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Daniel Lanois – Heavy Sun (eOne)

Canadese con New Orleans nel cuore, Daniel Lanois da sempre deriva la più parte di redditi e fama dall’essere innanzitutto produttore. D’altra parte: non aveva che diciannove anni quando nel 1970 assemblava nella lavanderia materna (ad Hamilton, Ontario) uno studio di incisione dove cominciava a registrare band locali. Il suo cv era arrivato ad annoverare una quindicina di lavori quando nell’83 Brian Eno lo prendeva sotto la sua ala protettrice. Prima di stupire esordendo in proprio nell’89 con “Acadie”, debutto di tale abbagliante bellezza da mettere un po’ in ombra tutto quanto ha pubblicato in seguito (un peccato), aveva già messo la firma su capolavori quali “The Unforgettable Fire” e “The Joshua Tree” degli U2, “So” di Peter Gabriel e l’omonimo primo album da solista di Robbie Robertson, mentre in quello stesso favoloso anno curava la regia anche di “Oh Mercy” di Bob Dylan e “Yellow Moon” dei Neville Brothers. Da allora ha contribuito a forgiare diversi altri classici. Ma non lo è pure il summenzionato “Acadie”?

Prematuro etichettare come tale anche “Heavy Sun” e tuttavia che sia uno dei vertici di un catalogo di rara consistenza appare subito indiscutibile. È il disco gospel del Nostro, passione antica che naturalmente consolidò e affinò lavorando con gli immensi Neville Brothers il cui modello di funkitudine caratterizza “Heavy Sun” sin dall’iniziale, programmatica Dance On. Che suoni da paura va da sé, ma a renderlo un’esperienza d’ascolto esaltante sono la scrittura e le voci. Un organo che svisa con senso del groove irresistibile. Gli incastri di una ritmica che gioca a rimpiattino fra percussioni “vere” ed elettroniche, Africa, Louisiana e Brasile. La chitarra che jazzeggia. Tutto, insomma.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.431, maggio 2021.

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Jon Batiste – We Are (Verve)

Basti dire quanto segue per dare un’idea del formidabile eclettismo di questo trentaquattrenne tastierista, cantante e compositore che qualunque orecchio un minimo educato identificherà subito, senza bisogno di indagarne la biografia, come un figlio di New Orleans: che da alcuni anni è il direttore musicale del popolare programma della CBS “The Late Show with Stephen Colbert”; che nel 2018 è andato al numero 2 della classifica jazz di “Billboard” con il debutto su Verve (lo avevano preceduto cinque lavori per varie altre etichette) “Hollywood Africans” (produzione firmata da  T-Bone Burnett) e la versione ivi contenuta del traditional Saint James Infirmary gli guadagnava una candidatura ai Grammy Awards nella categoria “Best American Roots Performance”; che la collaborazione del 2020 con il chitarrista Cory Wong “Meditations” gliene ha procurata un’altra come “Best New Age Album”; e che è attualmente in corsa per l’Oscar come migliore colonna sonora (il vincitore sarà proclamato il 25 aprile) con il suo “Music From And Inspired By Soul”. A chiarire lo spirito che anima “We Are” provvedono invece la dedica in copertina “ai sognatori, veggenti, cantastorie e portatori di verità che rifiutano di farci precipitare nella follia” e la bellissima, omonima traccia che lo inaugura, pezzo da marching band adattato all’era dell’hip hop scritto in onore del movimento Black Lives Matter e che di esso è divenuto una sorta di inno.

Restano purtroppo poche righe per annotare che in trentotto minuti favolosamente densi si fa gioiosa quanto magistrale sinossi di un secolo di musica nera, dal jazz al rap via gospel, boogie woogie, soul, rhythm’n’blues e funk. Per quel che conta: pure l’incisione è superba.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.430, aprile 2021.

