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Fantastic Negrito: l’artista che visse due volte

Scopriremo a mesi se la sua collezione di Grammy si arricchirà del quarto. Per intanto, se è dell’uomo nato Xavier Amin Dphrepaulezz che si parla a contarne le vite lo diremmo nel pieno della quinta. Fosse un gatto, gliene avanzerebbero comunque quattro.

Il ragazzo che volle farsi Principe

Siccome con l’alias che gli ha regalato la fama esordiva nel 2014, con un mini, e non dava alle stampe il primo album che nel 2016, ci viene naturale pensare a Fantastic Negrito come a un giovincello, quando il prossimo 20 gennaio spegnerà cinquantacinque candeline. Giusto una settimana prima di Tricky, che collaborando a Blue Lines inscriveva per la prima volta il suo nome nel Grande Libro della Popular Music trentun anni fa, e di Mike Patton, che nel 1991 da un pezzo era una rockstar. Del Nostro, Wikipedia certifica che nasceva nel Massachusetts, ottavo di quindici figli. Altre fonti lo confermano ottavo ma di quattordici e ci informano che il padre, musulmano di stretta osservanza di origini somale, era già sessantatreenne quando Xavier vedeva la luce. Sia come sia: la famigliona si trasferiva a Oakland nel 1979 e da lì a breve l’appena dodicenne lasciava la scuola per la strada. Sottratto alla patria potestà dagli assistenti sociali passava da un affido all’altro e a fargli scampare il riformatorio erano una donna di nome Rose dal gran cuore e dal destino prematuramente segnato (morirà di cancro; è dedicata a lei She Don’t Cry No More, bonus in un’edizione Deluxe datata 2017 del Fantastic Negrito EP) e una fortuna sfacciata. Manco un arresto, nonostante lo spaccio di erba fosse la sua principale fonte di introiti, seguita per arrotondare dai furti in appartamento. Fintanto che un componente di un’altra gang non gli punterà una pistola in faccia per rapinarlo. E allora ciao Oakland.

Frequentando la piccola scena punk locale, assistendo allo sboccio dell’hip hop, si era nel frattempo innamorato della musica. A imprimere una svolta decisiva alla sua traiettoria esistenziale era in ogni caso altro, un album del 1980 ascoltato in differita. Titolo: Dirty Mind. Autore: Prince. Apprendendo sbalordito che costui aveva fatto tutto da sé, e da autodidatta, e che era il pianoforte il primo strumento su cui aveva messo le mani, decideva che ne avrebbe seguito l’esempio.

Prosegue per altre 17.147 battute qui.

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Il rapper Joe Tex

Nei lontani anni ’50, un’era che probabilmente a molti dei giovani acquirenti di dischi odierni pare remota come il Medio Evo, l’uomo conosciuto come il boss del blues era Big Joe Turner, un urlatore che trasmetteva un’eccitazione contagiosa ed ebbe una hit dopo l’altra con brani come Shake Rattle & Roll, Flip Flop & Fly e Corrine Corrina. Qualche tempo dopo il grande Ray Charles si affacciò alla ribalta, si prese il titolo e lo conservò a lungo, con classici quali I Got A Woman, What’d I Say, I Love Her So e tanti altri, troppo numerosi per elencarli qui e tutti scritti da lui stesso. Nei primi ’60 fu il turno del compianto Sam Cooke di diventare il boss, sbaragliando la concorrenza con canzoni come Chain Gang, Good News, Shake e Twistin’ The Night Away. Oggi che abbiamo superato metà decennio c’è un nuovo boss. Si chiama Joe Tex e si sta dimostrando degno degli illustri predecessori.

