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Childish Gambino – Awaken, My Love! (Glassnote)

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Andando avanti di questo passo, e siccome il cielo pare essere il suo unico limite, c’è da attendersi che nel prossimo disco il nostro uomo in luogo che affidarli al fido Ludwig Göransson suoni più o meno tutti gli strumenti da solo, trasformandosi così definitivamente nel nuovo Prince. Probabile che stia già prendendo lezioni di questo e quello. Per intanto i recensori più entusiasti di “Awaken, My Love!” azzardano che sia il nuovo D’Angelo. Esagerano, ma nemmeno tanto. È stupefacente la crescita che sta inscenando nella sua seconda vita artistica, parallela a quella attorale che lo ha reso uno dei volti più noti della TV e poi del cinema USA, Donald Glover. Si poteva all’inizio pensare che quello del rapper fosse un hobby, ma uscita dopo uscita Childish Gambino – pseudonimo ricavato da un Wu Tang Name Generator! – si è mostrato sempre più professionale, ispirato, credibile. E in questo che è il terzo album “vero” (ma prima del debutto per così dire ufficiale ne aveva confezionati tre preparatori e ci sarebbero poi diversi mixtape) – sorpresa! – nemmeno rappa. Canta invece. Piuttosto bene.

Lo dà già a intendere la bella copertina afrotribale: altra roba qui rispetto all’hip hop cinematografico mischiato a un mellifluo errebì con cui aveva finora occupato la ribalta. La cavalcata ossianica di Me And Your Mama stabilisce il tono e il fenomenale gospel-funk, da far verde di invidia Lenny Kravitz, Have Some Love e una Boogieman super-Parliament lo rifiniscono. A proposito di George Clinton: figura come co-autore dell’esplosiva Riot ed è un vidimare il timbro funkadelico impresso su tutto “Awaken, My Love!”. Non ancora un capolavoro ma (ascoltate la bluesata ballata sentimentale Baby Boy) una “prova tecnica di”. Continuando così, il prossimo disco lo sarà.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.383, gennaio 2017.

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Ain’t It (No More) Funky Now: Clyde Stubblefield (18 aprile 1943-18 febbraio 2017)

Ci ha lasciati ieri il Funky Drummer per antonomasia. L’uomo dietro la batteria in una sequela incredibile di classici di James Brown: Cold SweatI Got The Feelin, Say It Loud – I’m Black And I’m Proud, Ain’t It Funky Now, Mother Popcorn, Get Up Get Into It And Get Involved… per non citarne che alcuni. Naturalmente, l’uomo dietro la batteria in Funky Drummer. Il break senza il quale l’hip hop sarebbe stato un’altra cosa, una pietra d’angolo, il più campionato di sempre. A Clyde Stubblefield quel break non ha mai fruttato un centesimo. Solo – si può oggi dirlo a maggior ragione – l’immortalità.

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I migliori album del 2016 (5): Lee Fields & The Expressions – Special Night (Big Crown)

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Gioco. Partita. Incontro. A Lee Fields bastano i 5’54” della prima e omonima delle dieci tracce che compongono questo disco per chiarire che il più bel retro-soul del 2016 lo ha griffato lui. Che alla bella età di sessantacinque anni ha confezionato il suo migliore album di sempre, uno di quelli sufficienti a giustificare una carriera, una vita. In attesa del prossimo, giacché l’uomo è fatto così: sempre teso a migliorarsi, sempre convinto che la prossima canzone che scriverà e registrerà sarà la più memorabile. Per intanto è Special Night il singolo brano che lo consegna definitivamente (ce ne fosse stato bisogno) agli annali della black music: una ballata languida ed energica insieme, sospinta da un organo ficcante e fiati che sferzano, la voce un trattato di seduzione che nell’ultimo minuto tocca gli ineffabili vertici dell’Isaac Hayes di “Hot Buttered Soul”. Wow.

Basterebbe già, un simile capolavoro, a giustificare l’acquisto del nuovo album di questo ex-imitatore di James Brown, primo 45 giri pubblicato nel giurassico 1969 e poi una carriera proseguita, fra lunghi silenzi, a strappi e decollata sul serio solo nel secolo nuovo. Ma il miracolo più grande che offre il disco è che il resto del programma sia appena uno zero virgola qualcosa meno valido. A cominciare da una I’m Coming Home che realizza la perfetta unione fra suono Stax e suono Motown e proseguendo con il blues Work To Do, con una Never Be Another You che regala un break pronto per tot classici dell’hip hop a venire, con una Lover Man tanto minimale quanto acuminata. E via esaltandosi (sì, qualche eco di James Brown risuona ancora), fino al congedo Precious Love, che piacerebbe riascoltare da Al Green. Per intanto Lee Fields già incanta. Si preme di nuovo “play”.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n. 382, dicembre 2016.