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Aaron Frazer – Introducing… (Dead Oceans)

Chissà se per questo giovanotto di Baltimora ma residente a Brooklyn “Introducing…” segnerà una cesura con un passato prossimo da batterista, seconda voce e autore o co-autore della quasi totalità del repertorio con Durand Jones & The Indications: formazione con all’attivo due album, uno omonimo nel 2016 e il seguito del 2019 “American Love Call”, fra le più prepotentemente in ascesa nella rigogliosa scena retro soul. Scappatella o inizio di una carriera solistica che potrebbe di riflesso porre fine a quella degli ex-soci? Per intanto si può annotare che per il debutto in proprio, che esce per la medesima etichetta che ha griffato le avventure di gruppo, Aaron Frazer ha fatto le cose in grande. Eleggendo a produttore, benché non digiuno lui stesso di esperienza in materia, lo scafatissimo Dan Auerbach (Black Keys), che a sua volta ha convocato in studio, a Nashville, una bene assortita squadra di giovani (giro Daptone) e vecchi (membri dei mitici Memphis Boys) leoni.

Lo dirà il tempo. Per intanto, pubblicato l’8 gennaio, “Introducing…” già si candida alle playlist di fine anno e, chissà, alle classifiche, giacché le affinità con la compianta Amy Winehouse sono tante e i potenziali singoli diversi. Falsetto fatato alla Smokey Robinson, Frazer cala subito un asso pigliatutto con la romantica You Don’ Wanna Be My Baby e fino alla conclusiva Leanin’ On Your Everlasting Love, in scia al Sam Cooke di Bring It On Home To Me, non sbaglia un colpo. Fra funky melliflui e pagine scelte dal manuale Motown, echeggiando Marvin Gaye come Curtis Mayfield o Jackie Wilson ma mantenendo sempre una sua peculiarità.  Una sua autorialità, potremmo dire, che fa scansare il mero esercizio di bella calligrafia a canzoni che sanno di vita vera, di “qui e ora”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.429, marzo 2021.

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Lowell George – L’artista sequestrato

Sono trascorsi trentaquattro anni dacché un trentaquattrenne Lowell George ci lasciava. Colui che Jackson Browne definì l’“Orson Welles del rock’n’roll” non ha avuto eredi. Né molti cantori.

Questione di intempestività: questo uomo dal cuore grande quanto era grande e grosso un corpo arrivato a pesare centocinquanta chili da quel cuore, da cui troppo aveva preteso, si faceva tradire in un momento in cui il gruppo di cui era stato leader si trovava in animazione sospesa. Non più cocco della stampa e no, non c’entrava il riflesso condizionato che vuole che a un fiorire delle fortune commerciali spesso corrisponda uno sfiorire dei favori della critica. È che erano cambiati i tempi ed era cambiato il modo di muoversi in direzione ostinata e contraria rispetto ad essi dei Little Feat. Alle sfortune postume del protagonista di questo racconto contribuiva inoltre un’uscita di scena nel pieno di un tour promozionale per un album, il debutto da solista, troppo atteso e favoleggiato perché non paresse poi deludente oltre qualche demerito che pure ha. Gli eroi ci piace ricordarli giovani e belli e Lowell George se ne andava fatto e disfatto e a un nadir di ispirazione autoriale.

Ma soprattutto è una questione di irriproducibilità di un suono e un modo di scrivere di originalità assoluta. Tanto più rimarchevole perché a tale stile inconfondibile si perviene partendo da materiali che più codificati non si potrebbe: blues e country, folk e funk, soul, jazz e rock’n’roll. Ricombinati però con i crismi dell’unicità e al pari unico è un rapportarsi alla forma canzone che si potrebbe dire a schema libero, con ritornelli che non sbucano dove li aspetteresti e viceversa, strofe di misure diverse, scelte di accordi inusuali, un cantato dal fraseggio a tal punto peculiare che al concerto tributo organizzato dai superstiti per celebrare il caro estinto su trentaquattro canzoni eseguite solo sette recavano in calce la firma del celebrato: troppo spesso troppo difficile ricantare Lowell George, ebbene sì, e dire che sul palco c’era gente del calibro di Bonnie Raitt, Jackson Browne, Linda Ronstadt, Emmylou Harris, Nicolette Larson. I primi album dei Little Feat si vendettero all’epoca in non molte migliaia di copie, cifre paragonabili a quelle totalizzate dai Velvet Underground come dai Big Star o da Nick Drake, ma diversamente da questi nomi la loro influenza sull’odierno risulta modesta ai limiti dell’inesistente. Sto parlando dell’omonimo debutto, di “Sailin’ Shoes”, di “Dixie Chicken”, di “Feats Don’t Fail Me Now”, prodotti di un periodo ben delimitato, 1971-1974, nella vicenda di una band che in quei pochi anni rappresentò un distillato di Americana con un unico plausibile equivalente in quell’altra band lì, quella con la “B” maiuscola e l’articolo davanti. Molto più convenzionale però nel suo rapportarsi alla tradizione e non credo sia un caso che di Robbie Robertson e soci l’attualità risulti invece pregna come non mai.