Scriveva così tal Bob Rolontz nelle note di copertina di quello che fu il secondo LP vero (non contando una raccolta frettolosamente assemblata dalla Checker per cavalcare l’onda) dell’uomo noto all’anagrafe della cittadina texana (Rogers) dove era nato l’8 agosto 1933 come Joseph Arrington Jr. e al resto del mondo come Joe Tex. Oggi, che sono passati da allora a momenti quattro decenni, per il curioso effetto prospettico dato dall’avere la musica “giovane” superato il mezzo secolo il 1966 ci pare più vicino di quanto non sembrasse il ’54 agli ascoltatori che portarono al secondo posto della graduatoria R&B, e al quinto di quella pop, Hold What You’ve Got, la canzone che aveva battezzato l’album prima di “The New Boss”, il debutto vero per il nostro uomo. Ma il suo nome è probabilmente meno familiare all’appassionato medio di quanto non fosse nel ’66 quello di Joe Turner, che del resto faceva ancora dischi, sebbene con successo calante, e avrebbe continuato a farne fino a un attimo prima di morire, settantaquattrenne nel 1985. Fosse vivo, Joe Tex settantaquattro anni non li avrebbe e al prossimo 13 agosto saranno ventidue dacché è scomparso. Fosse vivo, mi piace pensare, avrebbe entusiasmato i vecchi fans come le nuove generazioni con ritorni di fiamma prepotenti come quelli di un Solomon Burke o un Al Green. Invece se n’è andato troppo presto e in miseria, depredato dal fisco di ogni avere, lui che economicamente aveva sempre saputo gestirsi con una sapienza sconosciuta a quasi tutti gli altri passeggeri del treno del soul, lui che aveva avuto la fortuna rarissima di vedere coincidere le figure del discografico e del suo migliore amico. Un bianco, sapete? Invece se n’è andato troppo presto, lui che era stato soprannominato The Rapper, proprio mentre l’hip hop si faceva grande. E contrariamente a quel James Brown da cui molto fu imitato, e che molto a sua volta imitò, la nuova musica nera l’ha poco considerato, non riservandogli che di rado quell’omaggio definitivo che è il campionamento e dire che la materia prima sarebbe abbondantissima. Prima o poi la ricca vena aurifera verrà scoperta. Prima o poi succederà qualcosa e Joe Tex tornerà a essere considerato un colosso e non, al più, un simpatico minore. Mi piace pensarla così e offro il mio obolo.

Prosegue per altre 7.029 battute su Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.73, giugno 2004. Ricorre oggi il quarantesimo anniversario della scomparsa di Joe Tex. Non aveva che quarantasette anni.

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L’età aurea di Stevie Wonder

Non vi era alcuna ragione perché questo mese Scritti nell’Anima si occupasse di Stevland Judkins, ovvero Stevie Wonder. Non è uscito un nuovo album (l’ultimo in studio, “Conversation Peace”, è del ’95 e brutto quanto basta a non far bramare un successore), non è stato confezionato un cofanetto a riepilogo di una carriera comunque eccezionale (già fatto, nel ’99), non ha festeggiato un compleanno di quelli adatti alle celebrazioni (i suoi anni saranno cinquantaquattro il 13 maggio). Né c’erano altri anniversari in vista, siccome la scorsa estate mi sono fatto scappare l’occasione di cogliere a pretesto di un’apologia il trentennale dell’incidente automobilistico (no, simpaticoni: non guidava lui) che nella vicenda umana e artistica del Nostro segna uno spartiacque non dissimile da quello marcato per Dylan dalla caduta in moto del ’66. Non vi era alcuna ragione, se non che improvvisamente mi sono reso conto che dal settembre 2000 firmo una rubrica di musica nera e in tutto questo tempo (tolte casuali citazioni) non ho speso una parola per uno degli uomini che più hanno contribuito a formarne il canone. Mi è parso bizzarro. E poi, semplicemente, mi aveva colto la voglia di riascoltare lo Stevie Wonder già negli scaffali e mi urgeva una scusa per cacciare soldi per il mancante. A questo sono ridotto dopo due decenni di esercizio della professione di critico: per togliermi lo sfizio di metter su qualcosa per piacer mio e non per scriverne mi tocca… scriverne. Inventarmi un articolo. E chi poteva prevederlo? Ma non mi lamento, non potrei mentre il tredicenne Little Stevie invita il pubblico ad accompagnare battendo le mani Fingertips e mi viene da fare lo stesso, i piedi che partono come dotati di volontà loro, il primo sorriso che mi si affaccia sulle labbra dopo giorni quando non avrei proprio un cazzo da ridere, ma manco uno piccino così.

Non è però sullo Stevie Wonder enfant prodige del mendacemente titolato (visto che è del ’63) “12 Year Genius” che voglio diffondermi, non sulla stella bambina che collezionò numeri uno R&B e anche pop per tutti i ’60. Non che non fosse bravo, perbacco se lo era, però una puntata a Ray Charles l’ho già dedicata e insomma ci siamo capiti. Lo Stevie Wonder che mi interessa può essere raccontato dal giorno in cui compie ventun anni e quindi, per il sistema legale statunitense dell’epoca, diventa adulto. Non è particolare da poco: il passaggio alla maggiore età invalida i contratti e libera il soggetto da qualunque impegno assunto da minorenne. Chissà se ce l’ha presente Berry Gordy, padre padrone della Motown, quel giorno di maggio del 1971 in cui è anfitrione alla festa organizzata a Detroit per colui che è ancora il più giovane dei suoi talenti. Probabilmente non ci pensa. Che sia uno squalo, e dai denti affilatissimi, è fuori discussione, ma per il ragazzo prova un affetto genuino e, nei limiti della conduzione di una casa che è fabbrica di successi (l’accento va posto su “fabbrica” quanto su “successi”), lo ha sempre trattato bene. Little Stevie è uno di famiglia e in famiglia Gordy ha già chi ─ il cognato Marvin Gaye ─ lo sta stressando con smanie di indipendenza. Il giorno dopo torna a Los Angeles e in ufficio trova la lettera di un avvocato che lo informa di rappresentare l’ex-fanciullo e che costui intende ridiscutere gli accordi e ritiene di avanzare congrui crediti. Allibito alza il telefono. Risponde la moglie di Stevie, Syreeta Wright, già segretaria presso la Motown, e cade dalle nuvole. No che non sa niente della faccenda; sì, dev’essere un equivoco; Stevie è uscito ma appena torna ti chiama. Gordy aspetterà quella telefonata sei mesi. Ha trovato un pesce che intende mangiare, non essere mangiato, nemesi che deve parergli un incubo a occhi aperti.

