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Quella terra era la sua terra: l’eredità di Woody Guthrie

Un segno del destino? L’uomo sulla cui chitarra c’era scritto che “questa macchina uccide i fascisti” nasceva un 14 di luglio. Di centotré anni fa.

Woody Guthrie

Non per modo di dire: basterebbe mettere in fila i nomi di quanti hanno registrato canzoni di Woody Guthrie per riempire queste due pagine. Ne sistemo un po’ in ordine alfabetico, mi limito ad artisti le cui generalità almeno non possono che essere familiari a ogni lettore (di cui presumibilmente ogni lettore ha qualche disco in casa) ed ecco: Alarm, Paul Anka, Joan Baez, The Band, Harry Belafonte, Billy Bragg, Byrds, Johnny Cash, Judy Collins, Concrete Blonde, Ry Cooder, Ani DiFranco, Dion, Lonnie Donegan, Donovan, Bob Dylan, Ramblin’ Jack Elliott, Nanci Griffith, Merle Haggard, Richie Havens, Hot Tuna, Indigo Girls, Waylon Jennings, Klezmatics, Alison Krauss, Little Feat, Lone Justice, Country Joe McDonald, Don McLean, John Mellencamp, Natalie Merchant, Van Morrison, New Riders Of The Purple Sage, Odetta, Dolly Parton, Tom Paxton, Peter, Paul & Mary, Linda Ronstadt, Tom Rush, Doug Sahm, Pete Seeger, Michelle Shocked, Bruce Springsteen, U2, Dave Van Ronk, Waterboys, Wilco, Jesse Colin Young. E si badi bene che ho tralasciato quasi tutti quelli che – magari a loro tempo famosi, magari in classifica con brani del Nostro – oggi non sono che materia per studiosi del folk. Impressionante, eh? Nondimeno il continuo attingere a un catalogo immenso (sia eternando una volta di più quella dozzina di capolavori entrati nel canzoniere mondiale oltre che statunitense, sia recuperando e spesso completando materiali che erano rimasti inediti) da parte di interpreti e musicisti anche assai distanti fra loro non rappresenta che una parte di un’eredità con la quale faremo i conti ancora a lungo. E dire che dalla morte di questo gigante della cultura popolare del Novecento sono passati quarantacinque anni, dall’ultima volta che entrò in uno studio di registrazione (uscendone peraltro a mani vuote perché la sua salute già si era deteriorata irrimediabilmente) quindici di più.

Personaggio straordinario e straordinariamente complesso, pure discutibile per tanti versi, carattere forte e difficile per quanto sia impossibile determinare in quale misura di certe asprezze e certi egoismi fosse responsabile la malattia che ne segnò la vita e troppo presto lo condusse all’invalidità, Woodrow Wilson Guthrie vedeva la luce in Oklahoma nel 1912. Anche nel luogo di nascita, uno degli Stati che verranno toccati più duramente da una Grande Depressione che avrà fra i suoi effetti più vistosi una seconda, biblica ondata migratoria verso Ovest, e nel nome che gli veniva imposto segni di un destino ineludibile: giacché il padre Charley Edward, lui stesso un politico locale di un certo peso, lo chiamava così in onore di quel Woodrow Wilson che un paio di settimane dopo veniva nominato candidato democratico alla presidenza degli USA e da lì ad alcuni mesi entrerà alla Casa Bianca. Orfano prima della maggiore età (la madre Nora stroncata da quello stesso – ereditario e raro – morbo di Huntington che porterà il nostro eroe alla demenza e alla tomba), Woody aveva a quel punto già un bel curriculum di studi disordinati, vagabondaggi, lavori dei più vari e irregolari. Si sposerà presto come d’altronde si usava allora e presto diventerà a sua volta genitore, senza però mai mettere – insomma – la testa a posto e della sua vicenda quello che più disturba l’osservatore è la leggerezza, l’indifferenza con la quale si lascerà alle spalle fidanzate, mogli e prole ogni volta che un’irrequietezza endemica lo indurrà a rimettersi in gioco, ad abbandonare una stabilità pur minima e magari fruttuosa, a saltare su un treno o una nave, destinazione non necessariamente nota e preferibilmente no. Eppure fu molto amato e qualcosa vorrà dire.

