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Leo Kottke: il John Fahey che non fa figo citare

Leo Kotthe - 6 & 12 String Guitar

Vuoi mettere il carisma, oltre alla genialità, di un John Fahey? Vuoi mettere il maledettismo, oltre sempre alla genialità, di un Sandy Bull? Vuoi mettere l’aura di misticismo di un Robbie Basho? In qualche modo la buona sorte ti tocca spesso pagarla ed è toccato pure al buon Leo Kottke, uno che è arrivato a riempire i palasport facendo musica senz’altro con meno spigoli dei nomi summenzionati ma non tanti di meno, però. Uno che con certi singoli dischi ha totalizzato cifre che a mettere insieme i loro cataloghi interi gli artisti di cui sopra a malapena le pareggiano. Tanto per capirci: pubblicato a inizio anni ’70, “6 & 12 String Guitar” arriverà a vendere solamente nel corso di quel decennio mezzo milione di copie e ne farà fuori un altro bel pacco quando diventerà disponibile in digitale. No, dico… stiamo parlando di autentici esercizi di virtuosismo nonché di musica esclusivamente strumentale (in altri dischi il Nostro canterà; non qui), mica di poppetto. Ancorché meritata la buona sorte ti tocca spesso pagarla. Con l’invidia: magari non da parte di Fahey, oltre che lo scopritore pure il primo discografico di Kottke, con ovvi benefici economici. Con la diffidenza: la critica non sarà benevola che intermittentemente e, più sovente che no, distratta. Con la cattiva memoria e/o la riduzione ingiustificata a stereotipo: chi costui non lo conosce che di fama, o lo ha comunque frequentato occasionalmente, tende a incasellarlo fra quei prodigi di tecnica poco interessanti per chi non maneggia lo stesso strumento. Gente che potrebbe fare magnifici discorsi ma non ha purtroppo alcunché da dire. Che questa nomea sia palesemente in contraddizione con l’altra – Leo Kottke artista “facile”, buono per le masse cui un limitato comprendonio non concede l’ascesa alle vette di un Fahey – si direbbe non importare a nessuno.

Una confessione? Fino a un anno o due fa anch’io lo conoscevo poco e male e, senza averlo in realtà mai ascoltato come si deve, lo reputavo noioso, banale, commerciale pur fra tutte le virgolette del caso. Con all’attivo in quasi quattro decenni un unico album – questo – memorabile sul serio. Poi per ragioni che non sto a spiegarvi mi è toccato fare un corso accellerato e dire che l’ho rivalutato è un eufemismo. Per dirne una: come facevo a ricordarmelo noioso – un antipatico secchione – come uomo oltre che come artista? Nel caso non fosse veramente la vostra tazza di thè di “6 & 12 String Guitar” dovreste almeno procurarvi le esilaranti note di copertina autografe. Naturalmente divertono di più se le si legge mentre si ascolta il disco, ma come non scoppiare ugualmente a ridere di fronte a un “Bach ebbe venti bambini perché il suo organo non si fermava mai”? Scritto come commento autosmitizzante a una straordinaria, intensissima Jesu, Joy Of Man’s Desiring, proprio del Johann Sebastian. Il resto è Kottke che countreggia e blueseggia come un ossesso concedendosi qui e là un’oasi di sogno, inscenando feste con un retrogusto di mestizia così come elegie dal cuore allegro. Mi viene da pensare che il mentore dovette patirne, se non la tecnica, la capacità comunicativa. Mi viene da pensare che Jorma Kaukonen questo LP lo frequentò prima di porre mano a “Quah”.

L’ottimo Alfredo Gallacci, di Sound And Music, mi ha fatto recapitare questa gemma di disco in due stampe, entrambe Classic Records, una in un vinile tradizionalmente nero, l’altra su un supporto semitrasparente che in teoria, essendo stato depurato di ogni traccia di carbonio, dovrebbe essere meno soggetto a disturbi statici e offrire di conseguenza una definizione complessiva superiore e in particolare una resa migliore sulle basse frequenze. Ovviamente un confronto plausibile lo si sarebbe potuto fare solamente avendo un secondo giradischi e una seconda testina identici, collegandoli a una centralina, iniziando l’ascolto in contemporanea ed effettuandolo a parità di volume. Ovviamente non ho potuto fare un confronto plausibile. Suonano benissimo (pulite e scintillanti, senza la minima traccia di fatica d’ascolto) l’una edizione e l’altra. Il vecchio Leo mi si è materializzato nella stanza e ne ho approfittato per chiedergli scusa per avere malpensato di lui.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.300, aprile 2009.