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I migliori album del 2016 (13): Charles Bradley – Changes (Daptone)

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Essendo stato in tal senso il 2016 crudele che la metà sarebbe abbondantemente bastata, la speranza (ahinoi contro ogni logica) è che nel 2017 si debba scrivere qualche coccodrillo in meno. Che ogni tanto si possa persino dare qualche bella notizia. Ad esempio, che Charles Bradley ha vinto la battaglia persa, appena poche settimane fa, dalla sua amica Sharon Jones contro “un brutto male”. Che malinconia che trasmette vederli, in una foto pubblicata sulla pagina Facebook del nostro uomo il 19 novembre scorso, intenti a duettare. Ma, anche, quanto amore. Charles è vivo, lotta insieme a noi e noi, idealmente, con lui. Perché il destino è stato già sufficientemente baro con tutti celando al mondo per decenni una voce così bella, un artista di una simile statura. L’esordio su singolo data 2002, quando Charles già aveva cinquantaquattro anni, molti dei quali trascorsi facendo il cuoco. Quaranta dei quali passati sognando di calcare un palcoscenico, dopo avere visto James Brown “live at the Apollo” (sì, proprio in uno degli spettacoli eternati in un LP che cambiava per sempre la storia della black music), e riuscendoci troppe poche volte. Per arrivare a pubblicare un album dovrà pazientare nove anni ancora, ma è una storia che già dovreste conoscere e se no recuperate Soul Of America, il bellissimo documentario del 2012 che la racconta, e commuovetevi un po’. “No Time For Dreaming” lo aveva preceduto di un anno, “Victim Of Love” lo tallonerà altrettanto dappresso. Sono due signori dischi nei quali naturalmente l’eredità del Godfather of Soul si coglie appieno, ma ci puoi sentire dentro pure Marvin Gaye e Joe Tex, Wilson Pickett e James Carr, Ted Hawkins, financo Ben Harper. Otis Redding, un bel po’.

A proposito… La terza canzone più memorabile fra le undici raccolte in questo terzo album del nostro eroe secondo me è Ain’t It A Sin: in un mondo alternativo un classico per tali Otis… & The Miracles. La seconda? La solenne, avvolgente Change For The World, spezie latine che fanno tanto Ben E. King. Sulla prima, e credo che chiunque sarà d’accordo, non è possibile discussione: la trasformazione in blues, organo chiesastico a introdurre e fiati quintessenzialmente Stax a incorniciare, di quella Changes che fu cavallo di battaglia nientemeno che dei Black Sabbath appiccica al muro la prima volta che la ascolti e continuerà a farlo alla centesima. Interpretazione sublime, colpo di genio che giusto un campionissimo poteva inventarsi.

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She Learned The Hard Way (un omaggio a Sharon Jones, 4 maggio 1956-18 novembre 2016)

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Alla fine purtroppo non ce l’ha fatta. Il brutto male ha vinto. Ma nei nostri cuori Lady Soul vivrà per sempre.

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100 Days, 100 Nights (Daptone, 2007)

Già la copertina inganna, anche se meno di quelle dei due album precedenti, ma ancora più di quella sono stile e sonorità a far dare per scontato, fintanto che non si gira la bella confezione cartonata e non ci si vede scritto sopra “2007”, che è una ristampa di un qualche misconosciuto classico dell’Età dell’Oro del soul che si sta ascoltando. Non fosse per quella data, ci si precipiterebbe a consultare questa o quella enciclopedia della musica nera e ci si sorprenderebbe e indignerebbe grandemente per l’assenza dalle sue pagine di Sharon Jones e numerosa (all’inizio un quartetto, ora un ottetto attorniato di ospiti) compagnia. Come è possibile che non venga ricordata un’interprete capace di simili, stellari interpretazioni? Il gospel-blues della title track, l’errebì supersexy di Nobody’s Baby, una Respect minore ma non tanto chiamata Be Easy, una Humble Me e una Answer Me che potrebbero confondersi esse pure fra il catalogo di Aretha “Lady Soul” Franklin, una Let Them Knock mediana fra la Chicago della Chess e la Memphis della Stax. E così via. Inconcepibile che il nome di Sharon Jones non venga citato nello stesso respiro che esala la gloriosa litania delle donne di James Brown: Vicki Anderson, Lyn Collins, Marva Whitney. Non fosse che…

