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Il suono di New Orleans – In ricordo di Dr. John (20/11/1941-6 giugno 2019)

Ci ha lasciati ieri Malcolm John Rebennack, in arte Dr. John, e con lui un bel pezzo di storia di New Orleans. Ci restano per fortuna i suoi dischi, che sono tanti e quasi invariabilmente meravigliosi. È stato un grandissimo fino all’ultimo e qui lo celebro recuperando le recensioni di tre delle sue cose più belle dell’ultimo ventennio di una carriera lunghissima.

Duke Elegant (Parlophone, 1999)

Il primo incontro del Dottore con la musica del Duca avvenne esattamente quarant’anni prima di porre mano a questo, fra gli omaggi a Ellington usciti nel centenario della nascita il più spassoso: “Ero in un gruppo che suonava nei locali di spogliarelli e facevamo sempre brani di Duke, arrangiati rock o R&B. Mi piace ancora trasfigurarli così. So essere fedele alla lettera di Ellington, ma posso anche adattare la sua musica alla mia personalità”. E proprio questo fa il nostro uomo in un disco che, vivaddio, sottrae spartiti nati per essere suonati nei bordelli più infimi come nei teatri più prestigiosi, nei bar malfamati come nei club alla moda all’insopportabile seriosità delle accademie e del jazzofilo standard. Il peggiore nemico del jazz, con la sua voglia di rispettabilità e di malintesa cultura dimentica del fatto che il jazz nacque come musica da ballo e ha le sue origini più remote nelle danze degli schiavi nelle piazze di New Orleans, nostalgica memoria dell’Africa perduta.

Proprio di Crescent City è figlio Dr. John e si avverte chiaramente in queste dodici rivisitazioni di alcuni dei più celebri cavalli di battaglia di Ellington, da It Don’t Mean A Thing (If It Ain’t Got That Swing) a Perdido, da Satin Doll a Mood Indigo a Caravan (ma ci sono anche composizioni meno note come On The Wrong Side Of The Railroad Tracks, I’m Gonna Go Fishin’ e Flaming Sword): esecuzioni travolgenti, dense di bassi funky, piani a rotta di collo, organi grassi e sincopati, colme di una gioia di vivere che il Duca avrebbe senz’altro riconosciuto come sua.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.201, aprile 2000.

N’Awlinz Dis Dat Or D’Udda (Parlophone, 2004)

Unica grande città statunitense che non è mai stata a maggioranza protestante, dove il francese a lungo è stato più parlato dell’inglese, dove la percentuale di neri liberi prima dell’abolizione della schiavitù era considerevole e agli schiavi era consentito danzare e usare i tamburi. Filo diretto insomma, via Indie Occidentali, fra Africa e America, con il vudù presenza costante sullo sfondo: c’è da stupirsi se New Orleans è stata la culla di ogni musica afroamericana a cominciare dal jazz, che nacque nei suoi bordelli? E poi di un funk che oltre a essere quello primigenio è sempre stato unico e inconfondibile, sofisticato e terrigno insieme, urbano e campagnolo, distante dalla muscolare meccanicità di un James Brown e più vicino al gusto sincopato di un Jelly Roll Morton. Progenie inevitabile e bellissima della città più meticcia del paese meticcio per antonomasia. Ha tutto ciò come retroterra culturale Malcolm “Mac” Rebennack Jr., in arte Dr. John, sessantaquattro anni splendidamente portati il prossimo novembre e una carriera musicale lunga quasi cinquanta e che negli ultimi dieci lo ha visto rilanciarsi prepotentemente, quando da tempo lo si era ormai consegnato alle enciclopedie: un bianco per sbaglio, se mai ce n’è stato uno, e lo riconoscevano i suoi colleghi di colore quando nel 1961 lo invitavano a entrare, unico viso pallido in una compagnia tutta di neri, nella storica AFO, una cooperativa che raccoglieva tutti i principali musicisti di Crescent City. In quello stesso anno fatidico Prince Lala lo introduceva ai misteri del vudù, onore ancora più inusitato per un bianco. Non si sarebbe mai più ripreso, per fortuna.

