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I migliori album del 2017 (6): Robert Plant – Carry Fire (Nonesuch)

La chioma è tuttora leonina e quanto alla voce fa di necessità virtù come meglio non potrebbe. Va da sé che se i settanta incombono non potrai ruggire come al tempo in cui di anni ne avevi venti, trenta. Dovrai imparare a dosare le residue risorse ed ecco, in tal senso Robert Plant oggi è un cantante migliore di quando nei cieli del rock nessuno volava più alto dello Zeppelin. Dopo di che, ciò conterebbe poco non lo soccorressero in questa terza età che è prodigiosa seconda giovinezza una penna ispiratissima e un gusto impeccabile nella scelta dei collaboratori come dei suoni, delle influenze. Seconda giovinezza ormai considerevolmente più lunga della prima, siccome principiava nel ’94 con il rinnovarsi del sodalizio con Jimmy Page in “No Quarter”, laddove si evocava un passato straordinariamente ingombrante solo per farci pace e – definitivamente (le successive occasionali rimpatriate parentesi a ragione di ciò gioiose e non patetiche) – andare oltre. Con come spartiacque quel voluminoso live, “Walking Into Clarksdale” e un “Dreamland” per più di metà di cover (e se andate a vedere che cover sono scoprirete che le traiettorie successive sono lì anticipate pressoché per intero), non potrebbe darsi cesura più clamorosa fra il Robert Plant solista del XX secolo e quello del XXI. Pur avendo il merito non da poco di provare a scansare da subito le trappole della nostalgia, il primo suonava vecchio già allora, fra hard bombastico e new wave orecchiata male. Quello attuale è senza tempo.

Avevate amato “Lullaby And… The Ceaseless Roar”? “Carry Fire” ne ripropone le suggestioni giocando fra un blues arcaico e un folk d’Arcadia, fra un rock’n’roll ridotto al suo battito primevo e un’etno-psichedelia parimenti minimalista. Senza mai evocare un rock da grandi arene, o forse giusto nel malevolo heavy blues – il Nostro in duetto con Chrissie Hynde – Bluebirds Over The Mountain, unica cover in scaletta e paradossalmente, a), pure nel repertorio dei Beach Boys e, b), di un oscuro interprete rockabilly, Ersel Hickey. Disco di gran classe e generoso di classici. Categoria alla quale, pur nel contesto di una carriera stellare, iscriverei senza esitare un’arabeggiante The May Queen, il rockabilly inacidato Carving Up The World Again…, una traccia omonima che sostituisce l’Alhambra ai Valhalla che furono. Trapunta di chitarre spagnole, colpita al cuore da un violino gitano. Ancora: una Keep It Hid dal meccanico pulsare quasi Suicide. Almeno.

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Fleet Foxes – Crack-Up (Nonesuch)

Dove eravamo rimasti? Ah, già. A quel “Helplessness Blues” che nel 2011 non solo collezionava recensioni ditirambiche (finendo nelle playlist di più o meno qualunque testata possa venirvi in mente) ma anche una curiosa nomination a un Grammy nella categoria “Best Folk Album” (curiosa in quanto si provava a incasellare un lavoro mercuriale, in cui il folk non è che un elemento) e vendite importanti. Consolidando le posizioni raggiunte già tre anni prima dalla compagine di Seattle con un esordio omonimo. A un passo dallo stardom, quello vero, cosa pensava bene allora di fare Robin Pecknold? Fondatore del gruppo, cantante, chitarrista, arrangiatore, autore della totalità del repertorio. Di mettere tutto in pausa e tornare ai suoi studi universitari. Molto rock’n’roll, eh? Deve nel frattempo averla presa quella benedetta laurea alla Columbia se adesso i Fleet Foxes, confermando di essere una creazione di sua esclusiva proprietà, tornano in pista. Sebbene orfani di quel Josh Tillman divenuto nel frattempo una stellina in proprio con l’alias Father John Misty. Facendo musica che usa all’incirca gli stessi ingredienti, meno estrosa ma più accattivante.

