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Wilco – Cruel Country (dBpm)

Chiudere un cerchio dopo ventisette anni se non dopo trentadue. Tornare dove tutto era iniziato, ossia più che ad “A.M”, l’album che per gli Wilco di Jeff Tweedy inaugurava nel 1995 una discografia giunta al dodicesimo capitolo in studio, a quel “No Depression” che nel ’90 avviava il viaggio breve degli Uncle Tupelo di Jeff Tweedy e Jay Farrar: capolavoro nel quale da allora si individua l’atto fondativo dell’alt-country e che ha prodotto epigoni in numero incalcolabile. Doppio per ora solo sulla carta (sarà edito sia in CD ─ forse singolo? una durata che ammonta a 77’04” lo permetterebbe ─ che in vinile quando i problemi di approvvigionamento che affliggono il secondo formato consentiranno un’uscita in contemporanea), “Cruel Country” ha ridestato l’interesse per un progetto che da tempo andava avvitandosi su se stesso, dopo aver prodotto almeno una cinquina di album giganteschi, già al solo annuncio del titolo. Possibile che dopo tutto quanto fatto per distaccarsi da quell’etichetta là ─ alt-country ─ inventandosi un sound inaudito sconfinante nel post-rock Tweedy e soci volessero rivisitare i luoghi da cui erano partiti?

In realtà è così e non è così. Nel percorso che da una Absolutely Sweet Marie sedata chiamata I Am My Mother porta a una The Plains con vistose scorie “post-” gli Wilco declinano sì country-rock, quando non schietto country, ma pure folk e folk-rock, non lesinano le consuete melodie beatlesiane (versante Lennon) né momenti da college radio che fu. A rendere eccezionale “Cruel Country”, decretandolo la loro prova migliore da “Sky Blue Sky” (lontano 2007), sono il livello della scrittura e la rilassata intensità di incisioni catturate perlopiù dal vivo in studio, con pochissime integrazioni a posteriori.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.444, luglio/agosto 2022.

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John Doe – Fables In A Foreign Land (Fat Possum)

Sempre pensato, da quando vidi per la prima volta gli X in foto, che con quella sua bella faccia da onest’uomo americano John Doe sarebbe stato perfetto per il cinema. Che un John Ford qualche decennio prima non avrebbe esitato a includerlo nel cast di un suo western. Deve aver fatto la stessa impressione a tanti: comprensiva anche di varie serie TV, la filmografia dell’uomo nato John Nommensen Duchac sessantanove anni fa è chilometrica. Persino più di una discografia pure assai cospicua giacché oltre alla band sunnominata, una delle più grandi dell’era artisticamente aurea del punk USA, comprende Knitters, Flesh Eaters e una carriera da solista di cui quest’album (primo per la sempre più in auge Fat Possum) è il tredicesimo capitolo in studio. Atteso sette anni ma che gli vuoi dire a uno che nel frattempo ha pubblicato due libri e un disco (splendido) con i riformati X, suonato parecchio dal vivo e aggiunto al curriculum attorale un ruolo di primo piano in All Creatures Here Below?

Di “Fables In A Foreign Land” stupisce più che altro il titolo: come sarebbe a dire “terra straniera” quando il disegno che ne adorna la splendida copertina ritrae un cowboy di schiena, incamminato verso nuove avventure con a fianco il suo cavallo? Immagine quanto mai iconica e, a proposito, il disco prima si chiamava “The Westerner”. E quali “favole”? Schizzi assolutamente realistici invece, per quanto ambientati in un indefinito passato. La distanza che apparentemente separa questi tredici brani pencolanti più verso il folk o il folk-rock che il country, tolte un paio di deviazioni in area tex-mex e rockabilly, dal sound scorticato e ipercinetico degli X in realtà in spirito si annulla. Identica è l’onesta dell’approccio. Si torna lì: all’onestà.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.444, luglio/agosto 2022.

