriane, Taiye Selasi. Suggellano il recitativo su fondale ambient-jazz di Also Also Also And And And e fanno da manifesto a un album uno ed effettivamente bino: una prima parte nella quale l’inestricabile intersecarsi di folk, art-rock, jazz ed elementi di musica classica produce brani più complessi, e a tratti contundenti, che tolgono definitivamente a costui il patentino (del resto sempre rifiutato) di artista errebì; una seconda assai più lineare e introspettiva, per quanto sul subito quasi non si noti la sutura essendo affidato il delicato passaggio a due tracce sentimentalmente affini quali la summenzionata Polly e la Björk in versione pastorale di Two Dogs. Bino? Sul serio “græ”, il cui tema prevalente (e preveggente, se si pensa che la sua stesura ha preceduto la pandemia) è l’isolamento, e nella cui realizzazione Sumney ha nondimeno coinvolto una quarantina (!) fra musicisti, produttori, tecnici del suono, contiene moltitudini. In esso, la visione di una musica né bianca né nera, né maschile né femminile (non so se ho mai sentito un altro falsetto così falsetto). Gli anni ’20 del XXI secolo cominciano qui: fra il dittico guerresco e ansiogeno formato da Conveyor e Boxes e il macinare blues sul quale soffiano venti astrali e fra le cui pieghe si insinua il piano, nell’occasione più cameristico che jazz, del compianto Esbjörn Svensson di Gagarin; fra una Colouour in cui Billie Holiday è viva e si strugge insieme a noi e l’arazzo spagnoleggiante che trasmuta in spastica danza di Neither/Nor; fra l’Al Green in versione This Mortal Coil di Bystanders e una Keeps Me Alive che chissà cosa mai ne avrebbe fatto Amy Winehouse. Ma pure così… Immenso.

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I migliori album del 2020 (4): Thurston Moore – By The Fire (The Daydream Library Series)

Diciamolo: dei trent’anni in cui i Sonic Youth sono rimasti insieme prima che lo sciogliersi di un sodalizio che oltre che artistico era stato sentimentale li ponesse in uno stato di animazione sospesa, che dura ormai da nove e presumibilmente si prolungherà all’infinito, gli ultimi dieci sono stati superflui, se non proprio deleteri. Non è che il molto andato dietro alla loro ultima uscita poco meno che imprescindibile, “NYC Ghosts And Flowers” del 2000, abbia tolto nulla a una vicenda che resta straordinaria, ma per certo nemmeno ha aggiunto. Mentre invece, separatesi le strade, ciascuno di loro almeno una cosa o due  o tre di grande sostanza ce l’ha donata. Penso all’ancora recente (2019) e splendido “No Home Record” di Kim Gordon o, risalendo appena più indietro nel tempo (2017), a “Electric Trim” di Lee Ranaldo (parlando di costui, di livello pure la collaborazione di inizio 2020 con Raül Refree che ha avuto come esito il variegato e chiaroscurale “Names Of North End Women”). Mentre nella torrenziale produzione di Moore fra le tante, troppe uscite di impianto avant-improv che onestamente non sono nelle mie corde (mio limite, magari) spiccano “Demolished Thoughts” (toh! 2011), “The Best Day” (2014) e il programmatico sin dal titolo “Rock n Roll Consciousness (2017). Ma soprattutto questo “By The Fire”.