Prosegue per altre 7.007 battute su Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.68, gennaio 2004. Il 6 agosto 1973 Stevie Wonder restava coinvolto un incidente stradale le cui conseguenze per qualche giorno facevano temere per la sua vita.

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Black President ─ Fela Kuti e la rivoluzione afrobeat

Alcuni anni fa (Lui era appena scomparso; ma vive: oh, se vive) mi trovai a dovermi occupare, per una nota enciclopedia rock, della redazione della scheda di Fela Kuti, con annessa dettagliata discografia. Ricordo quei giorni (perché ci misi giorni), trascorsi per la massima parte alle prese con l’impossibile missione di fare ordine (con poche e discordanti fonti a disposizione) in una produzione che per due buoni decenni fu torrenziale, come un incubo dal quale emersi con una lista di una sessantina di titoli e la consolatoria convinzione che, per quanti errori potessi avere commesso, nessuno sarebbe mai stato in grado di contestarmeli. Un incubo, ma un incubo pieno di felicità, siccome mentre smoccolavo come un portuale toscano fra fotocopie di sacri testi e ricerche in Internet la colonna sonora era quella che potete immaginare: paccate di album del nostro eroe prestatimi da un amico assai fornito (e subito registrati) e un tot di sapida robina che avevo già in casa. Felicità rinnovatasi più volte da allora e in particolare nelle ultime settimane, visto che il Black President è stato oggetto post mortem di un esteso programma di ristampe che ha raggiunto l’acme sul finire del 2002: l’ultima emissione Barclay/Universal ha portato a venticinque il totale dei titoli di Fela disponibili oggi in quel catalogo (e tanto ancora è reperibile presso altre case) e diversi di essi radunano due LP su un solo compact o regalano inediti sempre di vaglia. In nessun caso un problema il minutaggio, visto che il brano medio di Fela era molto lungo e il 33 giri standard molto corto e talvolta la stessa canzone ne occupava entrambe le facciate.

L’ho già scritto su queste stesse colonne un paio di mesi or sono, recensendo “Red Hot + Riot”, raccolta a scopo benefico in cui grandi del nu-soul, dell’hip hop, del jazz si sono misurati con il catalogo del defunto musicista nigeriano: l’afrobeat è più attuale che mai, campionato in mille e uno dischi di elettronica, citato a pie’ sospinto dalla nazione rap, propagandato con cognizione ed entusiamo da gente come Damon Albarn, fra l’altro ospite nell’ultimo e ottimo album di Tony Allen, che della musica di Fela Kuti fu a lungo il formidabile motore ritmico. Più attuale che mai è soprattutto la sua attitudine al cortocircuito culturale, al meticciato spinto, al transito continuo e bidirezionale di suggestioni sull’asse Africa-America e non solo. Oggi che la Nigeria, gigante di un centinaio di milioni di abitanti che potrebbe essere uno dei paesi più ricchi del mondo e invece no, è agli onori delle cronache giusto per la follia fondamentalista che ne tiene ostaggio vaste regioni è poi particolarmente importante ricordare il contributo alla musica del XX secolo dato da un suo figlio controverso ma complessivamente da ammirare, ammirare, ammirare. Oltretutto: genitore di un rampollo, Femi, che se ne sta dimostrando degno erede.

Fela nasce il 15 ottobre 1938 ad Abeokuta da una famiglia dell’aristocrazia yoruba distintasi sia per meriti musicali che nella lotta al colonialismo. All’attivo del nonno, il Reverendo JJ Ransome-Kuti, almeno ventidue 78 giri pubblicati nei tardi anni ’20 per la Zonophone. Il padre (anch’esso pastore protestante) Israel Oludotun è un eccellente pianista e il preside di una scuola che conterà fra i suoi allievi il premio Nobel Wole Soyinka. Fervente nazionalista, sarà fra le figure di spicco della campagna per l’indipendenza dal giogo britannico e con lui la moglie Funmilayo, straordinaria figura di femminista, fondatrice della Nigerian Women’s Union. Pure lei innamorata della musica e tuttavia è per studiare medicina che i due spediscono a Londra nel 1958 il figliolo prediletto.

