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Neil Young – Homegrown (Reprise)

Quasi e sempre più un’occupazione a tempo pieno piuttosto che un hobby seguire Neil Young. Solo che bisogna spendere come fosse il secondo scoprendosi spesso più frustrati che soddisfatti, come fosse la prima. Vale soprattutto per le produzioni nuove e capita allora di accogliere con sollievo uscite come l’ultimo “Colorado”, che regala buoni momenti ma nel contesto di una carriera ultracinquentennale si colloca fra i lavori di seconda o terza schiera. A farlo parere migliore di quanto non sia è che troppi altri dischi inutili, bruttini o persino fastidiosi ─ e in mezzo qualche lampo di grandezza vera, perché il colpo del campione il Canadese ce l’ha ancora ─ lo abbiano preceduto in questo secolo. Va meglio, all’appassionato, quando si tratta di riordini e in special modo recuperi di archivi, e quelli del nostro uomo sono sconfinati. Non si contano più i live, diversi dei quali stupendi, e poi ci sono i dischi in studio cosiddetti “perduti”. Nel 2017 vedeva la luce “Hitchhiker”, che sarebbe dovuto essere, nel 1976, il successore di “Zuma” (che era invece “American Stars ’n Bars”). Con logica illogica tipicamente younghiana tocca ora all’album che avrebbe dovuto precedere “Zuma”. Neil non lo pubblicò allora ritenendolo troppo deprimente e personale, ispirato com’è dalla separazione da Carrie Snodgress: facendo uscire al suo posto il cupissimo “Tonight’s The Night”, dedicato a due amici scomparsi!

A toccarli con mano i Miti talvolta si sbriciolano. Non è questo il caso, sebbene una Florida soltanto recitata e il bluesaccio d’accatto We Don’t Smoke It No More abbassino sensibilmente la media. Il resto è grossomodo (con l’eccezione dell’elettrica Vacancy) l’anello mancante fra “Harvest” e “Comes A Time” e già solo le iniziali Separate Ways e Try valgono l’acquisto. L’ennesimo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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The First Cat (Stevens) Is The Deepest

Sono passati quattro decenni dacché Cat Stevens esordiva a 45 giri con un onorevole piazzamento (ventottesimo) nella graduatoria britannica. Ventisette sono invece gli anni trascorsi dacché si ritirava a vita privata dopo così tanti successi che a elencarli si riempirebbe di numeri una colonna. “Numeri”, come recitava il titolo del nono dei suoi undici LP in studio, edito trentun anni fa e cioè due prima che si facesse musulmano. Dodici ulteriori anni dopo, alcuni dj americani avrebbero organizzato un falò di suoi dischi, mentre a testimoniare un dissenso meno gridato ma al pari significativo i 10,000 Maniacs annunciavano che avrebbero eliminato dalle ristampe di “In My Tribe” la sua Peace Train. Simili gesti di intolleranza sarebbero sempre da deprecare, ma era quello un rogo con poco a che vedere con quelli appiccati oltre Atlantico molto prima, quando John Lennon dichiarò i Beatles “bigger than Jesus”. Era un protestare, forse contraddittorio, contro l’intolleranza anziché un propugnarla: Yusuf Islam, nome assunto dopo la conversione da Steven Demetre Georgiou in luogo dell’alias da popstar, aveva appena dichiarato di appoggiare la fatwa emessa nei confronti dello scrittore Salman Rushdie dall’ayatollah Khomeini e grande in Occidente era l’indignazione. Dirà in seguito di essere stato frainteso e manipolato, ma una chiara abiura di quelle frasi sciagurate non l’ha mai pronunciata e la macchia, su una vita altrimenti specchiata, resta. Così come la sorpresa, dolorosa, per un’esibizione di fanatismo fra l’altro in totale contrasto con una fama di uomo mite e caritatevole. Piace pensare che intimamente se ne sia pentito e che sia solo per non innescare nuove polemiche che non è mai tornato sull’argomento. Piace pensare, e più che indizi in tal senso ci sono frasi nette, pronunciate nel 2000 in un’intervista a “Mojo” (la prima a un giornale musicale dopo oltre vent’anni!) e ulteriormente messe nero su bianco nel 2001 nel libretto di un box quadruplo, intitolato semplicemente “Cat Stevens”, che abbia fatto da allora pace con se stesso. E che con la maggiore tolleranza nei confronti del giovane che fece cantare milioni di giovani sia tornata la comprensione, magari l’empatia, rispetto a chi in materia di religione ha convinzioni diverse. Nel frattempo quello di Cat Stevens è un nome che non soltanto rifiuta di sparire dagli annali del pop-rock ma ogni tanto vi si riaffaccia. Valgano come esempi del fascino immutato di canzoni dall’appeal universale e transgenerazionale due cover del suo brano più celebre, Father And Son, realizzate da personaggi che non potrebbero essere più distanti fra loro: i fatui Boyzone la riportavano in cima alle classifiche nel 1995, il compianto Johnny Cash qualche anno dopo ne registrava una straordinaria, intensissima versione (inclusa nel 2003 nel cofanetto “Unearthed”) in duetto con Fiona Apple.

