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Wolf People – Ruins (Jagjaguwar)

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È che nell’epoca in cui vivono i Wolf People probabilmente l’Internet non esiste ancora e dunque figurarsi Wikipedia. Solo così può spiegarsi l’assenza di una scheda loro dedicata sulla nota enciclopedia “on line”. Fatto assurdo e tuttavia non più di un rimanere culto noto al massimo a chi è abbonato a “Shindig” mentre, per dire, un altro gruppo al pari palesemente retromaniaco (e meno talentuoso) come i Kings Of Leon capeggia la classifica USA con la più recente uscita proprio nel momento in cui scrivo queste righe. Non che ai nostri eroi importi più di tanto, credo. I quattro giovanotti del Bedfordshire continuano felicemente ad abitare le discografie ereditate presumibilmente, più che dai fratelli maggiori, dai padri e ad aggiungerne ogni tanto uno loro di album a quelle collezioni. “Ruins” è il terzo o il quarto, contando una raccolta, arriva a tre anni dal superlativo “Fain” e come i predecessori vede la luce per un’indipendente americana di ottima reputazione. Però inadeguata a gestire una band dal potenziale commerciale elevato, quasi clamoroso. Perché la forza dei Wolf People è quella di rivolgersi sia agli appassionati con la storia del rock sulla punta delle dita che, potenzialmente, a un pubblico meno sofisticato ma pronto a farsi conquistare dal riff marmoreo, dalla cavalcata guerriera.

Innamoratissimo di “Fain”, ho trovato più di grana grossa le pur non poche seduzioni che offre il sospirato seguito. Posto un po’ in secondo piano l’amore per certo folk-rock progressivo di fine ’60/inizio ’70 (rimarchevole eccezione una Salt Mills immaginabile dagli Steeleye Span), qui i ragazzi quasi saltano i Jethro Tull più hard e puntano direttamente Led Zeppelin e Black Sabbath. Nella radio del mio cuore un pezzo come Ninth Night sarà sempre in heavy rotation.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.382, dicembre 2016.

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La cospirazione di Willard Grant (in memoria di Robert Fisher, che ci ha lasciati tre giorni fa)

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Regard The End (Glitterhouse, 2003)

D’accordo: ci sono in circolazione i Grandaddy che – ehi! – non sono mica male. Ma è dalla lontanissima epoca in cui fecero capolino alla ribalta gli ZZ Top che un barbone non si affacciava con tanta autorevolezza sulla storia del rock. Acquisizione che si suppone recente, visto che nelle foto circolate all’altezza dell’album in studio precedente (“Everything’s Fine”, AD 2000) non ve n’era traccia, il foltissimo pelo dona non poco alla faccia quadrata di Robert Fisher e viene qui chiamato in causa non oziosamente, siccome mi pare si possa farlo assurgere a simbolo di un’attitudine estetica squisitamente démodé di cui “Regard The End” è prodotto esemplare. Piccolo capolavoro fuori dal tempo e che per questo non invecchierà, degno erede di una tradizione cui fa capo la Band immortale di “Music From Big Pink” e che ha avuto in anni più recenti degni epigoni in Walkabouts e Giant Sand, Wilco e Nick Cave. Di quest’ultimo, gettando ponti fra “Kicking Against The Pricks” e “Murder Ballads” (disco più interessante nel concetto che nella resa: tutt’altri esiti qui), risuonano echi evidenti perlomeno in una The Ghost Of The Girl In The Well in cui PJ Harvey si chiama Kristin Hersh e nel blues minaccioso e dolente insieme di Another Man Is Gone. Dei primi citati c’è in carne e ossa Chris Eckman, amico di vecchia data di Fisher (quasi svanito quello che finora era stato l’unico altro Cospiratore fisso, vale a dire Paul Austin), che di The Trials Of Harrison Hayes, della malinconica ossessione di Fare Thee Well, del passo strascicato e dell’innervarsi di elettricità, in un apocalittico salire da puritana fine del mondo, di The Suffering Song sarà stato probabilmente pure un po’ geloso. Roba forte, roba che un Greil Marcus d’antan potrebbe allestirci un altro capitolo dell’indagine sull’America (se Melville, Thoreau, Mark Twain fossero arrivati a scrivere di rock’n’roll) imbastita in Mystery Train. E chissà.