Prosegue per altre 7.733 battute su Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.517, 21 gennaio 2003. Fela Kuti moriva venticinque anni fa a oggi, cinquantottenne.

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Da “Gris-Gris” a “Gumbo” – Una breve indagine su Dr. John, The Night Tripper

Stroncato da un infarto Dr. John, al secolo Malcolm John Rebennack Jr, ci lasciava il 6 giugno 2019. Anziano ma non troppo, settantasettenne, e in ogni caso e per quanto fosse “pulito” da trent’anni un miracolo sia arrivato alla terza età uno che si trascinò un serio problema di dipendenza dall’eroina per quasi altrettanto tempo e dunque dacché era appena un ragazzo. Problema che in gioventù gli costò un paio di anni nelle patrie galere, quando già nella “sua” New Orleans era uno dei nomi di spicco della scena cittadina. Però: è morto da vivo, che visto che tutti dobbiamo andarcene è il miglior modo per farlo. Fulgida seconda giovinezza, il suo XXI secolo è stato scandito da una marea di dischi e fra essi alcuni dei migliori di una vicenda principiata nel 1959 con la hit locale Storm Warning: si segnalano nel folto novero splendide raccolte tributo a Duke Ellington, Johnny Mercer e Louis Armstrong e poi “N’Awlinz: Dis Dat Or D’Udda”, diviso fra standard e composizioni autografe, e soprattutto “Locked Down”. AD 2012. L’ultimo capolavoro, strepitoso nel riassumere un suono e una carriera, perfetta chiusura di cerchio rispetto agli album di cui state per leggere. Dopo di che ci sarà tempo per un Ultimo Valzer, “The Musical Mojo of Dr. John: Celebrating Mac and His Music” (registrato nel 2014, pubblicato nel 2016), per chi all’Ultimo Valzer originale, quello di The Band, aveva partecipato con una memorabile Such A Night.

