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Brigitte Fontaine – Terre neuve (Verycords)

Uno dei dischi più urticanti che ascolterete (io ve lo consiglio) nel 2020 è stato appena pubblicato da una cantante che a giugno compirà ottantun anni e nondimeno è ancora – sublimemente – “folle”, come dichiarava nel 1968 nel titolo del suo secondo album. “Terre neuve” è il diciannovesimo e se era dal 2013 che lo si attendeva è perché ultimamente la salute non ha granché assistito un’artista che dire eclettica è poco – è anche attrice, autrice radiofonica e teatrale, poetessa e romanziera. Il che non le ha impedito nel frattempo di dare alle stampe cinque assortiti volumi ed essere protagonista di un documentario che ne narra l’incredibile vita. Avendo accennato a che altro ha fatto, musica a parte, mi limito qui a riassumere ulteriormente dicendo che in musica è una che ha mischiato di tutto, dandosi alternativamente o contemporaneamente al pop come al rock più spigoloso, da un jazz nell’ampio arco fra il cantabile e il free a esperimenti con la world, dal folk all’elettronica, dalla spoken poetry alla classica contemporanea. Fenomeno tutto transalpino fintanto che nel 2001 dei ferventi ammiratori, certi Sonic Youth, non le facevano passare i confini collaborando al formidabile (fra gli ospiti pure tal Archie Shepp) “Kékéland”.

Disco easy se raffrontato a questo, che dopo i due minuti di faticoso recitativo su organo liturgico di Le tout pour le tout letteralmente deflagra con una Les beaux animaux dalle parti dei Velvet Underground di Sister Ray e una J’irai pas furiosamente Suicide. Titolo successivo: Je vous déteste. Più avanti, brani sul limitare dell’industrial, una Vendetta risolutamente da Gioventù Sonica, della psichedelia psicotica e solo a fondo corsa, in Parlons d’autre chose, un che di elegiaco, della crepuscolare dolcezza. Non. Ci. Si. Crede.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.418, marzo 2020.

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Quell’unico disco, magnifico di Hal Willner (5/4/1956-6/4/2020)

Noto al pubblico americano soprattutto per essere stato – dal 1981! – il responsabile delle musiche di “Saturday Night Live”, Hal Willner è stato ucciso (beffardamente, all’indomani del suo sessantaquattresimo compleanno; la notizia è stata diffusa ventiquattr’ore dopo) dal virus che sta cambiando probabilmente per sempre (o comunque per molto, molto tempo) le vite di tutti noi. La platea dei musicofili lo ricorda soprattutto per essere stato colui che portò al massimo stato dell’arte il difficilissimo esercizio dell’album-tributo e per avere prodotto fra gli altri Marianne Faithfull, Bill Frisell, Lucinda Williams, Lou Reed e Laurie Anderson. Nonché per l’avere portato per primo su un palco Jeff Buckley, lanciandone di fatto la carriera. In pochi hanno invece memoria dell’unico disco che pubblicò a suo nome. E che è bellissimo.

Whoops I’m An Indian (Pussyfoot, 1998)

Tutti i progetti ai quali il produttore Hal Willner ha posto mano nei suoi oltre tre lustri di carriera hanno avuto il carattere dell’eccezionalità, a partire da quel “Rota Amarcord” che vide musicisti jazz alle prese con un gigante delle colonne sonore, Nino Rota, doppiato due anni dopo, nel 1984, da “That’s The Way I Feel Now”, che vedeva musicisti rock cimentarsi con un gigante del jazz, Thelonious Monk. Sono seguiti – vado a memoria – tributi a Kurt Weill, alla musica dei film di Walt Disney e a Charles Mingus, dischi con Allen Ginsberg e con William Burroughs e i Disposable Heroes Of Hiphoprisy insieme e svariati lavori per il cinema. Logico dunque che il debutto in proprio di Willner fosse atteso con curiosità e magari un po’ di diffidenza: sarebbe stato all’altezza?