Valgo poco io al confronto e comunque ci vorrebbero altri spazi. Approfitto di quello che mi resta per dire della poetica raffinatezza di impianti strumentali in cui, per creare questo country alternativo sul serio (la crepuscolare giostrina di Day Is Passed And Gone sarebbe stata perfetta per l’ultimo Johnny Cash), si rincorrono archi, plettri e piano, melodica, basso, percussioni, ogni tanto uno sbuffo di tromba (Dennis Cronin) esalato dall’anima perduta di Chet Baker. Per annotare che Beyond The Shore è una canzone che avrebbe potuto scrivere Bob Dylan fosse stato Leonard Cohen. Che in un mondo migliore la solare parentesi di Soft Hand, ritmo squadrato ed elastico e coretti irresistibili, sarebbe presenza fissa su qualsiasi radio. Un classico, fatto della materia dei classici.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.11, autunno 2003.

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There But For The Grace Of God (Glitterhouse, 2004)

Se Bob Dylan diventasse Leonard Cohen, ma si facesse pur sempre accompagnare da The Band in un repertorio diviso fra omicide ballate alla Nick Cave e più distesi (ma pur sempre di norma malinconici) folk-rock alla Walkabouts, ecco, il risultato potrebbe chiamarsi Willard Grant Conspiracy: cinque album finora, via via più acclamati e con dunque un apice di applausi per l’ultimo (2003) “Regard The End”. E adesso, per coloro che se li fossero incredibilmente persi nonostante la frequentazione di queste pagine (che diamine! di Fisher e sempre variabili soci abbiamo persino pubblicato un live, allegato a uno degli ultimi “Extra”: perché li amiamo sul serio), un utile e cospicuo (un solo CD, ma pochi secondi meno di ottanta minuti) riassunto. Ci sono molti classici, ma magari in versioni diverse da quelle già note, qualche rarità, qualche gemma ben scelta di cui non si era colta del tutto, al primo giro, la luccicanza. Racconta Robert Fisher che quando portò alla Ryko il demo di quell’epopea chiamata The Trials Of Harrison Hayes gli dissero: “Stai cominciando a scrivere canzoni sul serio senza tempo”. Avevano ragione ma avevano torto. Aveva iniziato da un po’.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.606, gennaio 2005.

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Ghost Republic (Loose Music, 2013)

La cospirazione di Willard Grant tesse le sue trame dal 1995 (allora a Boston, dal 2006 nel deserto californiano) e uno e sempre uno è il congiurato principale: il cantante Robert Fisher, nel cui faccione quadrato il tempo va scavando rughe come canyon, mentre la barba ormai completamente candida da lungi ha assunto dimensioni da ZZ Top. Non aspettatevi la stessa musica, per quanto con i Texani il nostro uomo condivida certamente non poche radici, musicali e più in generale culturali. Per quanto con il primo complice importante, il chitarrista Paul Austin, dividesse in precedenza un gruppo, tali Flower Tamers, da catalogare alla voce “noise”. E i Willard Grant Conspiracy? Diversi anni fa, scrivendone su altre colonne, li raccontavo come un’ipotesi di Bob Dylan che diventa Leonard Cohen ma si fa sempre accompagnare da The Band in un repertorio diviso fra ballate omicide alla Nick Cave e più rilassati, ma comunque malinconici, folk-rock alla Walkabouts. Descrizione che resta valida, moltissimi fiancheggiatori – trattasi di collettivo nel quale sono arrivati a ruotare anche venti componenti – e molti album dopo. Può però saltuariamente capitare che un collaboratore emerga e diventi un equivalente di ciò che fu Austin (oggi un membro proprio dei Walkabouts). È da qualche tempo il caso del violista David Michael Curry, in “Ghost Republic” anche qualcosa più che un semplice braccio destro.

Lavoro nato dall’invito rivolto a Fisher a contribuire a un volume di versi con come oggetto la città fantasma di Bodie, si è fatto in corso d’opera un film oltre che un libro e un disco capace di vivere tranquillamente da solo: collezione di canzoni (anche alcuni strumentali) austere quanto raffinate, ora cupe, ora semplicemente arrese a una crepuscolare tenerezza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.346, settembre 2013.