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Old Crow Medicine Show – Remedy (ATO)

Old Crow Medicine Show - Remedy

Nella vita l’attitudine non sarà tutto ma spesso è molto, spesso è decisiva e ne danno una clamorosa esemplificazione i musicisti, tutti provenienti da diversi stati degli USA, che nel 1998 davano vita in quel di New York agli Old Crow Medicine Show. Sono passati sedici anni, ci sono stati diversi cambi in una formazione che, schierata inizialmente a cinque, allinea oggi sette componenti e la band fa da lungi base a Nashville, ma anche su quello che è il quinto album “ufficiale” (il debutto vero, datato 2004, veniva preceduto da diverse uscite autoprodotte, una solo nel già desueto formato della cassetta) l’imprinting originale pesa eccome. Per un verso non lo diresti mai all’ascolto di un gruppo all’apparenza ipertradizionalista, pre-rock addirittura, che l’educazione sentimentale dei ragazzi fu a base di Public Enemy e Nirvana, ma una volta che lo sai non puoi non capire che è esattamente uno spirito che non si può definire che “punk” a distinguerli dai tantissimi che ancora nel 2014 suonano folk e country d’anteguerra, bluegrass e insomma, e radunando tutto sotto un’unica etichetta, old-time music. E ci sarà bene una ragione se pure i più popolari fra i loro colleghi frequentano solo le classifiche di settore e i nostri eroi le classifiche e basta. Nel momento in cui scrivo, “Remedy” è quindicesimo in quella di “Billboard” e ancora non sono passate due settimane dall’uscita.

È che – impeccabili ai limiti del virtuosismo sotto il profilo strumentale (e quest’ultimo loro disco gode fra l’altro della loro più raffinata produzione di sempre) – gli Old Crow Medicine Show riescono come nessun altro a infondere vita in generi se no museali. È che suonano con una grinta e un entusiasmo che travolgono e quasi fanno passare in secondo piano una scrittura anch’essa ben sopra la media.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.354, agosto 2014.

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Il pozzo di San Patrizio Dylan

Se ne parla già da alcune settimane un po’ ovunque, quando alla pubblicazione dei “Complete Basement Tapes” manca ancora, a oggi, un mese esatto. Insomma: uno degli album più genuinamente attesi del 2014 è un box di sei CD che espande a dismisura quella che all’altezza della prima uscita, nel 1974, era già una raccolta (allora “solo” un doppio LP) di materiali d’epoca, con dentro incisioni, ufficialmente inedite ma ampiamente bootlegate in precedenza, risalenti al 1967. E mi pare che ciò sia estremamente significativo in due sensi: per come fa sospettare che nel 2014 di musica nuova interessante ce ne sia in giro pochina, se è vero come è vero che l’usato sicuro tira come non mai; e per l’ennesima dimostrazione che si sta per dare di come quello degli archivi dylaniani sia un pozzo apparentemente senza fondo, in cui a ventitré anni dalla pubblicazione del primo, triplo e a suo modo epocale volume della “Bootleg Series”, ancora si possono pescare materiali degnissimi di nota. Giacché a lasciare stupefatti quasi più della quantità è la qualità.

Poi magari ogni tanto alla Columbia scappa la mano. Forse non era il caso di approntare come decimo tomo della collana di cui sopra (quello dedicato ai “Basement Tapes” sarà l’undicesimo) “Another Self Portrait”. Quando viceversa sarebbe stato forse il caso di non condannare alla clandestinità nel momento stesso in cui la si mandava (si fa per dire) nei negozi questa quadrupla “50th Anniversary Collection” di cui a suo tempo riferivo su “Blow Up”.

