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Giù al fiume con Syl Johnson

Che la mia pelle sia scura/non fa che aggiungere colore alle mie lacrime/…/E mi tocca nell’animo,/rievocando memorie passate,/chiedermi perché i miei sogni non si siano mai realizzati./Qualcuno mi dice cosa posso e non posso fare,/qualcosa mi frena./È perché sono nero?” (Is It Because I’m Black?)

In “The W”, l’ultimo ─ sorprendente per quanto è eccelso, quando dai Padrini newyorkesi nessuno si attendeva più nulla ─ album del Wu-Tang Clan, ci sono due momenti straordinariamente emozionanti, e non si tratta solo dell’emozione un po’ artefatta che viene, a chi sa di musica, dal riconoscere una citazione e dal ricontestualizzare in base a essa quanto ha ascoltato fino a quel momento, tracciando collegamenti, leggendo fra le righe, individuando discorsi dentro discorsi. No! È l’emozione genuina del brivido che corre sulla schiena e arriva al cuore prima che alla testa e lì si sofferma. Quando l’artista ti parla e siete soli, tu e lui, e per un attimo soltanto questo conta. Due momenti, dicevo. Uno si ha all’altezza della nona traccia, I Can’t Go To Sleep, quando dalle casse scende una slavina di archi che mozza il fiato come forse nessun’altra nel libro d’oro del soul: è quella su cui scorre Walk On By di Burt Bacharach, versione espansa e immane di Isaac Hayes, dall’epocale “Hot Buttered Soul”. Quando arriva la voce dello stesso Hayes, convocato per presenziare all’omaggio e apporvi il suo suggello benedicente, è quasi troppo. Uno di quegli istanti d’estasi che valgono il tormento di troppi dischi brutti ascoltati per senso del dovere. E l’altro?

Terzo brano. Una deflagrazione. Ritmo reggato che per un attimo mette fuori strada. Un vocalizzo struggente. E poi ecco il campionamento su cui gira tutto, inconfondibile. Una voce amatissima, una canzone simbolo per come ha saputo riassumere, in quella di un individuo, la vicenda di un popolo strappato alla sua terra, ridotto in schiavitù e poi in essa di fatto mantenuto dalle catene del pregiudizio. Per l’ennesima volta, il grido di Is It Because I’m Black? di Syl Johnson risuona e ci fa vergognare di essere bianchi.

1992. Per l’anagrafe è Christopher MacFarlane ma è assai più noto con uno pseudonimo: Macka B. È uno dei leoni della dancehall inglese. Sei anni prima, con la regia di quel Lee Perry britannico che è Neil Fraser, aka Mad Professor, ha dato alle stampe un piccolo capolavoro chiamato “Sign Of The Times”. Si supera adesso con “Jamaica, No Problem??”, album in cui risaltano il suo istinto melodico da killer e la padronanza assoluta delle tecniche del dub del Professore. Grandi i suoni, grandi le canzoni. Sul gradino più alto del podio salgono il duetto con Carroll Thompson di Where Is The Love (un classico, definitivamente) e Something Nuh Right, che gli va subito dietro. Gioco fra tirata polemica e riflessione dolente scatenato dall’assoluzione di William Kennedy ─ ricco e bianco e potente ─ da un’accusa di violenza carnale e dalla contemporanea condanna di Mike Tyson ─ ricco e nero e scomodo ─ per la medesima imputazione. Fra una cantilena ragga e la citazione estesa, affidata alla splendida voce di Earl Sixteen, di Is It Because I’m Black?.

Risalgo più indietro nel tempo, a un anno imprecisato nei ’70 giamaicani (quando si tratta di cronologia spicciola, anche l’autorevolissima Rough Guide To Reggae di Steve Barrow e Peter Dalton deve talvolta arrendersi all’impossibilità di ricostruire nei dettagli una storia su cui troppo poco è stato scritto finora). Si chiama Ken Boothe ed è il Sam Cooke della battuta in levare. Seriche corde vocali, fraseggio di eleganza somma e sentimento che avvince oltre ogni dire. Ascoltatelo ─ in una raccolta Trojan, “Eighteen Classic Songs”, che per quanto mi riguarda è uno dei tre dischi reggae da avere (Marley escluso) volendone avere tre (essendo gli altri due “Liberation” di Bunny Wailer e “Time Boom X De Devil Dead” di Lee Perry) ─ alle prese con You Send Me. Vale l’interpretazione originale di Cooke. E, sempre lì, sentite come attorciglia su un cantato tremulo ma intimamente forte il dramma di Is It Because I’m Black?. La lettura più memorabile dopo l’insuperabile prima.