Annotato il cambio di casa discografica (salto non da poco, dalla Sub Pop a un’etichetta nel giro major ma di ascendenze colte) e vista una copertina in stile ECM che segna uno stacco rispetto a una precedente estetica di gusto psichedelico, ci si potrebbero attendere rivoluzioni. Invece no. “Crack-Up” riparte da dove “Helplessness Blues” finiva e dispensa altri cinquantacinque minuti di post-folk orchestrale devoto a Brian Wilson e inclinante al progressive. La sensazione, dopo innumerevoli ascolti, è che a questo giri la magia non scatti. Che stavolta grandi ambizioni producano musica ammirevole ma non memorabile.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.388, giugno 2017.

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Fra saudade e spleen: l’esilio londinese di Caetano Veloso

Avrei voluto iniziare citando l’Alighieri e i suoi versi su quanto sappia di sale il pane altrui. Gli studi liceali sono però lontani e la memoria non mi soccorre. Fate conto che l’abbia fatto. Nello sguardo del giovane Caetano Veloso sulla copertina di questo suo album l’amarezza dell’esilio è tangibile quanto nelle parole del nostro sommo poeta. La pelliccia che stringe al petto (il clima inglese non è fatto per chi è nato a Bahia) ricorda cosa riferì a casa del suo arrivo a Londra: “Dicono che qui sia estate. Io sto scrivendo vestito con un immenso giaccone di pelle”. Vi era giunto nel 1969, personaggio troppo controverso (fra gli alfieri di quel movimento tropicalista che rivoluzionò il pop brasiliano) perché la giunta militare che governava il suo paese potesse tollerarne l’attività e troppo famoso perché potesse sbarazzarsene impunemente. Da cui l’esilio.

Passa un anno e mezzo prima che la giustificata saudade del Nostro si traduca in canzoni. E lì – sorpresa! – si fa spleen (che non è la stessa cosa). Nel suo quarto LP, terzo consecutivo a chiamarsi “Caetano Veloso”, l’artista di Bahia ripone nel cassetto dei ricordi la sgargiante psichedelia tropicalista, canta in inglese e scopre in sé (occhio all’anno! 1971) afflati drakiani. Subito esplicitati da una A Little More Blue che stabilisce, con il suo lirismo raccolto e gentile, carico di indicibili malinconie, il tono generale dell’opera. Ribadito dal tenerissimo calypso di London, London e da Maria Bethania, toccante lettera alla sorella carezzata da vocalizzi alati e un violino drammatico. Né vale meno il resto del programma di un album che fa storia a sé nella sconfinata discografia velosiana. In ogni caso uno dei più memorabili.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.198, gennaio 2000. O Maestro compie oggi settantacinque anni.

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It was 51 years ago today (2)

Bob Dylan – Blonde On Blonde (Columbia, 1966)

Inciso a Nashville durante le pause concesse da un tour mondiale e perlopiù con navigati musicisti del posto (della Band c’è soltanto Robbie Robertson; Al Kooper fa il regista), il primo album doppio della storia del rock è la versione estesa, raffinata e pacificata di “Highway 61 Revisited”. Impressionantemente cresciuto è un eclettismo che consente di presentarsi con la marcetta di gusto felliniano, che trasmuta in vaudeville western, di Rainy Day Women # 12 & 35 e congedarsi con gli undici minuti filati della sognante, favolistica Sad Eyed Lady Of The Lowlands (un unico brano a occupare una facciata: nessuno aveva mai osato). In mezzo c’è parecchio blues (affilato in Pledging My Time, dinoccolato in Leopard-Skin Pill-Box Hat, striato di jazz e country in Temporary Like Achilles), ci sono shuffle chiesastici (Memphis Blues Again) e valzerini (4th Time Around), c’è il primo country-punk di sempre (Jason & The Scorchers non dovranno eccedere in foga per fare loro Absolutely Sweet Marie). Più di tutto, ci sono le gentili allucinazioni di Visions Of Johanna, una memorabilissima canzone d’amore come I Want You, romantica e spumeggiante, e la canzone definitiva di non-amore: Just Like A Woman.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti 2012. A oggi sono passati esattamente cinquantun anni dall’uscita di  “Blonde On Blonde”.