Bob Dylan - The 50th Anniversary Collection

È una storia surreale e da raccontare assolutamente per come esemplifica, in maniera plastica, la totale incomprensione che l’industria discografica – ciò che ne resta – seguita ad avere di come siano cambiati i meccanismi di diffusione e consumo della musica. Negli ultimi giorni del 2012 Sony Music ha pubblicato un cofanetto quadruplo con registrazioni di Dylan del 1962. Moltissime sono outtake di “The Frewheelin’” (occupano da sole i primi due dischetti), altre vengono dai cosiddetti “Mackenzie Home Tapes” e c’è infine un bel gruzzoletto di incisioni live. Nulla di che eccitarsi per chi dell’uomo di Duluth possiede magari giusto i classici, o anche più o meno intera la produzione “ufficiale” e nondimeno non intende fare della sua esegesi un impiego a tempo pieno. Per i cultori e gli studiosi più accaniti, al contrario, un’altra cornucopia di tesori di cui bearsi dopo i nove diversamente voluminosi volumi delle “Bootleg Series”. Tutto bene, tutto fantastico per questi ultimi, non fosse che la diffusione di “The 50th Anniversary Collection”, quattro CD-R (avete letto bene) in un boxino decisamente spartano, è stata a dir poco clandestina, solo in Europa e in un centinaio di esemplari (avete di nuovo letto bene) disseminati in una manciata di negozi fra Regno Unito, Francia, Germania e Svezia. L’uscita ovviamente non è stata pubblicizzata in alcun modo, ma altrettanto ovviamente la notizia si è sparsa in fretta e il risultato è che questa rarità istantanea e assoluta circola nel momento in cui scrivo, fra eBay e Discogs, a prezzi variabili fra i mille e i quattromila euro (e ancora una volta avete letto bene). Ma c’è un senso in tutto ciò? Per la Sony a quanto pare sì.

Essendo cambiate recentemente le leggi europee sul copyright, è successo che la copertura è passata da cinquanta a settant’anni per le registrazioni dal ’63 in poi, mentre per quelle degli anni immediatamente precedenti vale il principio “usale o perdile”. Avendo in qualche modo pubblicato adesso queste ottantasei tracce, la casa discografica storica di Dylan si è assicurata il diritto di riutilizzarle da qui al 2032, impedendo che altri potessero accedervi con ogni crisma di legalità. Va bene, un senso – un po’ distorto, giacché stiamo parlando di materiali che interessano comunque un pubblico non certo di massa – c’è, ma perché in cento copie? Perché non come decimo tomo delle “Bootleg Series”? L’ineffabile risposta è stata: per non danneggiare le vendite di “Tempest”. Eh? Scusa?? Come??? A parte i prezzi folli richiesti per una copia fisica sul mercato dell’usato, la seconda inevitabile conseguenza di questa strategia demenziale è stata che, se ci tenete ad ascoltare “The 50th Anniversary Collection”, impiegherete pochi minuti a procurarvene aggratis una copia liquida. E quanto ci vorrà prima che i taroccatori si mettano all’opera? Quando la Sony vorrà ripubblicare queste incisioni, saranno già nelle case di tutti quelli che potevano essere interessati ad ascoltarle. Complimenti.

Dovrei riferirvi della musica adesso, cercando di essere obiettivo per quanto può esserlo uno che della collana di rarità ufficiali più volte menzionata ha nei propri scaffali l’integrale. Il massimo dell’obiettività cui posso giungere è concedere che, per reggere le versioni multiple di uno stesso pezzo (per esemplificare: cinque della sola Sally Gal che a suo tempo fu scartata e altrettante di Corrina, Corrina, per non dire di sette – ! – Mixed Up Confusion) di uno che non era esattamente John Coltrane, un po’ malati bisogna esserlo. Di una porzione rilevante quantomeno del secondo CD qualunque persona sana di mente può fare a meno. E tuttavia vorrei osservare – pacatamente, sommessamente – che recuperando tutto ciò che di Bob Dylan aveva in forma compiuta negli archivi ed era datato ’62 la Columbia ha scavato alcune gemme cui qualunque appassionato medio di rock dovrebbe gettare l’orecchio, una volta almeno. Per constatare ad esempio che ben tre anni prima della contestatissima svolta elettrica il principale responsabile del folk revival non si faceva nessun problema a suonare rock’n’roll, accompagnato da un gruppo rock’n’roll. Godetevelo alle prese, a più riprese, con la canzone che inventò Elvis, That’s All Right Mama, e sappiatemi dire. Ascoltate Rocks And Gravels e provate a negare che, esclusa come fu da “The Freewheelin’”, avrebbe potuto essere recuperata su “Bringing It All Back Home”.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.177, febbraio 2013.

