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Naomi Shelton & The Gospel Queens – Cold World (Daptone)

Naomi Shelton & The Gospel Queens - Cold World

Piena la storia della black di gente che, partita dal sacro, è poi andata a batter cassa (benché anche restando in chiesa qualcuno se la sia cavata non male, da Mahalia Jackson in giù) passando al profano: Sam Cooke quello che suscitava più polemiche. Rimarcando quanto siano labili i confini fra soul e gospel proprio una canzone di costui – e anzi “la” canzone di Sam Cooke, A Change Is Gonna Come – suggellava cinque anni fa, in una lettura quantomai struggente, l’esordio in lungo in età che si può ben dire matura di Naomi Shelton. Una che ha compiuto esattamente il percorso inverso e restano a testimoniarlo alcuni singoli funk leggendari fra dj e collezionisti. Era un gran bel debutto “What Have You Done, My Brother?”, solido il repertorio, di prim’ordine gli strumentisti e lo stesso le voci a contorno della leader. Una talmente brava da riuscire quasi a convincerci (quasi) che parli di Dio e con Dio quando intona con intensità bruciante canzoni con titoli come I Need You To Hold My Hand o He Knows My Heart.

Fattosi aspettare tanto a lungo da indurre il timore che la signora avesse deciso di lasciare isolato quel tardivo exploit, “Cold World” ripaga l’attesa con un’altra dozzina di brani dritti dagli anni ’60. Stilosi ma mai artefatti, densi di un sentimento denso della solita ambiguità. Tecnicamente è gospel, lo certificano argomenti e l’interagire fra la voce solista e un coro che pure qualche libertà pop se la prende, ma si attacca con una Sinner pigramente quanto schiettamente funk e ci si congeda con una Everybody Knows (River Song) dritta da un ideale libro della ballata sentimentale Stax. In mezzo e non di rado (ad esempio in I Don’t Know) del blues. Che sarebbe anche la musica del Diavolo, ma non ditelo a Naomi Shelton.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.354, agosto 2014.

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Mavis Staples – One True Vine (Anti)

Mavis Staples - One True Vine

“I like my man like I like my whiskey/aged and mellow”, cantava Esther Phillips quando era ancora Little Esther, e non se la prenderà Mavis Staples, che è donna di mondo oltre che di chiesa, se si estende un simile, profano paragone a una voce che sembra assurdo dire, gettando l’occhio a catalogo e storia pregressi, che più passano gli anni e più si fa invincibile, ma è proprio così. Favolosa questa seconda (terza? quarta?) giovinezza di una che ha appena festeggiato il settantaquattresimo compleanno e calpesta palcoscenici dacché ancora doveva spegnere l’undicesima di candelina. Principiava nel 2007 con l’approdo alla Anti e quel “We’ll Never Turn Back” sapientemente curato in regia da Ry Cooder e tutto incentrato sull’epopea della lotta per i diritti civili negli Stati Uniti dei ’60 e, dopo un parimenti strepitoso “Live: Hope At The Hidehout” spedito nei negozi alla vigilia delle elezioni che per la prima volta portavano un uomo di colore alla Casa Bianca, trovava essenziale continuità nel 2010 con “You Are Not Alone”. Prodotto, quello, da Jeff Tweedy degli Wilco. Squadra che vince non si cambia.