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Kings Of Convenience – Quando “quiet” era il “new loud”

Chissà se l’idea di chiamare “Quiet Is The New Loud” un secondo album che era quasi come fosse il primo (incredibilmente, il vero esordio non è nemmeno citato nella scheda che Wikipedia dedica al duo) venne a Erlend Øye o a Eirik Glambek Bøe. In scaletta un brano omonimo non c’è e i ragazzi (venticinque anni entrambi all’epoca) non ritennero di rimediare a posteriori. Chissà se avrebbero se no attirato l’attenzione della stampa inglese, fomentandone a tal punto l’entusiasmo che provò a inventarsi una scena che non c’era (frugo nella memoria e negli archivi e di gruppi degni di nota ne trovo tre: Turin Brakes e Stairsailor, che debuttavano in lungo quello stesso anno, e It’s Jo And Danny, che provarono a mettersi in scia quando erano stati in realtà i primi ad affacciarsi alla ribalta). È che un titolo così geniale avrebbe potuto inventarlo giusto un giornalista del “New Musical Express” con un futuro da pubblicitario di grido. È che dopo gli anni del grunge e del Britpop, dell’alt-rock e del post-rock, una musica principalmente di chitarre acustiche e armonie vocali pareva perfetta per un secolo che si affacciava alla storia potendo ancora (per pochissimo: fino all’11 settembre) fantasticare di essere altra cosa, e migliore, rispetto al precedente. “Il silenzio è il nuovo rumore”, si potrebbe provare a rendere, ma non rende. Sia come sia: tutti pazzi per i Kings Of Convenience nella primavera del 2001 e a riascoltarla oltre vent’anni dopo quella dozzina di canzoni fa ancora una formidabile figura. Di “nuovo” non regalava in realtà e naturalmente nulla, come chiunque minimamente avvertito e con magari in casa i dischi dei Belle And Sebastian oltre a quelli di Simon & Garfunkel e Nick Drake già allora sapeva, ma che scrittura! Che è quello che conta nel pop. Quello, e il sentimento.

Mica facile arrivare a conquistare le classifiche ─ in verità più nel resto d’Europa che le britanniche, anche se buttale via sessantamila copie ─ partendo da Bergen, che dopo Oslo è la seconda città della Norvegia ma vi sfido a puntare un indice verso una carta geografica e dire “è lì”. Lì dove copie ne bastano venticinquemila per appendere in casa un disco d’oro ed è difficile ai limiti dell’impossibile, proprio per le dimensioni ridotte del mercato (metà degli abitanti della Lombardia e un costo della vita proporzionato a una ricchezza che sconfina nell’opulenza), fare dell’essere musicisti più di un hobby. A meno, appunto, di partire. Erlend ed Eirik mandavano in avanscoperta prima dei demo, quindi tre singoli “made in Norway” e credevano di avere trovato l’America dove l’America è quando nel 2000 la Kindercore (di Athens, Georgia; vi diranno qualcosa nomi come Pylon e B-52’s, R.E.M. e Of Montreal) si offriva di pubblicare un CD di fatto antologico visto che quasi tutti i brani che raduna erano già apparsi sul trio di 7” di cui sopra. Copertina di rara bruttezza, “Kings Of Convenience” non merita l’elevato esborso (mentre scrivo c’è chi su Discogs prova a venderlo a quei duecento euro) necessario oggi per procurarselo. Le canzoni ci sono già, ben sei su dieci verranno ripresentate (e fa metà esatta del programma) in “Quiet Is The New Loud”, la magia ancora no. Quella che nella nuova versione di Winning A Battle, Losing The War si accende davvero, dopo che le chitarre da felpate si sono fatte guizzanti, quando a un minuto o poco più dalla fine entra la batteria. Che nella successiva, festosa a dispetto del titolo Toxic Girl è presente sin dalle prime battute. La batteria. Quella che fece tutta la differenza di questo mondo quando Tom Wilson decise nel 1965, senza manco avvisare gli interpreti, di aggiungerla a The Sound Of Silence e un brano passato del tutto inosservato l’anno prima rendeva Simon & Garfunkel (sempre i più citati quando si scrive dei Kings Of Convenience) delle superstar a loro insaputa, dalla sera alla mattina. Ciò che nel… come dire?… primo debutto era appena un bocciolo in questo secondo fiorisce grazie a poche quanto sapienti aggiunte: lì uno sbuffo di tromba, là un fremito di violoncello, un piano a ricamare, una batteria discreta ma decisa, una chitarra che abbandona il folk per avventurarsi nel jazz o azzardarsi brazileira. Come, l’ultima che ho detto, nella squisita Singing Softly To Me, in Leaning Against The Wall, in una The Girl From Back Then che è John Martyn alle prese con Antônio Carlos Jobim. Laddove Failure è un Nick Drake euforico come mai fu e Parallel Lines un Paul Simon al contrario più desolato che semplicemente malinconico. Non è saudade qui, piuttosto spleen, capite a me.