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Damon Albarn – Everyday Robots (Parlophone)

Damon Albarn - Everyday Robots

Ascoltare con calma. Elaborare con lentezza. Farsi crescere un disco nuovo addosso come poteva accadere e accadeva in un tempo tanto lontano da parere irreale nel ricordo. È il lusso che mi sono concesso con “Everyday Robots”, che ho cominciato a frequentare in un pomeriggio di fine aprile e poteva essere uscito da non più di due o tre giorni. Ma non dovevo scriverne né per una rivista né per quell’altra e allora che fretta c’era, maledetta primavera? La mia prima volta con questo Damon Albarn solista, il primo Damon Albarn solista ad anni quarantasei (che fa esattamente il doppio di quelli che aveva quando i Blur diedero alle stampe il primo album) è stata durante un dormiveglia post-prandiale. Mi è come scivolato sopra, ma mi si è infilato sottopelle. All’improvviso sveglio, con l’impressione che qualcosa di bello fosse successo ed era così. Non l’ho riascoltato subito, ho lasciato passare qualche giorno. E da allora, tranne forse una o due in cui ero troppo preso a familiarizzare con dischi da recensire nel mentre ne recensivo altri, non è trascorsa settimana senza che “Everyday Robots” si facesse un giro. E ogni volta mi sembrava di conoscerlo meglio ma di meno, perché è quel tipo di album lì, prezioso, che a ogni passaggio ci scopri dentro qualcosa che in precedenza non avevi notato. Naturalmente mi è venuto in mente di scriverne qui, e però rimandavo sempre, e a un certo punto mi è sembrato di essere ormai fuori tempo massimo. Be’, la sapete una cosa? Chissenefrega. In fondo è del tutto appropriato scrivere a tre abbondanti mesi dalla pubblicazione di un disco che ti seduce subito ma a concedersi completamente ci mette più di una vergine riottosa. E poi il blog è mio e lo gestisco io.

Opera eccezionalmente coesa e coerente e nondimeno che vive di opposti, di apparenti contraddizioni: è fatta di aria ma è fatta di terra, sembra sempre come sgranata ma la voce la tiene a fuoco, è pastorale ma di un pastorale che viene dopo l’industriale. Li puoi immediatamente enucleare i suoi elementi costitutivi, metterli in fila: la chitarra che arpeggia e le figure parimenti elementari disegnate dal piano, i suoni “trovati”, gli archi che dispensano malinconie color pastello, strati su strati di voci, loop percussivi e sotto tutto, e a sorreggere tutto, un’onnipresente scansione downtempo. A volte down downtempo. Un corno sospira ed è subito sera. Ma era già sera, solo che era mattina. Pare un unicum, “Everyday Robots”, ma a farlo a pezzetti lo vedi che erano gemelli diversi: il bucolico post-moderno di Hostiles vicino al (quanto lontano dal) singultare di funk di Lonely Press Play (impossibilmente suadente la melodia); un interludio carillonesco a separare la festa caraibica di Mr Tembo dalla ballata glitch-jazz The Selfish Giant; la confessionale The History Of A Cheating Heart incastonata fra il Cohen traslocato a Bristol di Photographs (You Are Taking Now) e il gospel con Brian Eno a dare una mano di Heavy Seas Of Love. Ve l’ho già detto? Uno dei miei album dell’anno. L’ho capito al volo e poi ho dovuto pensarci a lungo.

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Povera Mama Cass (Dream A Little Dream Of Me)

Mama Cass Elliot - Dream A Little Dream Of Me

Povera Mama Cass. Nei Mamas & The Papas non era quella che scriveva i pezzi, firmati quasi tutti da John Phillips, né colei per cui sbavavano i fans, in estasi per la bellissima moglie di John, Michelle. Lei era quella simpatica e brutta, giunonica per usare un’espressione politicamente corretta. Eppure naturalmente predisposta allo stardom e difatti l’unica a sopravvivere artisticamente e commercialmente allo scioglimento del gruppo. A esplicitare in maniera clamorosa che lei con il suo corpo non aveva problemi, forse ce li aveva il resto del mondo, sui manifesti pubblicitari per quello che fu, nel 1968, il debutto solistico e che aveva lo stesso titolo di questa raccolta, si faceva immortalare nuda, il corpaccione adagiato su un tappeto di fiori. Però qualche complesso doveva in fondo averlo se era una dieta troppo radicale a portarla alla morte per infarto nel 1974, non ancora trentatreenne. Povera Mama Cass, che doveva pure subire l’ingiuria postuma di una storiella apocrifa a lungo circolata che la voleva soffocata da un panino, l’ingorda. Povera Mama Cass, talento sprecato, come “Dream A Little Dream Of Me” abbondantemente certifica, con un catalogo assolutamente non all’altezza di una voce sublime sempre in bilico fra esuberanza e vulnerabilità: folk-pop inondato d’archi, svenevoli ballate country, bubblegum, sinatrismi d’accatto. Povera Mama Cass.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.611, giugno 2005. Di Mama Cass Elliot ricorreva ieri il quarantesimo anniversario della prematura scomparsa.