Non c’è niente da fare: qualunque cosa canti la più giovane di casa Staples automaticamente si trasforma in gospel, anche e tanto più stupefacentemente quando in origine non lo era. Vale per Can You Get To That, che nella versione primigenia dei Funkadelic inclusa nel capitale “Maggot Brain” più che rimandare a cerimonie domenicali prefigurava, con un bel po’ di anticipo, tal Prince Rogers Nelson e che adesso ha il cielo come unico limite e obiettivo. Differenza fatta tutta da Mavis, siccome l’arrangiamento attuale non si discosta, se non per dettagli scarsamente significativi, da quello del ’71. Vale tanto di più per una scarna, felpata e di intensità rabbrividente Holy Ghost, che inaugura l’album e con l’immediatamente successiva Every Step – appesa a un arpeggio statico fintanto che ritmica e coro non la fanno decollare verso empirei gioiosamente indicibili – ne stabilisce il tono. Arriva dai Low e, guarda che caso, da “The Invisible Way”, recente ed eccelso lavoro del trio di Duluth diretto da Tweedy. Che è l’autore di Every Step – e più avanti di una dolcisssima Jesus Wept; e infine del blues che strascicando i piedi si porge da congedo di One True Vine – e non si sa se preoccuparsi del prossimo Wilco, temendo che stia dando via le canzoni migliori, o viceversa sognare – preso atto di un simile stato di… grazia – il capolavoro che cancellerà i capolavori precedenti. Relativo a quel punto lo stupore nello scorgere la firma di Nick Lowe sotto una giocosa Far Celestial Shore, rassicurante (fin quando un’ustionante chitarra solista non apre il primo e unico scorcio e squarcio di rock) vedere quella dello scomparso da lungi patriarca di casa Staples, Roebuck detto “Pops”, sotto l’altrimenti suadente I Like The Things About Me. Sow Good Seeds, invita esplosiva la settima traccia di dieci. Woke Up This Morning (With My Mind On Jesus) racconta un’esultante nona e sì, capita pure a me di svegliarmi e rivolgere come prima cosa il pensiero a Nostro Signore, ma in maniera diversa da questo scricciolo con voce da leonessa. Ad ascoltarla, Mavis Staples, quasi ti viene voglia di emendarti, di pentirti, di crederci. D’altronde Bobbie Dylan non è uno che si innamora di persone banali.

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Non ho mai amato nessuna come ho amato te: i settant’anni di Aretha Franklin

Ieri Lady Soul ha compiuto settant’anni. Quando si apprestava a festeggiarne sessanta le dedicai questo articolo.

Il prossimo 25 marzo Lady Soul (mai titolo fu tanto appropriato) compirà sessant’anni e contemporaneamente celebrerà i trentacinque trascorsi da quando per la prima volta una sua incisione ascese fino alla vetta della classifica R&B. Nel 2001 Aretha Franklin ha festeggiato un altro anniversario: quarantacinque anni (avete letto bene) nello showbiz. Registrato dal vivo nel 1956 alla New Bethel Baptist Church di Detroit e pubblicato quello stesso anno dalla Chess, presenza intermittente nei cataloghi e anche per questo spesso dimenticato dalle discografie, “Aretha Gospel” (in tal guisa lo posseggo io, in una stampa su CD del ’97, ma credo abbia circolato anche con altre copertine e altri titoli) è un documento straordinario che quasi quasi fa dar ragione a Peter Guralnick, che nelle succinte note a corredo appunta che la “Franklin produrrà arte superiore in seguito, ma mai musica più grande di quella che regala qui, con la voce e i sentimenti messi a nudo”. Tutto è approssimativo in quest’album, a partire dalla registrazione nasale da blues delle origini. L’organo avanza catacombale, il piano cigola e tracheggia, gli interventi del pastore e della congregazione si intromettono fantasmatici, gli occasionali cori stridono, la voce solista stessa pare avvolta, da una ripresa dilettantesca, in strati di bambagia. Eppure, dalla nebbia dell’incisione primitiva, la sua purezza, la sua intensità, sebbene fra le incertezze di uno stile non ancora educato, risplendono con luce abbacinante. Non si riesce a credere che ne sia proprietaria una quattordicenne. Com’è possibile che nel canto di una ragazzetta risuonino con tanta forza estasi e dolore, gioia e passione e una pensosa maturità? Come se già avesse vissuto cento vite e cercasse di trasmetterne l’essenza, trovando nel contempo redenzione, nel silenzio fra un fraseggio e l’altro. All’apice del successo si dichiarerà “una donna di ventisei anni che va per i sessantacinque”. Ogni cosa ha il suo prezzo e l’arte sa essere insopportabilmente esosa, ma la bambina “disperatamente infelice” di cui il primo manager riferiva a un cronista di “Rolling Stone” è sopravvissuta e, se esiste (ascoltandola cantare si propenderebbe per il sì), che Dio l’abbia in gloria.

