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Björk – Fossora (One Little Independent)

Il problema di Björk è che è Björk e in questo suo decimo album o nono (se incise dodicenne il formale esordio sedici anni dopo chiamava “Debut” il formale seguito che andava dietro ai trionfi artistici e commerciali con gli Sugarcubes) è ─ parole sue ─ al massimo della björkitudine. Il problema di Björk è che una volta raggiunta la perfezione, per quanto nella prodigiosa sequenza che da “Debut” nel 1993 portava nel 2001 a “Vespertine” passando nel ’95 per “Post” e nel ’97 per “Homogenic” non si riesca a mettersi d’accordo fra i cultori su dove ciò sia avvenuto, quale può essere il passo successivo? Che fai dopo che hai venduto milioni di dischi con il pop più idiosincratico di sempre e chiunque? Musica di inaudite commistioni ove convivono e si intersecano techno, soul e jazz, etnica ed elettronica, rock e neo-classica, downtempo e drum’n’bass e, sopra, quella voce che di per sé basterebbe a renderla inconfondibile. Puoi provare a ripeterti non ripetendoti, che è l’impresa più ardua, disperata persino e che pure in una certa misura all’artista islandese è riuscita. Lecito però, di fronte ad album sempre più algidi e cervellotici immersi in un universo totalmente autoreferenziale, interrogarsi se ne sia valsa la pena.

Sarà che ha al centro per un verso il ricordo della madre scomparsa e un altro l’essere madre a sua volta, ma in “Fossora” quantomeno cogli emozioni genuine, un palpitare di cuore sotto spartiti come sempre impeccabili. Più facile ammirarne allora la costruzione ardita, si tratti di una Atopos che intreccia gorgheggi e fiati dissonanti su una ritmica spastica o della polifonia reichiana di Mycelia, di una Freefall cameristico-sentimentale o di una traccia omonima dal fiabesco al technoide.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.447, novembre 2022.

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black midi – Hellfire (Rough Trade)

Lo scorso 19 luglio a Londra il termometro ha segnato 40.3°, la temperatura più alta mai registrata da quelle parti. Un incubo per tutti fuorché i black midi, che quando decisero di chiamare il terzo album “Hellfire” non potevano certo immaginare che quattro giorni dopo una pubblicazione incredibilmente quanto involontariamente tempestiva i quotidiani avrebbero titolato a proposito dell’ondata di caldo che ha colpito il Regno Unito come il resto d’Europa usando proprio quella parola: “Hellfire”. Di tale pubblicità gratuita hanno approfittato affittando un furgone e girando per la capitale britannica vendendo oltre al disco e al relativo merchandising… gelati. Di un sense of humour formidabile quanto la maestria tecnica dei nostri giovani eroi danno d’altronde testimonianza (non per la prima volta) anche i crediti del disco, laddove Geordie Greep, Cameron Picton e Morgan Simpson satirizzano il vecchio prog, loro che sono ormai considerati i massimi alfieri di uno nuovo sul serio, attribuendosi rispettivamente trentatré, trentatré e ventisei diversi strumenti. Parecchi invero improbabili. Elencano in qualità di turnisti settantaquattro nomi, venticinque dei quali si sarebbero prestati nella terza di dieci tracce, Eat Men Eat, a produrre “burps”, “rutti”. Qualcuno ha detto “Frank Zappa”?

A riascoltarli, è un’influenza che sebbene in misura minore si coglie pure in predecessori per i quali sono stati chiamati in causa King Crimson, VDGG, Scott Walker, Gang Of Four, Wire, Fall, P.I.L., Pere Ubu, Sonic Youth, Butthole Surfers, Primus, Slint, Shellac, June Of 44, Battles. Se volete a questo giro aggiungete Captain Beefheart e Naked City. Non cambierà, tirando le somme, il risultato: nessuno ha mai suonato così. Nessuno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.445, settembre 2022.