Monumentale, con le sue nove tracce appena che arrivano a totalizzare ben ottantadue minuti divisi su due CD o due LP, ogni tanto a rischio di logorrea (strumentale, la voce spesso arriva molto avanti e talvolta non c’è proprio), che diresti a un certo punto che stia per perdere il filo, sfaldarsi rovinosamente, e invece no, si tiene. Per quanto a renderlo ancora più riuscito e semplicemente eccezionale sarebbe bastato pochissimo. Tipo un rimescolamento della scaletta, con la squisita performance in solitario di un’adeguatamente onirica Dreamers Work collocata a congedo e quello che è invece il suggello ─ Venus: attacco sospeso e tensione che poi monta spasmodica ─ collocato dietro al fenomenale uno-due introduttivo costituito da una Hashish estaticamente psichedelica (solo io ci sento echi di Television?) e al bulldozer di impronta grunge (quel grunge che aveva nei Black Sabbath i primi numi tutelari) Cantaloupe. Dopo di che si sarebbe potuto mantenere quasi invariato l’ordine, con l’epopea di 16’42” di Locomotives ─ marziale e sinuosa e via via sempre più fosca e ansiogena, salvo verso metà offrire un minimo di requie prima di tornare a macinare implacabile ─ incastonata come già è fra il dittico Siren (alternarsi di tensione e rilascio dopo un iniziale porgersi con gentilezza)/Calligraphy (al confronto assai più statica) e il motoristico incalzare di They Believe In Love (When They Look At You). Per quindi recuperare la suite post-punk-noise Breath. Ci siete? Non trovate che per definire allora “By The Fire” si sarebbe potuta usare la parola “capolavoro” senza metterci davanti “mezzo”? In ogni caso: il disco di un ex-Sonic Youth (qui e là citazioni semi-esplicite di articoli del vecchio catalogo) più bello, eccitante, intrigante dacché i Sonic Youth non ci sono più.

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I migliori album del 2020 (6): U.S. Girls – Heavy Light (4AD)

È stato un percorso in ogni senso lungo quello che ha portato Meghan Remy da “Introducing…”, debutto del 2008, a questo che è il suo settimo album e a oggi l’apice di una vicenda artistica in costante divenire. Riassunto delle puntate precedenti… Dopo avere suonato punk in band amatoriali nel 2007 Meghan comincia a incidere su un registratore a bobine basi ruvidamente sperimentali, percussive, sulle quali eterna performance vocali ora aggressive, ora cupe. Queste incisioni casalinghe daranno vita ai due primi dischi. Il terzo la vedrà cominciare ad arrotondare qualche spigolo, evolvendo verso una forma-canzone perlopiù basata su campionamenti che veniva perfezionata nel quarto, nonché primo a uscire per un’etichetta di buona visibilità e distribuzione quale la Fat Cat. La svolta vera arrivava però con il quinto, con cui approdava nel 2015 alla 4AD: congerie brillantemente oscura se è concesso l’ossimoro di electro e art-pop, cameristica, illbient e new wave, “Half Free” faceva fare al progetto U.S. Girls un salto di almeno un paio di categorie, guadagnandogli grande visibilità e candidature ai Juno Awards e al Polaris Music Prize. E siamo quasi arrivati a “Heavy Light”, preceduto ancora, due anni fa, da “In A Poem Unlimited”: le musiche più accessibili di sempre, spesso danzabili, al servizio di testi “politici” come non mai.

Incredibile come riesca a tenersi insieme un successore che copre l’ampissimo arco che da una 4 American Girls che evoca sia Madonna che il Bowie di “Young Americans” arriva all’ossessivo cantilenare di una conclusiva Red Ford Radio raro rimando diretto ai lontani esordi per tramite di ballate pianistiche che fanno scomodare Joni Mitchell e Laura Nyro (IOU, Denise Don’t Wait), martellamenti disco (Overtime), collisioni fra voci operatiche e pulsazioni e rasoiate industrial (State House), pop-rock da AM anni ’70 (Born To Lose, Woodstock ’99), funk tropicalisti (And Yet It Moves/Y se mueve), orchestrazioni di un turgore fra Spector e Wagner su base synth/glam (The Quiver To The Bomb). Insuperabile?