Tre sono le immagini di Aretha che mi piace conservare nella memoria. La prima è una creazione tutta mia costruita sulla base della foto che campeggia sulla confezione del succitato disco. Me la vedo collegiale procace ma timidissima, castigata in uno scialbo abitino (proprio virginea non era se un anno dopo fece un figlio, ma tant’è), che avanza timorosa lungo la navata della chiesa, si siede al piano e lì si trasforma, da bruco a farfalla che spicca il volo, bellissima, spargendo polvere di stelle dalle ali. La seconda è balenata qualche mese fa da uno zapping notturno fra canali satellitari, stralcio di concerto non identificato (sicuramente però di fine ’60 o primissimi ’70) con alle spalle un gruppo misto (bianchi e neri) schiacciasassi e lei elegantissima a esigere Respect con un’intensità oltre l’esprimibile. Vertiginosa. La terza dovrebbe essere – spero – familiare a tutti voi: è la coreografia traboccante grinta, orgoglio e gioia di vivere costruita intorno a Think nel primo Blues Brothers. Gioia di vivere? Quel 1980 fu il secondo dei cinque anni trascorsi prevalentemente, prima che una morte misericordiosa se lo prendesse, al capezzale del padre, amatissimo e temuto, ridotto a vegetale da una pallottola che lo aveva colpito al capo durante una rapina. Mai fidarsi delle apparenze con la signora Franklin. Riascoltatela Think. Cosa ci trovate? Le cose dette dianzi, vero? La versione originale, cui toccò aprire l’eccellente “Now”, fu registrata il 15 aprile 1968, il giorno in cui l’America fu annichilita dalla notizia dell’assassinio di Martin Luther King. Un eroe per tanti, un intimo amico di famiglia per i Franklin. Mentre l’America si fermava, confusa e infelice (ricorda Isaac Hayes che tale fu lo smarrimento provato che per un anno non gli riuscì più di scrivere nulla), Aretha – cuore infranto ma intrepido – affermava la necessità di onorare gli scomparsi continuando a vivere. A – mi piace così tanto quest’espressione, che è del gospel e di cui l’italiano non rende che una frazione infinitesimale della pregnanza – testimoniare.

Predestinata alla gloria? Aretha nasce nel 1942 a Memphis, seconda figlia del Reverendo C.L. Franklin e di Barbara, che se ne andrà di casa nel ’48 lasciando al consorte il compito di allevare una prole nel frattempo arrivata a quota cinque. Dopo un breve soggiorno a Buffalo, la famiglia si trasferisce a Detroit. Lì il padre dirige la New Bethel Baptist Church, facendone la base di frequenti tour che gli conquisteranno la nomea di uomo “con la voce da un milione di dollari”. E per la bellezza (nientemeno che Bobby Bland la prenderà a modello), dispiegata in qualcosa come settanta LP, e per l’esosità dei cachet, invero favolosi se si pensa che all’apice del successo arriverà a chiedere e ottenere quattromila dollari a data. La bambina cresce da un lato abbandonata a se stessa, dall’altro circondata da celebrità. Le fanno a turno da madre gigantesse del gospel come Mahalia Jackson, Marion Williams e Clara Ward (per un certo periodo compagna fissa del reverendo) e la casa è frequentata da Art Tatum come da Dinah Washington, da Low Rawls come da Sam Cooke. La ragazzina osserva e prende nota. Un giorno del 1957 Cooke arriva portando con sé la lacca di un 45 giri che sa che darà scandalo. Ha già pubblicato dei dischi di musica profana, ma sotto pseudonimo. Quello uscirà a suo nome e sanzionerà il definitivo abbandono della musica sacra. Si chiama You Send Me, languorosa ballata di immani capacità seduttive e imminente pietra miliare, e Sam chiede alla quindicenne Aretha cosa ne pensi. Non sappiamo cosa rispose ma possiamo immaginarlo ascoltando la versione, per una volta prossima all’originale, offertane undici anni dopo nel già nominato “Now”.