Non fosse che la giunonica signora (nel suo curriculum vitae non solo i consueti esordi in chiesa ma anche un lungo periodo trascorso presso il carcere di Rikers Island: da secondina, mica da detenuta) è sì sulle scene dai tardi ’70 ma fino al fumigante debutto del 2002 “Dap Dippin’ With” non aveva rimediato che parti da corista. Arduo a credersi a fronte di una voce tanto espressiva, di una personalità sì pronunciata. Che “100 Days, 100 Nights” sembri in tutto e per tutto un album del 1967, o che sarebbe potuto uscire al più tardi nel ’71, lo farà sminuire da qualcuno a mero revival. Ma ognuno ha la musica nera che si merita e io trovo più vita e passione autentiche in uno di questi ahinoi appena trentaquattro (e scarsi) minuti che nelle intere discografie di tutte le madamine del nu-soul messe assieme.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.641, dicembre 2007.

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I Learned The Hard Way (Daptone, 2010)

Nelle storie di molti grandi del soul c’è un passaggio immancabile: prima di arrivare a cantare l’amore carnale si deve cantare quello per Dio. La biografia di alcuni di costoro contempla che più avanti, per scelta obbligata perché il successo è svanito o virtuosa giacché comporta la rinuncia a Mammona (non che il mercato del gospel sia povero, intendiamoci), alla chiesa si ritorni. A mia memoria però nessun grande del soul nel percorso dalla chiesa dell’adolescenza alla maturità per così dir profana ha fatto tappa per un carcere vissuto per diversi anni come se l’è vissuto Sharon Jones: da secondina. Se i conti non vi tornano sentendomi riferirmi alla giunonica signora con l’appellativo di “grande del soul”, be’, siete lettori un po’ distratti: l’album prima di questo, quel “100 Days, 100 Nights” che ha fra l’altro totalizzato vendite inconsuete in un ambito che non è proprio quello di una Alicia Keys (si parla di un centocinquantamila copie), su queste pagine venne a suo tempo incensato. Disco fumigante, ruggente, da qualche parte fra Aretha Franklin e Bettye LaVette, in prossimità di quella teoria di formidabili voci femminili che accompagnarono gli anni aurei di un concittadino della Jones, tal James Brown. Album appena numero tre per un’artista che frequentava palchi e studi di registrazione, da corista, già nei tardi ’70.

Il numero quattro per un verso spiazza, per un altro è lungi dal deludere. Fatto è che è molto più quieto, con una predilezione (senza proibirsi la saltuaria accelerata e il gusto di festa) per i tempi medi, i fiati avvolgenti, la ballata. Particolarmente memorabili una Window Shopping che potrebbe arrivare da Otis Redding e una Mama Don’t Like My Man da Sam Cooke al femminile.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.309, marzo 2010.

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Soul Time! (Daptone, 2011)

Per un pezzo la storia di Sharon Jones è decisamente “già sentita”: comincia cantando in chiesa e lascia poi il sacro per il profano. Ma, se da corista incide tanto, uno che le offra di fare un disco da sola non si fa mai avanti ed è qui che il racconto comincia a farsi interessante. Non perché torna al gospel bensì per il lavoro che fa, visto che di arte non riesce a vivere: secondina a Rikers Island, galera newyorkese in cui gli afroamericani sono particolarmente prevalenti dalla parte sbagliata delle sbarre. Se questa vicenda fosse un film già ci si potrebbe sbizzarrire e tuttavia il meglio deve arrivare. Ormai prossima ai quaranta, Sharon trova un’etichetta, la piccola Desco, disposta a pubblicarle almeno dei singoli e basta per farsi una nomea – Nostro Signore nuovamente accantonato, ma non se ne avrà a male – di Queen Of Funk. Desco cresce, diventa Daptone e nel 2002 la Jones debutta in lungo con “Dap Dippin’”. Pochi se ne accorgono. Un po’ di più di “Naturally” (2005). Tanti di più di “100 Days, 100 Nights” (2007): centocinquantamila e sono numeri incredibili se si considera che non è di una Alicia Keys che si sta parlando. Di “I Learned The Hard Way”, che vedeva la luce nella primavera 2010, mi mancano dati attendibili e nondimeno l’impressione è che l’ascesa sia proseguita, irresistibile. Che “Soul Time!” non serva a rimediare a un inciampo bensì a battere un ferro ben caldo.