Ci sono arrivato infine, a Syl Johnson, l’oggetto del sesto di questi miei esercizi devozionali mensili, e so che molti di voi avranno detto “Syl chi?”. Ma rasserenatevi: non è mai tardi per rifarsi una vita degna di essere vissuta.

Prosegue per altre 6.147 battute su Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.33, febbraio 2001. Syl Johnson ci ha lasciato tre mesi fa a oggi, lo scorso 6 febbraio. Aveva ottantacinque anni.

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I migliori album del 2021 (6): Jon Batiste – We Are (Verve)

Basti dire quanto segue per dare un’idea del formidabile eclettismo di questo trentaquattrenne tastierista, cantante e compositore che qualunque orecchio un minimo educato identificherà subito, senza bisogno di indagarne la biografia, come un figlio di New Orleans: che da alcuni anni è il direttore musicale del popolare programma della CBS “The Late Show with Stephen Colbert”; che nel 2018 è andato al numero 2 della classifica jazz di “Billboard” con il debutto su Verve (lo avevano preceduto cinque lavori per varie altre etichette) “Hollywood Africans” (produzione firmata da  T-Bone Burnett) e la versione ivi contenuta del traditional Saint James Infirmary gli guadagnava una candidatura ai Grammy Awards nella categoria “Best American Roots Performance”; che la collaborazione del 2020 con il chitarrista Cory Wong “Meditations” gliene ha procurata un’altra come “Best New Age Album”; e che è attualmente in corsa per l’Oscar come migliore colonna sonora (il vincitore sarà proclamato il 25 aprile) con il suo “Music From And Inspired By Soul”. A chiarire lo spirito che anima “We Are” provvedono invece la dedica in copertina “ai sognatori, veggenti, cantastorie e portatori di verità che rifiutano di farci precipitare nella follia” e la bellissima, omonima traccia che lo inaugura, pezzo da marching band adattato all’era dell’hip hop scritto in onore del movimento Black Lives Matter e che di esso è divenuto una sorta di inno.

Restano purtroppo poche righe per annotare che in trentotto minuti favolosamente densi si fa gioiosa quanto magistrale sinossi di un secolo di musica nera, dal jazz al rap via gospel, boogie woogie, soul, rhythm’n’blues e funk. Per quel che conta: pure l’incisione è superba.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.430, aprile 2021.

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I migliori album del 2021 (7): Aaron Frazer ─ Introducing… (Dead Oceans)

Chissà se per questo giovanotto di Baltimora ma residente a Brooklyn “Introducing…” segnerà una cesura con un passato prossimo da batterista, seconda voce e autore o co-autore della quasi totalità del repertorio con Durand Jones & The Indications: formazione con all’attivo due album, uno omonimo nel 2016 e il seguito del 2019 “American Love Call”, fra le più prepotentemente in ascesa nella rigogliosa scena retro soul. Scappatella o inizio di una carriera solistica che potrebbe di riflesso porre fine a quella degli ex-soci? Per intanto si può annotare che per il debutto in proprio, che esce per la medesima etichetta che ha griffato le avventure di gruppo, Aaron Frazer ha fatto le cose in grande. Eleggendo a produttore, benché non digiuno lui stesso di esperienza in materia, lo scafatissimo Dan Auerbach (Black Keys), che a sua volta ha convocato in studio, a Nashville, una bene assortita squadra di giovani (giro Daptone) e vecchi (membri dei mitici Memphis Boys) leoni.