Sono stati tre in realtà i gruppi chiamati Little Feat. Il primo l’ho appena inquadrato. Il secondo, con Lowell George ancora presente ma non più leader, pubblicava fra il ’75 e il ’79 altri tre album in studio che sono tutt’altra (e parecchio meno importante) cosa rispetto a quelli prima. Il terzo ha fatto rivivere la sigla a partire dall’88, ancora pubblica dischi (l’ultimo lo scorso anno), ancora gira per club, teatri e palazzetti d’America con apprezzabile successo. A mio parere del tutto legittimato a farlo dalla presenza non soltanto di Bill Payne, cui l’“idea Little Feat” appartenne sin da subito quanto a Lowell George, ma della totalità degli altri componenti storici ancora in vita. Però a me questi ultimi Little Feat quantomeno in questa sede non interessano. E i secondi interessano assai meno dei primi e ne riferirò dunque in proporzione.

Prosegue per altre 28.952 battute su Extraordinaire 1 – Di musiche e vite fuori dal comune. Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.182/183, luglio/agosto 2013. Non se ne fosse andato a trentaquattro, oggi Lowell George compirebbe settantasei anni.

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Sharon Jones & The Dap-Kings – Just Dropped In (To See What Condition My Rendition Was In) (Daptone)

“Cala per l’ultima volta il sipario, gli applausi scrosciano, ci si asciuga una lacrima”: così chiudevo sul numero di dicembre 2017 la recensione di “Soul Of A Woman”, l’album che Sharon Jones aveva fatto appena in tempo a completare, suggello a una carriera decollata tardi ma in compenso capace di renderla la Lady Soul del XXI secolo, prima di arrendersi nel novembre 2016, avendo fieramente lottato fino alla fine, a un tumore. Sei i lavori in studio pubblicati dal 2002, più un’antologia di brani natalizi, una marea i singoli, due le raccolte che in parte li recuperavano e a fungere da sorta di “Best Of” la colonna sonora del documentario, “Miss Sharon Jones!”, che proprio nel fatidico 2016 ne celebrava la biografia complicata, l’arte immane, l’ascesa allo stardom contro ogni pronostico e in primis quello di un discografico che l’aveva detta “troppo grassa, nera, bassa e vecchia” per potere avere successo. Più miope, sordo o miserevole?

Sharon non c’è più, ma come cantò sui suoi titoli di coda c’è ancora. Sempre ci sarà, capace di rifulgere anche in un LP di ritagli e curiosità, tutto di cover ma d’altronde lei fu sempre interprete, il repertorio scritto quasi per intero dal capobanda dei Dap-Kings, il bassista Gabriel “Bosco Mann” Roth. Che suona e basta, da par suo, con i suoi compari, mentre Miss Jones ora si mantiene fedele ai brani ripresi ─ Signed, Sealed, Delivered I’m Yours (Stevie Wonder), Giving Up (Gladys Knight & The Pips), Rescue Me (Fontella Bass) per quanto gradevoli risultano così un po’ pletoriche ─ e ora ne opera appropriazioni che lasciano a bocca aperta: più di altre, il Prince trasformato in James Brown di Take Me With You e il Woody Guthrie reso alla Wilson Pickett di This Land Is Your Land.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.427, gennaio 2021.