All’esordio a 33 giri “Gris-Gris” Dr.John (The Night Tripper, aggiunge l’oscura e un po’ inquietante copertina) approda dopo lunga e tumultuosa gavetta dalla quale si potrebbe trarre un film se non una serie TV. Appassionatosi inevitabilmente alla musica, essendo il padre un patito di jazz proprietario di un emporio in cui vende anche dischi e avendo fratelli, cugini, zii e zie che si dilettano a suonare, ha scelto come strumento la chitarra ma ha dovuto ripiegare prima sul basso e poi sul pianoforte dopo che in una rissa scoppiata in un club in cui stava esibendosi qualcuno ha estratto una pistola, ferendolo all’anulare della sinistra. È il 1960 e il giovanotto oltre al piccolo successo summenzionato ha già in cv un altro brano (Lights Out) che ha scalato le classifiche regionali sebbene nell’interpretazione del rocker Jerry Byrne, la militanza in diverse band, un impiego da produttore alla Ace ottenuto quando ancora frequentava un liceo gestito da gesuiti che, venuti a sapere che un allievo frequentava locali malfamati e, non bastasse, una cerchia di amicizie in massima parte di colore, procedevano tosto a espellerlo. Ignorando, gli ingenui, che già integrava i guadagni da musicista gestendo, nella più gloriosa tradizione dei bassifondi di Crescent City, un bordello e trafficando in sostanze stupefacenti. Ne era viceversa a conoscenza la polizia, scattavano le manette e al rilascio dal carcere nel 1965 il giovanotto scopriva che del sottobosco di bar che gli aveva in precedenza dato in vari modi da vivere il comune aveva nel frattempo fatto piazza pulita. Si trasferiva a Los Angeles e in breve diveniva uno dei turnisti più ricercati (dei suoi servigi usufruivano da Sonny & Cher a Frank Zappa passando per i Canned Heat) nella Mecca dell’industria discografica USA. Nell’ordine delle cose che qualcuno gli offrisse un contratto da solista ed era la ATCO, per cui vedranno la luce tutti gli album qui affrontati. “Gris-Gris”, allora. Originalissimo ─ inaudito, addirittura ─ persino in un anno, il 1968, che in opere originalissime e inaudite non lesinò. Ovvero: il rhythm’n’blues di New Orleans approcciato con uno spirito che trascende la psichedelia facendosi rito vudù. Sciamanico e licantropo, dal bluesaccio, Gris-Gris Gumbo Ya Ya, che lo inaugura beefheartiano e con un uso dell’eco che strabiliantemente anticipa tecniche che saranno del dub, a una I Walk On Guilded Splinters in cui già abita Tom Waits e non il cantore confidenziale di notti in night e hotel di infimo ordine della prima, romantica parte di carriera bensì quello che con “Swordfishtrombones” ─ mancano quindici anni! ─ svolterà astratto, spigoloso, mercuriale. Debutto pazzesco, che indifferentemente mette in fila una Danse Kalinda Ba Doom profumata di Africa e Mediterraneo e una Mama Roux da Little Feat (che ancora non esistono) sversi, che al weird folk di Croker Courtbullion fa andar dietro il festoso errebì Jump Sturdy. Il successivo di un anno “Babylon” lascerebbe altrettanto a bocca aperta, sin dal talking-free jazz della traccia iniziale e omonima, se solo non dovesse fare i conti con cotanto predecessore. Ma nella sua follia c’è molto metodo e ne è parte il percorrere sentieri nuovi, si tratti di un’ipotesi di Sly & The Family Experience chiamata Black Widow Spider o di una zappiana non soltanto nel titolo The Lonesome Guitar Strangler, che procede a strappi fra Nord Africa e India prima di citare inopinatamente i Cream e precipitare Henry Mancini in un trip lisergico. In mezzo, tanto soul, del gospel pagano e un country-funk, The Patriotic Flag Waver, con coro di voci bianche e alla fine insertino di America The Beautiful. Da non crederci e ci sta che nel 1970 “Remedies” segni un po’ il passo e tuttavia i minacciosi 17’35” del suggello Angola Anthem bastano a giustificarne l’acquisto. Si torna in quota già prima che l’anno finisca con “The Sun, Moon & Herbs”, magico ma stavolta è per lo più magia bianca, benevola, fra parate da marching band e pigri rhythm’n’blues, almeno fino al caotico finale di Pots On Flyo… e a una Zu Zu Mamou che è ellingtoniana prima di farsi letargica e orrorosa. Il terreno è pronto per “Gumbo”, del 1972 e per la giurisprudenza “il” disco di Dr. John da avere. Qui si concorda, ma a patto che a questa collezione spumeggiante e solare di classici di Crescent City, omaggio del Nostro, che firma giusto un pezzo su dodici, al magistero blues e proto-rock’n’roll di Professor Longhair, si aggiunga “Gris-Gris”.

Fuori catalogo da tempo immemore “Remedies”, il vinilomane di “Gris-Gris” e “The Sun, Moon & Herbs” ha a disposizione stampe Speakers Corner del 2018 e 2020. Di “Babylon” è fresca una riedizione su Music On Vinyl, stesso marchio che si appresta a riportare nei negozi “Gumbo” in una tiratura color turchese limitata a 1.500 copie.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.420, maggio/giugno 2020. Dr. John ci lasciava tre anni fa.

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Johnnie (B. Goode) Taylor

Ho scrutato a lungo le foto che contornano un esemplare profluvio di dati, note, aneddoti, testimonianze nel libretto a corredo di “Lifetime”, triplo CD che qualche mese fa ha documentato, a poco meno di un anno dalla prematura scomparsa, l’ultraquarantennale e splendida vicenda artistica di Johnnie Taylor. “Chi mi ricorda?”, mi chiedevo. Alla fine ci sono arrivato: Richard Pryor. E tutto è andato improvvisamente a posto, assieme al ricordo di quando per la prima volta ascoltai un brano di costui (Taylor, intendo), fatto però da altri: provvidero i Blues Brothers, scorciatoia per tanti verso l’immenso continente afroamericano, con la loro versione di Who’s Making Love. Orgasmo di funk terrigno con vertici di piacere nelle sventagliate fiatistiche che lo punteggiano. Lettura rispettosa al limite del calligrafismo ma bella e gustosa (vi aleggia lo stesso spirito ribaldo del modello) e non inutile, dacché (come tutto il repertorio dei fratelloni) propedeutica.  Per molti ma non per tutti e ─ lo confesso chinando il capo, vergognoso ─ certamente non per me.  Attesi un sacco di anni, direi sette o otto, prima di andare a toccare con orecchio l’originale, frenato dalla consapevolezza che si trattava dello stesso Johnnie Taylor di Disco Lady. Come dire un paria per ogni bravo ragazzo bianco cresciuto musicalmente a pane e punk e che la disco poteva tollerarla al massimo declinata dalla banda Strummer/Jones in The Magnificent Seven, in Ivan Meets G.I. Joe, in Radio Clash (sfuggiva il fatto che quest’ultima fosse stata scippata agli Chic ─ via Queen per di più). Oggi che gli “anta” si avvicinano con una fretta che mi pare indecente e che da tempo immemorabile non suono la air guitar (mai ma proprio mai), mentre invece mi sorprendo a fare mossette da Tony Manero (demenza senile? di già?), ammetto pubblicamente di avere comprato il cofanetto soprattutto per avere Disco Lady. Che cazzo! La terza più memorabile linea di basso a memoria d’uomo, essendo la seconda quella della già citata Radio Clash (facciamo finta che…) e la prima quella di, ahem, Staying Alive dei Bee Gees. Ho goduto come un maiale alle prese con un nuovo truogolo facendomi avvolgere dall’orchestrazione di archi e ottoni, di pura marca Parliament, e dalla batteria sui piatti. Offro in cambio tutto il noise e come mancia la now wave, se necessario.