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Tim Buckley, che oggi avrebbe settant’anni

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In questo lungo, lungo DVD – un’ora e cinquanta il corpo centrale e quaranta abbondanti minuti di extra – i due momenti chiave – i più illuminanti, i più toccanti, quelli che ti pigliano e ti appiccicano a un metaforico muro – sono entrambi legati alla medesima canzone, che è poi quella cui ha finito per restare maggiormente affidata (complice l’ultramondana lettura di This Mortal Coil) la memoria di Tim Buckley: Song To The Siren. Quasi subito ce ne viene offerta un’asciutta quanto magnifica versione, per sole voce e chitarra acustica, tratta da una puntata del “Monkees Show”. Il cultore buckleyano farà un salto alto così sulla poltrona non appena leggerà la data: 1967. Esatto: tre anni prima che il brano venisse infine inciso e incluso in “Starsailor”. La dice lunga su che razza di artista fosse il Nostro che, ospite di uno spettacolo televisivo di enorme successo, in luogo di promuovere il suo ultimo album facesse ascoltare una canzone appena composta. L’altra Song To The Siren non è cantata bensì recitata, dall’uomo che ne scrisse il testo, dall’uomo cui dobbiamo tanti altri testi di canzoni del Buckley padre. Oggi un vecchio hippy dal fisico che fa tanto Budda e dall’aria adeguatamente pacata e saggia, Larry Beckett attacca i familiari versi con un’intensità dolente che toglie il respiro. Finisce, il disco torna alla schermata principale e passano minuti – così chi scrive – prima che di nuovo ci si raccapezzi e si scelga se andare avanti per quel poco che manca, tornare indietro, cominciare daccapo.

Raccontata attraverso quattordici filmati d’epoca (tutte registrazioni dal vivo, quasi tutte realizzate in origine per la TV e mai più viste) e un sapiente montaggio di interviste che li intervallano, e incastonata fra queste due Song To The Siren, c’è la storia di uno degli artisti più straordinari e singolari che mai abbiano abitato il panorama del rock, ammesso che con costui abbia un senso usare la suddetta etichetta, o qualunque altra. Dal folk-rock visionario di No Man Can Find The War (1967) alla psichedelia felicemente fuori tempo massimo di Sally Go Down The Roses e The Dolphins (1974), le due canzoni da salvare di un mezzo naufragio chiamato “Sefronia”, seguito della discussa svolta funk di “Greetings From L.A.” e prologo al purtroppo indifendibile congedo di “Look At The Fool”. E si resta ulteriormente stupefatti se ci si ferma un attimo a riflettere come nella vicenda di Tim Buckley anche questo fu eccezionale, oltre a una voce di una potenza e una duttilità inaudite e a un’ansia sperimentale che lo portò a trattare il rock come fosse free jazz: che si consumò in un arco di tempo tanto breve, l’esordio a diciannove anni, la morte a ventotto. Fra il ’67 e il ’70 l’artista californiano metteva in fila qualcosa come cinque – cinque! – assoluti capolavori. Interi universi a separare “Goodbye & Hello” da “Starsailor” e – a proposito e che vergogna – scopro che quest’ultimo titolo è attualmente fuori catalogo, come del resto il quasi altrettanto capitale “Blue Afternoon”, e che su amazon.com il CD (il CD!) è in vendita a 120 dollari. E a che serve allora che continui – questo DVD forse però il definitivo punto a capo – il lavoro di recupero e riordino degli archivi avviato nel 1990 da “Dream Letter”?

(Audio d’epoca e dalla TV e dunque di qualità altalenante e mai stellare come la musica avrebbe meritato. Chi ha restaurato ha fatto il possibile, ringraziamolo e accontentiamoci. Spiace piuttosto, giacché le testimonianze di Lee Underwood, Larry Beckett e David Browne sono assai interessanti, che manchino i sottotitoli. Chi non padroneggia l’inglese è quindi condannato a perdersele.)

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.279, maggio 2007.