La stagione artistica di Woody Guthrie è racchiusa in un quindicennio appena. Le prime canzoni le scriveva nel 1932, il primo classico – So Long It’s Been Good To Know Yuh, meglio nota come Dusty Old Dust – nel ’35. All’apice della fioritura autoriale proprio quando l’industria discografica statunitense (in forza di una crisi economica alla quale quella attuale non è ancora sensatamente paragonabile) era praticamente ferma, Guthrie non verrà registrato per la prima volta – da Alan Lomax per la Library Of Congress – che nel marzo 1940 e non pubblicherà i primi dischi (per la RCA Victor) che nel luglio di quello stesso anno. La grande maggioranza di un lascito fonografico ciò nonostante corposo risale all’aprile ’44, quando in due settimane appena incideva qualcosa come centocinquanta canzoni, una semi-integrale del repertorio messo assieme in forma completa nell’arco di poco più di un decennio. Ma, dopo un ulteriore soprassalto di creatività che ci regalerà a cavallo fra il ’46 e il ’47 il Guthrie oggi meno considerato ma delizioso delle canzoni per bambini, già nel 1948 sarà tutto finito, Deportees piccolo grande congedo anticipo di storie attuali come non mai, siccome solo il testo è di Woody, la musica aggiunta a posteriori da Martin Hoffman.

Avendo un po’ paradossalmente avuto, grazie a trasmissioni radiofoniche presto ammantate di Leggenda e alle collaborazioni giornalistiche, momenti di rimarchevole popolarità ben prima di conoscere lo studio di registrazione, ancora più beffardamente Woody Guthrie vedrà fama e influenza (il folk revival iniziato da un concerto organizzato per raccogliere fondi per la sua famiglia) crescere esponenzialmente via via che stato fisico e mentale si deterioravano riducendolo a un patetico rudere. Misericordiosa la morte che lo coglieva cinquantacinquenne, in un mondo plasmato da tal Bob Dylan che a sua volta da Woody Guthrie si era fatto plasmare. Mitizzato (fra l’altro grazie a Bound For Glory, film del 1976 egualmente notevole e agiografico con un David Carradine superbo) e sostanzialmente incompreso, Woodrow Wilson Guthrie è da lungi figura iconica. Forse non ne sarebbe contento. Forse non apprezzerebbe l’ironia dell’essere diventata, This Land Is Your Land, un secondo inno americano quando era stata concepita come critica – durissima – del sistema capitalistico della proprietà. Sarebbe invece lieto del fatto che in tanti cantino le sue canzoni ignari di chi le scrisse: il più dolce degli approdi per un autore folk.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.695, giugno 2012.

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L’America di Simon & Garfunkel

Simon & Garfunkel

Nelle nostalgiche e belle (ancorché fatte in economia, come un po’ tutta l’operazione) note che corredano il libretto di “The Columbia Studio Recordings 1964-1970”, box quintuplo con l’opera (più o meno) omnia di Simon & Garfunkel, Bud Scoppa ricorda che nell’autunno 1965 era possibile, accendendo la radio a New York, imbattersi in una siffatta scaletta di successi del momento (ha ragione Scoppa a essere nostalgico!): Ticket To Ride dei Beatles, Satisfaction degli Stones, Turn! Turn! Turn! dei Byrds, Like A Rolling Stone di Dylan, The Sound Of Silence dei nostri due eroi. In dicembre i quattro di Liverpool pubblicavano “Rubber Soul” e il giorno stesso la WABC lo trasmetteva (fatto senza precedenti) integralmente: segnale più chiaro che l’epoca dei 45 giri era finita e cominciava quella degli album non avrebbe potuto esserci. La musica giovane diventava adulta e importante come mai era stata. Quella settimana il primo posto nelle graduatorie di vendita dei singoli era occupato proprio da The Sound Of Silence. L’omonimo LP avrebbe visto la luce nel successivo gennaio e non sarebbe riuscito a entrare nei Top 20. Eterna in compenso la sua permanenza in classifica: 143 settimane, quasi tre anni filati.

È la storia di un successo giunto per caso, solo per la brillante intuizione di un produttore, quella dei primi Simon & Garfunkel. Nati a pochi giorni l’uno dall’altro nel 1941 i due inauguravano precocemente il loro sodalizio recitando insieme, dodicenni, in una rappresentazione scolastica. Era però alla musica che indirizzavano presto attenzioni e speranze. Nel ’57 il provino di una canzone scritta da Simon in stile Everly Brothers attirava l’attenzione di un discografico che ingaggiava i due ragazzetti con gli imbarazzanti nomi d’arte di Tom (Art) & Jerry (Paul). Dopo un’apparizione ad “American Bandstand” Hey Schoolgirl otteneva un rispettabile e promettente numero 49. Svanivano però nel nulla i numerosi successori disseminati nell’arco di un biennio e nel 1959, finito il college, la coppia si divideva, pur continuando separatamente, fra una lezione universitaria e l’altra, a frequentare il mondo della musica. Entrambi pubblicavano qualche 45 giri e Simon vedeva suoi brani interpretati da altri, senza peraltro mai grandi riscontri mercantili. Al ritorno da una vacanza inglese lui e Art decidevano di riprovarci e rimediavano un insperato contratto nientemeno che per la Columbia.