La notte è più buia subito prima dell’alba e nel 2001 nessuno avrebbe potuto garantire che per il vinile il sole sarebbe sorto ancora. Di “Quiet Is The New Loud” stamparono pochissime copie ed è a ragione di ciò che oggi per una in condizioni accettabili il prezzo si aggira sui settanta euro e una intonsa può arrivare a costare più del doppio. Risulta allora particolarmente gradita (ma il lettore interessato si affretti, per certo non ne hanno tirate di più) una riedizione arrivata nei negozi sotto Natale, griffata sempre Source, distribuita dalla Universal e con un prezzo di listino di eurelli 28. Tale e quale a “Riot On An Empty Street”, che in origine vedeva la luce nel 2004 e del predecessore forniva replica fors’anche più ispirata, tanto che in molti ritengono (sono d’accordo) sia questo e non quell’altro il capolavoro della coppia. Si presenta con una luminosissima (di nuovo: il titolo depista) Homesick che non potrebbe essere più Simon & Garfunkel nemmeno se fosse di Simon & Garfunkel, si congeda con una meditabonda The Build-Up che il featuring di Leslie Feist fa un po’ Suzanne Vega, in mezzo dispensa meraviglie come la pianistica e incalzante Misread, il valzer Stay Out Of Trouble, una Sorry Or Please dove Nick Drake incontra Paul Simon e una Live Long che in mano ad Al Stewart nell’Anno del Gatto avrebbe spopolato. Sistemata fra una I’d Rather Dance With You invero ballabile e una Surprise Ice rarefatta e quasi luttuosa. Nota di colore: più che in qualunque altro paese era da noi che l’album faceva strage di cuori, scalando le classifiche fino alla terza posizione. Quanto è vero che “amor ch’a nullo amato amar perdona”: dal 2012 Erlend Øye vive in Italia, a Siracusa.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.439, febbraio 2022.

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Kurt Vile – (Watch My Moves) (Verve)

Chi si somiglia si piglia ma a somigliarsi troppo il rischio è di lasciarsi presto. È il caso di Adam Granduciel e Kurt Vile, che fondavano i War On Drugs con l’idea magnifica di mediare My Bloody Valentine e “Highway 61 Revisited”, declinando un rock fragoroso quanto melodico che però alla lunga si farà più che altro magniloquente, ricreazione di anni ’80 in fissa per Bruce Springsteen. Ma questo in tempi più recenti e già all’altezza del secondo album (2008) della band di Philadelphia Vile non era più co-leader ma un ospite e poi basta. Separazione amichevole, detto en passant. Commercialmente non c’è stata gara: i War On Drugs decollavano proprio con il primo lavoro post-Vile e i loro dischi hanno da allora venduto il decuplo di quelli di un ex- che nondimeno con il nono album in studio (contandone uno con Courtney Barnett) approda a un’etichetta non solo prestigiosa ma in area major. A sua lode: come i War On Drugs che passavano dalla Secretly Canadian alla Atlantic, senza sottostare a compromesso alcuno.