Lo dirà il tempo. Per intanto, pubblicato l’8 gennaio, “Introducing…” già si candida alle playlist di fine anno e, chissà, alle classifiche, giacché le affinità con la compianta Amy Winehouse sono tante e i potenziali singoli diversi. Falsetto fatato alla Smokey Robinson, Frazer cala subito un asso pigliatutto con la romantica You Don’ Wanna Be My Baby e fino alla conclusiva Leanin’ On Your Everlasting Love, in scia al Sam Cooke di Bring It On Home To Me, non sbaglia un colpo. Fra funky melliflui e pagine scelte dal manuale Motown, echeggiando Marvin Gaye come Curtis Mayfield o Jackie Wilson ma mantenendo sempre una sua peculiarità.  Una sua autorialità, potremmo dire, che fa scansare il mero esercizio di bella calligrafia a canzoni che sanno di vita vera, di “qui e ora”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.429, marzo 2021.

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Daniel Lanois – Heavy Sun (eOne)

Canadese con New Orleans nel cuore, Daniel Lanois da sempre deriva la più parte di redditi e fama dall’essere innanzitutto produttore. D’altra parte: non aveva che diciannove anni quando nel 1970 assemblava nella lavanderia materna (ad Hamilton, Ontario) uno studio di incisione dove cominciava a registrare band locali. Il suo cv era arrivato ad annoverare una quindicina di lavori quando nell’83 Brian Eno lo prendeva sotto la sua ala protettrice. Prima di stupire esordendo in proprio nell’89 con “Acadie”, debutto di tale abbagliante bellezza da mettere un po’ in ombra tutto quanto ha pubblicato in seguito (un peccato), aveva già messo la firma su capolavori quali “The Unforgettable Fire” e “The Joshua Tree” degli U2, “So” di Peter Gabriel e l’omonimo primo album da solista di Robbie Robertson, mentre in quello stesso favoloso anno curava la regia anche di “Oh Mercy” di Bob Dylan e “Yellow Moon” dei Neville Brothers. Da allora ha contribuito a forgiare diversi altri classici. Ma non lo è pure il summenzionato “Acadie”?

Prematuro etichettare come tale anche “Heavy Sun” e tuttavia che sia uno dei vertici di un catalogo di rara consistenza appare subito indiscutibile. È il disco gospel del Nostro, passione antica che naturalmente consolidò e affinò lavorando con gli immensi Neville Brothers il cui modello di funkitudine caratterizza “Heavy Sun” sin dall’iniziale, programmatica Dance On. Che suoni da paura va da sé, ma a renderlo un’esperienza d’ascolto esaltante sono la scrittura e le voci. Un organo che svisa con senso del groove irresistibile. Gli incastri di una ritmica che gioca a rimpiattino fra percussioni “vere” ed elettroniche, Africa, Louisiana e Brasile. La chitarra che jazzeggia. Tutto, insomma.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.431, maggio 2021.

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Jon Batiste – We Are (Verve)

Basti dire quanto segue per dare un’idea del formidabile eclettismo di questo trentaquattrenne tastierista, cantante e compositore che qualunque orecchio un minimo educato identificherà subito, senza bisogno di indagarne la biografia, come un figlio di New Orleans: che da alcuni anni è il direttore musicale del popolare programma della CBS “The Late Show with Stephen Colbert”; che nel 2018 è andato al numero 2 della classifica jazz di “Billboard” con il debutto su Verve (lo avevano preceduto cinque lavori per varie altre etichette) “Hollywood Africans” (produzione firmata da  T-Bone Burnett) e la versione ivi contenuta del traditional Saint James Infirmary gli guadagnava una candidatura ai Grammy Awards nella categoria “Best American Roots Performance”; che la collaborazione del 2020 con il chitarrista Cory Wong “Meditations” gliene ha procurata un’altra come “Best New Age Album”; e che è attualmente in corsa per l’Oscar come migliore colonna sonora (il vincitore sarà proclamato il 25 aprile) con il suo “Music From And Inspired By Soul”. A chiarire lo spirito che anima “We Are” provvedono invece la dedica in copertina “ai sognatori, veggenti, cantastorie e portatori di verità che rifiutano di farci precipitare nella follia” e la bellissima, omonima traccia che lo inaugura, pezzo da marching band adattato all’era dell’hip hop scritto in onore del movimento Black Lives Matter e che di esso è divenuto una sorta di inno.