Assolutamente sì. “Whoops I’m An Indian” va persino oltre le aspettative svolgendo un lavoro di sintesi inaudito che coinvolge i ritmi di New Orleans come quelli della drum’n’bass, musiche etniche di ogni dove, jazz, bossanova, voci soul, gospel e fantasmatiche e tant’altro ancora. Senza termini di paragone (l’unico a venirmi in mente che non sia del tutto improponibile è “My Life In The Bush Of Ghosts” di Brian Eno e David Byrne) e praticamente indescrivibile a parole, a meno di non riempire pagine su pagine. Suonate la prima traccia, che intitola l’album tutto, e ve ne renderete conto: su un funky paludoso che arriva dritto da Crescent City si inseriscono chitarre hawaiiane e una minacciosa voce “trovata”. Inclassificabile, “Whoops I’m An Indian”: pensate a una collaborazione che coinvolga (auspice lo spirito di Sun Ra) Van Dyke Parks, Tom Waits, la Dirty Dozen Brass Band, Captain Beefheart, John Lurie, i Neville e i Chemical Brothers e qualche DJ jungle. Non vacilla la mente?

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.8, novembre/dicembre 1998. “Whoops I’m An Indian” non è mai stato ristampato, ma su Discogs ed eBay lo vendono a pochi spiccioli.

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David Sylvian – Ritratto di un artista senza rete, né confini

Un brutto anatroccolo che in un paio di anni si trasforma in un bellissimo cigno: così i Japan, creatura cui giovanissimi davano vita, ed era il 1974, i fratelli David e Stephen Batt e Andonis Michaelides, trio chitarra ritmica (e voce), batteria e basso cui presto si univa un altro allievo della stessa scuola londinese, il tastierista Richard Barbieri.  L’anno dopo il quartetto diventava quintetto con l’ingresso del chitarrista solista Rob Dean. Complesso a quel punto ancora senza nome mentre cantante, batterista e bassista già avevano provveduto a cambiare i loro, l’ultimo ribattezzandosi Mick Karn e i fratelli rispettivamente David Sylvian e Steve Jansen, quegli prendendo ispirazione da Sylvain Sylvain, questi da David Johansen e insomma nel 1975 Morrissey non era l’unico adolescente inglese in fissa con i New York Dolls. Avendo rimediato dopo mesi di prove un ingaggio per un concerto dovevano alla buon’ora adottare una ragione sociale e senza un motivo particolare optavano per quella che sapete. Scelta che porterà loro fortuna quando, dopo essersi guadagnati un contratto discografico vincendo un concorso per esordienti indetto dalla tedesca Hansa, pubblicavano nell’aprile 1978 il debutto a 33 giri “Adolescent Sex”, dandogli un seguito da lì ad appena sei mesi con “Obscure Alternatives”. Indovinereste mai l’unico paese al mondo dove i due LP entravano nelle zone alte delle classifiche? In Giappone. Mentre in patria i ragazzi collezionavano recensioni negative fino al dileggio, scherniti per il loro essere glam fuori tempo massimo, etichettati come una scadente imitazione dei Roxy Music (quando a riascoltarli oggi quei dischi suonano sì ingenui ma mica così orrendi; anzi). Salvo poi venire accostati alla nascente voga new romantic allorché alla fine dell’anno seguente davano alle stampe “Quiet Life” e la critica era comunque meno spietata, le vendite discrete. Ovazioni a scena aperta saluteranno nel 1980 “Gentlemen Take Polaroids” e nell’81 “Tin Drum”. Compiuta con quelli la metamorfosi accennata dal synth—pop del terzo album, fattosi raffinatissimo e soprattutto unico un sound ancora debitore ai Roxy ma capace nel contempo di inglobare dal funk all’elettronica più rarefatta passando per derive terzomondiste, asiatiche in particolare.