Pubblicato per la prima volta in una versione più breve su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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I migliori album del 2020 (9): The Dream Syndicate – The Universe Inside (Anti-)

In fondo si poteva essere già più che soddisfatti così: che, riaffacciatisi a sorpresa alla ribalta nel 2012, dopo essersi limitati per qualche tempo a regalare ai nostalgici un jukebox ovviamente irresistibile (ma che altrettanto ovviamente nulla aggiungeva alla loro epopea) del fantastico repertorio d’antan i Dream Syndicate avessero ingrossato il catalogo con due album eccellenti quali “How Did I Find Myself Here?” (2017) e “These Times” (2019) era tanta roba. Giustificava abbondantemente la rimpatriata e a maggior ragione perché, fuori da quell’ambito, Steve Wynn mai era andato al di là di un’onesta routine da cantautore rock, con i suoi numerosi lavori da solista, o aveva ricreato un’alchimia di gruppo, con Gutterball e Baseball Project, che fosse nemmeno lontanamente paragonabile. Sicché da “The Universe Inside” non ci si attendeva che un ulteriore ispirato procedere sulla retta via. Mica una deviazione talmente radicale da togliere il respiro! Dei Dream Syndicate letteralmente inauditi e dire che dal vivo sin dai primordi la band mai si è negata la jam strumentale al centro o in coda ai brani che meglio si prestavano. Non alla maniera dei Grateful Dead o degli Allman Brothers, beninteso, con i quali i nostri eroi poco se non nulla hanno mai condiviso, quanto piuttosto con cavalcate alla Crazy Horse quando a prendersi precipuamente la ribalta sono le chitarre, alla Velvet Underground quando basso e batteria vi giocano un ruolo paritetico. Certo krautrock giusto una suggestione assorbita per tramite dell’influenza esercitata su esso da questi ultimi, il jazz un’idea appena pure nell’epopea nominalmente esplicita di un John Coltrane Stereo Blues.

Sicché di Regulator la prima cosa a spiazzare è l’implacabilità motoristica, alla Neu!, della ritmica che sottende il duellare/duettare di chitarre da qualche parte fra i Quicksilver Messenger Service che reinventavano Bo Diddley e gli Amon Düül II che trasportavano la California dei Quicksilver stessi alle porte del cosmo su in Germania. Non temperata bensì magnificata da inserti tastieristici e da un sassofono che spennella afrobeat e sputacchia free. Per un totale di venti minuti e ventisette secondi così, subito, tanto per gradire. Fa più di un terzo di un programma poco sotto l’ora e che si compone di altre quattro tracce soltanto di cui giusto quella immediatamente successiva, The Longing, in forma vagamente canonica di canzone, chiari echi di Paisley Underground a risuonarvi e però la sapete una cosa? Più che i Dream Syndicate paiono i Rain Parade. A seguire: i Velvet girati space rock di una Apropos Of Nothing da cui a un certo punto balena a mo’ di nave in fiamme al largo dei bastioni di Orione il riff di Third Stone From The Sun e gli Hawkwind traslati in fanfara funky-jazz di Dusting Off The Rust. E infine: una Slowest Rendition che è scheggia (insomma… 10’53”…) di un “Bitches Brew” con già in testa “On The Corner”. Miles Davis, ecco: c’è molto Davis, e molto Teo Macero, in un disco che è stato tagliato e cucito partendo da ottanta minuti di improvvisazioni live cui sono state aggiunte a posteriori solo le parti vocali e giustappunto fiatistiche (un superbo Marcus Tenney diviso fra sax e tromba). La curiosità ora è scoprire, quando infine si potrà, se in concerto li ascolteremo mai dei Dream Syndicate così. Se “The Universe Inside” resterà un folgorante unicum o marcherà per Wynn e sodali l’inizio di una terza vi(t)a.

