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I migliori album del 2018 (5): Leon Bridges – Good Thing (Columbia)

Suono che vince si cambia? Tre anni fa “Coming Home”, esordio direttamente su major di questo allora ventiseienne texano, si piazzava alto nelle classifiche di mezzo mondo, ottavo in Gran Bretagna, sesto negli USA (dove era pure candidato ai Grammy, categoria “Best R&B Album”). Nulla da ridire: era una bellissima storia di riscatto per un giovanotto che, prima di scatenare un’asta fra case discografiche giusto postando due demo su Soundcloud, per guadagnarsi da vivere lavava piatti (qualche mese dopo si ritroverà a cantare per Barack Obama). Era anche un bell’album, ma più per la voce, le atmosfere, gli arrangiamenti che a livello di scrittura. In ogni caso, troppo appiattito su un suono revivalista fino al calligrafico, dritto da un luogo e un’epoca precisi: il Sud degli Stati Uniti, pieni anni ’60, in un momento compreso fra due uscite di scena diversamente ma al pari intempestive, quella di Sam Cooke, quella di Otis Redding. Vintage la strumentazione come le macchine usate per registrare, ma vintage persino l’abbigliamento del nostro uomo e, insomma, si rischiava la macchietta.  E allora sì, suono che vince si può cambiare ed è stata un’ottima idea. Pure commercialmente, visto che “Good Thing” ha già sorpassato il predecessore, debuttando al numero 3 nella graduatoria di “Billboard”, sessantamila copie vendute in una settimana e oggi come oggi è tanta roba.

Ma al lettore importerà di più che è artisticamente che surclassa “Coming Home”, restando a suo modo classico ma posizionandosi fra gli anni ’70 di Al Green e gli ’80/’90 di Prince, sfiorando la contemporaneità di D’Angelo o di un Pharrell Williams. Per farsene conquistare non dovrà andare più avanti della seconda traccia: Bad Bad News, favoloso funk con un grandioso inserto di chitarra jazz.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.400, luglio/agosto 2018.

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Have a funky Christmas

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Gorillaz – The Now Now (Parlophone)

Un bel gioco può durare molto, se gli ideatori hanno l’accortezza di variare gli schemi e concedere e concedersi delle pause. È il caso dei Gorillaz, un cartone animato disegnato da Jamie Hewlett (Tank Girl) e insieme un supergruppo capitanato da Damon Albarn dei Blur che così nel 2001, con l’omonimo esordio della band, si prendeva la prima vacanza dalla sua occupazione principale. Solo che era talmente clamoroso il successo di critica ma pure di vendite – sette milioni di copie a oggi, a livello globale – di quel disco, capace di fondere armoniosamente come nessuno prima indie rock e hip hop (ed elettronica, psichedelia, new wave, funk, jazz…), che approntare quattro anni dopo un seguito pareva quasi un obbligo. Al pari felice artisticamente, nel tempo “Demon Days” ha sopravanzato il predecessore di quell’altra milionata di copie. Andare avanti? Con calma.

E non più da supergruppo bensì come progetto solista di Albarn, che di volta in volta convoca ospiti sempre diversi: memorabilmente nel 2010 Lou Reed si prestava a un cameo nel terzo album e Mick Jones e Paul Simonon partecipavano al tour successivo. Solo tre in questo sesto, che segue piuttosto dappresso (un anno e due mesi) il quinto, “Humanz”, e ne pare un’estensione allo stesso modo in cui “The Fall” era sembrato un post-scriptum di “Plastic Beach”. Qui George Benson presta la sua chitarra jazz allo sbarazzino g-funk Humility e un redivivo Snoop Dogg e Jamie Principle qualche rima a una Hollywood fra Funkadelic e Kid Creole. È un lavoro assai gradevole – altri vertici in una Tranz ultravoxiana, in una Idaho aggrappata a un arpeggio velvettiano, nell’incrocio fra Liquid Liquid e Depeche Mode Lake Zurich, nel congedo radente la disco Souk Eye – per quanto la freschezza degli esordi cominci a latitare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.401, settembre 2018.