Prosegue per altre 7.038 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.628, novembre 2006.

Matthew & Son (da “Matthew & Son”, Deram, 1967)

Here Comes My Baby (da “Matthew & Son, Deram, 1967)

The First Cut Is The Deepest (da “New Masters”, Deram, 1967)

Father & Son (da “Tea For The Tillerman”, Island, 1970)

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Arbouretum – Let It All In (Thrill Jockey)

Da Baltimora, da sempre facenti capo al cantante e chitarrista Dave Heumann, quasi da sempre fedeli alla Thrill Jockey (che li ingaggiava all’indomani di un esordio autoprodotto), gli Arbouretum sono con “Let It All In” alla prova del nove. Nel senso che è questo il loro nono album e si tratta di verificare, per il recensore, se dopo tutto questo tempo (diciassette anni) risultino ancora freschi e, sebbene per niente originali in assoluto, capaci di raccordare armoniosamente fra loro pezzi di storia del rock che non a tutti verrebbe l’estro di mettere assieme (in questo simili agli inglesi Wolf People, affacciatisi alla ribalta un po’ dopo). Dunque almeno in tal senso peculiari. Se continuino a vantare sia un grande sound che un grande songwriting. Il recensore, che si è appena reso conto di aver fatto girare “Let It All In” per tipo la sesta volta in ventiquattr’ore e che insomma è come se gli si fosse incastrato nello stereo, azzarderebbe di sì. Non li conoscete? Suo compito provare a spiegarvi che vi siete persi finora. Se non risulta “il” loro disco da avere (obbligato a indicarne uno il recensore opterebbe per “Coming Out Of The Fog”, del 2013), “Let It All In” può valere come un’efficace introduzione.

Vi siete persi un gruppo capace di coprire l’ampio arco fra la scuola folk-rock britannica (A Prism In Reverse sono dei Fairport Convention rivisitati con spirito doom; Night Theme il fiabesco sogno di una notte di mezza estate), quei Traffic che già la trascesero (qui evocati dalla psichedelia agreste che trasmuta in raga di No Sanctuary Blues) e lo stoner (una traccia omonima che è stravolgente tour de force di quasi dodici minuti). Via Americana (qui una Buffeted By Wind byrdsiana di fondo ma con uno scarto rispetto al modello che la fa altra cosa).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.419, aprile 2020.

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Le magie fuori stagione di Beth Gibbons e Rustin Man

Sodalizio estemporaneo quanto dai felicissimi esiti quello che stringevano nel 2002 Beth Gibbons e Rustin Man, al secolo Paul Webb: lei ascesa allo stardom da cantante dei Portishead a cavallo della metà dei ’90; lui una stella del pop, ma un po’ di luce riflessa, nel decennio prima ancora, bassista nei Talk Talk di quel genio venuto purtroppo a mancare nel 2019 di Mark Hollis. Collaborazione totale (otto dei dieci brani, così come la regia, portano la firma di entrambi; i due rimanenti sono uno siglato Gibbons e l’altro Webb) che coinvolgeva una folla di musicisti da non credersi (una quarantina) a fronte di un disco dalle atmosfere spesso rarefatte, questo autentico capolavoro condivide poco, quasi nulla con ogni altra produzione precedente e successiva della Gibbons. Idem per quanto riguarda Webb se si fermano le lancette del tempo a quell’anno. Aspettiamo da allora un seguito e per essere tale al pur meraviglioso “Drift Code”, con il quale lo scorso anno il nostro uomo si è riaffacciato a un’ideale ribalta mai più calcata da allora, per esserlo manca appunto Beth Gibbons.