La storia di questo mese parte da qui, da una che finisce ed è quella di un quintetto che si dissolve allo zenit di ispirazione artistica e fortune commerciali e che vi devo dire? “Cherchez la femme”, Sylvian e Karn hanno litigato perché l’ex-ragazza del secondo si è messa con il primo e ciao ciao. Lei, che guarda caso è giapponese, si chiama Yuka Fujii, è fotografa e designer di livello e avrà – sta già avendo – un’influenza enorme sul nostro uomo. Facendolo appassionare al jazz, introducendolo alla pratica della meditazione, curandone (a partire dalla grafica dei dischi) l’immagine. I Japan si sciolgono nel 1982 e nell’83 aggiungono una preziosa postilla a una carriera inusuale con il doppio live “Oil On Canvas” (beffardamente un numero 5 UK: il loro piazzamento più alto). Avendo già colto due hit a 45 giri in coppia con Ryuichi Sakamoto (Bamboo Houses e Forbidden Colours), il loro ex-cantante debutta a 33 giri (restando fedele alla Virgin, che aveva griffato la seconda metà di discografia della ex-band) nel luglio 1984 con “Brilliant Trees”, (capo)lavoro che riprende il discorso esattamente da dove si era interrotto con il gruppo. Dà man forte al titolare un dream team di collaboratori che oltre al fratello Steve, a Barbieri e a Sakamoto include fra gli altri l’ex-Can Holger Czukay, l’ex-Pentangle Danny Thompson e i trombettisti Mark Isham e Jon Hassel. Presenza invero significativa l’ultima, siccome quella Fourth World Music che ha teorizzato – mettendo insieme minimalismo e assortite musiche etniche e manipolando elettronicamente il suono del suo strumento – è un influsso lampante anche al di là del fatto che Hassel co-firma con Sylvian, in apertura di seconda facciata, una Weathered Hall di sconfinate (proprio nel senso di “senza confini”) suggestioni. Verrebbe da dirla un apice del disco non fosse che è un disco di soli apici, dal funk fra Talking Heads e il Bowie di “Lodger” di Pulling Punches a quello con venature jazz di Red Guitar, a quello ghiacciato e fosco di Backwaters, dalle sognanti The Ink In The Well e Nostalgia a una traccia omonima e conclusiva fra lo stralunato e il solenne, versante liturgico.

Copertina che curiosamente non è quella originale bensì riprende l’edizione rimasterizzata in CD del 2003, “Brilliant Trees” è fresco di ristampa in vinile ed è una gran bella notizia, visto che sul più nobile dei supporti fonografici mancava da troppissimo all’appello. Ma per i cultori la notiziona è un’altra: fa parte di un’emissione di quattro titoli che comprende come secondo “Alchemy – An Index Of Possibilities”, che all’epoca (dicembre 1985) era uscito (tranne che in Australia, pensate) soltanto in cassetta. Con su un lato la suite in tre parti (la terza co-firmata Jansen/Hassell) Words With The Shaman (disponibile al tempo pure su 12”) e sull’altro la davvero rara Steel Cathedrals, traslucida gemma di ambient-jazz fra Eno e il primo Miles elettrico. Completano il poker di assi il doppio “Gone To Earth” (settembre 1986; non sono a conoscenza di altre versioni con questo – credo nuovo – art work) e “Secrets Of The Beehive” (settembre 1987). Vicinissimi ai vertici di “Brilliant Trees”, il primo grazie alle due facciate di canzoni laddove le due di musica per ambienti risultano un po’ dispersive, e a giudizio di alcuni l’ultimo persino superiore. Magari no e tuttavia articoli come la desolata e gassosa Maria, il valzer western con spruzzate di jazz Orpheus, la spagnoleggiante When Poets Dreamed Of Angels e la luttuosa a dispetto del titolo Let The Happiness In sono fra i più memorabili di un catalogo sfortunatamente non troppo cresciuto (solo altri cinque album) da allora. Sono ottime stampe, eccelse nel loro riprodurre filigrane finissime. Qualche dubbio lo suscitano giusto le buste interne cartonate, quando sarebbe stato meglio (per evitare graffi casuali e accumulo di elettricità) optare per degli inserti e i delicati vinili inserirli in buste antistatiche.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.409, maggio 2019. David Sylvian ha festeggiato ieri, per certo con la consueta eleganza, i suoi sessantadue anni.