Siamo arrivati al 1964. Grazie a Bob Dylan è il folk la musica più acquistata dai giovani americani bianchi. Alla Columbia hanno già in squadra Zimmie e pensano che versioni più soft di quei materiali potrebbero dare loro molte soddisfazioni. Insomma: si tratta di mettere insieme il rock’n’roll acustico degli Everly Brothers, materia perfettamente padroneggiata dal duo, con una canzone di protesta all’acqua di rose. L’immagine nel contempo educata e scapigliata della coppia parrebbe prestarsi alla bisogna. L’album che esce in ottobre, “Wednesday Morning, 3AM”, raccoglie però solo indifferenza. Nuovo subitaneo scioglimento, con Simon che dà alle stampe un lavoro solistico, e via, sembrerebbe che la storia si sia definitivamente conclusa. E invece no.

Siamo arrivati al 1965. Grazie ai Byrds, che hanno elettrificato Mr. Tambourine Man di Bob Dylan, è ora il folk-rock la musica più acquistata dai giovani americani bianchi. Fra la dozzina di canzoni di quel 33 giri passato inosservato, il produttore Tom Wilson individua un brano che si presterebbe a venire addizionato di sezione ritmica e chitarra elettrica. Così fa, senza nemmeno chiedere il permesso ai titolari, i quali non avranno però certo a offendersene. In tal guisa riarrangiata, The Sound Of Silence va difilata al primo posto. Il primo di una serie di primi posti con tanto di trionfo finale nel 1970, con Bridge Over Troubled Water, LP e singolo, a capeggiare per mesi le graduatorie su entrambe le sponde dell’Atlantico. Oltre trent’anni dopo è ancora tale la popolarità di Simon & Garfunkel che ogni voce di ulteriori rimpatriate (quella dell’81 fruttò un doppio live vendutissimo) manda in fibrillazione l’industria dello spettacolo. E lo scarno catalogo, cinque album appena, viene costantemente riciclato.

Il cofanetto da qualche settimana nei negozi è già il terzo dedicato ai Nostri. È relativamente accessibile nel prezzo ma anche parco di inediti e di quei piacevoli ammennicoli – corposi saggi critico-biografici e foto mai viste – che corredano di solito operazioni del genere. Resta la musica, con i CD infilati in facsimili delle confezioni originali, e non è poco: folk-rock di rara seduzione pop, scarno negli arrangiamenti e squisito nelle melodie, con le voci che armonizzano come forse solo in paradiso. Restano i testi ed è tantissimo: come ha confermato nella sua fortunata e splendida vicenda solistica (Art si è dato al cinema e ha fatto bene), Paul Simon è uno dei più grandi Poeti del XX secolo. A scorrere i versi di The Sound Of Silence ci si chiede chi altri abbia detto tanto con così poche parole sul tema dell’incomunicabilità. Ed è mai stata rappresentata l’innocenza degli anni ’60 meglio che nel bozzetto di amore in viaggio di America? Un film e un’epoca in tre minuti e trentasei secondi.

Quel decennio cruciale fu attraversato dai due ragazzi newyorkesi con grazia impareggiabile, con l’entusiasmo della giovinezza sfumante senza cesure nella saggezza della maturità, offrendo un ritratto dei tempi assai meno agiografico di quanto la memoria non suggerisca. Con un nocciolo di amarezza al centro della polpa di canzoni straordinariamente amabili. Le recuperi chi le conosceva o credeva di conoscerle. Vi si accosti chi, per ragioni anagrafiche (unica scusa accettabile), ha con esse poca o nessuna familiarità. Metterà allora al giusto posto l’odierno New Acoustic Movement.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.459, 23 ottobre 2001.

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Bert Jansch prima dei Pentangle

Buona quanto pessima scusa la dipartita pochi giorni fa di John Renbourn per ripescare anche questo articolo in cui provavo a raccontare i primi tre, fenomenali album di Bert Jansch. Già nel secondo John faceva capolino.