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Neil Young – A Letter Home (Third Man/Reprise)

Neil Young - A Letter Home

Trattandosi di Neil Young, l’età c’entra poco con il suo essere fuori di testa o, se preferite, con il vivere in un mondo solo suo. Uno in cui sembra sensato, con a disposizione un catalogo con dentro decine di canzoni classiche, suonarne quattordici in tutto dal vivo (ma farle luuuuuuunghe) essendo una una rilettura da oratorio di Blowin’ In The Wind e un’altra un inedito che tale sarebbe dovuto restare. È in fondo lo stesso pianeta che già abitava al tempo in cui si suicidava, commercialmente parlando, dando un seguito ad “Harvest” con “Journey Through The Past”, capostipite di una sfortunatamente sterminata stirpe di dischi assurdi e spesso orrendi. Era il 1972, ma il buon vecchio Neil era già il buon vecchio Neil e quindi era fatto così. Che gli vuoi dire? Se si annoia a suonare ancora Powderfinger, be’, si annoia. Cazzo gliene frega se ha davanti gente che ha sborsato decine di euro e magari percorso centinaia di chilometri per ascoltarlo? Il buon vecchio Neil è così: ti ha fracassato i coglioni per decenni con discorsi più o meno astrusi, più o meno sensati sul modo corretto di riprodurre la musica (è per via di tali fisime che taluni suoi capolavori sono rimasti fuori catalogo per periodi lunghissimi) e poi manda nei negozi un album registrato in una cabina Voice-O-Graph restaurata, una di quelle in cui, negli Stati Uniti del secondo dopoguerra, si poteva entrare e provare l’emozione di incidere la propria voce su un disco in vinile. Ora: non fosse che “A Letter Home” fa parte ufficialmente della produzione del Canadese, è ufficialmente il suo trentaquattresimo lavoro in… ahem… studio, si potrebbe prenderlo per uno scherzo e pazienza se gli scherzi dovrebbero far ridere e questo no. O se no si potrebbe interpretarlo come un’operazione altamente concettuale e già diventerebbe più interessante. Tipo la merda d’artista, che però alla fine merda resta.

Quel che abbiamo in mano dunque, con rispetto parlando, sono una intro parlata (quando il buongiorno si vede dal mattino) e undici cover (particolarmente sfortunati Gordon Lightfoot e Willie Nelson, presi di mira due volte). Per ciò che attiene la forma immagino fosse il vostro sogno mettervi in casa un CD con registrazioni del 2014 che sembrano del 1930, con tanto di scricchiolii e distorsioni a inspessire la patina vintage. Il tutto naturalmente al normale prezzo di un CD nuovo, quindi intorno ai diciotto euro, ma se preferite potete spenderne un ventotto per l’edizione in vinile 180 grammi per audiofili (giuro: esiste; quantomeno non dovrete preoccuparvi di graffi, polvere o ditate e anzi al posto vostro la invecchierei ancora un po’ apposta) o, se proprio volete farvi un regalo, i centotrenta richiesti per la versione in cofanetto. E queste che vi ho dato finora erano le buone notizie. La cattiva è che la sostanza di “A Letter Home” è peggio della forma, che siamo ai livelli del terribile “Americana” (che stroncavo qui) e allora ci si aspetterebbe subito come risarcimento minimo un altro “Psychedelic Pill”. La cattiva è che, eccettuata una Girl From The North Country (da Dylan, ça va sans dire) di apprezzabile intensità, il buon vecchio Neil approccia il resto del programma nel migliore dei casi con l’esitante rispetto del busker alle prime armi e nel peggiore con la sua approssimazione. Valgano come particolarmente censurabili esempi dell’ultimo la Needle Of Death di Bert Jansch ridotta a uno strimpellare un po’ così laddove era struggente arazzo di corde e lo Springsteen ammaccato e traballante di My Hometown. Si arriva in fondo con la spiacevole sensazione di esser stati presi in giro e con il buon vecchio Neil è un déjà vu, ma non come quello del 1970, sfortunatamente.