Restano purtroppo poche righe per annotare che in trentotto minuti favolosamente densi si fa gioiosa quanto magistrale sinossi di un secolo di musica nera, dal jazz al rap via gospel, boogie woogie, soul, rhythm’n’blues e funk. Per quel che conta: pure l’incisione è superba.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.430, aprile 2021.

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Aaron Frazer – Introducing… (Dead Oceans)

Chissà se per questo giovanotto di Baltimora ma residente a Brooklyn “Introducing…” segnerà una cesura con un passato prossimo da batterista, seconda voce e autore o co-autore della quasi totalità del repertorio con Durand Jones & The Indications: formazione con all’attivo due album, uno omonimo nel 2016 e il seguito del 2019 “American Love Call”, fra le più prepotentemente in ascesa nella rigogliosa scena retro soul. Scappatella o inizio di una carriera solistica che potrebbe di riflesso porre fine a quella degli ex-soci? Per intanto si può annotare che per il debutto in proprio, che esce per la medesima etichetta che ha griffato le avventure di gruppo, Aaron Frazer ha fatto le cose in grande. Eleggendo a produttore, benché non digiuno lui stesso di esperienza in materia, lo scafatissimo Dan Auerbach (Black Keys), che a sua volta ha convocato in studio, a Nashville, una bene assortita squadra di giovani (giro Daptone) e vecchi (membri dei mitici Memphis Boys) leoni.

Lo dirà il tempo. Per intanto, pubblicato l’8 gennaio, “Introducing…” già si candida alle playlist di fine anno e, chissà, alle classifiche, giacché le affinità con la compianta Amy Winehouse sono tante e i potenziali singoli diversi. Falsetto fatato alla Smokey Robinson, Frazer cala subito un asso pigliatutto con la romantica You Don’ Wanna Be My Baby e fino alla conclusiva Leanin’ On Your Everlasting Love, in scia al Sam Cooke di Bring It On Home To Me, non sbaglia un colpo. Fra funky melliflui e pagine scelte dal manuale Motown, echeggiando Marvin Gaye come Curtis Mayfield o Jackie Wilson ma mantenendo sempre una sua peculiarità.  Una sua autorialità, potremmo dire, che fa scansare il mero esercizio di bella calligrafia a canzoni che sanno di vita vera, di “qui e ora”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.429, marzo 2021.

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Lowell George – L’artista sequestrato

Sono trascorsi trentaquattro anni dacché un trentaquattrenne Lowell George ci lasciava. Colui che Jackson Browne definì l’“Orson Welles del rock’n’roll” non ha avuto eredi. Né molti cantori.

Questione di intempestività: questo uomo dal cuore grande quanto era grande e grosso un corpo arrivato a pesare centocinquanta chili da quel cuore, da cui troppo aveva preteso, si faceva tradire in un momento in cui il gruppo di cui era stato leader si trovava in animazione sospesa. Non più cocco della stampa e no, non c’entrava il riflesso condizionato che vuole che a un fiorire delle fortune commerciali spesso corrisponda uno sfiorire dei favori della critica. È che erano cambiati i tempi ed era cambiato il modo di muoversi in direzione ostinata e contraria rispetto ad essi dei Little Feat. Alle sfortune postume del protagonista di questo racconto contribuiva inoltre un’uscita di scena nel pieno di un tour promozionale per un album, il debutto da solista, troppo atteso e favoleggiato perché non paresse poi deludente oltre qualche demerito che pure ha. Gli eroi ci piace ricordarli giovani e belli e Lowell George se ne andava fatto e disfatto e a un nadir di ispirazione autoriale.