Bert Jansch

Discograficamente non lo si può dire un evento. I tre album di cui vi vado a parlare erano disponibili in CD e a procurarveli in digitale spendereste meno oppure otterreste di più. Giacché i primi due sono accorpati su un dischetto, il terzo sta in compagnia di un quarto, il secondo potreste averlo anche a parte e in tal caso vi troverete con la scaletta originale ingrassata. Ma per l’aura mistica che circonda questi lavori è splendida cosa, in particolare per i probabilmente pochi fra quanti mi leggono che non abbisognano di essere istruiti al riguardo, che quelli che nell’arco di pochi mesi, a cavallo fra il ’65 e il ’66, furono i primi tre LP di Bert Jansch – l’omonimo, “It Don’t Bother Me” e “Jack Orion” – siano tornati nei negozi in meravigliose edizioni in pesante vinile vergine, spettacolarmente suonanti e con copertine apribili doviziose di foto e note. Stupendi oggetti oltre che dischi (in special modo il primo e il terzo) immortali e sempre sia lodata allora la benemerita Earmark. Mi verrebbe da esclamare che così e solo così si dovrebbe averli, ma non voglio essere preso per il luddista che non sono e allora affermo: si deve averli, e basta. Al limite scaricateveli da Internet e peggio per voi. Il mezzo è il messaggio, giusto? E poi dico questo agli incliti: Bert Jansch compirà a giorni sessant’anni e c’è da felicitarsi con lui per l’essere sopravvissuto a una vita spericolata ma un po’ tocca anche, cinicamente, crucciarsene. Se come Nick Drake se ne fosse andato dopo tre album, oggi scriverebbero libri su di lui (OK: uno l’hanno scritto), verrebbe citato come un’influenza da solisti e gruppi a legioni, le camerette di ’sto mondo sarebbero occupate ciascuna da un adolescente impegnato a venire a patti con l’esistenza sulle note di Needle Of Death piuttosto che di Pink Moon, di Running From Home invece che di Time Has Told Me. E lo sentenzia uno che per il Bardo di Tanworth ha sempre delirato. Ma in alto i calici per il vecchio Bert, divenuto forse saggio: brindiamo alla sua giovinezza invasata dalla Musa. Rendiamogli grazie.

Nativo di Glasgow, aveva vent’anni quando arrivò a Londra più o meno per starci e già molto aveva vissuto, viaggiando per l’Europa e il Nordafrica, ovunque assorbendo come spugna le musiche locali. Talento innato il suo per la chitarra tant’è che, rubatogli un bello strumento che aveva comprato da adolescente, non ne volle più una sua e a lungo si arrangiò facendosele prestare. Non aveva evidentemente bisogno di esercitarsi. Nei circoli folk della capitale il giovane Jansch suscita subito scalpore per la tecnica sopraffina e per uno stile inaudito che nel mentre si confronta con la tradizione anglo-scoto-irlandese attinge al blues di Big Bill Broonzy come al jazz di Charles Mingus, si inerpica su scale arabe e indiane, azzarda barocchismi. Qualcosa di simile l’ha già fatto Davey Graham ma questo giovanotto sfrontato va oltre e non bastasse si scrive da solo buona parte del repertorio, in un ambito in cui si è soliti attingere al passato. Non proprio un Dylan con le mani di un Segovia o un Segovia con la poesia di un Dylan ma insomma. Tenebroso e belloccio poi, della rude bellezza dei marinai, e non c’è fanciulla che non impazzisca per lui dopo averlo visto armeggiare, svagato, con una sei corde per improvvisamente cavarne prodigi di ambra, piume e sangue. Con la cantante Anne Briggs è però soprattutto mutua ammirazione che si instaura. Lo segnala al produttore Bill Leader ed è a casa di costui, con un registratore portatile e chitarre come sempre prestate, che Jansch registra l’abbacinante debutto. Se proprio dovete avere giusto un suo disco, sia questo. Per la gentile e un po’ favolistica Strolling Down The Highway, per l’avvolgente Smokey River ispirata da Jimmy Giuffre, per la corrusca Rambling’s Going To Be The Death Of Me, per una Alice’s Wonderland che fa scozzese Mingus, per una Angie che inestricabilmente mischia Graham e Cannonball Adderley. Ma soprattutto e persino soltanto per Needle Of Death: la prima canzone contro l’eroina? Per certo uno struggente ricordo di un amico portato via da un ago che, volando su una melodia ineffabile, strappa lacrime come chiodi dalla carne. È un album talmente nuovo che Leader fatica non poco a piazzare il master e alla fine si deve accontentare delle cento sterline che offre la Transatlantic. In cambio di tutti i diritti! L’ultima volta che si avrà un dato preciso sulle copie vendute sarà nel 1975 e a quell’epoca saranno 150.000. Non aggiungo altro.