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Anniversary (per Suzanne Vega)

Suzanne Vega

Buon compleanno a Suzanne Vega, di cui tutti ricordano due, tre, quattro canzoni ma pochi che fu lei, a metà anni ’80, ad aprire le porte a una nuova generazione di cantautrici. La celebro recuperando le recensioni (scritte per la solita rubrica di “Audio Review”) delle ristampe in vinile per audiofili di due suoi album. Dell’ultimo (una faccenda di pochi mesi fa) parlavo qui.

Suzanne Vega - Suzanne Vega

Suzanne Vega (1985)

Parrò magari incontentabile e però come non essere esigenti con chi ti chiede quasi quaranta euro per un album in vinile stampato adesso? Oltre a questa edizione per audiofili fresca di acquisizione, ne ho in casa una tedesca acquistata all’epoca (1985) e per la prima volta mi imbatto in un’uscita di Speakers Corner iconograficamente infedele all’originale. Che aveva il retro di copertina rovesciato (ma questo non sarebbe stato che un curioso dettaglio) e, quel che più conta, riportava sulla busta interna i testi, in inglese, tradotti poi in francese, tedesco e italiano in quattro pagine a parte e questo naturalmente non lo si sarebbe preteso. Ma le liriche in originale sì: perdìo! Siccome stiamo parlando di un disco di una cantautrice – di più: di colei che a metà ’80 rilanciava da sola la figura della cantautrice – e le parole vi giocano un ruolo decisivo. Sono ad esempio le parole a chiarire, come giustamente nota William Ruhlmann, che per quanto musicalmente possa essere prossima a Joni Mitchell (qui Freeze Tag è un’esempio eclatante, ma il grande hit Marlene On The Wall lo è un niente di meno) Suzanne Vega in realtà discendeva da Janis Ian e Leonard Cohen. L’altro grave difetto di questa stampa deriva bizzarramente da quello che dovrebbe essere un pregio: fotografando con accuratezza la registrazione finisce per sottolinearne i difetti, tipici di tante, troppe produzioni del periodo. È che le atmosfere sono asettiche, i suoni tirati a lucido fino a risultare innaturali, la batteria troppo secca e avanti. È un LP che pare registrato in una metaforica cella frigorifera quando questa musica, di natali principalmente folk, domanderebbe – esigerebbe – calore. Ma di questo non si può fare una colpa a Speakers Corner.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.298, febbraio 2009.

Suzanne Vega - Beauty & Crime

Beauty & Crime (2007)

Anche chi c’era dei primi due LP di Suzanne Vega, l’omonimo esordio dell’85 e “Solitude Standing” dell’87, rammenta senz’altro la bellezza ma difficilmente l’importanza. È che prima di quegli album erano dieci anni almeno che un certo folk, urbano e cantautorale, non aveva più alcuna rilevanza commerciale e valga questo a clamorosa conferma di ciò: che, pur godendo già di un’ottima fama nel circuito live della Grande Mela, Suzanne veniva respinta per tre anni di fila da una casa discografica dopo l’altra e addirittura due volte, prima che ci si persuadesse a darle una possibilità, dalla stessa A&M. Felicemente sorpresa già dalle duecentomila copie vendute dal debutto e mandata in fibrillazione dall’abbondante milione, fra Stati Uniti e Gran Bretagna, totalizzato dal seguito,  che oltretutto spediva anche un singolo, Luka, al numero tre nella graduatoria USA. Non lo si ricorda più, ma era Suzanne Vega ad aprire la strada a Tracy Chapman e Sinead O’Connor, Michelle Shocked e Edie Brickell e di conseguenza a tutte le cantautrici che hanno furoreggiato da allora. Lei non si è più ripetuta su quei numeri ma la non folta discografia è per un verso uniformemente pregiata e per un altro fitta di svolte infrequenti in un ambito che tende ad autoperpetuarsi.

Pubblicato lo scorso anno e appena la sua seconda uscita maggiore nel corrente decennio, primo lavoro per la Blue Note (basta la parola a esimermi da qualunque commento su come suoni questa stupenda stampa), “Beauty & Crime” è un lavoro insieme sofisticato e di fruzione in più frangenti istantanea: in una Zephir & I che cita il Lou Reed di Vicious così come in una ballata trapunta d’archi quale New York Is A Woman, o nell’elegiaco valzer Anniversary. Suzanne Vega si è ben conservata e non mi riferisco a una beltà clamorosa per una quasi cinquantenne.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.289, aprile 2008.

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