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Wolf People – Ruins (Jagjaguwar)

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È che nell’epoca in cui vivono i Wolf People probabilmente l’Internet non esiste ancora e dunque figurarsi Wikipedia. Solo così può spiegarsi l’assenza di una scheda loro dedicata sulla nota enciclopedia “on line”. Fatto assurdo e tuttavia non più di un rimanere culto noto al massimo a chi è abbonato a “Shindig” mentre, per dire, un altro gruppo al pari palesemente retromaniaco (e meno talentuoso) come i Kings Of Leon capeggia la classifica USA con la più recente uscita proprio nel momento in cui scrivo queste righe. Non che ai nostri eroi importi più di tanto, credo. I quattro giovanotti del Bedfordshire continuano felicemente ad abitare le discografie ereditate presumibilmente, più che dai fratelli maggiori, dai padri e ad aggiungerne ogni tanto uno loro di album a quelle collezioni. “Ruins” è il terzo o il quarto, contando una raccolta, arriva a tre anni dal superlativo “Fain” e come i predecessori vede la luce per un’indipendente americana di ottima reputazione. Però inadeguata a gestire una band dal potenziale commerciale elevato, quasi clamoroso. Perché la forza dei Wolf People è quella di rivolgersi sia agli appassionati con la storia del rock sulla punta delle dita che, potenzialmente, a un pubblico meno sofisticato ma pronto a farsi conquistare dal riff marmoreo, dalla cavalcata guerriera.

Innamoratissimo di “Fain”, ho trovato più di grana grossa le pur non poche seduzioni che offre il sospirato seguito. Posto un po’ in secondo piano l’amore per certo folk-rock progressivo di fine ’60/inizio ’70 (rimarchevole eccezione una Salt Mills immaginabile dagli Steeleye Span), qui i ragazzi quasi saltano i Jethro Tull più hard e puntano direttamente Led Zeppelin e Black Sabbath. Nella radio del mio cuore un pezzo come Ninth Night sarà sempre in heavy rotation.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.382, dicembre 2016.

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La cospirazione di Willard Grant (in memoria di Robert Fisher, che ci ha lasciati tre giorni fa)

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Regard The End (Glitterhouse, 2003)

D’accordo: ci sono in circolazione i Grandaddy che – ehi! – non sono mica male. Ma è dalla lontanissima epoca in cui fecero capolino alla ribalta gli ZZ Top che un barbone non si affacciava con tanta autorevolezza sulla storia del rock. Acquisizione che si suppone recente, visto che nelle foto circolate all’altezza dell’album in studio precedente (“Everything’s Fine”, AD 2000) non ve n’era traccia, il foltissimo pelo dona non poco alla faccia quadrata di Robert Fisher e viene qui chiamato in causa non oziosamente, siccome mi pare si possa farlo assurgere a simbolo di un’attitudine estetica squisitamente démodé di cui “Regard The End” è prodotto esemplare. Piccolo capolavoro fuori dal tempo e che per questo non invecchierà, degno erede di una tradizione cui fa capo la Band immortale di “Music From Big Pink” e che ha avuto in anni più recenti degni epigoni in Walkabouts e Giant Sand, Wilco e Nick Cave. Di quest’ultimo, gettando ponti fra “Kicking Against The Pricks” e “Murder Ballads” (disco più interessante nel concetto che nella resa: tutt’altri esiti qui), risuonano echi evidenti perlomeno in una The Ghost Of The Girl In The Well in cui PJ Harvey si chiama Kristin Hersh e nel blues minaccioso e dolente insieme di Another Man Is Gone. Dei primi citati c’è in carne e ossa Chris Eckman, amico di vecchia data di Fisher (quasi svanito quello che finora era stato l’unico altro Cospiratore fisso, vale a dire Paul Austin), che di The Trials Of Harrison Hayes, della malinconica ossessione di Fare Thee Well, del passo strascicato e dell’innervarsi di elettricità, in un apocalittico salire da puritana fine del mondo, di The Suffering Song sarà stato probabilmente pure un po’ geloso. Roba forte, roba che un Greil Marcus d’antan potrebbe allestirci un altro capitolo dell’indagine sull’America (se Melville, Thoreau, Mark Twain fossero arrivati a scrivere di rock’n’roll) imbastita in Mystery Train. E chissà.