Per il secondo LP ci si può concedere il lusso di uno studio vero, ma per poche ore. “Ordinai una dozzina di bottiglie di vino, mi piazzai davanti al microfono e non mi fermai più per tre ore”, racconta il nostro uomo al riguardo e non c’è da stupirsi che non ricordi altro. Minore solamente se raffrontato al monumentale debutto, “It Don’t Bother Me” è in ogni caso scrigno in cui si pescano traslucide gemme in abbondanza: la spiraliforme Tinker’s Blues, la dylaniana A Man I’d Rather Be, una As The Day Grows Longer Now di gusto a momenti medioevale, una 900 Miles smaccatamente Old Time. Nella serpentina My Lover e nella scintillante Lucky Thirteen c’è una seconda chitarra ed è quella dell’amico John Renbourn: inizio di un sodalizio che sarà fruttuosissimo. Nel successivo “Jack Orion” Renbourn è in metà scaletta. Capolavoro che Jimmy Page manderà a memoria facendone tesoro per quando i Led Zeppelin (basti Blackwaterside come dimostrazione) spegneranno gli amplificatori, è arazzo nei cui arzigogolati disegni non ci si stanca mai di smarrirsi, nelle mille e una notte di un suono acidulo che sintetizza l’essere acustico di quattro continenti, sogni oppiacei, chauceriani tuffi carpiati. A Jansch e Renbourn sta crescendo un’idea sublime in testa. La chiameranno Pentangle. Ma questa è un’altra storia.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.551, 21 ottobre 2003.

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Can’t Keep From Crying (per John Renbourn, 8 agosto 1944-26 marzo 2015)

Bert Jansch, suo contraltare chitarristico in tanti dischi meravigliosi (dei Pentangle, ma non solo), se n’era andato ancora più prematuramente, sessantasettenne, il 5 ottobre del 2011. Oggi ci ha lasciati John Renbourn, uno che come pochi altri – ammodernandolo, contaminandolo, ma con rispetto – ha contribuito a rendere certo folk di nuovo una faccenda viva, non museale. Gli rendo omaggio riprendendo una breve recensione di una ristampa di uno dei suoi album più classici, il secondo.

John Renbourn - Another Monday

Memorabile per il ventiduenne John Renbourn un 1966 che vede il sodalizio con Bert Jansch, inaugurato l’anno prima contribuendo a “It Don’t Bother Me”, rafforzarsi con la partecipazione a quello che è considerato il capolavoro di Jansch, “Jack Orion”, e la firma congiunta in calce al superbo “Bert & John”. Fanno da cornice alle collaborazioni i primi due 33 giri solistici del Nostro, l’omonimo e un po’ acerbo esordio pubblicato in febbraio e questo “Another Monday”, che viene licenziato in dicembre, sempre per i tipi della Transatlantic, e lo sopravanza di tre spanne. Ora rimesso fuori dai soliti noti della Earmark in un’edizione economica che oltre a cavare il massimo dal master d’epoca offre a contorno le approfondite note dell’esperto Colin Harper. Per Renbourn è un album importante non soltanto perché resterà uno dei suoi migliori (fors’anche il migliore in assoluto, benché “Faro Annie” abbia i suoi cultori) ma perché, se l’amico Bert è assente, si affaccia in compenso alla ribalta un altro personaggio che da lì a poco darà il “la”, con lui, all’epopea Pentangle: Jacqui McShee. In duetto in un favoloso Lost Lover Blues dal repertorio di Blind Boy Fuller, in una Can’t Keep From Crying singolarmente esuberante, in una Nobodys Fault But Mine che i Led Zeppelin più che orecchieranno. È folk magnificamente impuro, in costante dialogo con blues e jazz e disposto al raga: una cosa dell’altro mondo, allora e oggi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.247, giugno 2004.