Non è questo il primo omaggio che il Dottore organizza e dedica alla città della Louisiana e anzi si può dire che lo siano stati, direttamente o indirettamente, quasi tutti i suoi album, un paio di dozzine dal 1968 a oggi. È però uno dei meglio congegnati, il più corposo, quello più attentamente bilanciato fra standard e composizioni autografe e insomma il disco che riesce in un’impresa che nessuno avrebbe creduto possibile: sbaragliare capolavori in tutti i sensi antichi come “Gris Gris” (1968), “Gumbo” (1972), “In The Right Place” (1973). “With a little help” da un po’ di amici del posto (Cyril Neville, Dave Bartholomew, la Dirty Dozen Grass Band) oppure no (B.B. King, Willie Nelson, Randy Newman, Mavis Staples). Non faccia passare in secondo piano, la loro presenza, una scaletta sensazionale per come mischia spiritual e funk, blues e rock’n’roll, marce funebri e/o carnascialesche e tanghi, organi da chiesa e pianoforti da casino. Un album monumentale, spassosissimo, commovente.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.586, 6 luglio 2004.

Locked Down (Nonesuch, 2012)

Inclassificabile se non alla voce “New Orleans” ma usualmente taggato come “rhythm’n’blues classico”, il pianista, autore e cantante Malcolm John Rebennack – in arte Dr. John – ha settantun anni e un’abbondante paio di dozzine di album all’attivo. Vecchi di decenni i suoi conclamati capolavori – “Gris-Gris”, “Gumbo” e “In The Right Place” vedevano la luce fra il ’68 e il ’73 – neppure nel secolo nuovo si è però accontentato di essere una leggenda vivente. Praticante e pure ancora a ottimi livelli se devo giudicare, oltre che da ciò che leggo, da alcuni titoli che ho in casa, e dunque dire “Locked Down” un grande ritorno sarebbe improprio. Che nondimeno si tratti della sua prova più brillante da quei leggendari primi ‘70 in cui perfezionava un inconfondibile stile a base di funky e rock’n’roll, psichedelia ed errebì, jazz, blues e misticismo vudù pare evidente sin dal primo ascolto e sempre di più con il prolungarsi della frequentazione. E c’entrerà più di qualcosa che la produzione sia firmata da un Dan Auerbach che potrebbe divenire per Dr. John ciò che Rick Rubin fu per Johnny Cash. Rubin non reinventò l’Uomo in Nero. Gli ricordò chi era stato, lo mise nella condizione di tornare a esserlo. Suoni meravigliosamente lucidati ma levigati mai, “Locked Down” si potrebbe definire una versione in HD delle pietre miliari di cui sopra.

Disco strepitoso nel riassumere un suono e una carriera aggiungendo un qualche ineffabile di più: la battuta che è quella dell’hip hop nell’infervorarsi di gospel di Kingdom Of Izzness e nella sferzante funkadelia di Eleggua, un tocco Gnarls Barkley (ma alle prese con Tom Waits!) in Big Shot. Quando la traccia omonima è Jimi Hendrix se ce l’avesse fatta a darsi sul serio al funk, Getaway sono i Little Feat, The Band e i Grateful Dead che sfilano a una parata carnascialesca e You Lie… be’, sì, la si riascolterebbe volentieri giusto dai Black Keys. Più indimenticabile di tutto il resto è Revolution: Sun Ra, Duke Ellington e Mulatu Astatke riuniti chez Stax.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.694, maggio 2012.

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War – Una gioiosa macchina da guerra funky

Che gruppo fantastico i War, che storia incredibile la loro, ragazzi del ghetto non per modo di dire vista la provenienza da una delle aree più disagiate di Los Angeles, quella Compton che un quarto di secolo dopo partorirà il gangsta-rap feroce e cialtrone degli N.W.A. Il nucleo di base prendeva forma nel 1962 in una delle scuole del quartiere e in quei primi, pionieristici giorni si chiamavano Creators. Più avanti gireranno come Romeos e Señor Soul, per poi diventare Nightshift e si era fatto ormai il ’68. Fra avvicendamenti vari, una costante: una tavolozza musicale varia da subito, con influssi latini a permeare errebì e blues, e poi sempre di più, con funky, jazz e la montante psichedelia a farsi valere. Era a quel punto che il loro cammino si incrociava (su suggerimento del produttore Jerry Goldstein) con quelli dell’armonicista danese Lee Oskar e soprattutto di Eric Burdon. Era quest’ultimo a ribattezzarli War. Ottimi e dagli ottimi riscontri commerciali i due lavori realizzati nel 1970 con al comando l’ex-Animals, “Eric Burdon Declares War” e “Black Man’s Burdon”. Più però il primo del secondo e allora il cantante lasciava, abbandono che lungi dall’affossare il gruppo quasi sembrava propiziarne l’ascesa a quote inaudite. Quella massima e insuperabile raggiunta con questo che era nel novembre ’72 il terzo LP post-split, primo negli USA tanto nella classifica R&B che in quella pop. Il successo più grande coincideva con il maggiore trionfo artistico.