Valgo poco io al confronto e comunque ci vorrebbero altri spazi. Approfitto di quello che mi resta per dire della poetica raffinatezza di impianti strumentali in cui, per creare questo country alternativo sul serio (la crepuscolare giostrina di Day Is Passed And Gone sarebbe stata perfetta per l’ultimo Johnny Cash), si rincorrono archi, plettri e piano, melodica, basso, percussioni, ogni tanto uno sbuffo di tromba (Dennis Cronin) esalato dall’anima perduta di Chet Baker. Per annotare che Beyond The Shore è una canzone che avrebbe potuto scrivere Bob Dylan fosse stato Leonard Cohen. Che in un mondo migliore la solare parentesi di Soft Hand, ritmo squadrato ed elastico e coretti irresistibili, sarebbe presenza fissa su qualsiasi radio. Un classico, fatto della materia dei classici.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.11, autunno 2003.

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There But For The Grace Of God (Glitterhouse, 2004)

Se Bob Dylan diventasse Leonard Cohen, ma si facesse pur sempre accompagnare da The Band in un repertorio diviso fra omicide ballate alla Nick Cave e più distesi (ma pur sempre di norma malinconici) folk-rock alla Walkabouts, ecco, il risultato potrebbe chiamarsi Willard Grant Conspiracy: cinque album finora, via via più acclamati e con dunque un apice di applausi per l’ultimo (2003) “Regard The End”. E adesso, per coloro che se li fossero incredibilmente persi nonostante la frequentazione di queste pagine (che diamine! di Fisher e sempre variabili soci abbiamo persino pubblicato un live, allegato a uno degli ultimi “Extra”: perché li amiamo sul serio), un utile e cospicuo (un solo CD, ma pochi secondi meno di ottanta minuti) riassunto. Ci sono molti classici, ma magari in versioni diverse da quelle già note, qualche rarità, qualche gemma ben scelta di cui non si era colta del tutto, al primo giro, la luccicanza. Racconta Robert Fisher che quando portò alla Ryko il demo di quell’epopea chiamata The Trials Of Harrison Hayes gli dissero: “Stai cominciando a scrivere canzoni sul serio senza tempo”. Avevano ragione ma avevano torto. Aveva iniziato da un po’.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.606, gennaio 2005.

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Ghost Republic (Loose Music, 2013)

La cospirazione di Willard Grant tesse le sue trame dal 1995 (allora a Boston, dal 2006 nel deserto californiano) e uno e sempre uno è il congiurato principale: il cantante Robert Fisher, nel cui faccione quadrato il tempo va scavando rughe come canyon, mentre la barba ormai completamente candida da lungi ha assunto dimensioni da ZZ Top. Non aspettatevi la stessa musica, per quanto con i Texani il nostro uomo condivida certamente non poche radici, musicali e più in generale culturali. Per quanto con il primo complice importante, il chitarrista Paul Austin, dividesse in precedenza un gruppo, tali Flower Tamers, da catalogare alla voce “noise”. E i Willard Grant Conspiracy? Diversi anni fa, scrivendone su altre colonne, li raccontavo come un’ipotesi di Bob Dylan che diventa Leonard Cohen ma si fa sempre accompagnare da The Band in un repertorio diviso fra ballate omicide alla Nick Cave e più rilassati, ma comunque malinconici, folk-rock alla Walkabouts. Descrizione che resta valida, moltissimi fiancheggiatori – trattasi di collettivo nel quale sono arrivati a ruotare anche venti componenti – e molti album dopo. Può però saltuariamente capitare che un collaboratore emerga e diventi un equivalente di ciò che fu Austin (oggi un membro proprio dei Walkabouts). È da qualche tempo il caso del violista David Michael Curry, in “Ghost Republic” anche qualcosa più che un semplice braccio destro.

Lavoro nato dall’invito rivolto a Fisher a contribuire a un volume di versi con come oggetto la città fantasma di Bodie, si è fatto in corso d’opera un film oltre che un libro e un disco capace di vivere tranquillamente da solo: collezione di canzoni (anche alcuni strumentali) austere quanto raffinate, ora cupe, ora semplicemente arrese a una crepuscolare tenerezza.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.346, settembre 2013.