A proposito di Springsteen: qui Vile coverizza aggiungendoci un tocco acidulo l’oscura (uno scarto di “Born In The U.S.A.”) Wages Of Sin. A proposito di un altro tratto in comune con Granduciel: “(Watch My Moves)” ne conferma la logorrea, quindici brani uno dei quali è però un siparietto ambient sotto il minuto per 73’44” e fate voi la media. Si astiene da svolte adombrate dal delizioso girotondo pianistico alla Robyn Hitchcock della traccia inaugurale Goin On A Plane Today e da una seconda, Flyin (Like A Fast Train), molto Beck su beat hip hop ed è un peccato. Soprattutto perché canzoni come la byrdsiana Jesus On A Wire, una scintillante Say The World in cui cita i Talking Heads o lo shuffle loureediano Stuffed Leopard lo confermano autore di vaglia.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.443, giugno 2022.

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Jensen McRae – Are You Happy Now (The Orchard)

Abbiamo una nuova Tracy Chapman? Che manco era nata quando l’originale collezionava dischi di platino, ancora doveva compiere nove anni quando colei il cui nome resterà legato per sempre alla canzone che ne inaugurava nell’88 l’omonimo esordio (Talkin’ ’Bout A Revolution, ovviamente) dava alle stampe quello che è a oggi il suo ultimo lavoro (“Our Bright Future”) e, per curiosa coincidenza, pubblica il primo album a ventiquattro, stessa età che aveva l’evidente modello quando era lei a debuttare in lungo. Oddio… modello… Alle nostre orecchie le similitudini sono lampanti, ma che Jensen McRae volutamente intenda porsi in quel solco non è da darsi per scontato. Appartiene a un’altra e lontanissima generazione e se a qualcuna si ispira è alla di poco più “anziana” Phoebe Bridgers. Però i classici ─ Dylan, Joni Mitchell, Carole King, James Taylor ─ li ha studiati eccome e in “Are You Happy Now” sono influenze che si sentono, laddove di altre ─ Stevie Wonder, Alicia Keys ─ per ora non si coglie nulla. In futuro chissà. Chissà chissà, visto che la giovane artista californiana pur con garbo nelle poche interviste circolate finora esprime un po’ di fastidio per il fatto di sentirsi vista come un animale raro, una ragazza di colore che suona e canta brani folk invece che soul o r&b.

Folk ma spesso di grande pop appeal e “Are You Happy Now” ne piazza subito uno, Starting To Get To You, dal potenziale clamoroso (ne esibiscono appena meno Take It Easy e Good Legs e forse persino di più una latineggiante e con ritmica molto presente With The Lights On). Sconcerta che un’opera talmente pensata in forma di album da contenere tre interludi a separare/collegare le altre dodici tracce sia per ora disponibile solo in download.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.442, maggio 2022.

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Hurray For The Riff Raff – Life On Earth (Nonesuch)

Lunga la strada che ha portato la statunitense di origini portoricane Alynda Segarra dai due album che si autoproduceva fra il 2008 e il 2010 all’omonimo debutto su Loose Music, che rappresentava nel 2011 il suo ingresso nella discografia ufficiale e nel quale sistemava una scelta di pezzi dai lavori precedenti. E da quello per tramite di ulteriori quattro album a questo, che marca l’inizio di una collaborazione con un’etichetta di enorme prestigio quale la Nonesuch. Percorso affrontato con fierezza e coerenza e nel contempo scansando il pericolo che la sua musica potesse farsi cliché, aggiornandola e arricchendola costantemente ma senza mai perdere il filo del discorso. Sicché qualcosa di indefinibile ma palpabile collega quel “Look Out Mama” che nel 2012 qualcuno descriveva come “una reliquia prebellica che The Band avrebbe potuto ascoltare su un grammofono mentre stava incidendo il primo LP” a “Life On Earth”. Non solo una meraviglia di disco ma quello che potrebbe rendere l’artista di New Orleans una star.