Ma tornando a Richard Pryor: gran peccato che sia così malandato in salute. Somiglianza a parte, sarebbe stato perfetto per interpretare un film sulla vita di un fantastico cialtrone come Johnnie Taylor. Uno che arrivò al successo facendo ─ state bene a sentire ─ finta di essere un altro. Uno che conosceva letteralmente a memoria la Bibbia (e in quali superbi sermoni sapeva prodursi nella sua qualità di pastore, riferiscono taluni che ebbero modo di assistervi) e che finì in galera per avere investito una ragazza mentre preda dei fumi di una marijuana troooppo buona. Uno che girava con in tasca un rotolo di un centinaio di biglietti da cento dollari, così, tanto per ricordare all’interlocutore eventualmente poco rispettoso chi è che ce l’aveva fatta e chi no. Uno che diceva di essere quattro anni più giovane della sua età. Uno (questa è quella che mi fa ridere di più) che, dopo essere entrato in confidenza, si rivolgeva a tutti gli uomini chiamandoli indistintamente Pete.

Mi imbarazza un po’ scriverlo (lo scrivo di tutti in queste due paginette, ogni mese, ma che posso farci? è vero): fu frequentando la chiesa a West Memphis, Arkansas, dove provvide ad allevarlo un’amatissima nonna, che il bambinello Johnnie si innamorò della musica. Una cosa gli fu subito chiara: meglio cantare che rompersi la schiena nei campi come il resto della famiglia, raccogliendo cotone. Nel 1944, decenne, lo troviamo a Kansas City e poco dopo in un gruppo gospel, i Melody Makers. Nei primi anni ’50 capitò loro di aprire alcuni concerti dei Soul Stirrers già divi, nella cui formazione era entrato da poco Sam Cooke. Lui e Taylor strinsero un’amicizia cui solo la pallottola che stroncherà la vita dell’uomo di A Change Is Gonna Come porrà fine.

Prosegue per altre 6.346 battute su Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.38/39, luglio/agosto 2001. Ricorre oggi il ventiduesimo anniversario della scomparsa dell’artista.

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Giù al fiume con Syl Johnson

Che la mia pelle sia scura/non fa che aggiungere colore alle mie lacrime/…/E mi tocca nell’animo,/rievocando memorie passate,/chiedermi perché i miei sogni non si siano mai realizzati./Qualcuno mi dice cosa posso e non posso fare,/qualcosa mi frena./È perché sono nero?” (Is It Because I’m Black?)

In “The W”, l’ultimo ─ sorprendente per quanto è eccelso, quando dai Padrini newyorkesi nessuno si attendeva più nulla ─ album del Wu-Tang Clan, ci sono due momenti straordinariamente emozionanti, e non si tratta solo dell’emozione un po’ artefatta che viene, a chi sa di musica, dal riconoscere una citazione e dal ricontestualizzare in base a essa quanto ha ascoltato fino a quel momento, tracciando collegamenti, leggendo fra le righe, individuando discorsi dentro discorsi. No! È l’emozione genuina del brivido che corre sulla schiena e arriva al cuore prima che alla testa e lì si sofferma. Quando l’artista ti parla e siete soli, tu e lui, e per un attimo soltanto questo conta. Due momenti, dicevo. Uno si ha all’altezza della nona traccia, I Can’t Go To Sleep, quando dalle casse scende una slavina di archi che mozza il fiato come forse nessun’altra nel libro d’oro del soul: è quella su cui scorre Walk On By di Burt Bacharach, versione espansa e immane di Isaac Hayes, dall’epocale “Hot Buttered Soul”. Quando arriva la voce dello stesso Hayes, convocato per presenziare all’omaggio e apporvi il suo suggello benedicente, è quasi troppo. Uno di quegli istanti d’estasi che valgono il tormento di troppi dischi brutti ascoltati per senso del dovere. E l’altro?