Opera fuori dal tempo (programmatico il titolo) e che a ragione di ciò non è minimamente invecchiata, “Out Of Season” sfugge anche a ogni catalogazione. Parte ambient, l’iniziale Mysteries, ma in breve si trasforma in un’incantevole ballata folk, laddove la successiva Tom The Model è soulful nella voce e fra il pop e il cinematografico nell’orchestrazione. Se Show si colloca a metà fra jazz e cameristica, Romance è una scheggia di Billie Holiday da spaccarti il cuore e Sand River un Nick Drake perduto. Esplicito omaggio, Drake, a quell’angelo caduto? Giusto per come si chiama, giacché giriamo dalle parti di certa classica contemporanea, quando in apertura di facciata Spider Monkey aveva convincentemente replicato Mysteries per poi dare spazio a una Resolve in transito dall’inquietante al seducente. Dopo una Funny Time Of Year che esibisce gli arrangiamenti più sontuosi, l’album si congeda con una Rustin Man dai colori autunnali. Davvero benvenuta questa riedizione Go Beat!/UMC splendidamente suonante: una prima stampa era arrivata ormai a costare duecento euro, poco meno della metà quella su Music On Vinyl del 2011.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.417, febbraio 2020.

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Maria McKee – La vita nuova (Fire)

Ricordate i californiani Lone Justice? Esponenti di quel filone di giovane country che flirtava con lo spirito riottoso del punk, vantavano cultori come Tom Petty, che regalò all’omonimo esordio dell’85 la splendida Ways To Be Wicked, Little Steven, co-autore di un pezzo sul primo LP e anche co-produttore del secondo e di un anno successivo “Shelter”, e gli U2, che offrirono loro uno slot nel tour di “The Joshua Tree”. Naturalmente Feargal Sharkey, nell’85 stesso in cima alle classifiche di mezzo mondo con un brano, A Good Heart, scritto dall’appena ventenne leader del gruppo, Maria McKee, artista di talento pari alla bellezza e insomma talentuosa assai. Avevano dietro un marchio potente quale Geffen e insomma come fecero a non diventare delle star è un mistero. Sono rimasti un culto, mentre lei qualche anno dopo si troverà di nuovo a capeggiare la classifica UK dei singoli, stavolta in prima persona e per un mese filato, con un brano da una colonna sonora. La sua carriera da solista partiva con il vento in poppa.

Ricordate i Lone Justice? Dimenticateli. Nei sessantaquattro minuti e nelle quattordici tracce che danno vita a un album atteso tredici anni e appena il settimo in studio per l’autrice giusto l’attacco folk-rock, prima che l’arrangiamento si gonfi, di I Just Want To Know That You’re Alright ne fa risuonare qualche vaga eco. È un disco che parte molto bene, con una Effigy Of Salt che rimanda invece (niente di meno che) ai Love di “Forever Changes” e la fairportiana Page Of Cups, ma soccombe poi troppo spesso a orchestrazioni troppo pesanti per melodie non solide a sufficienza da reggerle. Opera di pop “colto” che con ogni evidenza punta parecchio su una parte testuale impegnativa, da seguire libretto alla mano probabilmente pure per chi è di madre lingua.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.418, marzo 2020.

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Pete Molinari – Just Like Achilles (We Are Hear)