“Nature punk”, lo definisce lei. Del punk conserva invero l’essenziale, lo spirito, ma non aderisce mai alla lettera e se un brano come Precious Cargo non è distante da certi Clash è a “Sandinista!” che rimanda, non a White Riot. Del folk d’antan permangono tracce in un brano omonimo che è delizioso valzer al rallentatore e qui e là in una melodia, una progressione di accordi ma è allora folk-rock, in una Rhododendron con passo alla Roadrunner o in Saga, dove è della prima Chrissie Hynde che si colgono echi. Altre due rispetto a queste pur splendide sono però le canzoni candidate alle classifiche: la schiettamente techno-pop Pierced Arrows; Pointed At The Sun, ballata viceversa gonfia di chitarre indie.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.441, aprile 2022.

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I migliori album del 2021 (13): The Felice Brothers – From Dreams To Dust (Yep Roc)

Naturalmente ogni nuovo album di chiunque è, a dar retta al comunicato stampa, il suo più riuscito. Va da sé che qualche rara volta lo sia. Accade con quello che per i Felice Brothers (Ian e James dacché Simone optò per una carriera da solista) è ufficialmente l’ottavo in studio. Ci fu un tempo in cui la band newyorkese fu acclamata erede della Band con la B maiuscola, quella canadese che fece la Storia del rock, e forse chi lo fece esagerava, ma solo un po’. Ci fu un momento, quando nel 2011 “Celebration, Florida”, scalò la classifica di “Billboard” fino al numero 5, migliorando di quindici posizioni il già sorprendente piazzamento del precedente “Yonder Is The Clock”, in cui sembrò che i ragazzi fossero destinati allo stardom. Solo che con quel disco così fuori dalle precedenti e successive traiettorie, con le sue scansioni hip hop, le contaminazioni elettroniche, l’uso di suoni “trovati”, ci si giocò parte del pubblico vecchio senza conquistarne stabilmente uno nuovo. Nessuno dei successori è entrato nei Top 200 USA, quasi tutti avrebbero meritato critiche e riscontri di pubblico migliori. Tant’è…

Con “From Dreams To Dust”, che minimo battaglia con il sunnominato “Yonder Is The Clock” per il titolo di capolavoro del gruppo, tocca risfoderare i superlativi. Proclamare l’iniziale Jazz On The Autobahn – declamatoria su ritmica squadrata, con un ritornello invincibile, un piano che parimenti non si dimentica e squisiti intarsi di tromba – la canzone più memorabile di sempre dei Nostri. Constatare che nessuna delle undici che le vanno dietro, svariando fra folk (Inferno, Silverfish), folk-rock (To-Do List, Celebrity X), blues (Valium) e (art-)pop (Money Talks, Be At Rest) e concedendosi spesso e volentieri rarefazioni ambient, è men che splendida. Ah… Al netto di qualche inflessione dylaniana (evidente più che altrove nella quieta epopea di liturgico afflato della conclusiva We Shall Live Again) The Band è oggi lontanissima.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.436, novembre 2021. Integrato.

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Julia Bardo – Bauhaus, L’Appartamento (Wichita)

All’anagrafe di quella Brescia che le dava i natali questa artista giovanissima all’esordio in lungo dopo un discreto numero di esercizi preparatori (un singolo con gli Working Men’s Club prima che il leader Sydney Minsky-Sargeant optasse per un sound elettronico piuttosto che chitarristico e le strade allora si separavano; e poi un paio di EP già su Wichita e diverse altre canzoni pubblicate solo sul web: piccolo catalogo da cui  riprende giusto un paio di brani) è registrata come Giulia Bonometti. È Julia Bardo da quando si arrendeva al fatto che in Gran Bretagna, dove vive da ormai diversi anni, quel cognome di quattro sillabe risultava impronunciabile a tutti. Lo pseudonimo indicazione di dove si collochino la precedente produzione e “Bauhaus, L’Appartamento”, ossia nell’ambito di un cantautorato di ascendenze folk? Bardo come sinonimo di “menestrello”? Abbastanza, siccome in queste dieci canzoni il folk è più che altro un’ispirazione, un’idea, una suggestione, un prefisso non sempre presente e cui quando c’è regolarmente bisogna aggiungere “rock”, o “pop”.