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Sharon Jones & The Dap-Kings – Soul Of A Woman (Daptone)

Da lungi non più praticante Aretha, se un’interprete nel secolo nuovo si è potuta fregiare del titolo di Lady Soul non vi è dubbio che sia stata Sharon Jones. Tocca sfortunatamente parlarne al passato, siccome la cantante georgiana ci ha lasciati un anno fa, sessantenne, stroncata da un tumore. Il suo settimo album (ottavo contando un’antologia di brani usciti come singoli e su raccolte di autori vari) vede la luce postumo, ma non è la solita speculazione a base di scarti e demo rimaneggiati troppo spesso tramata alle spalle di chi non c’è più e, soprattutto, dei suoi fan. D’altronde: la Daptone nasceva per pubblicare Sharon e quello fra lei e l’etichetta newyorkese è sempre stato un rapporto d’amore. Registrato in un 2016 nonostante tutto felicemente frenetico, fino al triste epilogo del 18 novembre, fra un ciclo di chemio e un tour trionfale, “Soul Of A Woman” esce tale e quale a come sarebbe stato se l’artefice avesse vinto la sua battaglia. Al netto della sostituzione di un brano con un altro o di un’aggiunta a un programma che consta di undici titoli. Era già completo, con una sua personalità marcata da una divisione alquanto netta (concepito come è, in ogni evidenza, pensando al formato del 33 giri) fra le due facciate.

Prevalentemente uptempo la prima, con l’irruento errebì Sail On!, l’accorato blues Just Give Me Your Time e la bossa Come And Be A Winner incorniciate fra lo shuffle funky Matter Of Time e una Rumors vivacemente Motown. Più raccolta la seconda, inaugurata da una Searching For A New Day mediana fra Marvin e Curtis e suggellata (un altro apice: una These Tears con orchestrazione alla Isaac Hayes) dal gospel Call On God. Cala per l’ultima volta il sipario, gli applausi scrosciano, ci si asciuga una lacrima.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.394, dicembre 2017.

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Non è più qui la festa: lo Sly Stone di “There’s A Riot Goin’ On”

Burn, baby, burn! Un’ombra di fumo sporca la bandiera americana in copertina. C’è una rivolta in corso, avverte il titolo, e la chitarra e il basso effettati dell’introduttiva Luv’n’Haight fungono da evidenziatore fosforescente. L’Estate dell’Amore, della cui numerosa figliolanza è parte anche la Famiglia di Sylvester Stewart, prima formazione multirazziale (neri, bianchi, latini) e sessualmente mista a calcare le scene sia del rock che del funk, è lontana quattro anni. Cioè due millenni. Il festival di Woodstock (tre giorni di pace-amore-musica-fango-sesso promiscuo-droghe di merda-grandi affari-speculazioni-monnezza), che ha visto in Sly e accoliti i mattatori massimi con Hendrix e Santana, dista due anni. Cioè quattro millenni. Mentre la rielezione plebiscitaria di Nixon incombe, i ghetti sono inquieti, la guerra del Vietnam è in uno dei suoi momenti peggiori. Anche la Famiglia non sta un cazzo bene.

Tanto che, si mormora, Sly (che di suo è messo assai male, strafatto e smarrito in deliri di megalomania e paranoia) in studio fa quasi tutto da solo. Bizzarramente, come con i Love disperati di “Forever Changes”, ne sortisce il capolavoro del gruppo. Livido nelle atmosfere ma non nei testi e con belli sprazzi di serenità comunque, come il megahit Family Affair (prima composizione pop a utilizzare una batteria elettronica), la wonderiana (& wonderful) Just Like A Baby, la caraibica Spaced Cowboy. Altrove il funk è duro come non mai (Brave & Strong) e politicamente esplicito (Thank You For Talkin’ To Me Africa). Ma il viaggio (seducenti incrostazioni lisergiche in Time), che in “Dance To The Music” e “Life” (entrambi 1968) e “Stand” (1969) era stato una policroma festa, è quasi finito. Per arrivare all’epilogo manca giusto che si squagli una delle più grandi sezioni ritmiche di sempre: il batterista Greg Errico lascia in quello stesso 1971, il bassista Larry Graham lo imita l’anno dopo. Manca che Sly, dopo un paio di più che dignitose uscite in proprio (“Fresh” del ’73, “Small Talk” del ’74), si arrenda definitivamente ai suoi demoni.