Da emulo (eccelso) di Bob Dylan a cantautore con una vista a 360° sul rock ma finora solo quello dei ’60 (a meno che non si voglia considerare come prima eccezione alla regola, qui, una Steal The Night che potrebbe confondersi in un “Best Of” degli Oasis; non che i Gallagher non abbiano debiti rispetto a quel decennio, eh?): questo il percorso dall’inglese Pete Molinari dacché venne scoperto nel 2006 da Billy Childish, che ne eternava l’esordio “Walking Off The Map” nella cucina di casa sua con un Revox antidiluviano. Per il nostro uomo “Just Like Achilles” è il quinto album, vede la luce a sei anni dal precedente “Theosophy” ed è stato prodotto da Linda Perry e Bruce Witkin fra Lussemburgo, isola di Wight e California, stando a quanto si evince dalla pagina FB dell’artista in assenza di un comunicato stampa. Non l’unica cosa che manca all’appello per un lavoro la cui uscita è stata celebrata con una festa-concerto negli studi Capitol di Los Angeles che ha visto il nostro uomo fiancheggiato per l’occasione da gente del calibro di Don Was, Mike Garson, Jakob Dylan (ahem…), Ronnie Spector e Joey Waronker. Non c’è per ora una pubblicazione in CD e/o vinile per un’opera incisa evidentemente talmente bene che la registrazione risulta convincente persino in mp3. Ma sarebbe folle se non ci fosse, e presto.

È la migliore prova di Molinari da “A Virtual Landslide”, del 2008. La più variegata di sempre, con episodi folk e folk-rock (Goodbye Baby Jane, una Waiting For A Train quintessenza di Sua Bobbitudine, una Colour My Love da manuale Byrds, una Absolute Zero con tocchi spiritual) alternati ad altri che evocano Phil Spector (I’ll Take You There) come i Beach Boys (Please Mrs. Jones), Kinks e Stones (I Can’t Be Denied) come certa psichedelia (la traccia omonima).

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.417, febbraio 2020. A oggi “Just Like Achilles” è ancora reperibile soltanto in mp3.

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It was 50 years ago today – Il trionfale congedo di Simon & Garfunkel

Paul Simon e Art Garfunkel attraversano i ’60 con grazia impareggiabile, con l’entusiasmo della giovinezza sfumante senza cesure nella saggezza della maturità, offrendo un ritratto dei tempi assai meno agiografico di quanto la memoria non suggerisca. Con un nocciolo di amarezza al centro della polpa di canzoni straordinariamente amabili: a scorrere i versi di The Sound Of Silence (il brano che nel 1965 li promuoveva allo stardom grazie a una felice intuizione del produttore Tom Wilson, che vi aggiungeva a posteriori chitarre elettriche, basso e batteria) ci si chiede chi altri abbia detto tanto con così poche parole sul tema dell’incomunicabilità. Ed è mai stata rappresentata l’innocenza di quegli anni meglio che nel bozzetto di amore in viaggio di America? Un film e un’epoca in tre minuti e trentasei secondi. Ma a fine decennio la coppia arriva scoppiata.

Non lo immagina probabilmente nessuno, fra i milioni che acquistano “Bridge Over Troubled Water” spedendolo al primo posto in classifica un po’ ovunque, che quella che era stata una bellissima storia di amicizia, prima e oltre che un felice sebbene squilibrato sodalizio artistico, sia all’epilogo e sembrerà un suicidio commerciale da rivaleggiare con quello – lo stesso anno! –  dei Beatles l’annuncio dello scioglimento. Tanto di più si sentiranno allora traditi i fan riguardando quella foto sul retro copertina, con Paul che appoggia la testa sulla schiena di Art con gesto di tenerezza infantile. Ma che congedo che fu! Il 33 giri più memorabile fra i cinque del duo, un’unica piccola caduta con il folk andino alquanto kitsch di El condor pasa e per il resto un susseguirsi di gemme, si tratti di uno squassante errebì bianco come Keep The Customer Satisfied o dello scanzonato beat Why Don’t You Write Me, dell’elegiaca So Long, Frank Lloyd Wright o della ninna nanna Song For The Asking, o ancora del rock’n’roll Bye Bye Love, che in un tripudio di applausi salda il debito con gli Everly Brothers. Le più abbaglianti in apertura di facciate: il più bello spiritual laico di sempre (Aretha lo capì subito e lo fece suo), che è la canzone che intitola l’album, e l’epitome somma di folk-rock The Boxer.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019. Cinquant’anni fa a oggi “Bridge Over Troubled Water” sostituiva “Led Zeppelin II” al primo posto della classifica di “Billboard” degli album più venduti negli Stati Uniti. Ci resterà per dieci settimane consecutive.