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I migliori album del 2020 (11): Algiers – There Is No Year (Matador)

Nonostante sia inevitabilmente venuto meno l’effetto sorpresa, gli Algiers continuano a suonare come nessun altro complesso al mondo. Cambiando radicalmente le modalità di costruzione di un lavoro ─ l’omonimo debutto del 2015 messo assieme dagli allora tre componenti del gruppo scambiandosi per mesi di fila file cui ciascuno aggiungeva qualcosa a ogni passaggio; il seguito del 2017 “The Underside Of Power” registrato nei momenti di pausa di un lungo tour; questo inciso in tre diversi studi newyorkesi ma nell’arco di due settimane appena, operando concentrati e come mai prima d’ora, eccetto che dal vivo, come una band convenzionale ─ non muta il risultato: un sound che resta unico e inconfondibile pur rimodellandosi costantemente con piccole aggiunte, per approssimazioni. “Connubio fra le radici più remote della musica afromericana (…) e la lezione di una new wave giunta (…) a preconizzare quello che tre buoni lustri dopo verrà chiamato post-rock” che ha poi saputo osare ulteriormente, innervandosi “di incubotico, dissonante prog” o arrivando a incrociare Suicide e Temptations così come a reinventare i Depeche Mode, notoriamente dei cultori della compagine di Atlanta.

Titolo involontariamente quanto sinistramente preveggente, uscito all’alba dell’anno più incredibile toccatoci in sorte in questo secolo che sfida a inventarsi distopie più incredibili della realtà stessa, “There Is No Year” si concede l’unico guizzo convenzionalmente rock giusto in dirittura d’arrivo (nella versione in CD; quella in vinile sistema il brano su un 7” a parte), con l’assalto hardcore di Void. Prima del quale la banda dei quattro si produce fra il resto in cerimonie liturgiche in chiese abitate da fantasmi in ogni senso gotici (Dispossession), cavalcate sintetiche con tratti industrial (Hour Of The Furnaces), post-blues fra l’inacidato e il sulfureo, il sacrale e il dissonante (Losing Is Ours), errebì sul limitare della disco (Unoccupied), techno-pop annerito (Chaka), ambient-soul (Wait For The Sound), fosche ballate su beat sincopati (We Can’t Be Found) o marziali (Nothing Bloomed). Laddove la traccia omonima aveva di nuovo tirato fuori dal bagaglio dei trucchi dei Suicide rimodellati black e più avanti si sottopongono ad analogo maquillage i Radiohead (Repeating Night). Per non essere più così sorprendenti, gli Algiers sanno ancora come si fa a stupire.

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The Heliocentrics – Telemetric Sounds (Madlib Invazion)

Per chi aveva letto un’intervista pubblicata su un noto mensile britannico all’altezza dell’uscita in febbraio di “Infinity Of Now” l’arrivo nei negozi di un secondo album degli Heliocentrics a sette mesi da un predecessore che si era fatto attendere quasi tre anni non è una sorpresa. Il batterista Malcolm Catto, da sempre e cioè dal 2005 il punto fermo (assieme al bassista Jake Ferguson) intorno a cui ruota il collettivo londinese, già ne parlava, svelandone oltre al titolo le singolari modalità di realizzazione: frutto in parte di una jam di quaranta minuti decollata mentre i musicisti attendevano in studio il ritorno della cantante Barbora Patkova, in pausa pranzo, e poi editata, con a integrare la scaletta altri strumentali distanti dal mood prevalente nel disco dato alle stampe per primo. Per quanto (dico io e a suo tempo lo scrissi) in quella stupenda sinossi di uno stile musicale imprendibile a base di funk e jazz elettrico, psichedelia e krautrock, trip-hop, musiche etniche e colonne sonore di impronta ’60/primi ’70 a tratti facessero capolino degli Heliocentrics singolarmente ansiogeni e malevoli, come mai in precedenza. Sentimento che in “Telemetric Sounds” si fa dominante.

Accade così che un disco inciso prima che il covid-19 mettesse il mondo a soqquadro si ritrovi a offrire fondali perfetti per questi tempi lividi, con un po’ di requie giusto quasi a fondo corsa, con una flemmatica e in odore di blaxploitation The Opening, un attimo prima che una stralunata, dissonante Left To Our Own Devices chiuda il cerchio aperto da una traccia omonima fra il motoristico e il derviscio. Curiosamente, dalle ritmiche sghembe e dai fraseggi free di Devistation balena un’eco dei Pink Floyd di Money.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.425, novembre 2020.