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Bootsy Collins – The Power Of The One (Bootzilla)

Autentica leggenda vivente Bootsy (al secolo William Earl) Collins: bassista fenomenale (nasceva in realtà chitarrista, primo modello Jimi Hendrix) con James Brown per undici pazzeschi mesi durante i quali imprimeva il suo marchio su brani epocali quali Sex Machine, Super Bad, Soul Power, Talkin’ Loud And Said Nothing e subito dopo e per un decennio capitano in seconda dell’astronave Funkadelic/Parliament. Invero favolosi i suoi anni ’70. Inoltrandosi nella loro seconda metà avviava anche una carriera da leader con la Rubber Band e pure con quella confezionava album formidabili, collezionando classici e successi uno via l’altro. Leggenda per fortuna ancora praticante il nostro uomo, la cui produzione diversamente da quella del comandante il vascello spaziale di cui sopra, George Clinton, si è sempre mantenuta su livelli di ispirazione minimo accettabili. Quando non buoni. O persino ottimi, come in larga parte di questo “The Power Of The One” con il quale a fine ottobre ha, con qualche giorno di anticipo, festeggiato il suo sessantanovesimo compleanno.

È quanto di meglio abbia pubblicato in questo secolo, da una traccia omonima super Parliament e con George Benson (primo in una lista di illustri ospiti che comprende fra i tanti Snoop Dogg, Branford Marsalis e Larry Graham) sugli scudi e proseguendo con una Creepin’ che gira invece funkadelica ed hendrixiana, una Bewise dritta da un’ideale “Best Of” degli Arrested Development e una travolgente Club Funkateers. Detto del riuscito omaggio a Sly & The Family Stone di WantMe2Stay, non resta che annotare che se il lavoro ha un difetto che gli impedisce di esser capolavoro è una lunghezza che alla fine lo fa dispersivo. Di troppo almeno un paio di ballate zuccherine.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.426, dicembre 2020.

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Il 1976 magico e tragico degli Earth, Wind & Fire

A quanto pare non ne aveva mai abbastanza degli Earth, Wind & Fire il pubblico americano nel magico biennio 1975-’76, breve arco di tempo in cui il gruppo di Maurice White (e del fratello Verdine, e di Philip Bailey) si inerpicava per la prima volta fino al numero uno della classifica degli LP di “Billboard” con “That’s The Way Of The World”, replicava prontamente l’impresa con il live “Gratitude” e di nuovo la sfiorava, fermandosi al secondo posto, con “Spirit”. Magico ma anche tragico, siccome proprio nel pieno delle registrazioni di quest’ultimo veniva a mancare prematuramente ─ quarantacinquenne, per un infarto ─ il produttore Charles Stepney, uno cui dobbiamo (fra il tanto resto) una mezza dozzina di album dei Rotary Connection e un paio di capolavori di Terry Callier. Per il maggiore degli White un’ispirazione e come un fratello più grande ed era insomma un rapporto, al di là dei tanti brani pure cofirmati da Stepney, che andava molto oltre quello che può essere normale fra un produttore e un musicista. Sapendolo in uno stato di salute precario Maurice aveva scritto per lui il brano di grandissimo pathos che intitola questo 33 giri fresco di ristampa su Speakers Corner e ne chiude la prima facciata. Non arriverà mai ad ascoltarlo. Dopo “Spirit” la qualità (il successo no, ancora a lungo) dei dischi del combo di Chicago declinerà, ma qui siamo ancora a un top di ispirazione, dal funky-pop di Getaway (a 45 giri faceva sfracelli) che inaugura prefigurando il Michael Jackson di “Thriller” all’elegante midtempo soul, con un profumo di jazz, Burnin’ Bush, che suggella. La languidissima Imagination e una Biyo strumentale e dall’attacco esplosivo a marcare i confini di un suono capace di spaziare dalla ballata sentimentale al ballabile secco, di evocare New Orleans nel mentre lancia ponti verso l’Africa. Rimasterizzazione impeccabile.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.390, agosto 2017. Maurice White ci lasciava cinque anni fa a oggi, settantaquattrenne.