Pubblicato per la prima volta in Rock – 1000 dischi fondamentali, Giunti, 2012. Il prossimo 25 luglio sarò alla Trattoria Gallo Rosso di Filottrano (AN) per uno degli incontri musicali organizzati dallo chef Andrea Tantucci. Argomento della serata sarà proprio questo disco, che proverò a raccontare inquadrandolo tanto nella storia del principale artefice che in quella, più in generale, di black e popular music. Seguiranno ascolto ed eventuale dibattito. Va da sé, vista la location: si mangia e si beve. Posti limitati, prenotazione obbligatoria.

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Un Lenny Kravitz magari da recuperare

Sarà che era il disco che lo rendeva una megastar e per un certo pubblico in Italia il successo è il più imperdonabile dei peccati. Sarà che arrivava dopo un esordio già spettacolare (“Let Love Rule”, dell’89) e un indiscutibile capolavoro (“Mama Said”, del ’91). Fatto è che sin dall’uscita quello che fu il terzo album in studio di Lenny Kravitz, di cui viene adesso approntata per il ventennale una riedizione superallargata, è nella volgata comune quello che segnava il principio di un declino artistico subitaneo e rovinoso quanto l’ascesa mercantile era trionfale. Da lì a breve quel pubblico guarderà a Kravitz come a una macchietta e, va detto, con più di un’ottima ragione. Pressoché tutta la produzione successiva è indifendibile, in testa quel “5” che collezionava ori e platini.

Riascoltato dopo tantissimo, “Are You Gonna Go My Way” si appalesa invece assai meglio di quanto non fosse nel ricordo. Magari difettoso di quell’estro capace di riscattare i predecessori da ogni accusa di copia conforme, quando degli evidenti modelli – Sly Stone, Curtis Mayfield, Hendrix, Lennon – sono eccezionalmente abili nel mischiare i DNA, ma altrettanto sicuramente ancora generoso di canzoni brillanti. Tipo una traccia omonima e inaugurale che macina hard da paura, tipo il secco funk Come On And Love Me, o ancora un’ultrasentimentale Black Girl, o un’ultrapsych My Love. Ulteriore e positiva sorpresa è che il gruzzoletto di lati B recuperati per l’occasione sia di un livello medio che mai ti saresti atteso (svetta il blues in odore di… Barry White di For The First Time). Viceversa prescindibile un secondo disco di versioni acustiche, demo, inediti un po’ così.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.185, ottobre 2013. Lenny Kravitz compie oggi cinquantatré anni.

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Childish Gambino – Awaken, My Love! (Glassnote)

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Andando avanti di questo passo, e siccome il cielo pare essere il suo unico limite, c’è da attendersi che nel prossimo disco il nostro uomo in luogo che affidarli al fido Ludwig Göransson suoni più o meno tutti gli strumenti da solo, trasformandosi così definitivamente nel nuovo Prince. Probabile che stia già prendendo lezioni di questo e quello. Per intanto i recensori più entusiasti di “Awaken, My Love!” azzardano che sia il nuovo D’Angelo. Esagerano, ma nemmeno tanto. È stupefacente la crescita che sta inscenando nella sua seconda vita artistica, parallela a quella attorale che lo ha reso uno dei volti più noti della TV e poi del cinema USA, Donald Glover. Si poteva all’inizio pensare che quello del rapper fosse un hobby, ma uscita dopo uscita Childish Gambino – pseudonimo ricavato da un Wu Tang Name Generator! – si è mostrato sempre più professionale, ispirato, credibile. E in questo che è il terzo album “vero” (ma prima del debutto per così dire ufficiale ne aveva confezionati tre preparatori e ci sarebbero poi diversi mixtape) – sorpresa! – nemmeno rappa. Canta invece. Piuttosto bene.

Lo dà già a intendere la bella copertina afrotribale: altra roba qui rispetto all’hip hop cinematografico mischiato a un mellifluo errebì con cui aveva finora occupato la ribalta. La cavalcata ossianica di Me And Your Mama stabilisce il tono e il fenomenale gospel-funk, da far verde di invidia Lenny Kravitz, Have Some Love e una Boogieman super-Parliament lo rifiniscono. A proposito di George Clinton: figura come co-autore dell’esplosiva Riot ed è un vidimare il timbro funkadelico impresso su tutto “Awaken, My Love!”. Non ancora un capolavoro ma (ascoltate la bluesata ballata sentimentale Baby Boy) una “prova tecnica di”. Continuando così, il prossimo disco lo sarà.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.383, gennaio 2017.

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