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Tortoise. Ovvero: l’invenzione negata del post-rock

Il 19 febbraio, anticipato da un frastuono mediatico inaudito per un gruppo le cui vendite finora si sono misurate non in milioni ma nemmeno in centinaia di migliaia di copie a titolo, è infine arrivato nei negozi “Standards”, quarto o quinto (a seconda che si conti o meno la raccolta di remix “Rhythms, Resolutions & Clusters”) album dei Tortoise. Al solito prevedibilissimo il gioco delle parti inscenato dalla stampa nel Bel Paese (vanno diversamente le cose altrove: “The Wire” ha speso una copertina avendo ogni buona ragione per farlo): chi per primo, in tempi non sospetti, cantò le lodi della Tartaruga chicagoana fa ora mostra di schifarla un po’; chi quando debuttò quasi non si accorse della sua esistenza cerca di recuperare il tempo perduto per mantenersi à la page.  Aspettiamo che Daniel Givens arrivi pure lui al quarto disco adulto e ne riparleremo, volete? Per intanto il quesito è: merita, “Standards”, tutto questo bailamme? Sì e no. Sì se si tiene da conto la rilevanza dei suoi autori per il rock, “post-” ma non solo, dell’ultimo decennio: l’impressione è che, quando si potranno tirare le somme con il distacco indotto dal trascorrere degli anni, a simboleggiare i ’90 saranno chiamati, più che i Nirvana (o i Radiohead o i Nine Inch Nails o gli Oasis, o chi volete voi), proprio i Tortoise. No, se si considera che è opera che offre conferme, non sorprese. Solido classicismo piuttosto che rivoluzioni, che del resto sono faccenda irripetibile, come la perdita della verginità. La sua la Tartaruga l’ha smarrita sette anni or sono. Usciva allora, dopo un paio di prescindibili singoletti preparatori, un omonimo debutto in lungo a suo modo tanto innovativo da mutare le coordinate di ciò che si intende come rock. Da indurre addirittura a parlare di post-rock, etichetta peraltro mai accettata dalla compagine americana, che nel mentre supera definitivamente l’estetica del punk continua (si vedano tutte le recenti interviste) a richiamarsi alla sua etica.

Il post-rock, allora. Con significativa coincidenza temporale, il critico inglese Simon Reynolds usava per la prima volta tale definizione proprio nel 1994, in maggio per essere precisi, in un concettuoso articolo uscito sul già menzionato mensile “The Wire”. Non in riferimento ai Tortoise, che non poteva conoscere, né a una scena di Chicago ancora tutta in nuce, ma per dire di una serie di gruppi britannici – Seefeel, Bark Psychosis, Main, Stereolab, Pram, Moonshake, Scorn i più noti – che, pur suonando con la strumentazione del rock, ne rifiutavano le pietre angolari del riff e della forma canzone, optando invece per una sperimentazione tendente a una libertà di forme derivante dal jazz elettrico davisiano come dal dub, dalla psichedelia più espansa come dal minimalismo, dal krautrock come dalla no wave e dal noise più destrutturato, dalla ambient, dalla musica concreta. Stile con nel DNA la propensione a un constante divenire, che se traeva ispirazione da un canone ormai accettato in ambito rock (antesignani conclamati, tedeschi a parte: Velvet Underground, Pink Floyd, Cabaret Voltaire, P.I.L., Joy Division, Jesus And Mary Chain, My Bloody Valentine) contemporaneamente lavorava al suo superamento. Annotava Reynolds tirando le somme: “Per i gruppi post-rock, l’idea dei Sonic Youth di ‘reinventare la chitarra’ significa in realtà eliminare il rock dalla musica con le chitarre; in alcuni casi, il passo successivo è eliminare le chitarre”. Post-rock come nemesi dell’imperante grunge, dunque. Fra le tante altre cose.