Ma soprattutto è una questione di irriproducibilità di un suono e un modo di scrivere di originalità assoluta. Tanto più rimarchevole perché a tale stile inconfondibile si perviene partendo da materiali che più codificati non si potrebbe: blues e country, folk e funk, soul, jazz e rock’n’roll. Ricombinati però con i crismi dell’unicità e al pari unico è un rapportarsi alla forma canzone che si potrebbe dire a schema libero, con ritornelli che non sbucano dove li aspetteresti e viceversa, strofe di misure diverse, scelte di accordi inusuali, un cantato dal fraseggio a tal punto peculiare che al concerto tributo organizzato dai superstiti per celebrare il caro estinto su trentaquattro canzoni eseguite solo sette recavano in calce la firma del celebrato: troppo spesso troppo difficile ricantare Lowell George, ebbene sì, e dire che sul palco c’era gente del calibro di Bonnie Raitt, Jackson Browne, Linda Ronstadt, Emmylou Harris, Nicolette Larson. I primi album dei Little Feat si vendettero all’epoca in non molte migliaia di copie, cifre paragonabili a quelle totalizzate dai Velvet Underground come dai Big Star o da Nick Drake, ma diversamente da questi nomi la loro influenza sull’odierno risulta modesta ai limiti dell’inesistente. Sto parlando dell’omonimo debutto, di “Sailin’ Shoes”, di “Dixie Chicken”, di “Feats Don’t Fail Me Now”, prodotti di un periodo ben delimitato, 1971-1974, nella vicenda di una band che in quei pochi anni rappresentò un distillato di Americana con un unico plausibile equivalente in quell’altra band lì, quella con la “B” maiuscola e l’articolo davanti. Molto più convenzionale però nel suo rapportarsi alla tradizione e non credo sia un caso che di Robbie Robertson e soci l’attualità risulti invece pregna come non mai.

Sono stati tre in realtà i gruppi chiamati Little Feat. Il primo l’ho appena inquadrato. Il secondo, con Lowell George ancora presente ma non più leader, pubblicava fra il ’75 e il ’79 altri tre album in studio che sono tutt’altra (e parecchio meno importante) cosa rispetto a quelli prima. Il terzo ha fatto rivivere la sigla a partire dall’88, ancora pubblica dischi (l’ultimo lo scorso anno), ancora gira per club, teatri e palazzetti d’America con apprezzabile successo. A mio parere del tutto legittimato a farlo dalla presenza non soltanto di Bill Payne, cui l’“idea Little Feat” appartenne sin da subito quanto a Lowell George, ma della totalità degli altri componenti storici ancora in vita. Però a me questi ultimi Little Feat quantomeno in questa sede non interessano. E i secondi interessano assai meno dei primi e ne riferirò dunque in proporzione.

Prosegue per altre 28.952 battute su Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.182/183, luglio/agosto 2013. Non se ne fosse andato a trentaquattro, oggi Lowell George compirebbe settantasei anni.

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Sharon Jones & The Dap-Kings – Just Dropped In (To See What Condition My Rendition Was In) (Daptone)

“Cala per l’ultima volta il sipario, gli applausi scrosciano, ci si asciuga una lacrima”: così chiudevo sul numero di dicembre 2017 la recensione di “Soul Of A Woman”, l’album che Sharon Jones aveva fatto appena in tempo a completare, suggello a una carriera decollata tardi ma in compenso capace di renderla la Lady Soul del XXI secolo, prima di arrendersi nel novembre 2016, avendo fieramente lottato fino alla fine, a un tumore. Sei i lavori in studio pubblicati dal 2002, più un’antologia di brani natalizi, una marea i singoli, due le raccolte che in parte li recuperavano e a fungere da sorta di “Best Of” la colonna sonora del documentario, “Miss Sharon Jones!”, che proprio nel fatidico 2016 ne celebrava la biografia complicata, l’arte immane, l’ascesa allo stardom contro ogni pronostico e in primis quello di un discografico che l’aveva detta “troppo grassa, nera, bassa e vecchia” per potere avere successo. Più miope, sordo o miserevole?

Sharon non c’è più, ma come cantò sui suoi titoli di coda c’è ancora. Sempre ci sarà, capace di rifulgere anche in un LP di ritagli e curiosità, tutto di cover ma d’altronde lei fu sempre interprete, il repertorio scritto quasi per intero dal capobanda dei Dap-Kings, il bassista Gabriel “Bosco Mann” Roth. Che suona e basta, da par suo, con i suoi compari, mentre Miss Jones ora si mantiene fedele ai brani ripresi ─ Signed, Sealed, Delivered I’m Yours (Stevie Wonder), Giving Up (Gladys Knight & The Pips), Rescue Me (Fontella Bass) per quanto gradevoli risultano così un po’ pletoriche ─ e ora ne opera appropriazioni che lasciano a bocca aperta: più di altre, il Prince trasformato in James Brown di Take Me With You e il Woody Guthrie reso alla Wilson Pickett di This Land Is Your Land.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.427, gennaio 2021.