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Ghost Power – Ghost Power (Duophonic Super 45s)

C’erano una volta i franco-britannici Stereolab e a dire il vero ci sarebbero di nuovo, ma da quando si sono rimessi insieme nel 2019 non hanno pubblicato nulla che non venisse dagli archivi: fra i gruppi di area post-rock uno dei più geniali e di sicuro (sensibilità pop spiccatissima) il più accessibile. E c’erano una volta pure i più sperimentali Dymaxion, americani, che pubblicarono giusto una manciata di singoli e il cui unico album (in realtà un’antologia) nel Regno Unito vedeva la luce su Duophonic, vale a dire per l’etichetta degli Stereolab. Era allora, nel 2000, che il co-leader dei primi, Tim Gane, e Jeremy Novak dei secondi stringevano un rapporto amicale. Per farlo diventare sodalizio artistico hanno atteso il 2020, quando lavorando il primo a Berlino e il secondo nella sua New York hanno cominciato a scambiarsi via Internet idee e parti strumentali. Offrivano subito un assaggio del potenziale della collaborazione con un 7” cui danno ora più cospicuo seguito con un album che ne riprende entrambe le facciate e aggiunge otto tracce inedite.

Non fosse che gli mancano la parola (è solo strumentale) e Lætitia Sadier, “Ghost Power” potrebbe essere il disco che dagli Stereolab riformati abbiamo finora aspettato invano: fantastico pastiche di pop, krautrock, kosmische musik, colonne sonore, new wave, 39’36” di cui però ben 15’05” occupati dall’odissea “deep in the outer space” di Astral Melancholy Suite. Per arrivarci passerete da genialate come Inchwork (gli Wire alle prese con una melodia di limpidezza kraftwerkiana), Grimalkin (John Barry e i Tangerine Dream che musicano insieme un capitolo di Star Wars) e Vertical Section (novella Popcorn, anche se non se ne accorgerà nessuno).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.443, giugno 2022.

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Jesus Built Their Hot Rod – L’estremismo al potere dei Ministry

Di solito si parte puri e si emerge – o si resta a galla, o ci si prova – cedendo alle tentazioni di Mammona. Esattamente inverso il paradossale percorso seguito dai Ministry di Allen Jourgensen e Paul Barker, che esordiscono nel 1983 direttamente su una grossa etichetta, la Arista, con un album francamente orrendo, “With Sympathy” (lo rinnegheranno), a base di scipiti techno-funkettini. Un disastro anche commerciale da cui impiegano parecchio a riprendersi. Dal ritorno, nel 1986, con “Twitch” (una produzione di Adrian Sherwood) in avanti la loro musica si farà gradualmente più ostica, dinamitarda miscela in un frullatore impazzito di metal ed elettronica, new wave, noise, industrial. Ogni disco è più feroce del predecessore, ogni disco vende di più. Fino all’apoteosi artistica e di vendite di “Psalm 69”. Strani tempi i primi anni ’90.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019. “Psalm 69” usciva, su Sire, trent’anni fa a oggi.

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Black Country, New Road – Ants From Up There (Ninja Tune)

Prossimi non solo in un’ideale libreria sistemata in ordine alfabetico per autore i Black Country, New Road e i black midi: per chi scrive i due gruppi più notevoli espressi dal rock britannico all’incrocio fra lo scorso e il nuovo decennio. Li accomunano reciproca stima, l’abitare territori musicalmente contigui (in “Cavalcade”, l’ultimo black midi, un paio di brani che potrebbero confondersi in “Ants From Up There”), l’essere tutti giovanissimi, l’avere gli uni e gli altri due lavori in studio all’attivo e ora sfortunatamente anche questo: che mentre i black midi perdevano il chitarrista Matt Kwasniewski-Kelvin appena prima di registrare il secondo album i Black Country, New Road hanno annunciato l’addio del cantante e chitarrista Isaac Wood quattro giorni prima che “Ants From Up There” raggiungesse i negozi e subito volasse, migliorando di una posizione il piazzamento di “For The First Time”, al numero 3 della classifica UK. Defezione dovuta incredibilmente alle stesse ragioni (problemi di salute mentale) ma purtroppo destinata a pesare molto di più, visto che della band, autorialmente e per la voce riconoscibilissima, Wood era il fulcro.

Ulteriormente delittuoso sarebbe però se il pensiero che questo potrebbe essere un prematuro congedo ne sciupasse l’ascolto. Se non facesse godere fino in fondo di un disco di una bellezza abbagliante nelle cui dieci tracce (ma la prima è una breve Intro) per complessivi 58’46” un post-rock senza quasi rapporti con il post-punk si muove fra folk (il klezmer un’influenza vistosa) e minimalismo, progressive (versante Canterbury) e chamber pop. Ci troverete dentro i primi Arcade Fire e Arthur Russell, i Neutral Milk Hotel e Michael Nyman, Steve Reich, i Caravan, gli Slint. Cla-mo-ro-so.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.440, marzo 2022.