Non era – vale ripeterlo – dei Tortoise che stava parlando ma, aggiungendo al quadro l’assenza del cantato e l’uso dello studio di registrazione come vero e proprio strumento, e includendo fra le influenze l’astratto folk di John Fahey (presenza pure più vistosa nei lavori dei Gastr Del Sol), quanto scrisse descrive perfettamente il sound che il gruppo dell’Illinois espose nel suo prodigioso esordio (su Thrill Jockey, label cui i Nostri sono rimasti fedeli).

Prosegue per altre 7.495 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.431, 27 febbraio 2001.

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Moses Sumney – græ (Jagjaguwar)

Singolari le modalità di pubblicazione del secondo album di questo trentenne californiano di origini ghanesi. Da lì conviene cominciare a raccontare “græ”, la cui prima metà ─ dodici tracce, 38’08” ─ veniva commercializzata in digitale il 21 febbraio. La seconda metà ─ ulteriori otto pezzi, 27’36” ─ ha visto la luce il 15 maggio e ha completato l’album vero e proprio, stavolta reso disponibile nella sua interezza (per la gioia di quanti avevano acquistato la “Part 1”) anche su CD, oppure doppio vinile. Un senso c’è. È che il nostro uomo, conscio dello spessore di un’opera ambiziosissima, desiderava che gli ascoltatori iniziassero ad assimilare la metà (abbondante) che segna uno stacco netto rispetto all’esordio del 2017 “Aromanticism”. È che, pur essendoci un’unità di fondo, si tratta quasi di due dischi in confezione unica. Nondimeno qualche perplessità resta.

Ciò premesso: ci si può sbilanciare e affermare che trattasi del primo capolavoro del nuovo decennio, album capace insieme di fotografarlo e trascenderlo e quindi destinato a non invecchiare. Quanto sono diverse le due parti che lo compongono, allora: a fronte di una seconda assai più lineare e introspettiva, nella prima l’inestricabile intersecarsi di folk, art-rock, jazz ed elementi di musica classica produce brani più complessi, e a tratti contundenti, che tolgono definitivamente il patentino di artista neo-soul (da lui del resto sempre rifiutato) a Sumney. In ogni caso invisibile una sutura sagacemente affidata alla sofferta ballata acustica Polly e alla Björk in versione pastorale di Two Dogs. Lo spazio a disposizione non consente di diffondersi citando almeno qualche altra traccia. Ne resta abbastanza per dire di una voce di rimarchevole estensione, a suo agio soprattutto con un falsetto di rara versatilità.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.421, luglio 2020.

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Brigitte Fontaine – Terre neuve (Verycords)

Uno dei dischi più urticanti che ascolterete (io ve lo consiglio) nel 2020 è stato appena pubblicato da una cantante che a giugno compirà ottantun anni e nondimeno è ancora – sublimemente – “folle”, come dichiarava nel 1968 nel titolo del suo secondo album. “Terre neuve” è il diciannovesimo e se era dal 2013 che lo si attendeva è perché ultimamente la salute non ha granché assistito un’artista che dire eclettica è poco – è anche attrice, autrice radiofonica e teatrale, poetessa e romanziera. Il che non le ha impedito nel frattempo di dare alle stampe cinque assortiti volumi ed essere protagonista di un documentario che ne narra l’incredibile vita. Avendo accennato a che altro ha fatto, musica a parte, mi limito qui a riassumere ulteriormente dicendo che in musica è una che ha mischiato di tutto, dandosi alternativamente o contemporaneamente al pop come al rock più spigoloso, da un jazz nell’ampio arco fra il cantabile e il free a esperimenti con la world, dal folk all’elettronica, dalla spoken poetry alla classica contemporanea. Fenomeno tutto transalpino fintanto che nel 2001 dei ferventi ammiratori, certi Sonic Youth, non le facevano passare i confini collaborando al formidabile (fra gli ospiti pure tal Archie Shepp) “Kékéland”.