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Battles – Juice B Crypts (Warp)

Benché sia a oggi il loro lavoro più succinto (40’39”) c’è così tanto da dire sul quarto album dei newyorkesi Battles che non si sa da dove partire. Da un’annotazione spicciola?  È il primo che incidono nella loro città e un po’ si coglie.  Poi è senz’altro più rilevante che si tratti del primo che li vede ridotti a duo, con il chitarrista e tastierista Ian Williams e il batterista John Stanier soli superstiti di quello che, per il tempo di un esordio nella storia maggiore del rock, “Mirrored”, del 2007, era un quartetto, con alla voce Tyondai Braxton e al basso il più recente dimissionario, Dave Konopka. Per “Gloss Drop”, del 2011, il trio rimediava alla defezione di Braxton sostituendolo con un poker di ospiti: Gary Numan, Matias Aguayo, Kazu Makino dei Blonde Redhead e Yamantaka Eye dei Boredoms. Laddove in “La Di Da Di”, del 2015, si rinunciava alle voci. “Juice B Crypts” è metà cantato e metà strumentale e fa sinossi, naturalmente al modo di un gruppo di prodigiosa capacità strumentale e solito affastellare idee e influenze che ad altri non verrebbe mai di mettere assieme, dei due lavori precedenti. Incredibile come l’assenza di Konopka non sembri pesare.

Il vero scarto di lato fu nel passaggio da un debutto che si inventava un nuovo prog partendo da math e avant-rock a un secondo e soprattutto un terzo post-rock nel senso di andare proprio oltre, con elementi di elettronica da ballo, tocchi latini e influenze afro a insinuarsi in un sound densissimo e insieme agilissimo. Qui si sperimenta addirittura (felicemente) con l’hardcore hip hop, in IZM, quando nella cavalcata krautrock Sugar Foot sporge un cameo Jon Anderson degli Yes. Presenza che finisce per risultare plausibile quanto quella di Salvatore Principato dei Liquid Liquid in una Titanium 2 Step discoide.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.415, dicembre 2019.

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I migliori album del 2019 (6): black midi – Schlagenheim (Rough Trade)

Quasi un equivalente britannico del DAMS con la differenza che forma alunni e alunne dai quattordici ai diciannove anni laddove da noi trattasi di corsi di laurea breve, la londinese BRIT School dacché è stata fondata nel 1992 si è rivelata cruciale passaggio propedeutico alla fama per un numero di allievi impressionante. Limitandosi alla musica e a un poker di assi sono passati/passate da lì Adele, Amy Winehouse, Katie Melua e King Krule. Si può trasformarlo in scala reale con i black midi (loro preferiscono si scriva così), ottant’anni scarsi in quattro ma non lo diresti guardando il video di ventisei minuti di una performance “live on KEXP” dello scorso novembre che in otto mesi ha totalizzato su YouTube oltre mezzo milione di visite e millecinquecento commenti. In particolare, a uno dei due chitarristi ne daresti tredici, di anni. “Poppetto”, immaginerà il lettore cui è finora sfuggito uno dei casi mediatici del 2019. Non potrebbe essere più distante dalla realtà di un gruppo che sta mettendo d’accordo tipologie di pubblico che a loro volta non potrebbero essere più lontane: vecchi cultori del prog che ne ammirano la valenza strumentale (il batterista Morgan Simpson è semplicemente mo-struo-so) e chi vede in loro un proseguimento con altri mezzi della guerriglia culturale scatenata da quei fenomeni di nicchia che furono no- e now-wave. Il rock (?) più estremo di sempre.