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Burial – Antidawn (Hyperdub)

Formalmente è dal 2007 che l’artista noto come Burial, figura tanto ammantata di mistero che all’epoca ne era ignota l’identità anagrafica (svelata l’anno dopo in un articolo su “The Independent”: è londinese, si chiama William Bevan; l’interessato si limitava a una laconica conferma e si manterrà defilatissimo, tanto che le sue interviste stanno sulle dita di due mani e qualcuna avanza), non pubblica un album e quello che dava alle stampe allora, “Untrue” (acclamato da Simon Reynolds come il più importante lavoro di elettronica del XXI secolo in un articolo divenuto celebre quasi quanto il disco stesso), era appena il secondo, dopo l’omonimo esordio dell’anno prima. Non che nel frattempo sia rimasto con le mani in mano: innumerevoli i singoli e gli EP, per fortuna dei cultori in larga parte raccolti nel 2012 in “Street Halo/Kindred” e tre anni fa nel monumentale (due ore e mezza!) “Tunes 2011-2019”. Pure “Antidawn” viene presentato come un EP, ma è solo un vezzo dell’artefice, forse un modo per togliersi di dosso la pressione del dovere infine dare un seguito alla pietra miliare di cui sopra: conta cinque lunghe tracce, dura quasi tre quarti d’ora, è a tutti gli effetti un album.

Il che rende complicato e a rischio il giudizio su un’opera che abita come le precedenti il mondo che Burial stesso ha creato e di cui non si contano i tentativi di imitazione. Non sorprende più, naturalmente; affascina ancora, immensamente. Come spesso succede con costui, non contiene alcunché di minimamente ballabile e quando una qualche ritmica si affaccia è storta e inafferrabile come le atmosfere gassose, fra malinconia e incubo incipiente, da cui emerge. È ambient, a voler proprio apporre un’etichetta, ma mai cullante sfondo alla Brian Eno.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.440, marzo 2022.

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La dance astratta di Mira Calix (R.I.P.)

Se l’è meditato bene questo esordio sulla lunga distanza Mira Calix, al secolo Chantal Passamonte, sudafricana da tempo trapiantata in Gran Bretagna. Arrivò colà con un bel portfolio di fotografie nel 1991 e trovò subito lavoro da Gucci, salvo lasciarlo dopo sei mesi perché si annoiava e andare a fare la cameriera. Salvo poi pubblicare suoi scatti su “Esquire”. Salvo poi impiegarsi in un negozio di dischi a Soho e cominciare a fare la dj in giro per feste illegali e club sempre più prestigiosi. Salvo infine accasarsi presso la Warp, da dieci anni marchio leader nell’ambito dell’elettronica di consumo limitrofa a quella più sperimentale. Era il 1995 e da Londra Chantal si trasferiva prima a Manchester, quindi a Sheffield, la città dove la Warp ha sede. L’anno dopo, mentre l’attività come dj travalicava i confini britannici (ha messo dischi un po’ ovunque in giro per il mondo, Italia compresa), uscivano i suoi primi 12″. Roba strana anche per gli standard Warp, etichetta che dell’originalità da sempre fa una bandiera: techno scheletrica e narcolettica prossima alla musica industriale, jungle spastica e rarefatta, paesaggi ambient, sprazzi di una nuova musica da camera suonata da macchine in preda a turbamenti sentimentali. Roba buona.

Di questa roba buona troverete sedici esempi in “One On One”. Niente di ballabile: chi potrebbe danzare, per dire, quel delizioso congegno a orologeria che è Routine (The Dancing Bear)? Questa è musica da ascoltare comodamente seduti, con molta attenzione al gioco infinito di dettagli che si cela dietro disegni in apparenza semplicissimi. O sdraiati, perdendosi in sogni di dimensioni alternative.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.387, 7 marzo 2000. La Warp ha annunciato due giorni fa che Mira Calix non è più fra noi. Non aveva che cinquantun anni.