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Tim Buckley, che oggi avrebbe settant’anni

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In questo lungo, lungo DVD – un’ora e cinquanta il corpo centrale e quaranta abbondanti minuti di extra – i due momenti chiave – i più illuminanti, i più toccanti, quelli che ti pigliano e ti appiccicano a un metaforico muro – sono entrambi legati alla medesima canzone, che è poi quella cui ha finito per restare maggiormente affidata (complice l’ultramondana lettura di This Mortal Coil) la memoria di Tim Buckley: Song To The Siren. Quasi subito ce ne viene offerta un’asciutta quanto magnifica versione, per sole voce e chitarra acustica, tratta da una puntata del “Monkees Show”. Il cultore buckleyano farà un salto alto così sulla poltrona non appena leggerà la data: 1967. Esatto: tre anni prima che il brano venisse infine inciso e incluso in “Starsailor”. La dice lunga su che razza di artista fosse il Nostro che, ospite di uno spettacolo televisivo di enorme successo, in luogo di promuovere il suo ultimo album facesse ascoltare una canzone appena composta. L’altra Song To The Siren non è cantata bensì recitata, dall’uomo che ne scrisse il testo, dall’uomo cui dobbiamo tanti altri testi di canzoni del Buckley padre. Oggi un vecchio hippy dal fisico che fa tanto Budda e dall’aria adeguatamente pacata e saggia, Larry Beckett attacca i familiari versi con un’intensità dolente che toglie il respiro. Finisce, il disco torna alla schermata principale e passano minuti – così chi scrive – prima che di nuovo ci si raccapezzi e si scelga se andare avanti per quel poco che manca, tornare indietro, cominciare daccapo.

Raccontata attraverso quattordici filmati d’epoca (tutte registrazioni dal vivo, quasi tutte realizzate in origine per la TV e mai più viste) e un sapiente montaggio di interviste che li intervallano, e incastonata fra queste due Song To The Siren, c’è la storia di uno degli artisti più straordinari e singolari che mai abbiano abitato il panorama del rock, ammesso che con costui abbia un senso usare la suddetta etichetta, o qualunque altra. Dal folk-rock visionario di No Man Can Find The War (1967) alla psichedelia felicemente fuori tempo massimo di Sally Go Down The Roses e The Dolphins (1974), le due canzoni da salvare di un mezzo naufragio chiamato “Sefronia”, seguito della discussa svolta funk di “Greetings From L.A.” e prologo al purtroppo indifendibile congedo di “Look At The Fool”. E si resta ulteriormente stupefatti se ci si ferma un attimo a riflettere come nella vicenda di Tim Buckley anche questo fu eccezionale, oltre a una voce di una potenza e una duttilità inaudite e a un’ansia sperimentale che lo portò a trattare il rock come fosse free jazz: che si consumò in un arco di tempo tanto breve, l’esordio a diciannove anni, la morte a ventotto. Fra il ’67 e il ’70 l’artista californiano metteva in fila qualcosa come cinque – cinque! – assoluti capolavori. Interi universi a separare “Goodbye & Hello” da “Starsailor” e – a proposito e che vergogna – scopro che quest’ultimo titolo è attualmente fuori catalogo, come del resto il quasi altrettanto capitale “Blue Afternoon”, e che su amazon.com il CD (il CD!) è in vendita a 120 dollari. E a che serve allora che continui – questo DVD forse però il definitivo punto a capo – il lavoro di recupero e riordino degli archivi avviato nel 1990 da “Dream Letter”?

(Audio d’epoca e dalla TV e dunque di qualità altalenante e mai stellare come la musica avrebbe meritato. Chi ha restaurato ha fatto il possibile, ringraziamolo e accontentiamoci. Spiace piuttosto, giacché le testimonianze di Lee Underwood, Larry Beckett e David Browne sono assai interessanti, che manchino i sottotitoli. Chi non padroneggia l’inglese è quindi condannato a perdersele.)

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.279, maggio 2007.

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