Vale per The Most, strategicamente sistemata a inaugurare essendo l’articolo più melodicamente memorabile come per la languida In Your Eyes e una Goodbye Tomorrow altrettanto astutamente, epidermica com’è, quasi quanto l’incipit, collocata a congedo. Il meglio, i brani che sul subito colpiscono meno ma sui quali si torna più volentieri, sta però nel mezzo: negli influssi velvetiani che impregnano The One e It’s Okay (Not To Be Okay), nel dream pop tendente all’inquietante di Do This To Me, una scia di feedback a suggellarlo, e Impossible, da cui, sepolti nel denso finale, emergono recitati i soli versi in italiano. È un debutto più che promettente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.436, novembre 2021.

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Eva Cassidy – L’innocenza ritrovata

Ci sono due istanti assolutamente rivelatori (oltre che magici; ma sono così tanti gli attimi di magia che dona questa artista che se ne perde presto il conto e resta la sensazione di un incantesimo unico ed eterno) in “Live At Blues Alley”. Prima dell’ultima canzone presentata quella sera, Eva Cassidy ringrazia mamma e papà. Dopo, il pubblico, per essere venuto ed essere stato meraviglioso, e c’è quasi da non crederci ad ascoltarla, lei che ha appena regalato ai fortunati astanti la serata più indimenticabile delle loro vite. Loro meravigliosi? Ti coglie una tenerezza da starci male. E fra l’uno e l’altro tributo una What A Wonderful World cui viene infine resa l’innocenza strappatale da Barry Levinson quando decise che doveva essere la voce rugosa e dolcissima di Satchmo a commentare la sequenza più atroce di Good Morning, Vietnam. Il canto di Eva fa di nuovo plausibile un mondo dove gli alberi sono verdi e le rose rosse sbocciano “per me e per te”, e i bambini piangono ma crescono felici e “i colori dell’arcobaleno sono tanto graziosi nel cielo/e così i volti dei passanti” e degli amici che si incrociano, si stringono la mano ed ehi! come stai? Che detta in questo modo può indurre cinismo ma vi sfido a essere ancora cinici dopo averla incontrata questa What A Wonderful World. Se ci riuscirete, vi compiango. Dev’essere stata un’esistenza ben miserabile la vostra per avervi reso a tal punto sordi alla purezza. Che è poi il dono che di sé Eva Cassidy ha fatto al mondo in forma di alcune decine di canzoni di altri che ora sono in massima parte sue e solo sue, per sempre. Parabola unica nella storia del pop quella di questa interprete diventata famosa da morta e senza avere fatto nulla per esserlo da viva, senza una grande casa discografica a spingerla, in forza del solo passaparola degli appassionati, dei passaggi radiofonici decisi autonomamente da dj per una volta ribelli alla tirannia delle playlist, di un video artigianale mandato in onda per scommessa e in un batter d’occhio divenuto il più richiesto di sempre alla BBC. Leggo che in Gran Bretagna i suoi dischi si sono già venduti in oltre due milioni di esemplari e per un secondo mi secca di dividere cotanto splendore con una folla così numerosa. Mi sento idiota e mi ripiglio subito: non fu per propagandare splendore che scelsi questo mestiere? Spero che ogni persona che leggerà queste righe compri un CD di Eva Cassidy. Credo che se anche i due milioni di copie dovessero divenire venti, o cinquanta o fate voi, Eva verrà custodita da ciascuno nel cantuccio più intimo del proprio cuore. Un altro angelo caduto troppo presto, come Jeff Buckley. Chi la conobbe dice che questa fama la lascerebbe stupefatta e financo spaventata, lei che impiegò anni per trovare il coraggio di affrontare un pubblico, lei modesta e testarda, quietamente conscia di valere e nello stesso tempo inconsapevole del quanto. Ne sono persuaso.