“The World Is A Ghetto” resta negli annali come una delle più formidabili esercitazioni di ecumenismo black di sempre, a un ideale incrocio sul quale si trovavano a convergere Sly Stone e Stevie Wonder, Curtis Mayfield e Brian Auger, i primi Blood, Sweat & Tears, un Marvin Gaye al netto del sesso, un Santana al netto delle sbrodolature, un James Brown spedito a scuola di jazz. Un disco che non annoia mai, uno di quelli dei quali non ci si annoia mai.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.188, gennaio 2013.

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69 Year Old Genius – Quel Numero Uno di Stevie Wonder

Occhio al titolo: non “Il meglio di” ma “Numeri uno” e insomma questa raccolta, che raggiunge i negozi sotto Natale, si è compilata da sola. Naturalmente, le classifiche di riferimento sono le statunitensi. Non soltanto quella generalista ma pure quella R&B, che se no a venti brani non ci si sarebbe arrivati. Cifra comunque impressionante. Ancora di più colpisce che il primo articolo nel sontuoso catalogo risalga al 1963 – il nostro uomo era allora un ragazzino di tredici anni – e l’ultimo sia del 2005.  Da quattro decenni e mezzo sulle scene con immutata popolarità, colui che fu detto il Mozart della black e un fratellino di Ray Charles dopo avere per qualche tempo lucrato rendite con pochi pari nella musica popolare del Novecento sta oltretutto vivendo un momento di grande rilancio. Applauditissimo il tour nordamericano volto a promuovere l’antologia in questione e i resoconti osannanti danno a intendere che quando ci si riferisce a Stevie Wonder come a una leggenda vivente sia ancora il “vivente” che va sottolineato.

Va quasi da sé che non sia “Number Ones” la migliore scrematura possibile di un repertorio eccezionale. Ci sono le sdolcinate I Just Called To Say I Love You e That’s What Friends Are For e, per non citarne che uno, manca un pezzo straordinario come Isn’t She Lovely, per la buona e ovvia ragione che non uscì su singolo. Dal monumentale “Songs In The Key Of Life” – enciclopedico riassunto di stili, dal jazz da big band alla ballata sentimentale, da un funk affilato a un pop di irresistibile solarità, con in mezzo persino escursioni zappiane – il non più Little Stevie traeva trent’anni fa per il mercato dei 45 giri altre quattro canzoni ma, incredibilmente, non una che a chiunque sarebbe bastata  (basterebbe) a illuminare una carriera intera.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.285, dicembre 2007. L’artista festeggia oggi il suo sessantanovesimo compleanno.

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I migliori album del 2018 (5): Leon Bridges – Good Thing (Columbia)

Suono che vince si cambia? Tre anni fa “Coming Home”, esordio direttamente su major di questo allora ventiseienne texano, si piazzava alto nelle classifiche di mezzo mondo, ottavo in Gran Bretagna, sesto negli USA (dove era pure candidato ai Grammy, categoria “Best R&B Album”). Nulla da ridire: era una bellissima storia di riscatto per un giovanotto che, prima di scatenare un’asta fra case discografiche giusto postando due demo su Soundcloud, per guadagnarsi da vivere lavava piatti (qualche mese dopo si ritroverà a cantare per Barack Obama). Era anche un bell’album, ma più per la voce, le atmosfere, gli arrangiamenti che a livello di scrittura. In ogni caso, troppo appiattito su un suono revivalista fino al calligrafico, dritto da un luogo e un’epoca precisi: il Sud degli Stati Uniti, pieni anni ’60, in un momento compreso fra due uscite di scena diversamente ma al pari intempestive, quella di Sam Cooke, quella di Otis Redding. Vintage la strumentazione come le macchine usate per registrare, ma vintage persino l’abbigliamento del nostro uomo e, insomma, si rischiava la macchietta.  E allora sì, suono che vince si può cambiare ed è stata un’ottima idea. Pure commercialmente, visto che “Good Thing” ha già sorpassato il predecessore, debuttando al numero 3 nella graduatoria di “Billboard”, sessantamila copie vendute in una settimana e oggi come oggi è tanta roba.