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I migliori album del 2016 (3): Ray LaMontagne – Ouroboros (RCA)

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Per essere perfetto al sesto album di Ray LaMontagne manca forse un disco: ai quaranta minuti scarsi (appena meno della durata standard per un artista che pure in questo ha sempre avuto senso della misura) di queste otto nuove incisioni in studio sarebbe stato carino aggiungere un live. Altre due ideali facciate nelle quali riprendere brani scelti del repertorio passato possibilmente rivisitandoli alla luce di questo sound nuovo ma antico. Il mitologico serpente cui allude il titolo dell’opera si sarebbe allora davvero morso la coda e gli anni ’10 avrebbero avuto il loro “Ummagumma”. Dirà qualcuno che non ne hanno bisogno. Ma anche sì? Concettualmente sarebbe stato comunque un colpo da maestro.

Curioso che l’album con il potenziale commerciale maggiore del nostro uomo abbia avuto una performance relativamente deludente, fuori dai Top 10 USA quando i tre immediati predecessori erano tutti saliti fino a una vertiginosa terza posizione. In compenso, in questa nostra epoca superficiale in cui l’interesse per un disco si esaurisce in una raffica di recensioni pubblicate in contemporanea (perché è diventato inconcepibile arrivare secondi) e in tre o quattro giorni di commenti sui social media, “Ouroboros” ha tutte le qualità per restare. A partire dal singolo che avrebbe dovuto lanciarlo e che invece (non che LaMontagne abbia mai frequentato quella di hit parade) è stato un flop. E tuttavia Hey, No Pressure si candida all’eternità spicciola di radio che potrebbero averlo in rotazione pure fra decenni, forte di un’epica Led Zeppelin che è qui uno dei due soli punti di contatto, essendo l’altro il blues slowcore The Changing Man che gli va subito dietro, con l’album prima, “Supernova”, una produzione di Dan Auerbach dei Black Keys, ricorderete. Sono i due episodi più turgidi di una prima metà/facciata di programma aperta dall’estatico/narcotico folk-rock di Homecoming e suggellata dal coro ultraterreno con cui ci si congeda dalla febbrilmente solenne While It Still Beats. Lo giriamo?

Se finora la roca voce baritonale di Ray LaMontagne lo aveva fatto collocare in una landa mediana fra Van Morrison e Tim Buckley, mentre gli spartiti riuscivano incredibilmente a fare incrociare Nick Drake e la Band, qui gli angoli sono vistosamente smussati e un chiaro referente pare – ebbene sì – Roger Waters. Più che altrove naturalmente nel tour de force di In My Own Way, 6’36” da qualche parte fra “Meddle” e “Wish You Were Here” e dunque dalle parti di “Dark Side Of The Moon”. Fatto salvo che lo si trasloca in California (Jonathan Wilson osserva benevolo). Fatto salvo che il languore salva l’assieme da certo un po’ frigido perfezionismo floydiano. Seguono la ballatona ultrapsych Another Day e, dopo lo strumentale A Murmuration Of Starlings nei cui crediti si torna a cercare il nome di David Gilmour, il piccolo gran finale Wouldn’t It Make A Lovely Photograph: come una novella Hurdy Gurdy Man (Donovan) con vista sul Laurel Canyon. Tutta roba già sentita, interverrà cinico il qualcuno di cui sopra. D’accordo. Qui la si vuole sentire ancora. E ancora. E ancora. Per tutti gli altri c’è Bon Iver.

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I migliori album del 2016 (15): Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung (Dead Oceans)

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Lo si scrisse di “Fanfare” di Jonathan Wilson: il suo solo vero difetto era l’esser stato preceduto da un abbagliante capolavoro (ormai con il distacco dato dal tempo lo si può dire, sì, come di pochissima altra roba uscita nel secolo nuovo) quale “Gentle Spirit”. Similmente, la fregatura per “Golden Sings That Have Been Sung” è l’avere avuto come predecessore “Primrose Green”. Si era ancora intenti a mandarlo a memoria, districandosi fra trame squisite capaci di intrecciare i Pentangle e Nick Drake, Tim Buckley e Tim Hardin, Davy Graham come Miles Davis, John Martyn e Van Morrison, quando ecco che ci arriva fra capo e collo “il difficile terzo album” (a questo punto, del pur pregiato debutto sulle orme di Fahey “All Kinds Of You” non si ricorda più nessuno). E dopo uno, due, tre pur eccitati ed eccitanti passaggi un’evidenza si appalesa: la magia non è la stessa. E allora per rendere giustizia a “Golden Sings That Have Been Sung” converrà forse fingere. Magari che sia un esordio? In fondo il ventisettenne Ryley per questi tempi nostri che spostano sempre più avanti le età della vita è un imberbe pischello. Per cominciare eventualmente ad ammorbarci con la fine dei suoi vent’anni ha ancora tempo.