Nelle note di copertina di “Songbird” James Gavin, che è uno che di angeli deve intendersene avendo scritto una biografia di Chet Baker, racconta che scoprì Eva un giorno del 1993 quando, durante un viaggio in auto con un amico, frugando in uno scomparto ne estrasse una cassetta dell’album diviso dalla ragazza con Chuck Brown (accoppiata sommamente bizzarra ma felice; di più, più avanti). Ne rimase folgorato. Al Dale, che molto fece per convincerla a esibirsi dal vivo, dice che ne sentì per la prima volta la voce, senza vederla, un giorno che capitò per caso nello studio di Chris Biondo (tenete a mente questo nome: a lui dobbiamo ogni singola nota incisa dalla Cassidy). Sicuro, per la potenza e la duttilità soul di quanto udito, di trovarsi di fronte a una ragazza di colore, rimase allibito quando dalla saletta emerse una biondina dagli occhi azzurri. Nell’intervista pubblicata sul numero di novembre 2000 del mensile britannico “Mojo” e che avrebbe dovuto mettermi sulle tracce di questa ritrosa dea (e invece no, perché troppo spesso permettiamo alla vita di condurci al guinzaglio, piuttosto che il contrario), Mick Fleetwood riferisce di avere provato di fronte a Eva le stesse sensazioni avvertite quando per la prima volta ascoltò Stevie Nicks: aveva dinnanzi una persona che cantava dal cuore. Appunta che prima che il successo la sorprendesse Bonnie Raitt fu a lungo un segreto per pochi eletti. Sarebbe toccato pure a Eva, sostiene. E così è andata se vi pare.

Prosegue per altre 10.457 battute su Venerato Maestro Oppure ─ Percorsi nel rock 1994-2015. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.452, 24 luglio 2001. A oggi sono trascorsi venticinque anni dacché Eva Cassidy ascendeva al cielo facendosi stella. Ne aveva trentatré.

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L’uomo della pioggia (RIP Michael Chapman (24/1/1941-10/9/2021)

Classe 1941, Michael Chapman pubblica tuttora dischi con cadenze da giovincello, fa concerti e alla fine di ogni tour torna nel remoto villaggio del Northumbria dove vive dacché i proventi dell’album dopo questo, “Fully Qualified Survivor”, gli permisero di acquistarci una cascina. A lungo patrimonio di pochi, gli anni ’10 del nuovo secolo lo hanno visto intervistato a destra e a manca e fatto oggetto di un documentario, lui che già aveva avuto la soddisfazione di scoprire che artisti di altre generazioni (più giovani, tipo Thurston Moore, o parecchio più giovani, come Devendra Banhart) lo considerano un maestro. Può volgersi all’indietro, questo superbo chitarrista usualmente catalogato alla voce “folk progressivo” ma che ha suonato di tutto, fino all’improv più radicale, e guardare con orgoglio al percorso fatto. Prima tappa (datato 1969, griffato Harvest) questo stupendo “Rainmaker”. Assemblato con il cruciale contributo di altri musicisti stellari (per dire: al basso si alternavano Rick Kemp e Danny Thompson, in un paio di brani dietro la batteria sedeva Aynsley Dunbar) il disco parla la lingua di un folk elettrico ed elettrizzante, pregno di blues, disposto a concedersi al country. L’avessero fatta i Led Zeppelin, la traccia che gli dà il titolo la conoscerebbe chiunque.

Tratto da Rock: 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto, Giunti, 2019.

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