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Richard Thompson In The Box

Richard Thompson - Live At The BBC

Monsieur Jacques de la Palice non avrebbe saputo esprimere meglio il concetto: arduo confezionare un’antologia di grandi successi di Richard Thompson, osservava un recensore di “Watching The Dark”, non avendone costui mai avuti di grandi successi. La tripla raccolta in questione era la prima a tentare nel ’93 di offrire un plausibile ritratto d’assieme di un artista che, allora quarantaquattrenne, incredibilmente già aveva una carriera venticinquennale alle spalle e più o meno una trentina di album all’attivo. Ci provava dando un colpo al cerchio e uno alla botte: recuperando qualcosa dal catalogo dei Fairport Convention ma non troppo, non dimenticando per strada alcuna delle canzoni (relativamente) più note ma di talune offrendo versioni alternative, tenendo conto ma fino a un certo punto che è dal vivo che il chitarrista di Notting Hill offre da sempre il meglio di sé, regalando abbastanza inediti da attirare il collezionista ma non in un numero tale da oscurare il corpus principale di un’opera fantasticamente ricca di qualità oltre che in quantità. Da allora erano usciti altri due box e puntavano direzioni antipodiche: il primo – “RT: The Life And Music Of Richard Thompson” – si indirizzava nel 2006 all’esegeta più maniacale, proponendo una sorta di storia alternativa (cinque CD e nemmeno un brano proveniente dalla discografia “ufficiale”) del nostro eroe; il secondo – “Walking On A Wire” – azzardava nel 2009 una replica variata ed espansa (essendosi nel frattempo ampliato a dismisura il repertorio in cui pescare) di quel “Watching The Dark” di cui sopra. Ammesso si possa così definire un quadruplo con settantuno tracce in scaletta, è la migliore scorciatoia disponibile per chi, senza troppo impegnarsi (!), desiderasse mettersi in casa giusto l’indispensabile del Thompson. Senza contare i Fairport, eh? E però ci sono quei tre, quattro, cinque, sei titoli che egualmente resterebbero consigliabili a chi volesse appena appena approfondire e per non citarne che uno: come può una qualsiasi basilare, basilarissima collezione di rock fare a meno di “I Want To See The Bright Lights Tonight”? Pubblicato nel 1974 e primo di sei LP dei quali il Nostro divise la titolarità con l’allora moglie Linda.

Dallo scorso 21 giugno è in circolazione un quarto cofanetto di Richard (“Featuring Linda”, si dichiara correttamente quanto ammiccantemente), un “Live At The BBC” (Universal) composto (si noti bene: senza sovrapposizioni) da tre CD e un DVD, testimonianze più stagionate del gennaio ’73, più recenti del gennaio 2009. A chi raccomandarlo, oltre che al cultore di stretta osservanza? A tutti quelli che non possiedono tutto quanto ha dato alle stampe Richard Thompson ma una decina di centimetri di scaffale occupati dalle sue opere nondimeno li vantano. A chi non si precipita ad acquistare o a ordinare (dal ’95 sussiste una produzione parallela a quella principale di lavori disponibili solo sul sito dell’artista) ogni nuova uscita ma invariabilmente si porta a casa qualunque articolo gli passi fra le mani a buon mercato. Basta che abbia prima ben presente che, rispetto a una discografia in studio in cui (fanno eccezione nella quasi quarantennale saga appena un paio di episodi) i brani elettrici costituiscono una netta maggioranza, qui il programma è viceversa sbilanciato verso l’unplugged e per di più alone. Da metà del secondo dischetto in poi il Nostro è sempre solo, benché non necessariamente con un’acustica a tracolla, e per il fruitore non di madre lingua l’ascolto può farsi alla lunga ostico. Ci si diverte parecchio di più in una prima parte di scaletta stupendamente varia e spumeggiante. Tutto un primo CD (incisioni dal ’73 all’82) in cui Linda è sovente mattatrice e si passa da una The Little Beggar Girl favolistica al rock-blues a un centimetro dall’hard di Back Street Slide, da un medley medioevaleggiante alla cantilena rock’n’roll Hokey Pokey, da una I’m Turning Off A Memory evidentemente in scia a The Band a una New Fangled Flogging Reel/Kerry Reel chiaramente in anticipo sui Pogues. Ma a sorprendere chi del nostro uomo oltre ai Fairport Convention conosce solo i primi lavori con Linda sarà una prima metà di secondo disco che ricorda come a un certo punto flirtò un tot con certa new wave, ammesso che a tale voce si possano iscrivere un Elvis Costello o un Nick Lowe e allora (primi anni ’80) lo si faceva. Un mistero come non siano stati almeno dei piccoli hit brani semplicemente irresistibili quali She Twists The Knife Again, You Don’t Say, When The Spell Is Broken, Fire In The Engine Room. Per non dire di una Valerie degna dei migliori Los Lobos o di una Wall Of Death perfettamente mediana fra i Byrds e il Sir Douglas Quintet. Gemme da non farsi mancare, in queste o in altre versioni.

Naturalmente non paragonabile allo stupefacente volume di ben 168 pagine incluso in “The Life And Music Of”, il libretto di “Live At The BBC” svolge assai bene (sorvolando su due refusi imbarazzanti) il duplice compito di illustrare il prodotto e insieme una cifra stilistica che tre CD e un DVD non bastano a esaurire. Particolarmente illuminante che l’estensore Mick Houghton sottolinei come Richard Thompson non affrontò la prova del fuoco delle esibizioni nei folk club che dopo avere lasciato i Fairport. Sempre intesi da lui come una rock band, il che fa guardare alla loro vicenda da una prospettiva inusuale.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.686, settembre 2011.