Terzo brano. Una deflagrazione. Ritmo reggato che per un attimo mette fuori strada. Un vocalizzo struggente. E poi ecco il campionamento su cui gira tutto, inconfondibile. Una voce amatissima, una canzone simbolo per come ha saputo riassumere, in quella di un individuo, la vicenda di un popolo strappato alla sua terra, ridotto in schiavitù e poi in essa di fatto mantenuto dalle catene del pregiudizio. Per l’ennesima volta, il grido di Is It Because I’m Black? di Syl Johnson risuona e ci fa vergognare di essere bianchi.

1992. Per l’anagrafe è Christopher MacFarlane ma è assai più noto con uno pseudonimo: Macka B. È uno dei leoni della dancehall inglese. Sei anni prima, con la regia di quel Lee Perry britannico che è Neil Fraser, aka Mad Professor, ha dato alle stampe un piccolo capolavoro chiamato “Sign Of The Times”. Si supera adesso con “Jamaica, No Problem??”, album in cui risaltano il suo istinto melodico da killer e la padronanza assoluta delle tecniche del dub del Professore. Grandi i suoni, grandi le canzoni. Sul gradino più alto del podio salgono il duetto con Carroll Thompson di Where Is The Love (un classico, definitivamente) e Something Nuh Right, che gli va subito dietro. Gioco fra tirata polemica e riflessione dolente scatenato dall’assoluzione di William Kennedy ─ ricco e bianco e potente ─ da un’accusa di violenza carnale e dalla contemporanea condanna di Mike Tyson ─ ricco e nero e scomodo ─ per la medesima imputazione. Fra una cantilena ragga e la citazione estesa, affidata alla splendida voce di Earl Sixteen, di Is It Because I’m Black?.

Risalgo più indietro nel tempo, a un anno imprecisato nei ’70 giamaicani (quando si tratta di cronologia spicciola, anche l’autorevolissima Rough Guide To Reggae di Steve Barrow e Peter Dalton deve talvolta arrendersi all’impossibilità di ricostruire nei dettagli una storia su cui troppo poco è stato scritto finora). Si chiama Ken Boothe ed è il Sam Cooke della battuta in levare. Seriche corde vocali, fraseggio di eleganza somma e sentimento che avvince oltre ogni dire. Ascoltatelo ─ in una raccolta Trojan, “Eighteen Classic Songs”, che per quanto mi riguarda è uno dei tre dischi reggae da avere (Marley escluso) volendone avere tre (essendo gli altri due “Liberation” di Bunny Wailer e “Time Boom X De Devil Dead” di Lee Perry) ─ alle prese con You Send Me. Vale l’interpretazione originale di Cooke. E, sempre lì, sentite come attorciglia su un cantato tremulo ma intimamente forte il dramma di Is It Because I’m Black?. La lettura più memorabile dopo l’insuperabile prima.

Ci sono arrivato infine, a Syl Johnson, l’oggetto del sesto di questi miei esercizi devozionali mensili, e so che molti di voi avranno detto “Syl chi?”. Ma rasserenatevi: non è mai tardi per rifarsi una vita degna di essere vissuta.

Prosegue per altre 6.147 battute su Super Bad! – Storie di soul, blues, jazz e hip hop. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.33, febbraio 2001. Syl Johnson ci ha lasciato tre mesi fa a oggi, lo scorso 6 febbraio. Aveva ottantacinque anni.

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I migliori album del 2021 (6): Jon Batiste – We Are (Verve)

Basti dire quanto segue per dare un’idea del formidabile eclettismo di questo trentaquattrenne tastierista, cantante e compositore che qualunque orecchio un minimo educato identificherà subito, senza bisogno di indagarne la biografia, come un figlio di New Orleans: che da alcuni anni è il direttore musicale del popolare programma della CBS “The Late Show with Stephen Colbert”; che nel 2018 è andato al numero 2 della classifica jazz di “Billboard” con il debutto su Verve (lo avevano preceduto cinque lavori per varie altre etichette) “Hollywood Africans” (produzione firmata da  T-Bone Burnett) e la versione ivi contenuta del traditional Saint James Infirmary gli guadagnava una candidatura ai Grammy Awards nella categoria “Best American Roots Performance”; che la collaborazione del 2020 con il chitarrista Cory Wong “Meditations” gliene ha procurata un’altra come “Best New Age Album”; e che è attualmente in corsa per l’Oscar come migliore colonna sonora (il vincitore sarà proclamato il 25 aprile) con il suo “Music From And Inspired By Soul”. A chiarire lo spirito che anima “We Are” provvedono invece la dedica in copertina “ai sognatori, veggenti, cantastorie e portatori di verità che rifiutano di farci precipitare nella follia” e la bellissima, omonima traccia che lo inaugura, pezzo da marching band adattato all’era dell’hip hop scritto in onore del movimento Black Lives Matter e che di esso è divenuto una sorta di inno.