Ma al lettore importerà di più che è artisticamente che surclassa “Coming Home”, restando a suo modo classico ma posizionandosi fra gli anni ’70 di Al Green e gli ’80/’90 di Prince, sfiorando la contemporaneità di D’Angelo o di un Pharrell Williams. Per farsene conquistare non dovrà andare più avanti della seconda traccia: Bad Bad News, favoloso funk con un grandioso inserto di chitarra jazz.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.400, luglio/agosto 2018.

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Have a funky Christmas

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Gorillaz – The Now Now (Parlophone)

Un bel gioco può durare molto, se gli ideatori hanno l’accortezza di variare gli schemi e concedere e concedersi delle pause. È il caso dei Gorillaz, un cartone animato disegnato da Jamie Hewlett (Tank Girl) e insieme un supergruppo capitanato da Damon Albarn dei Blur che così nel 2001, con l’omonimo esordio della band, si prendeva la prima vacanza dalla sua occupazione principale. Solo che era talmente clamoroso il successo di critica ma pure di vendite – sette milioni di copie a oggi, a livello globale – di quel disco, capace di fondere armoniosamente come nessuno prima indie rock e hip hop (ed elettronica, psichedelia, new wave, funk, jazz…), che approntare quattro anni dopo un seguito pareva quasi un obbligo. Al pari felice artisticamente, nel tempo “Demon Days” ha sopravanzato il predecessore di quell’altra milionata di copie. Andare avanti? Con calma.

E non più da supergruppo bensì come progetto solista di Albarn, che di volta in volta convoca ospiti sempre diversi: memorabilmente nel 2010 Lou Reed si prestava a un cameo nel terzo album e Mick Jones e Paul Simonon partecipavano al tour successivo. Solo tre in questo sesto, che segue piuttosto dappresso (un anno e due mesi) il quinto, “Humanz”, e ne pare un’estensione allo stesso modo in cui “The Fall” era sembrato un post-scriptum di “Plastic Beach”. Qui George Benson presta la sua chitarra jazz allo sbarazzino g-funk Humility e un redivivo Snoop Dogg e Jamie Principle qualche rima a una Hollywood fra Funkadelic e Kid Creole. È un lavoro assai gradevole – altri vertici in una Tranz ultravoxiana, in una Idaho aggrappata a un arpeggio velvettiano, nell’incrocio fra Liquid Liquid e Depeche Mode Lake Zurich, nel congedo radente la disco Souk Eye – per quanto la freschezza degli esordi cominci a latitare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.401, settembre 2018.

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Sharon Jones & The Dap-Kings – Soul Of A Woman (Daptone)

Da lungi non più praticante Aretha, se un’interprete nel secolo nuovo si è potuta fregiare del titolo di Lady Soul non vi è dubbio che sia stata Sharon Jones. Tocca sfortunatamente parlarne al passato, siccome la cantante georgiana ci ha lasciati un anno fa, sessantenne, stroncata da un tumore. Il suo settimo album (ottavo contando un’antologia di brani usciti come singoli e su raccolte di autori vari) vede la luce postumo, ma non è la solita speculazione a base di scarti e demo rimaneggiati troppo spesso tramata alle spalle di chi non c’è più e, soprattutto, dei suoi fan. D’altronde: la Daptone nasceva per pubblicare Sharon e quello fra lei e l’etichetta newyorkese è sempre stato un rapporto d’amore. Registrato in un 2016 nonostante tutto felicemente frenetico, fino al triste epilogo del 18 novembre, fra un ciclo di chemio e un tour trionfale, “Soul Of A Woman” esce tale e quale a come sarebbe stato se l’artefice avesse vinto la sua battaglia. Al netto della sostituzione di un brano con un altro o di un’aggiunta a un programma che consta di undici titoli. Era già completo, con una sua personalità marcata da una divisione alquanto netta (concepito come è, in ogni evidenza, pensando al formato del 33 giri) fra le due facciate.

Prevalentemente uptempo la prima, con l’irruento errebì Sail On!, l’accorato blues Just Give Me Your Time e la bossa Come And Be A Winner incorniciate fra lo shuffle funky Matter Of Time e una Rumors vivacemente Motown. Più raccolta la seconda, inaugurata da una Searching For A New Day mediana fra Marvin e Curtis e suggellata (un altro apice: una These Tears con orchestrazione alla Isaac Hayes) dal gospel Call On God. Cala per l’ultima volta il sipario, gli applausi scrosciano, ci si asciuga una lacrima.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.394, dicembre 2017.

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