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Quarant’anni senza Nick Drake

A oggi sono quarant’anni esatti dacché Nick Drake si congedò da un mondo a lui indifferente, in ogni senso. Mai avrebbe potuto immaginare che la sua assenza si sarebbe fatta presenza onnipervasiva, la sua lezione mandata a memoria.

Five Leaves Left

Five Leaves Left (Island, 1969)

Ventun’anni: tanti ne ha il giovanotto che in uno scatto di copertina divenuto iconico scruta da una finestra chissà cosa e bastano poche righe a riassumerli. Nick Drake nasce in Birmania da genitori benestanti il 19 giugno 1948, torna con la famiglia in Gran Bretagna intorno alla metà del decennio seguente, vive un’infanzia idilliaca e nel 1967 viaggia fra Marocco e Spagna, soggiornando per qualche tempo a Aix-en-Provence. Resteranno i suoi giorni più felici, anche oltre l’improvviso fiorire di un talento per la scrittura che si unisce a una tecnica chitarristica già notevole, al livello degli amatissimi maestri del nuovo folk anglosassone: Davey Graham, Bert Jansch, John Renbourn. Nella primavera 1968 Ashley Hutchings, bassista dei Fairport Convention, lo segnala al produttore Joe Boyd e costui lo porta alla Island. Firmerà la regia sia di “Five Leaves Left” che di “Bryter Layter”. Magistrale l’esordio, forte di orchestrazioni discrete stupendamente disegnate da Robert Kirby attorno a un folk gentile che commercia con il blues, lambisce il jazz (il Dave Brubeck di Take Five dietro River Man), azzarda ipotesi di neocameristica con archi un po’ ovunque e soprattutto con il torpido violoncello di Cello Song. Magistrale sì, epocale no, siccome a comprarlo pare siano in meno di cinquemila e negli annali della popular music non ci sono altri album così poco venduti all’uscita che si siano rivelati in prospettiva altrettanto influenti.

In nessun modo poche righe possono viceversa bastare a spiegare perché proprio l’artista di Tanworth-In Arden continui a venire preso a modello da una generazione dopo l’altra di adolescenti che rifiutano di lasciarsi alle spalle il fetale conforto della propria cameretta per affrontare quell’età adulta che – wertherianamente – Drake rigettò. Non valgono a decrittarne la magia né il peculiare stile chitarristico (caratterizzato da una capacità ineguagliata di unire progressioni di accordi alla Beatles e scale folk-jazz) né una voce al pari inconfondibile: profonda, mantrica. Nemmeno il fascino romantico dell’eroe caduto nel fiore degli anni pare sufficiente.

Bryter Layter

Bryter Layter (Island, 1970)

Folk e non folk-rock il debutto di Nick Drake, “Five Leaves Left”: la batteria c’è giusto nella conclusiva Saturday Sun. È invece sempre presente in questo secondo (capo)lavoro: quello che l’artefice intese come il suo album commerciale. Che sembra una di quelle giornate ottobrine, inondate dal sole, che recano seco un fondo di malinconia, ma di una dolcezza infinita. Orchestra ancora il maestro Robert Kirby, danno man forte fra gli altri Richard Thompson e John Cale ed è un trattenuto tripudio di archi e ottoni che dilaga attorno a melodie alate, ma dense, e in un frangente almeno – quando in Poor Boy escono alla ribalta controcanti femminili di gusto soul – scopertamente ironiche. Qui e là (Introduction, la canzone omonima, il congedo di Sunday) Drake tace. Un sintomo – forse – del male di vivere che cominciava a consumarlo.

Pink Moon

Pink Moon (Island, 1972)

Leggenda vuole che il Nick Drake di “Pink Moon” faccia tutto da solo, che lo registri in due sedute notturne e in diretta (unica sovraincisione otto battute di piano nella title track), presente giusto un tecnico del suono, e che depositi la bobina all’ingresso della casa discografica senza scambiare parola con nessuno. Si era già da tempo ritirato dai concerti. Depresso al punto di venire brevemente ricoverato in una clinica psichiatrica, si isola poi nella quiete bucolica di Tanworth-In Arden, nel bozzolo della famiglia, farfalla che vuole disperatamente tornare crisalide. Prestate attenzione alla durata dei dischi del Nostro: quasi quarantadue minuti il primo, meno di quaranta il secondo, ventotto e mezzo il terzo. Chiaro segno di resa all’afasia e bisognerebbe allora essere lieti che se ne sia andato senza dare triste spettacolo di sé come l’amico John Martyn, che ha avuto la fortuna/sfortuna di invecchiare e oltretutto non abbastanza. Ecco forse perché un classico come “Solid Air”, quintessenzialmente drakiano, resta patrimonio dei soliti happy few mentre l’influenza del cantore delle “cinque cartine rimaste” su tanto pop acustico odierno – persino imbarazzanti certi emuli – risulta onnipervasiva.