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I migliori album del 2020(2): Sault – Untitled (Black Is) & Untitled (Rise) (Forever Living Originals)

Quel che si dice cogliere in pieno lo zeitgeist: il primo dei due album pubblicati nel 2020, dopo che già nel 2019 ne aveva dati alle stampe altrettanti (ma dal minutaggio complessivo decisamente più contenuto), dall’anonimo (non certo per la musica proposta, quanto perché non si sa esattamente né chi né quanti ne siano i componenti) collettivo britannico è uscito il 19 giugno. “Juneteenth”, altrimenti detto “Freedom Day”, “Jubilee Day, “Liberation Day” o “Emancipation Day”, e insomma il giorno in cui per tradizione in quarantadue dei cinquanta Stati non granché Uniti di America si celebra l’abolizione della schiavitù. Anniversario dell’annuncio che, già trascorse a quel punto quasi sei settimane dalla fine della Guerra di Secessione, veniva dato dal generale unionista Gordon Granger nel 1865 ai neri residenti in Texas che non avevano più padroni. “Free at last, free at last, thank God Almighty, we are free at last” ed era passato quasi un secolo quando il Reverendo Martin Luther King non poteva che constatare che tanta strada era stata percorsa, ma troppo poca. Si era nel 1963. Cinquantasette ulteriori anni dopo, ancora tocca ribadire ciò che dovrebbe essere ovvio, assodato, nell’ordine naturale delle cose: che black lives matter. “Black Is” è stato reso disponibile in download gratuito (solo da lì a qualche settimana è diventato anche un CD, o un doppio vinile) a venticinque giorni dall’uccisione di George Floyd. Quando vorremo ricordare cosa sia stato ─ pandemia a parte, pandemia inclusa ─ l’annus horribilis che ci siamo lasciati alle spalle nessun disco potrà farlo meglio di questo. In positivo. Per il suo incitare a ribaltare un mondo ribaltato.

“The revolution has come” scandisce una voce femminile cui pronto un coro maschile risponde scandendo “out the lies”. Che è pure il titolo del pezzo. È la prima delle venti tracce (ma cinque non sono che degli interludi: tre spoken, uno strumentale e uno con effetto da radio dalla sintonia slittante) che sfilano in cinquantasette minuti di densità e articolazione, leggerezza e pregnanza formidabili, compendi di blackness in cui tutto felicemente si mischia. Nel susseguirsi dei brani, sicché dalla galoppante e africanissima Don’t Shoot Guns Down si passa al flemmatico errebì Wildfires, a una superba ballata soul quale Why We Cry Why We Die va dietro il pop Black, il gospel aggiornato al XXI secolo di Eternal Life convive con la ricreazione di anni ’50 che sublimemente si fanno ’70 di Miracles e a suggellare il tutto è lo spiritual striato di jazz Pray Up Stay Up. Ma anche dentro uno stesso pezzo e valgano come mirabili esempi il compenetrarsi di pop, soul, electro su beat hip hop e con un empito liturgico di Hard Life e una Bow dove sono ospiti Michael Kiwanuka in presenza e Fela Kuti in spirito. Grandissimo album.

Be’, “Rise” (pubblicato tre mesi dopo) è meglio. Al pari battagliero in spirito, più compatto (pure un po’ più breve, quindici tracce per complessivi 50’47”) nella scrittura, più ecumenico senza mai scadere nella ruffianeria. Classe purissima, dalla disco da cui saettano archi di scuola Isaac Hayes di Strong a una  programmatica I Just Want To Dance irresistibile da subito e da urlo quando strappa batucada, dall’aperto omaggio a Gil Scott-Heron via Last Poets di The Beginning & The End  a una Free di cui non si saprebbe dire se sia più implacabile la scansione o incisiva la melodia, da un duetto idealmente pronto per le classifiche quale Uncomfortable allo strumentale da brividi The Black & Gold, a una Little Boy evocante il miglior  cantautorato al femminile anni ’70 e sistemata a congedo. Uno (due) di quei rari album che sai da subito che resteranno. Che ogni volta ti emozioneranno come la prima.

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I migliori album del 2020 (10): Khruangbin – Mordechai (Dead Oceans)

Se mai è esistito un altro gruppo capace di racchiudere in sé e rappresentare al meglio le possibilità immani del meticciato in musica alla maniera di questo trio formatosi nel 2009 a Houston, ebbene, per quanto ci abbia riflettuto il recensore non ne serba memoria. Internazionalisti, il chitarrista Mark Speer, la bassista Laura Lee e il batterista Donald “DJ” Johnson, sin dalla scelta di un nome ─ dal thailandese per “aeroplano” ─ che oggi a dire il vero un po’ rimpiangono perché di grafia e pronuncia (quella corretta dovrebbe essere “crungbin”) difficili. Non dovrebbero preoccuparsene. Proprio quest’album, il loro terzo e il primo non puramente strumentale (a cantare è perlopiù, accentuando un piglio già da femme fatale, Laura Lee), potrebbe farne delle superstar. D’altronde: era forse iscritto nel destino di chi frequentò la stessa chiesa di Beyoncé e Solange.