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Bootsy Collins – The Power Of The One (Bootzilla)

Autentica leggenda vivente Bootsy (al secolo William Earl) Collins: bassista fenomenale (nasceva in realtà chitarrista, primo modello Jimi Hendrix) con James Brown per undici pazzeschi mesi durante i quali imprimeva il suo marchio su brani epocali quali Sex Machine, Super Bad, Soul Power, Talkin’ Loud And Said Nothing e subito dopo e per un decennio capitano in seconda dell’astronave Funkadelic/Parliament. Invero favolosi i suoi anni ’70. Inoltrandosi nella loro seconda metà avviava anche una carriera da leader con la Rubber Band e pure con quella confezionava album formidabili, collezionando classici e successi uno via l’altro. Leggenda per fortuna ancora praticante il nostro uomo, la cui produzione diversamente da quella del comandante il vascello spaziale di cui sopra, George Clinton, si è sempre mantenuta su livelli di ispirazione minimo accettabili. Quando non buoni. O persino ottimi, come in larga parte di questo “The Power Of The One” con il quale a fine ottobre ha, con qualche giorno di anticipo, festeggiato il suo sessantanovesimo compleanno.

È quanto di meglio abbia pubblicato in questo secolo, da una traccia omonima super Parliament e con George Benson (primo in una lista di illustri ospiti che comprende fra i tanti Snoop Dogg, Branford Marsalis e Larry Graham) sugli scudi e proseguendo con una Creepin’ che gira invece funkadelica ed hendrixiana, una Bewise dritta da un’ideale “Best Of” degli Arrested Development e una travolgente Club Funkateers. Detto del riuscito omaggio a Sly & The Family Stone di WantMe2Stay, non resta che annotare che se il lavoro ha un difetto che gli impedisce di esser capolavoro è una lunghezza che alla fine lo fa dispersivo. Di troppo almeno un paio di ballate zuccherine.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

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Il 1976 magico e tragico degli Earth, Wind & Fire

A quanto pare non ne aveva mai abbastanza degli Earth, Wind & Fire il pubblico americano nel magico biennio 1975-’76, breve arco di tempo in cui il gruppo di Maurice White (e del fratello Verdine, e di Philip Bailey) si inerpicava per la prima volta fino al numero uno della classifica degli LP di “Billboard” con “That’s The Way Of The World”, replicava prontamente l’impresa con il live “Gratitude” e di nuovo la sfiorava, fermandosi al secondo posto, con “Spirit”. Magico ma anche tragico, siccome proprio nel pieno delle registrazioni di quest’ultimo veniva a mancare prematuramente ─ quarantacinquenne, per un infarto ─ il produttore Charles Stepney, uno cui dobbiamo (fra il tanto resto) una mezza dozzina di album dei Rotary Connection e un paio di capolavori di Terry Callier. Per il maggiore degli White un’ispirazione e come un fratello più grande ed era insomma un rapporto, al di là dei tanti brani pure cofirmati da Stepney, che andava molto oltre quello che può essere normale fra un produttore e un musicista. Sapendolo in uno stato di salute precario Maurice aveva scritto per lui il brano di grandissimo pathos che intitola questo 33 giri fresco di ristampa su Speakers Corner e ne chiude la prima facciata. Non arriverà mai ad ascoltarlo. Dopo “Spirit” la qualità (il successo no, ancora a lungo) dei dischi del combo di Chicago declinerà, ma qui siamo ancora a un top di ispirazione, dal funky-pop di Getaway (a 45 giri faceva sfracelli) che inaugura prefigurando il Michael Jackson di “Thriller” all’elegante midtempo soul, con un profumo di jazz, Burnin’ Bush, che suggella. La languidissima Imagination e una Biyo strumentale e dall’attacco esplosivo a marcare i confini di un suono capace di spaziare dalla ballata sentimentale al ballabile secco, di evocare New Orleans nel mentre lancia ponti verso l’Africa. Rimasterizzazione impeccabile.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.390, agosto 2017. Maurice White ci lasciava cinque anni fa a oggi, settantaquattrenne.

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