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I migliori album del 2021 (1): black midi – Cavalcade (Rough Trade)

Lo avevano promesso quando “Schlagenheim” – uno dei più eccitanti debutti degli anni ’10: capolavoro fatto e finito, altro che “acerbo ma promettente” come da cliché sovente sono pure gli esordi migliori – era nei negozi da pochi giorni: tempo due anni e saremo tutta un’altra cosa. Hanno mantenuto, con il paradossale esito che mentre l’universo mondo si spellava le mani applaudendolo (l’album era acclamato come uno dei dieci migliori del 2019 da “Mojo” come da “The Quietus” e dal “New York Times”) e loro se ne dichiaravano viceversa già insoddisfatti il successore è piaciuto agli autori, al sottoscritto e a ben pochi altri, recensioni in verità mediamente alquanto positive seguite però da una subitanea svalutazione e dalla peggiore delle condanne: l’oblio. È finito in pochissime liste di fine anno e quanto al pubblico, e al netto di un’ingenuità che ha impedito che venissero conteggiate le copie vendute dell’edizione in vinile nero, un numero 64 nella classifica UK. Come dire il nulla nell’anno in cui gli amici (ma amici sul serio e genuini estimatori: vagheggiano di incidere prima o poi qualcosa tutti assieme) Black Country, New Road andavano con “For The First Time” al numero 4. Un disastro, un suicidio. Un trionfo, artisticamente.

La grande differenza fra il primo e il secondo black midi sta nel manico. Quello nasceva in studio come frutto di jam furiose cui solo l’eccezionale valenza di strumentisti dei quattro ragazzi e un’intesa telepatica impediva di deragliare. Questo i tre (vittima nel frattempo di un esaurimento nervoso, il chitarrista Matt Kwasniewski-Kelvin ha offerto un apporto alle fasi preparatorie ma non ha poi partecipato alle registrazioni e chissà se tornerà in squadra o lo abbiamo già perso) lo hanno scrupolosamente pianificato, facendosi poi dare una mano in sala di incisione da un tastierista e da un sassofonista che li avevano affiancati in tour. Al tempo dell’uscita annotai che rispetto a “Schlagenheim” più che superiore “Cavalcade” è diverso. Molti ascolti dopo mi scopro completamente d’accordo con me stesso a metà: diverso sì, superiore anche. Se il predecessore era un ossimoro di monolite perennemente cangiante il seguito può essere detto una suite e d’altronde “progressive” non è mai stato una parolaccia applicato a questo gruppo essendo i referenti nell’ambito i più nobili: i King Crimson da subito, i Van Der Graaf Generator soprattutto ora che c’è pure un sax. Un filo nero tutt’altro che invisibile lega una Intro minimale (aggettivo che mai si sarebbe pensato di potere accostare ai Londinesi), sinuosa e rombante alla conclusiva Ascending Forth, gemma abbacinante e insieme oscura (altra congiura di opposti) di avant-folk in transito dal pacificato al solenne e per il tempo di qualche battuta un valzer, addirittura. Fungono da fantasmagorico tramite una John L che nel titolo cita gli Ash Ra Tempel o i P.I.L., o entrambi, e nello spartito si inventa (immagina, puoi) dei Fall non digiuni di fusion, la ballata elettroacustica pregna di jazz Marlene Dietrich, una Chondromalacia Patella (mi viene in soccorso Wikipedia: è un’infiammazione delle cartilagini del ginocchio) ipotesi di Primus con Robert Fripp in squadra e la sua appendice Slow. E ancora: l’estatica, onirica, cinematografica Diamond Stuff; la scottwalkeriana (quasi ogni Scott Walker possibile più uno inaudito: into the groove) Dethroned; una Hogwash And Balderdash che con il suo moto perpetuo unica si riallaccia al debutto facendone fulminea (2’32”) sintesi. Alla fine una certezza: nessuno ha mai suonato esattamente così.

Pubblicato lo scorso 28 maggio, “Cavalcade” era stato però registrato fra giugno e agosto dell’anno prima. Il migliore album del 2021 di VMO è in realtà un disco del 2020. Chissà dove si trovano i black midi, cosa si stanno inventando ora che si è fatto il 2022.