“Mordechai” si mette alle spalle i pur fascinosi particolarismi dei pur ottimi “The Universe Smiles Upon You” (2015) e “Con todo el mundo” (2018) facendo amalgama come mai prima e mai in maniera tanto seducente di influenze che vanno dal thai-rock (!) degli anni ’60 e ’70 al reggae passando per il pop iraniano (!!!) e le colonne sonore degli spaghetti western, per soul, funk e rhythm’n’blues vintage come per la psichedelia, l’afrobeat e la highlife, il cosmic jazz, la cumbia. In genere languidi i Khruangbin ma sempre con un senso del groove, irresistibile per dire la schietta disco di Time (You And I), invincibile. Evocano Roy Ayers in First Class e Gainsbourg in Connaissais de face, viaggiano dalla Colombia di Pelota alla Giamaica di One To Remember per approdare in Shida a un Oriente dell’anima. Il brano-chiave è Father Bird, Mother Bird: potrebbe essere la loro Samba pa ti.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.422, agosto 2020.

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I migliori album del 2020 (13): Fantastic Negrito – Have You Lost Your Mind Yet? (Cooking Vinyl)

Non c’è due senza tre? Vedremo. Per intanto dopo che i due dischi precedenti di costui, “The Last Days Of Oakland” e “Please Don’t Be Dead” (2016 e 2018, rispettivamente), erano stati l’uno e l’altro candidati ai Grammy nella categoria “Best Contemporary Blues Album” ed entrambi si erano portati a casa l’ambito riconoscimento, pure “Have You Lost Your Mind Yet?” figura nella cinquina del 2021. E nel frattempo l’uomo nato Xavier Amin Dphrepaulezz già si è tolto la soddisfazione di andare in agosto al numero 1 della classifica di “Billboard”, che a meno che tu non sia uno di quella decina di nomi che vendono istantaneamente alcuni milioni di copie di qualunque loro nuova uscita non significa nemmeno lontanamente, in termini di introiti, ciò che rappresentava ancora agli inizi dello scorso decennio, ma è pur sempre una bella soddisfazione. Se Fantastic Negrito si fosse affacciato alla ribalta (in realtà ci provava, ma gli andava malissimo) intorno alla metà dei ’90 invece che (con la sua nuova identità) nel 2014, Lenny Kravitz (appena quattro anni più anziano) si sarebbe ritrovato con un concorrente assai tosto, ma tant’è. Meglio tardi che mai, giusto?

Certo che i signori che decidono chi si disputerà i Grammy hanno una ben curiosa concezione del blues, per quanto “contemporary” (esiste anche la sezione “traditional”). Diciamo assai ampia, il che può starci e ci piace pure, no? Però, a intenderlo con il minimo sindacale di filologia, di tale stile musicale in “Have You Lost Your Mind Yet?” si rintracciano giusto i cinquantacinque secondi di uno Shigamaboo Blues di gusto arcaico, laddove in Your Sex Is Overrated si opta per l’elettricità, e in ogni caso la forma è quella della ballata hendrixiana (la chitarra solista che si fa a un certo punto ustionante) reimmaginata come avrebbe potuto Prince, e in King Frustration si ibrida con il funk piuttosto che con il rock. Si trova poi veramente di tutto nel resto di un programma inaugurato dall’incrocio James Brown/Sly Stone di Chocolate Samurai e suggellato dal crossover alla Living Colour Playtpus Dipster: dallo spiritual I’m So Happy I Cry a una All Up In My Space molto Stevie Wonder, transitando per una How Long? un po’ Eric Clapton, un po’ Santana e un po’ (di nuovo) Prince, per la rivisitazione (ospite lo stesso E-40) del classico hip hop Captain Save A Hoe (adesso Searching For Captain Save A Hoe), per una These Are My Friends che come niente fosse miscela gospel, pop e rap. Disco di straordinaria gradevolezza quanto di grande sostanza.

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