Pubblicati per la prima volta in Rock – Mille dischi fondamentali, Giunti, 2012.

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Joan (Baez) prima di Bob (Dylan)

Joan Baez - Joan Baez

Tanto vale dichiararlo subito: sempre avuto un rapporto a dir poco problematico con Joan Baez, sin da un primo incontro televisivo due terzi di vita fa. In duetto con Bob Dylan in un estratto di circa tre quarti d’ora da un qualche concerto della Rolling Thunder Review, parve al quasi sedicenne di allora, in piena tempesta ormonale ma se possibile ancora più infoiato per la musica, una discretissima gnocca formidabilmente noiosa. Che cambio di passo incredibile quando lei lasciava il palco, il Vate imbracciava un’elettrica e il folk si tramutava in rock’n’roll! Il trascorrere del tempo e l’incremento di conoscenza dovuto all’accumularsi degli ascolti e delle letture non me la facevano apprezzare di più e anzi il contrario: pur essendole smisuratamente grato per il ruolo cruciale avuto nell’ascesa di Dylan, non mi riusciva in nessun modo di amarne la voce, troppo “educata” in un gruzzoletto di incisioni dalla metà dei ’60 ai primi ’70 su cui mi capitava di mettere le mani (e che non mi tenevo in casa), né gli arrangiamenti immancabilmente blandi in un catalogo che pure includeva canzoni straordinarie in gran copia. Ma soprattutto mi dava sui nervi, facendomi stizzire più di un Johnny Rotten a un concerto di Rick Wakeman, quella sua aria di Santa Patrona delle Buone Cause. Una cazzo di suora radical-chic sempre lì a predicare e senza manco il coraggio di scagliare una prima pietra. Insomma: per un abbondante quarto di secolo la signora mi è rimasta un po’ lì, sui gioielli di famiglia. Finché un bel giorno non mi sono deciso a guardare il film sulla kermesse woodstockiana, evento che nella mia personale cosmogonia del rock è più nefasto di Altamont, e per la prima volta la Baez (che all’epoca era ventottenne) ha suscitato in me del sacro rispetto: perché bisogna avere degli attributi tipo meloni per presentarsi di fronte a mezzo milione di persone e cantare a cappella. Ho ripreso in mano qualche disco. Ho riletto la Storia e verificato che molto del meglio della sua arte Joan Baez lo offrì prima del fatidico incontro con un ragazzotto di Duluth, Minnesota, in trasferta a New York sulle tracce di Woody Guthrie.

A parte che ce l’ho sotto mano, non potrei consigliare al lettore LP più adatto da cui partire per capire perché questa artista fu così importante del primo e omonimo, che pubblicava per i tipi della Vanguard nell’ottobre 1960, a poco più di un anno dacché una sua apparizione al “Newport Folk Festival” aveva suscitato scalpore. Naturalmente bisognerebbe cercare di ascoltarlo con orecchie nei limiti del possibile vergini ed è l’unico modo per cogliere quanto parve fresco e innovativo nell’ambito di un folk revival montante che la rivoluzione vera, quella che sobillerà Dylan da lì a tre anni, nemmeno poteva immaginarsela. Voce – un soprano purissimo – già controllata magistralmente e nondimeno con un che di selvatico, repertorio tradizionale preso di petto con una – squisita contraddizione in termini – ruvida raffinatezza che conquista. Valgano come supremi esempi, più della notissima (a posteriori) Silver Dagger, una felpata e drammatica House Of The Rising Sun, il countreggiare da Woman In Black di Wildwood Flower, l’Odissea in sedicesimo di John Riley, la biblica danza in punta di dita di Little Moses. Che i tempi non fossero ancora pronti per un simile sommovimento è evidenziato dalla modestia all’uscita di vendite che si facevano un po’ più consistenti alla pubblicazione undici mesi più tardi di “Vol.2” e ragguardevoli, da lì a un altro anno, con i due tomi di “In Concert”. Curiosamente, come certifica un retro di copertina in cui fra il resto si pubblicizza il 33 giri successivo, la Pure Pleasure ha preso come base per questa riedizione non la prima stampa dell’album ma la seconda. Registrazione di pregio nei limiti di un orizzonte fatto di sole voci e chitarre acustiche, ma vinile non dei più silenziosi.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.291, giugno 2008.

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