Come debutto “Golden Sings…” sarebbe straordinario. Invocherebbe la stessa pletora di superlativi convocata per elogiare “Primrose Green” e anche uno in più: maturo. Perché a bene ascoltare le influenze che avevano plasmato quello sono ancora ben presenti ma un po’ sfumano le une dentro le altre, un po’ vengono retrocesse in secondo piano a favore di una scrittura più personale. La pietra miliare resterà probabilmente quell’altro e tuttavia nella prospettiva di una carriera di lungo corso questo potrebbe risultare più importante. Il primo disco in cui Ryley Walker comincia a non suonare più come una sinossi di tutti i classici che ha ascoltato e a esser se stesso. Bisogna prima o poi assassinarli, i padri.

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Okkervil River – Away (ATO)

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Racconta Will Shelf, il quarantenne texano sin dal ’98 al centro del progetto Okkervil River e da qualche anno e disco di fatto suo unico intestatario, di avere concepito “Away” senza sapere non solo se l’avrebbe pubblicato con la solita ragione sociale ma, addirittura, se l’avrebbe pubblicato del tutto. Prodotto di un periodo complicato e doloroso, fra vecchi collaboratori che alzavano bandiera bianca di fronte alla sempre maggiore difficoltà, in un mercato discografico frammentato all’estremo, di vivere del loro mestiere e lutti personali (buona parte di due anni trascorsi al capezzale di un nonno, poi scomparso, cui era legatissimo), l’album è ora descritto dal suo artefice come “il mio preferito della band, per quanto non sia forse un disco della band”. E sapete come si intitola la canzone che lo inaugura? Okkervil River R.I.P.. Confusi voi pure come Shelf? Io anche.

Che poi sulla carta, sapendo di storia del rock, ci sarebbe di che eccitarsi assai leggendo, prima di ascoltare, di un lavoro realizzato da questo nostro eroe indeciso a tutto circondandosi di musicisti al rock sostanzialmente estranei – chi proveniente dal jazz, chi dall’avanguardia, chi addirittura dalla classica contemporanea – e registrando l’intero programma quasi in diretta, al massimo in due “takes”, con pochissime sovraincisioni. Non vi ricorda – piccola pausa per segnarsi e genuflettersi – quell’alieno capolavoro di “Astral Weeks”? Sfortunatamente Shelf non vi evidenzia la mercuriale ispirazione del Van Morrison post-Them, appiattendosi su un dolente folk psichedelico da camera (unica eccezione la benvenuta vivacità di Judey On A Street) che al meglio ricorda certi American Music Club, al peggio un Andrew Bird perennemente incastrato nello stesso solco, o il Sufjan Stevens più inconcludente.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.381, novembre 2016.

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Neil Young – Peace Trail (Reprise)