Restano purtroppo poche righe per annotare che in trentotto minuti favolosamente densi si fa gioiosa quanto magistrale sinossi di un secolo di musica nera, dal jazz al rap via gospel, boogie woogie, soul, rhythm’n’blues e funk. Per quel che conta: pure l’incisione è superba.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.430, aprile 2021.

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I migliori album del 2021 (7): Aaron Frazer ─ Introducing… (Dead Oceans)

Chissà se per questo giovanotto di Baltimora ma residente a Brooklyn “Introducing…” segnerà una cesura con un passato prossimo da batterista, seconda voce e autore o co-autore della quasi totalità del repertorio con Durand Jones & The Indications: formazione con all’attivo due album, uno omonimo nel 2016 e il seguito del 2019 “American Love Call”, fra le più prepotentemente in ascesa nella rigogliosa scena retro soul. Scappatella o inizio di una carriera solistica che potrebbe di riflesso porre fine a quella degli ex-soci? Per intanto si può annotare che per il debutto in proprio, che esce per la medesima etichetta che ha griffato le avventure di gruppo, Aaron Frazer ha fatto le cose in grande. Eleggendo a produttore, benché non digiuno lui stesso di esperienza in materia, lo scafatissimo Dan Auerbach (Black Keys), che a sua volta ha convocato in studio, a Nashville, una bene assortita squadra di giovani (giro Daptone) e vecchi (membri dei mitici Memphis Boys) leoni.

Lo dirà il tempo. Per intanto, pubblicato l’8 gennaio, “Introducing…” già si candida alle playlist di fine anno e, chissà, alle classifiche, giacché le affinità con la compianta Amy Winehouse sono tante e i potenziali singoli diversi. Falsetto fatato alla Smokey Robinson, Frazer cala subito un asso pigliatutto con la romantica You Don’ Wanna Be My Baby e fino alla conclusiva Leanin’ On Your Everlasting Love, in scia al Sam Cooke di Bring It On Home To Me, non sbaglia un colpo. Fra funky melliflui e pagine scelte dal manuale Motown, echeggiando Marvin Gaye come Curtis Mayfield o Jackie Wilson ma mantenendo sempre una sua peculiarità.  Una sua autorialità, potremmo dire, che fa scansare il mero esercizio di bella calligrafia a canzoni che sanno di vita vera, di “qui e ora”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.429, marzo 2021.

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Daniel Lanois – Heavy Sun (eOne)

Canadese con New Orleans nel cuore, Daniel Lanois da sempre deriva la più parte di redditi e fama dall’essere innanzitutto produttore. D’altra parte: non aveva che diciannove anni quando nel 1970 assemblava nella lavanderia materna (ad Hamilton, Ontario) uno studio di incisione dove cominciava a registrare band locali. Il suo cv era arrivato ad annoverare una quindicina di lavori quando nell’83 Brian Eno lo prendeva sotto la sua ala protettrice. Prima di stupire esordendo in proprio nell’89 con “Acadie”, debutto di tale abbagliante bellezza da mettere un po’ in ombra tutto quanto ha pubblicato in seguito (un peccato), aveva già messo la firma su capolavori quali “The Unforgettable Fire” e “The Joshua Tree” degli U2, “So” di Peter Gabriel e l’omonimo primo album da solista di Robbie Robertson, mentre in quello stesso favoloso anno curava la regia anche di “Oh Mercy” di Bob Dylan e “Yellow Moon” dei Neville Brothers. Da allora ha contribuito a forgiare diversi altri classici. Ma non lo è pure il summenzionato “Acadie”?

Prematuro etichettare come tale anche “Heavy Sun” e tuttavia che sia uno dei vertici di un catalogo di rara consistenza appare subito indiscutibile. È il disco gospel del Nostro, passione antica che naturalmente consolidò e affinò lavorando con gli immensi Neville Brothers il cui modello di funkitudine caratterizza “Heavy Sun” sin dall’iniziale, programmatica Dance On. Che suoni da paura va da sé, ma a renderlo un’esperienza d’ascolto esaltante sono la scrittura e le voci. Un organo che svisa con senso del groove irresistibile. Gli incastri di una ritmica che gioca a rimpiattino fra percussioni “vere” ed elettroniche, Africa, Louisiana e Brasile. La chitarra che jazzeggia. Tutto, insomma.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.431, maggio 2021.

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