In nove brani dall’impossibilmente schizofrenico e articolato all’iperminimalista (bmbmbm gira su un riff di basso di una nota) i ragazzini buttano in un frullatore impazzito King Crimson (di varie epoche) e Gang Of Four, Fall e Shellac, Pere Ubu, Wire, Sonic Youth, Butthole Surfers, Slint, Battles… Giurano che tempo due anni saranno tutta un’altra cosa. Vedremo. Ascolteremo. Stordenti. Eccitantissimi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.413, ottobre 2019.

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I migliori album del 2019 (7): Sunn O))) – Life Metal (Southern Lord)

Parrebbe una sequenza da Spinal Tap: due capelloni in paramenti monacali che si scambiano riff di chitarra tanto bradipici da farsi bordoni, mentre un bassista e un tastierista (un batterista non potrebbe farcela) provano a tenere il passo. Il tutto a volumi sì assordanti e con una densità sonica talmente squassante che levando gli occhi verso il soffitto del locale si nota che si sta crepando e ne vengono giù polvere e calcinacci. Credete che stia esagerando? Chiedete a Federico Guglielmi, che non è esattamente un fan del duo Stephen O’Malley/Greg Anderson ma aveva modo anni fa di assistere a un loro spettacolo. Io, che invece dei Sunn O))) sono un cultore, non credo che andrei mai a vederli, non volendo mettere a repentaglio il mio tanto fine quanto delicato udito. Però, ecco, mi piacerebbe proprio ascoltarlo in vinile “Life Metal”, che mentre scrivo gira per l’ennesima volta in formato flac a volume (ragionevolmente) sostenuto. Per la curiosità – sapendo che è il primo album che il gruppo di Seattle ha registrato interamente in analogico (regia di Steve Albini) nella sua ventennale carriera e che lo ha fatto in funzione del suddetto supporto – di testare se il vinile sia in grado di riprodurre certe frequenze senza che la puntina salti dal solco. Benché io abbia su LP il capolavoro del 2009 “Monoliths & Dimensions” e non ricordi problemi.

“Life Metal” non è un “altro album dei Sunn O)))”. Sfiora la grandezza del disco appena menzionato orchestrando con raffinatezza inaudita (contribuiscono un violoncello, un organo a canne, una fantasmatica voce femminile) una massa sonora stupefacente quanto stratificata, una volta che ne penetri la respingente superficie. Massimalismo minimale. Una sinfonia in quattro movimenti e quasi settanta minuti. L’unico rock che sia, oggi, davvero avanguardia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.410, giugno 2019.

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Ancora modernissimi dopo quarant’anni – I P.I.L. del “Metal Box”

Se non vi è dubbio che l’impatto che ebbero i Sex Pistols sul rock e sul costume britannici fu enorme e devastante, crediamo di non dire un’eresia se affermiamo che, sotto il profilo puramente musicale, la seconda formazione capitanata da John “non più Rotten” Lydon fu incomparabilmente più innovativa. Laddove i Pistols erano perfettamente inseriti in una tradizione di rock’n’roll stradaiolo (Eddie Cochran, gli Who, gli Stooges degli antesignani) e addirittura pop nelle melodie, i Public Image Ltd. si collocheranno da subito al di fuori di un canone di rock “classico”. Se nei Pistols Rotten era fondamentale per scelte estetiche e magnetismo, ma non ebbe mai una grande influenza su un sound plasmato in primis da Glen Matlock, dei P.I.L. sarà da subito e sempre non solo il frontman ma anche e soprattutto la mente – per i primi anni in proficua simbiosi con Jah Wobble e Keith Levene; poi da solo, con ispirazione in calando ma coerenza intatta.