Disco easy se raffrontato a questo, che dopo i due minuti di faticoso recitativo su organo liturgico di Le tout pour le tout letteralmente deflagra con una Les beaux animaux dalle parti dei Velvet Underground di Sister Ray e una J’irai pas furiosamente Suicide. Titolo successivo: Je vous déteste. Più avanti, brani sul limitare dell’industrial, una Vendetta risolutamente da Gioventù Sonica, della psichedelia psicotica e solo a fondo corsa, in Parlons d’autre chose, un che di elegiaco, della crepuscolare dolcezza. Non. Ci. Si. Crede.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.418, marzo 2020.

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Quell’unico disco, magnifico di Hal Willner (5/4/1956-6/4/2020)

Noto al pubblico americano soprattutto per essere stato – dal 1981! – il responsabile delle musiche di “Saturday Night Live”, Hal Willner è stato ucciso (beffardamente, all’indomani del suo sessantaquattresimo compleanno; la notizia è stata diffusa ventiquattr’ore dopo) dal virus che sta cambiando probabilmente per sempre (o comunque per molto, molto tempo) le vite di tutti noi. La platea dei musicofili lo ricorda soprattutto per essere stato colui che portò al massimo stato dell’arte il difficilissimo esercizio dell’album-tributo e per avere prodotto fra gli altri Marianne Faithfull, Bill Frisell, Lucinda Williams, Lou Reed e Laurie Anderson. Nonché per l’avere portato per primo su un palco Jeff Buckley, lanciandone di fatto la carriera. In pochi hanno invece memoria dell’unico disco che pubblicò a suo nome. E che è bellissimo.

Whoops I’m An Indian (Pussyfoot, 1998)

Tutti i progetti ai quali il produttore Hal Willner ha posto mano nei suoi oltre tre lustri di carriera hanno avuto il carattere dell’eccezionalità, a partire da quel “Rota Amarcord” che vide musicisti jazz alle prese con un gigante delle colonne sonore, Nino Rota, doppiato due anni dopo, nel 1984, da “That’s The Way I Feel Now”, che vedeva musicisti rock cimentarsi con un gigante del jazz, Thelonious Monk. Sono seguiti – vado a memoria – tributi a Kurt Weill, alla musica dei film di Walt Disney e a Charles Mingus, dischi con Allen Ginsberg e con William Burroughs e i Disposable Heroes Of Hiphoprisy insieme e svariati lavori per il cinema. Logico dunque che il debutto in proprio di Willner fosse atteso con curiosità e magari un po’ di diffidenza: sarebbe stato all’altezza?

Assolutamente sì. “Whoops I’m An Indian” va persino oltre le aspettative svolgendo un lavoro di sintesi inaudito che coinvolge i ritmi di New Orleans come quelli della drum’n’bass, musiche etniche di ogni dove, jazz, bossanova, voci soul, gospel e fantasmatiche e tant’altro ancora. Senza termini di paragone (l’unico a venirmi in mente che non sia del tutto improponibile è “My Life In The Bush Of Ghosts” di Brian Eno e David Byrne) e praticamente indescrivibile a parole, a meno di non riempire pagine su pagine. Suonate la prima traccia, che intitola l’album tutto, e ve ne renderete conto: su un funky paludoso che arriva dritto da Crescent City si inseriscono chitarre hawaiiane e una minacciosa voce “trovata”. Inclassificabile, “Whoops I’m An Indian”: pensate a una collaborazione che coinvolga (auspice lo spirito di Sun Ra) Van Dyke Parks, Tom Waits, la Dirty Dozen Brass Band, Captain Beefheart, John Lurie, i Neville e i Chemical Brothers e qualche DJ jungle. Non vacilla la mente?

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.8, novembre/dicembre 1998. “Whoops I’m An Indian” non è mai stato ristampato, ma su Discogs ed eBay lo vendono a pochi spiccioli.

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