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Le regole sono fatte per avere eccezioni e sì, qualche volta si può giudicare un libro dalla copertina. Prendi l’ultimo Neil Young, il suo trentasettesimo album in studio e chiediti: quanto tempo può esserci voluto per pensare una copertina tanto sciatta e realizzarla? Cinque minuti? Facciamo dieci, dai. Più o meno quello che deve avere impiegato il nostro uomo a scrivere ciascuna delle dieci tracce che sfilano in uno dei suoi dischi più sconcertanti, irritanti e in una parola pessimi di sempre. E stiamo parlando di uno che di dischi sconcertanti, irritanti e in una parola pessimi ne ha messi in fila ormai in numero bastante a pareggiare i tanti capolavori, o mezzi capolavori, o dischi con dentro comunque più di qualcosa di indimenticabile, pubblicati in una carriera da solista quasi cinquantennale. Il problema è che mentre i secondi si diradano i primi ci vengono inflitti uno via l’altro. Due solo nel 2016 perché, diciamolo, il doppio live “Earth” già aveva messo a dura prova la fede di non pochi pure fra i cultori di più stretta osservanza. Iniziato senza infamia e senza lode con l’innocuo “Silver & Gold”, il nuovo secolo ha lasciato sul campo una sfilza di orrori tale che fra un po’ si cominceranno a rivalutare quei terribili anni ’80 in cui, con qualche ragione, la Geffen fece causa al Canadese accusandolo di comporre musica “non rappresentativa”. Ma magari qualcuno facesse ancora filtro, o ci provasse. Scomparso prematuramente, nel ’95, il suo storico produttore David Briggs, Neil non ha più avuto a fianco nessuno che potesse farlo ragionare, che fungesse da filtro. Perché non è proprio obbligatorio dare alle stampe tutto ciò che si scrive e a maggior ragione se in precedenza si è fatta la Storia. Alla sua vicenda artistica nulla hanno aggiunto, se non per così dire del colore, e anzi parecchio hanno sottratto un lavoro tirato via come “Are You Passionate?”, indigeribili concept quali “Greendale” e “Fork In The Road”, i tradizionali discutibilmente rivisitati in “Americana” o quella presa in giro, o se no follia tout court, chiamata “A Letter Home”. O ancora “Storytone” o “The Monsanto Years”, dai quali qualche pezzo buono lo estrai anche ma, insomma, è minutaglia. Stringi stringi, del secolo nuovo del Nostro da applaudire senza riserve ci restano “Chrome Dreams II” (che però pescava a piene mani nei cassetti) e il monumentale “Psychedelic Pill”. Avesse pubblicato solo quelli! Giacché pure di “Prairie Wind” e “Living With War”, per i quali confesso e quasi rivendicherei un debole, si potrebbe oggettivamente fare a meno.

Non pago di avere sostituito gli insostituibili Crazy Horse con quei Promise Of The Real ai quali ha poi chiesto di provare a fare i Crazy Horse, quel gran genio del nostro amico a questo giro ha rinunciato anche ai secondi, convocando in loro luogo una sezione ritmica – il semisconosciuto Paul Bushnell al basso, alla batteria il veterano Jim Keltner – che mai aveva suonato insieme prima. Si sente, eccome se si sente, ma i due non ne hanno colpa giacché oltre a non conoscersi non hanno avuto modo di provare adeguatamente materiali presentati loro direttamente in studio. Registrato (male) in quattro giorni (ma potevano pure essere quattro ore), praticamente dal vivo e con poche e principalmente vocali sovraincisioni, “Peace Trail” li vede volonterosamente arrancare lungo i suoi trentotto minuti dietro a melodie incerte e incertamente divise fra folk timido e blues torpido prima di venire sfregiate da ustionanti assoli di elettrica. Più che canzoni sono abbozzi di canzoni, provini, e per cortesia non mi si venga a parlare di improvvisazione, il jazz è un’altra cosa e ciò che si ascolta qui sono palesemente (l’esperienza conta e dunque se la cava meglio Keltner, capace di un qualche miracoloso accenno di dialogo con le chitarre) due bravi musicisti che non sanno che pesci prendere. I gregari vanno assolti. Chi non può venire assolto è il leader. Tolta una traccia omonima e inaugurale di accettabile consistenza – corde grintose, una tastiera liquida, ritmica trapestante e voci in rincorsa – il resto sono testi che una volta si sarebbero detti genericamente “di protesta” appiccicati a spartiti elementari. Roba che per l’appunto deve averci messo dieci minuti a scriverla, o forse l’ha scritta nel tempo preciso che ci va ad ascoltarla. Per Can’t Stop Workin’ e Glass Accident (che guarda caso sono gli altri due brani “completi”) ha fatto poi che ricorrere al “copia e incolla” di se stesso e del resto buttali via pezzi come Cripple Creek Ferry e Sail Away. L’ecologia è importante, il riciclaggio salverà il pianeta. Ma non questo disco.

Il peggio è nella coda. My New Robot recupera il vocoder di “Trans” dall’armadio dei fallimenti e finisce tronca. Neil Young mostra il dito medio al mondo e, con tutto il bene che gli vuoi, a te vien voglia di mostrare il dito medio a Neil Young.

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