Nove mesi appena separano lo scioglimento del gruppo di God Save The Queen da Public Image, il 45 giri con cui Lydon presenta la nuova creatura cantando “non sono lo stesso di quando ho iniziato”. Altri due e, iconoclasticamente sotto Natale, raggiunge i negozi il blasfemo esordio adulto “First Issue”. Non uno stacco così netto rispetto al punk come parve all’epoca, tuttavia già un’indicazione che i P.I.L. andranno oltre. In essi Lydon riversa il suo amore per Captain Beefheart, il reggae, il krautrock, i Van Der Graaf Generator. Il capolavoro arriva con il “Metal Box” (titolo pleonastico: l’edizione originale consta di tre mix all’interno di una scatola circolare di metallo; la stampa successiva, nella più canonica forma di doppio LP con una normale copertina, si chiamerà non meno pleonasticamente “Second Edition”). Sono dodici brani claustrofobici ove la voce è un lamento malevolo, la chitarra uno stiletto acuminato che martirizza il cuore pulsante di basso e batteria. Fra echi dub e accelerazioni clamorosamente proto-house.

Tratto da Rock – 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019. A oggi sono trascorsi quarant’anni esatti da quando quest’album venne pubblicato.

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Pere Ubu – The Long Goodbye (Cherry Red)

Sesto dei romanzi con protagonista il detective più celebre del noir in letteratura, Philip Marlowe, The Long Goodbye veniva pubblicato da Raymond Chandler nel 1953. L’autore lo concepiva in circostanze drammatiche, mentre la moglie stava morendo, ossessionato da pensieri suicidi e preda della dipendenza da alcol. Consapevole che l’opera segnava un triplice addio: al personaggio, alla scrittura, alla vita stessa. E difatti da lì alla scomparsa nel 1959, settantenne, non firmerà che qualche articolo.

Fosca e strascicata, la seconda delle dieci tracce del diciassettesimo lavoro in studio dei Pere Ubu si chiama proprio Marlowe, casomai non si fosse colto l’omaggio a Chandler esplicitato nel titolo (laddove la copertina richiama non meno chiaramente Edward Hopper). E a sentir David Thomas, leader e unico punto fermo nell’ultraquarantennale vicenda della band di Cleveland (incidentalmente: nato nell’anno in cui veniva pubblicato il volume di cui sopra), questo è l’album con cui la sua creatura si congeda. Pur ricordando che già nel giurassico 1982 sciolse il gruppo, salvo ripensarci e resuscitarlo nell’87, stavolta gli si può credere: ha una certa età, la salute pare traballante, chiudendo qui può solo essere orgoglioso di un lascito fra i più rilevanti nella storia di un art-rock dalle radici punk ma dall’attitudine (molto a suo modo) progressiva. Per la sigla la possibile uscita di scena è forse la cosa migliore da “St. Arkansas” (lontano 2002). Disco che, pur vedendo i sintetizzatori prevalere nettamente sulle chitarre, riassume in sé un sound inconfondibile per quanto con antecedenti in Captain Beefheart e in certo krautrock. I 9’25” dall’ansiogeno al favolistico di The Road Ahead addirittura si segnalano fra le pagine più memorabili di un catalogo di rara consistenza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.412, settembre 2019.

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Sunn O))) – Life Metal (Southern Lord)