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Il favoloso mondo di Emma (Tricca)

Ieri sera sono andato a vedermi Robyn Hitchcock in concerto, terza volta in vita mia e forse (ma la memoria è traditrice, spesso) è stato il suo spettacolo migliore. Graditissimo bonus in apertura una manciata di canzoni di Emma Tricca, che invece dal vivo non avevo visto mai. Spettacolo memorabile, come mi attendevo, con l’unico neo di essere stato troppo, troppo breve. A seguire le recensioni di quelli che a oggi sono gli ultimi due album di questa cantautrice. Favolosa.

(La foto di Emma è di Roberto Remondino.)

Relic (Finders Keepers, 2014)

Curiosa vicenda, quasi una favola, quella di Emma Tricca, romana che in una sera della sua adolescenza mette insieme il non poco coraggio che ci va ad avvicinare un monumento del folk moderno quale John Renbourn, alla fine di un concerto, e a fargli ascoltare una sua canzone. Al signor Pentangle piace e oltre che un incoraggiamento decisivo sarà l’inizio di una bella amicizia. Da lì a breve un’altra leggenda, Odetta, la conforterà nella decisione che ha preso di andarla a studiare in loco quella musica che tanto la affascina, a Londra. Faccio breve una storia lunga una quindicina di anni limitandomi a dire che gli ambienti folk della capitale britannica la accoglieranno con rispetto e simpatia e che, dopo un disco del 2001 con i Gypsies And Red Chairs, Emma esordirà da solista (in mezzo il pellegrinaggio a una Mecca chiamata Greenwich Village) nel 2009 con l’austero quanto intenso “Minor White”: quattro stellette su cinque sia su “Mojo” che su “Uncut”, per darvi un’idea di come fu accolto. Seguito lungamente meditato, “Relic” sta mietendo analoghi consensi e meriterà notare che in diverse recensioni non una parola viene spesa per i natali italiani dell’artista, tanto per dire come Emma Tricca venga ritenuta una londinese a tutti gli effetti.

Vale il tempo che lo si è atteso quest’album, certificazione di un talento che sta giungendo a maturazione trovando una sua specificità pur in un ambito dai canoni consolidatissimi. È come se Emma partendo dal folk revival si fosse incamminata verso un folk-rock in odore di psichedelia. Dalle semplici voce e chitarra d’antan si è evoluta verso un suono ancora scarno e lieve ma estremamente raffinato, con arrangiamenti nei quali entrano in gioco chitarre elettriche e percussioni, archi, ottoni, persino un po’ di elettronica.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.358, dicembre 2014.

St. Peter (Dell’Orso, 2018)

“Registrato a Hoboken”, leggo del nuovo album di Emma Tricca e punto i crediti in cerca di un’ospitata degli eroi locali Yo La Tengo. Se in carne, ossa e strumenti mancano, in spirito ci sono: come minimo in una Julian’s Wings che idealmente sono loro alle prese con un’astrazione di Joni Mitchell, ma anche subito dopo, in una Buildings In Million fra Velvet Underground e Fairport Convention. Ecco: mi pareva un buon punto da cui partire per raccontare questo disco. O da lì o da Solomon Said, che potrebbe essere un John Cale (tanto per citare di nuovo i Velvet) da qualche parte fra The Gift e “Paris 1919”. Non fosse che la voce recitante è femminile. E che voce! Judy Collins, che declama la sua Albatross su una base man mano sempre più disturbante e come sigillo di approvazione sull’opera della cantante e chitarrista romana vale quello originale di un John Renbourn che, avendone ascoltato alcune canzoni, incoraggiava Emma a trasferirsi a Londra. Laddove la scena folk l’accoglieva a braccia aperte, prima dimostrazione che l’ex-Pentangle aveva visto lontano. Molti anni (una ventina) e vagabondaggi (soggiorni anche a New York e in Texas) dopo, “St. Peter” è la definitiva certificazione della grandezza di un’artista capace, come i principali fra i suoi modelli da Davey Graham in giù, di muoversi da un’idea di folk per poi trascenderlo.

Prodotto da Jason Victor dei Dream Syndicate e con alla batteria Steve Shelley dei Sonic Youth, pur non negandosi parentesi incantate e incantevoli (una Salt da Neil Young circa “Harvest”, il valzer Mars Is Asleep, l’attacco molto fairportiano di The Servant’s Room) è il suo lavoro più elettrico di sempre. Misuratamente stralunato, se è concessa la contraddizione in termini. Di una precisione millimetrica che nulla sottrae al sentimento.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 400, luglio/agosto 2018.