Raccolta di materiali usciti in precedenza su singoli e raccolte di autori vari, non si raccomanda naturalmente come primo approccio ma per i già convertiti appare imperdibile. Li delizieranno in particolare i pezzi più alla James Brown (Genuine, What If We All Stopped Paying Taxes?), lo splendido blues Settling In, una Without A Trace degna di Otis.

 Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.327, novembre 2011.

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Give The People What They Want (Daptone, 2013)

C’è voluto quello che una volta con pietosa ipocrisia si definiva “un brutto male” per porre in pausa per alcuni mesi la straordinaria e ormai ultradecennale seconda giovinezza di Sharon Jones. Tanto più eccezionale perché nella prima l’artista newyorkese non era riuscita a incidere che da corista, le sue rimarchevoli corde vocali sempre al servizio di altri e non ci si crede che per quasi tre decenni non ci sia stato un discografico disposto a offrirle una chance da solista e che per guadagnarsi da vivere abbia dovuto rischiarla la vita: da secondina nella famigerata galera di Rikers Island; da guardia giurata per la Wells Fargo. La faccio breve. La ruota della fortuna un bel dì girava e nel 2002, già quarantaseienne, la Jones pubblicava un primo album, “Dap Dippin’”, dopo il quale nulla sarebbe più stato lo stesso né per lei né per quelli che da allora sono i suoi accompagnatori fissi, i Dap-Kings, turnisti più che mai richiesti che si ritroveranno fra il resto a fare da backing band per Amy Winehouse. L’ascesa artistica e commerciale della signora sembrava inarrestabile – ogni disco più acclamato e venduto del precedente – fintanto che la scorsa primavera, con l’uscita di questo “Give The People What They Want” già fissata per agosto, arrivavano le cattive notizie.

E adesso le buone. La Jones parrebbe aver vinto la sua battaglia, l’album sarà fuori il 14 gennaio ed è l’ennesima collezione fantastica di Sixties soul impregnato di funk e gospel. Con una sensibilità pop che risalta particolarmente in brani come Retreat e We Get Along (Four Tops e Miracles i chiari referenti), nella ballata Making Up And Breaking Up, in una You’ll Be Lonely che, se è Aretha, è una Aretha con Herb Alpert ad arrangiare.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.349, gennaio 2014.

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Grace in stato di grazia Jones

Grace Jones - Nightclubbing

Ma quanto era figa Grace Jones e non mi sto riferendo a una bellezza statuaria che ho sempre trovato un po’ intimidente, respingente persino. È di musica che parlo, del trittico – “Warm Leatherette”, “Nightclubbing”, “Living My Life” – pubblicato fra l’80 e l’82 dalla Island. Immortalato, con la fondamentale regia di Chris Blackwell e Alex Sadkin e il non meno cruciale apporto di una house band guidata dalla sezione ritmica per antonomasia, Sly & Robbie, in quei Compass Point di Nassau, Bahamas, da allora celeberrimi (ci ha registrato chiunque, dagli Stones a Marley, dai Talking Heads agli U2, ma è grazie a Grace Jones che sono famosi). Ecco. Dopo quel trittico qualunque modella (ogni riferimento a Carla Bruni è puramente casuale) avrebbe dovuto pensarci cento volte prima di accostarsi a un microfono: giacché lo standard che stabiliva di perfetto connubio fra coolness dell’immagine e solidità del repertorio è pressoché impossibile da eguagliare e rende impietoso ogni confronto. E della fenomenale trilogia “Nightclubbing” – ristampato in una “Deluxe Edition” esagerata, con settantasette minuti di bonus costituiti in massima parte da versioni lunghe e remix (per non parlare della versione blu-ray e di quella in vinile) – rappresentava in ogni senso il momento centrale. Il più alto.

Qui – nelle nove tracce e nei trentanove minuti del programma originale, fra i Flash And The Pan in paradiso (ché l’originale non vale un decimo della rilettura) di Walking In The Rain e la Marianne Faithfull girata white soul di I’ve Done It Again – l’esemplificazione perfetta di uno stile unico, ritmi dal reggae al funk in una cornice di algida new wave. Meglio la Nightclubbing di Grace di quella di Iggy, manco a parlarne di confrontare la sua Demolition Man con quella dei Police.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.351, maggio 2014. La signora oggi compie gli anni e no, non chiedetemi quanti.