Parrebbe una sequenza da Spinal Tap: due capelloni in paramenti monacali che si scambiano riff di chitarra tanto bradipici da farsi bordoni, mentre un bassista e un tastierista (un batterista non potrebbe farcela) provano a tenere il passo. Il tutto a volumi sì assordanti e con una densità sonica talmente squassante che levando gli occhi verso il soffitto del locale si nota che si sta crepando e ne vengono giù polvere e calcinacci. Credete che stia esagerando? Chiedete a Federico Guglielmi, che non è esattamente un fan del duo Stephen O’Malley/Greg Anderson ma aveva modo anni fa di assistere a un loro spettacolo. Io, che invece dei Sunn O))) sono un cultore, non credo che andrei mai a vederli, non volendo mettere a repentaglio il mio tanto fine quanto delicato udito. Però, ecco, mi piacerebbe proprio ascoltarlo in vinile “Life Metal”, che mentre scrivo gira per l’ennesima volta in formato flac a volume (ragionevolmente) sostenuto. Per la curiosità – sapendo che è il primo album che il gruppo di Seattle ha registrato interamente in analogico (regia di Steve Albini) nella sua ventennale carriera e che lo ha fatto in funzione del suddetto supporto – di testare se il vinile sia in grado di riprodurre certe frequenze senza che la puntina salti dal solco. Benché io abbia su LP il capolavoro del 2009 “Monoliths & Dimensions” e non ricordi problemi.

“Life Metal” non è un “altro album dei Sunn O)))”. Sfiora la grandezza del disco appena menzionato orchestrando con raffinatezza inaudita (contribuiscono un violoncello, un organo a canne, una fantasmatica voce femminile) una massa sonora stupefacente quanto stratificata, una volta che ne penetri la respingente superficie. Massimalismo minimale. Una sinfonia in quattro movimenti e quasi settanta minuti. L’unico rock che sia, oggi, davvero avanguardia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.410, giugno 2019.

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Less Than Zero – Gli orribili Tortoise di “Beacons Of Ancestorship”

Collaboro ad “Audio Review” dal 1996 e il mio contributo in questi ventitré abbondanti anni ammonta a diverse migliaia di recensioni. Lì si usa dare i voti. Ebbene: due sole volte mi sono spinto ad affibbiare uno zero. La seconda a un album di cui mi sono occupato per il numero attualmente in edicola. La prima era nel 2009, quando così scrivevo di un gruppo che pure ho amato molto.

La storia si ripete, le tragedie si ripresentano in forma di farsa e di degenerazioni di idee stupende sono lastricate le strade per l’inferno della musica. Dici “Sgt. Pepper’s” e non puoi non ricordare che il semino di certo progressive veniva interrato lì. Celebri “Weather Report” e sai che, navigati i mari del jazz elettrico, si sbarcherà non su una spiaggia di rena fina, calda e accogliente ma su sabbie mobili chiamate fusion. Era sembrato una bella trovata il post-rock, un non-luogo perfetto da cui ripartire dopo grunge e crossover. Riprendeva il jazz elettrico e con esso la psichedelia ma più che altro il krautrock, del progressive stava attento a citare al massimo Canterbury e legava il tutto con il dub e un’astrazione di folk, con ambient e minimalismo ma pure con l’exotica ed era un recupero che certificava un bel “sense of humour”. Tanto più benvenuto trattandosi di musica tutta di testa, cuore poco, viscere meno persino quando si corteggiava il funk. I Tortoise sono stati il più grande gruppo del post-rock. A suo tempo salutai come un capolavoro il secondo album, “Millions Now Living Will Never Die”, e tredici anni dopo resto della medesima opinione. Però se qualcuno mi dicesse che, a ben scrutinare cotanta magnificenza, si sarebbe potuto già allora vaticinare lo sfacelo odierno, gli darei ragione. Ho il sospetto di averlo sempre saputo anch’io che sarebbe finita così.

Che esaurite le idee avrebbe preso il sopravvento il “saper suonare”. Che i Can sarebbero stati sostituiti dai Soft Machine e malauguratamente non da quelli con Wyatt, che da “Bitches Brew” si sarebbe arrivati agli ultimi Return To Forever (ma magari!). Di “Beacons Of Ancestorship” non saprei dire se sia più noioso o tronfio. Gli do zero perché di meno non si può.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.302, luglio 2009. Trovate un’altra stroncatura del medesimo disco qui.

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