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I migliori album del 2021 (2): Damon Albarn – The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows (Transgressive)

I Blur non danno notizie dal 2015 ma, per quanto i due dischi pubblicati in questo secolo siano degne aggiunte a un catalogo eccezionale, un eventuale riaffacciarsi alla ribalta sarebbe più esercizio di vanità (scommessa sul settimo numero uno consecutivo nella classifica UK degli album) che un fare di improbabile urgenza creativa virtù: appartengono ai ’90, li rappresentano come pochi (in patria nessuno), riposino in pace. Sul progetto The Good, The Bad & The Queen potrebbe avere posto una pietra tombale ahinoi non metaforica la dipartita di Tony Allen. Con i Gorillaz ridotti sul serio a un cartone animato non ci resta che Damon Albarn, il cui primo vero lavoro da solista, “Everyday Robots“, era più datato (2014) dell’ultimo Blur. A giudicare dal secondo, possiamo felicemente farcelo bastare.

Chissà quanto sarebbe risultato diverso, senza la pandemia, “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows”. Era stato pensato come pièce orchestrale ispirata dagli aspri paesaggi di quella Islanda che da un po’ di tempo (strano approdo per uno che cominciava a deviare dal Britpop innamorandosi riamato del Mali) il nostro uomo chiama casa, ma il covid ha fatto sparire l’orchestra. Sono rimasti i paesaggi e una quantità di strumentisti, qualcuno dei quali ha potuto offrire il suo apporto in presenza mentre altri hanno contribuito da remoto. Da remoto a remoto, si potrebbe dire. Il Damon demiurgo li ha usati come un pittore colori e pennelli, ivi compresi (mia impressione) i tre accreditati come co-autori di questa e quella traccia fino a giungere a un totale di nove su undici: Simon Tong e Mike Smith, collaboratori di lungo corso, e André de Ridder, uno importante nella classica e fra i non molti a proprio agio con le contaminazioni alto-basso. Magari perché persuaso che alto e basso possano talvolta confondersi fino a farsi indistinguibili, della qual cosa non ho ascoltato nel 2021 dimostrazione più eloquente di questo disco. Opera per un verso circolare, per un altro in perfetta e dunque non perfettibile progressione – da un brano inaugurale e omonimo la cui struttura emerge come da un sollevarsi di nebbia mattutina mantenendo tuttavia fino in fondo un che di impalpabile a Particles, ballata confidenziale in moviola con il pathos del Nick Cave odierno e la memorabilità dell’antico – e a cambiare un dettaglio, figurarsi la scaletta, se ne sciuperebbe irrimediabilmente la magia. L’unica, lontana eco di Blur risuona, dopo una The Cormorant che trasloca un redivivo Scott Walker nella Bristol dell’era aurea del downtempo, in Royal Morning Blue, che una ritmica fuori registro rispetto al resto rende sbarazzina appena prima che Combustion rimescoli tutto mandando in incongrua quanto sublime collisione Jon Hassel con dei Killing Joke (degli altri che l’Islanda la frequentarono) votati al free. Al netto di una Esja più Fennesz che Brian Eno, è l’unico episodio ansiogeno, e il più ispido, laddove giusto in mezzo ai due Daft Wader e il valzer Darkness To Light chiariscono quale sia il solo plausibile antecedente (chissà se un’ispirazione) di “The Nearer The Fountain, More Pure The Stream Flows”: “Rock Bottom” di Robert Wyatt. Da costui, non si fosse ritirato (da Leonard Cohen, non ci avesse lasciato), sarebbe bello ascoltare The Tower Of Montevideo, capolavoro dentro un capolavoro di jazz traslato in un Sudamerica dell’anima, altro che fiordi e geyser. Che resta? Il Satie svagato di Giraffe Trumpet Sea come introduzione all’Eno che ti aspetteresti di conseguenza ambient e invece no, è quello delle canzoni, di Polaris.

Com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire, cantava Battiato. Qui Albarn rovescia in riflessione intimista uno sguardo spalancato su orizzonti nei quali l’uomo si perde, microscopica, semi-invisibile macchia sullo smisurato foglio bianco dell’eternità.