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Dio preservi il Reverendo Al Green

Che proprio oggi celebra un compleanno importante, il settantesimo.

Al Green

Tranquille ai limiti del banale l’infanzia e l’adolescenza trascorse dal nostro eroe nel natìo Arkansas, fra l’altro armonizzando gospel nei Greene (la “e” non è ancora caduta) Brothers: fino al fatidico giorno in cui il padre, battista di fede integerrima, lo sorprende ad ascoltare Jackie Wilson e gli promette pianto e stridor di denti se non ripudierà il Grande Satana della musica secolare. Il giovane Al non si sottomette e preferisce cambiare casa e stato. Nel 1964 lo troviamo, diciottenne, nel Michigan, ove dà vita ai Creations e con loro si esibisce in locali di infimo ordine. Dopo un po’ i compari, visto che nessuna casa discografica si fa avanti per ingaggiarli, fanno di necessità virtù e ne fondano una loro. Per i tipi della lillipuziana Hot Line Music Journal, i ribattezzati Al Greene & The Soul Mates pubblicano nel 1967, sull’onda del discreto successo del singolo Back Up Train, un 33 giri che da quella canzone prende il titolo ma che non ottiene, anche per problemi di distribuzione, un accettabile risultato commerciale. Parrebbe che la carriera del giovanotto, nonostante una sequela di concerti fra i quali pure uno, prestigioso, all’Apollo Theater di Harlem, sia già al capolinea, ma non è così. Accade che lo sente cantare Willie Mitchell e ne resta a tal punto impressionato che lo porta seco a Memphis e gli presta sulla fiducia un paio di migliaia di dollari per consentirgli di liberarsi da altri impegni. Greene va e, con qualche settimana di ritardo, torna. Uomo dai molteplici talenti (trombettista, compositore, arrangiatore, produttore, discografico), Mitchell è capoccia dell’etichetta che prenderà il posto della Stax sulla mappa del soul sudista. Si chiama Hi Records e ha anch’essa un suono immediatamente identificabile, armonioso coesistere di languide orchestrazioni a base di ottoni e soprattutto di archi con l’elastica possenza di un basso e una batteria ferocemente funk. A contorno: organi grassi e una chitarra saporosa di blues. Sopra: voci peculiari, come quelle di O.V. Wright, George Jackson, Ann Peebles, Syl Johnson. Come quella di Al adesso Green, serica e di un’eleganza nel fraseggio come non si udiva da Sam Cooke. Formidabili i musicisti che lo fiancheggeranno per otto anni: cooptati dalla Stax, i mitici Memphis Horns (il trombettista Wayne Jackson, i sassofonisti James Mitchell, Ed Logan e Andrew Love, il trombonista Jack Hale), e ancora Mabon Hodges alla chitarra, Charles Hughes all’organo, Leroy Hodges al basso e Al Jackson (poi Howard Grimes) alla batteria.

Dopo un paio di 45 giri di riscaldamento (sul lato A del primo una scintillante rilettura di I Want To Hold Your Hand dei Beatles), il nostro uomo inaugura nel 1969 la sua nuova vita con un LP chiamato “Green Is Blues” (sarà ristampato, con l’aggiunta del brano omonimo, come “Tired Of Being Alone”; ***) e come si suol dire promettente. In un programma composto perlopiù da cover spiccano una My Girl che inventa Hall & Oates, una I Stand Accused resa con liturgica vena blues, una Summertime pressoché irriconoscibile. È anche meglio il successivo e sospirato “Gets Next To You” (***½), che ha in scaletta Tired Of Being Alone, numero sette nella classifica R&B e undici in quella pop nel luglio 1971. Sono prove tecniche di immortalità, raggiunta cinque mesi dopo con Let’s Stay Together, che scala entrambe le graduatorie fino alla vetta ed è epitome somma e dell’arte di Al Green e della seduzione amorosa di stampo afroamericano. Da lì al 25 ottobre 1974 niente sembrerà potere fermare il nostro uomo. Album brillante va dietro ad album brillante: “I’m Still In Love With You” (con dentro la programmatica e bene augurante Love And Happiness; ***½), “Call Me”, “Livin’ For You” (con la fluida urgenza di Let’s Get Married e la più bella versione di Unchained Melody dopo Jimmy Scott; ***½), “Explores Your Mind” (con Take Me To The River e già basta; ***½). Hit va dietro a hit. La popolarità di Al Green è enorme, in particolare fra il pubblico femminile. Ma quel fatale dì di autunno una sua ex gli rovescia dell’acqua bollente addosso, procurandogli gravi ustioni, e subito dopo si uccide con una pistola del cantante stesso. Che, da sempre diviso fra fervore religioso e adescamento, interpreta l’evento come un segno divino e comincia a meditare di abbandonare il pop.