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I migliori album del 2019 (4): Rustin Man – Drift Code (Domino)

Triste coincidenza che “Drift Code” abbia visto la luce appena prima che quel genio dispettoso di Mark Hollis ci lasciasse. Quel Mark Hollis che guidò i Talk Talk dal techno-pop di Such A Shame all’acquerellistico post-rock ante litteram di “Spirit Of Eden” e “Laughing Stock”, salvo poi sciogliere la compagnia per non produrre da solista che un omonimo capolavoro: rarefatto fino all’astrazione, emozionante fino all’indicibile. Dei Talk Talk Rustin Man, nato Paul Webb, fu il bassista fino al penultimo album e vanta il primato di avere firmato l’unico brano in catalogo non di Hollis. Formava poi con il compagno di sezione ritmica Lee Harris gli O.rang, durati il tempo di dare alle stampe due curiose collezioni di elettronica nutrita a dub e world, e come Rustin Man, con Beth Gibbons dei Portishead, pubblicava il favoloso “Out Of Season”, opera nel solco della migliore tradizione folk-rock albionica. Era il 2002. Attendevamo da allora un seguito e come non temere che, similmente a “Mark Hollis”, un successore non lo avrebbe mai avuto?

Io non so di cosa viva (dubito possa campare di diritti d’autore) Webb, ma per quanto possa dispiacere che ci abbia messo tanto trovo bellissimo che esistano artisti così, disposti a passare anni su un’opera, fin quando non la ritengono degna di venire al mondo. Tanto lungo il concepimento, tanto quietamente spettacolare un affresco di pastorale britannica per un verso collocabile in un’epoca ben delimitata – diciamo fra i tardi ’60 di una Judgment Train fra blues psichedelico e raga e del folk progressivo di una Our Tomorrows molto Caravan e i medi ’70 dell’hammilliana Brings Me Joy e di una The World’s In Town alla Wyatt – e per un altro di trascenderla totalmente. Proiettandosi negli spazi cosmici dell’ultimo Bowie.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.408, aprile 2019.

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I migliori album del 2019 (15): Allah-Las – Lahs (Mexican Summer)

In un mondo in cui i singoli non esistono più (chiamano così il brano che, di norma solo in download o in streaming, anticipa un album; quello con il video su YouTube; più gli altri che seguono) per dei tradizionalisti come gli Allah-Las, innamorati persi di quegli anni ’80 che fingevano di essere gli anni ’60, la scelta della canzone apripista per un nuovo LP (sì, lo fanno uscire anche in CD, ma non ci sono dubbi su quale sia il supporto fonografico di elezione per una band formatasi letteralmente in un negozio di dischi: Amoeba, Los Angeles) è sempre molto ponderata. Simbolica più che altro, eh? Visto che poi i 45 giri li stampano, diversamente dai 33, in piccole tirature per i cultori che non vogliono perdersi un retro ovviamente inedito. Ora: non esistono ancora in formato fisico, ma per presentare il suo quarto album il quartetto californiano di “singoli” ne ha messi fuori per cominciare due. Operando scelte piuttosto… uh… singolari: su YouTube potete gustare una In The Air che ce li porge anglofili come non mai (principali referenti: i Kaleidoscope a lungo oscurissimi di “Tangerine Dream”, AD 1967); su Spotify hanno reso disponibile Prazer em te conhecer, che è tipo un George Harrison versione tropicalista e visto che c’erano avrebbero potuto optare per Royal Blues, che sono direttamente gli Os Mutantes. Quasi un ripensamento allora calare un terzo asso, Polar Onion, in cui li si riconosce subito: jingle-jangle adattato college rock, alla R.E.M. primevi.

E insomma gli Allah-Las ampliano i loro orizzonti ma nel complesso restano quella roba là, una scheggia di Paisley Underground nel cuore di questi aridi anni ’10. Una delle loro canzoni più belle di sempre la spiattellano subito: Holding Pattern, degna dei Byrds iperpsych di Mind Garden.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.414, novembre 2019.

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