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I migliori album del 2021 (9): Black Country, New Road – For The First Time (Ninja Tune)

Se ti occupi professionalmente di musica non puoi non avere una preferenza per l’articolo. Più o meno lungo che sia, si tratti di una monografia o dell’investigazione di una scena o un fenomeno, di racconto storiografico o cronaca. Hai agio di ascoltare e soprattutto riascoltare, documentarti, meditare. Va da sé: dovrai dedicarci tempo e sarà faticoso, però alla fine appagante. Tutt’altra faccenda le recensioni, che ti piombano fra capo e collo e con una data di consegna che è in genere ieri e, insomma, per quanta esperienza tu possa avere il rischio di sopravvalutare o sottovalutare (può essere peggio: metti che quell’album da lì a qualche anno sia ritenuto unanimemente un capolavoro) anche grossolanamente un disco è sempre in agguato. Sola consolazione che ne escano così tanti, e che l’attenzione del pubblico sia di conseguenza volatile come non mai, che difficilmente qualcuno se ne ricorderà. Ora: al netto di una solidarietà di categoria, da semplice appassionato non mi capacito che sulle colonne di una testata di grande autorevolezza quale “The Independent” l’esordio dei Black Country, New Road sia stato definito “noioso e prevedibile”. Perché se “For The First Time” non ti è piaciuto, ed è legittimo, puoi semmai attaccarlo con motivazioni esattamente opposte: dicendolo artefatto a ragione di un moto perpetuo che può essere inteso come vuota esibizione di enciclopedismo e/o virtuosismo, trovando sul lungo prevedibile proprio la sua imprevedibilità. Ma… noioso? Mi pare una topica imperdonabile e però lo affermo avendo avuto una tantum il privilegio, non essendomi toccato recensirlo, di assaggiarlo appena al momento dell’uscita lo scorso 5 febbraio per poi tornarci su con ascolti distanti anche mesi che gli hanno permesso di sedimentarsi. Nondimeno: posso onestamente affermare che mi ha entusiasmato da subito.

Hanno facce belle e sorridenti da ventenni quali sono i sette componenti (quattro ragazzi, tre ragazze) del combo londinese e già che si tratti di una formazione inusualmente numerosa e che all’armamentario di ordinanza del rock – due chitarre, basso, batteria e tastiere – aggiunge strumenti meno usati quali violino e sassofono mette sull’avviso riguardo all’originalità della proposta. E non potrebbe essere più esplicito in tal senso un brano inaugurale didascalicamente intitolato Instrumental: una trentina di secondi di attacco solo percussivo che fa da incipit a una sarabanda klezmer (“musica da festa che suona triste”, osserva Lewis Evans) infiltrata dai rintocchi di una chitarra psych e con un’anima intimamente free jazz. Questo bisognerebbe chiamare post-punk piuttosto che le rimasticature più o meno creative con le quali dobbiamo di continuo confrontarci. Che poi pure i Black Country, New Road abbiano studiato è evidente, ma vivaddio non gli stessi testi di quasi tutti gli altri (anche quelli, sì, ma aggiungendone di poco o punto frequentati) e che bello che per una volta si possa scrivere di un gruppo giovane senza citare i Fall (ecco, li ho appena citati). Che ascoltando Isaac Wood venga in mente non quel rissoso, irascibile, carissimo e compianto cazzone di Mark E. Smith bensì la nobiltà altera di un Peter Hammill. Ecco: sarà che siamo italiani ma leggiucchiando qui e là mi pare che solo nel Bel Paese siano state colte assonanze – più che altrove lampanti in Science Fair e in una Sunglasses laddove il post-rock incrocia un’epicità prog che il porgersi ossessivo salva dalla prosopopea – con i Van Der Graaf Generator. Al di là della presenza del sax per la foschia che ne avvolge grattuggiamenti, vortici e schiamazzi. Se rimandando ancora più esplicitamente agli Slint e alla loro rivoluzione Athens, France finisce per risultare paradossalmente la traccia più convenzionale delle appena sei che compongono il disco (per quanto: che delizia il sentimento pastorale che la impregna prima che si lasci andare a un riffeggiare di radici hardcore e math), Track X scarta dal massimalismo al minimalismo in ogni senso (mettiamola così: i Radiohead alle prese con Steve Reich). Fungono da congedo i saliscendi vertiginosi di Opus, riallacciandosi a Instrumental ma inserendovi momenti distensivi.

Il 4 febbraio (anniversario quasi esatto) vedrà la luce il seguito, “Ants From Up There”. Prevedibili i fucili puntati. Io attendo fiducioso.

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