Mentre ci pensa su licenzia altri tre LP proprio niente male, “His Love” (***), “Full Of Fire” (***½) e “Have A Good Time” (***), e con l’orchestra dilagante di L.O.V.E. coglie l’ultimo grande successo fino al duetto con Annie Lennox di Put A Little Love In Your Heart, numero nove negli USA nel 1988. Mette fine al matrimonio con Willie Mitchell e miracolosamente riesce a non pagare pegno con la pietra miliare “The Belle Album”, cui dà un apprezzabile seguito con “Truth N’Time” (***½). Ma una rovinosa caduta dal palcoscenico a Cincinnati (Dio a quanto pare è esigente e geloso) nel 1979 lo persuade infine che l’impegno, assunto tre anni prima, come pastore della chiesa Full Gospel Tabernacle di Memphis deve diventare il centro della sua vita. Il doppio “Tokyo… Live” suggella l’abbandono della musica laica e il ritorno a quella religiosa, che lo vedrà protagonista per tutti gli ’80 e i primi ’90 con lavori pluripremiati ma che inevitabilmente non hanno l’appeal dei classici. Né lo esibiranno i tre dischi che lo vedranno di nuovo, fra il 1992 e il 1995, confrontarsi con il rhythm & blues.

Al Green - L-O-V-E - The Essential

L-O-V-E – The Essential (Hi, 2002; 2CD) ****½

Non volendo investire sul quadruplo “Anthology” (Right Stuff/Hi, 1997; ****), questo doppio tiene fede al titolo esponendo le ragioni di un successo impressionante nei numeri: tredici singoli nei Top 40 fra il 1971 e il 1976 e trenta milioni di dischi venduti complessivamente in giro per il globo.

Al Green - Call Me

Call Me (Hi, 1973) ****

È il disco della salace Here I Am (Come And Take Me) e della sussurrata Have You Been Making Out O.K., di una spiritualissima e programmatica Jesus Is Waiting e di due straordinarie incursioni nel mondo del country: da Willie Nelson viene presa Funny How Time Slips Away, da Hank Williams una I’m So Lonesome I Could Cry fatta inno gospel.

Al Green - The Belle Album

The Belle Album (Hi, 1977) ****½

Irresistibili la svenevolezza di Belle e di Loving You, le trame oniriche di Dream, la solarità nomen omen di Feels Like Summer, la svelta cantabilità di All N All, la corposa fascinazione melodica di Chariots Of Fire. Ma ancora meglio sono una Georgia Boy fra country e blues e I Feel Good, apoteosi funk come solo James Brown ha osato concepire.

Al Green - Tokyo... Live

Tokyo… Live (Cream/Hi, 1981; 2LP) ****

Un eccitante bignamino dal vivo cui per essere impeccabile manca giusto Take Me To The River.

Al Green - I Can't Stop

I Can’t Stop (Blue Note/EMI, 2003) ****½

Quando nessuno se l’aspetta più, il Reverendo torna al secolare almeno in musica e visto che c’è rinnovando il sodalizio con Willie Mitchell, sciolto una prima volta nel 1977 e soltanto provvisoriamente riallacciato otto anni dopo con un paio di dischi di musica sacra. L’album che ne risulta sembra, esattamente come “Don’t Give Up On Me” di Solomon Burke, sortire da una capsula temporale, solo che ci si sposta avanti di un decennio. Il bagno in acque blues di My Problem Is You, la gioiosa danza di I’ve Been Thinkin’ Bout You e soprattutto ballate come Rainin’ In My Heart e Not Tonight valgono qualunque classico precedente del Nostro. Troppo sperare che non resti un isolato prodigio?

Pubblicato per la prima volta in Soul e Rhythm & Blues – I classici, Giunti, 2004.

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