Ecco, ci sono arrivato: uno degli ingredienti principali della grandezza di Madama Franklin è la capacità di fare indelebilmente suo qualunque materiale con il quale si misuri, qualità rimarchevolmente conservata anche nell’ultimo quarto di secolo, età non più d’oro ma nemmeno di latta come troppi hanno cercato di far credere. Nei tanti 33 giri pubblicati dal ’61 al ’67 per la Columbia, dove l’aveva portata John Hammond dichiarandola “la nuova Billie Holiday” (poteva ben dirlo, lui che aveva scoperto la prima), e dove non la serve affatto bene un materiale perennemente indeciso fra sofisticazione jazz e ruffianeria pop, la sua personalità risalta comunque. Ma nessuno, nemmeno Jerry Wexler che fece carte false per portarla alla Atlantic, poteva immaginare cosa stava per sbocciare. “I Never Loved A Man The Way I Love You” è uno dei più memorabili album di soul o di qualunque altro genere che possiate mettervi in casa se – disgraziati voi! – ancora non lo possedete. Lo inaugura Respect ed è subito apoteosi, fra il piano e la ritmica che  giocano a chi è più funky, il coro che impazza, i fiati che sventagliano raffiche come guerriglieri sull’orlo di una crisi di nervi e sopra a tutto la voce di Aretha che trasforma la domestica concione di Otis in inno insieme femminista e di consapevolezza nera. “Ho perso la mia canzone, quella ragazza me l’ha portata via”, osserverà desolato costui a Wexler dopo averla ascoltata e tenete presente che è di Otis Redding che si sta parlando. In un capolavoro in cui pure le doti di autrice della Franklin trovano sommo risalto in una Don’t Let Me Lose This Dream che andrebbe fatta mandare a memoria alle tante squinziette del cosiddetto “modern soul”, in una Baby Baby Baby di accorata tensione e in special modo nel lubrico blues di Dr. Feelgood, è ad ogni buon conto il suo essere interprete incomparabile che si evidenzia maggiormente: nelle sacrali dodici battute di Drown In My Own Tears come nel countreggiare di Do Right Woman – Do Right Man, nei Sam Cooke antipodici di Good Times e A Change Is Gonna Come e più che mai in una title-track (Ronny Shannon il titolare) che è amarissimo peana d’amore a un uomo odiosamente prevaricatore. Impossibile non pensarla dedica a quel Ted White che di Aretha fu a lungo compagno e dalla cui schiavitù stenterà a liberarsi.

Racconta il solito Guralnick che il giorno che l’album fu pubblicato si trovava a Boston e in una mattinata gelida vide gente ballare e cantare in fila per acquistarlo fuori da negozi che lo suonavano senza posa mentre le radio facevano altrettanto. E aggiunge: “Era come se fosse arrivato il nuovo millennio”. O un altro Elvis. Per Aretha Franklin il nuovo millennio durerà in realtà, a seconda di dove si ritiene opportuno sistemare i paletti, dai cinque agli otto anni, ma a parte i Beatles nella musica pop nessuno ha mai avuto e probabilmente avrà anni così. Lascio agli enciclopedisti la contabilità di una sequela impressionante di numeri uno e di dischi d’oro e di platino e di premi della critica e dell’industria (otto vittorie consecutive ai Grammy Award nella categoria “Best R&B Performance, Female”) raccolti dall’artista mentre la donna attraversava inferni personali sui cui si è scritto, facendole torto, quasi come sulla musica. Qui riferisco sveltamente di sette LP in studio e tre dal vivo pubblicati nel volgere di un travolgente lustro e uniformemente propulsi dai migliori musicisti che si trovassero allora sulla piazza soul (con qualche comparsata anche di campioni del rock: Eric Clapton in “Lady Soul”, Duane Allman in “Spirit In The Dark”). Fra i primi almeno “Aretha Arrives”, “Lady Soul” e “Aretha Now” basterebbero ciascuno da solo a iscrivere il nome di questa donna negli annali. Spero che fra quanti mi leggono non vi sia nessuno che non conosca classici come You Are My Sunshine, Prove It, Chain Of Fools, (You Make Me Feel Like) A Natural Woman, Think, You’re A Sweet Sweet Man. Ma pure il jazzato “Soul ’69” e “This Girl’s In Love With You” (con dentro una Eleanor Rigby indicibilmente trasfigurata e una sontuosa Let It Be, scritta da Lennon e McCartney appositamente ma incisa soltanto dopo quella dei Beatles), “Spirit In The Dark” e “Young, Gifted And Black” valgono assai.

Imprescindibili i live: “In Paris”, inciso all’Olympia, istantanea di un trionfo francese; “At Fillmore West”, testimonianza del sorprendente abbraccio ad Aretha della nazione hippie, con a chiudere una Reach Out And Touch (Somebody’s Hand) che sarà anche retorica ma tuttora commuove; e infine “Amazing Grace”, inatteso e felicissimo ritorno al gospel. Mi piace pensarlo come la chiusura del cerchio che la ragazza aveva cominciato a disegnare alla New Bethel Baptist Church sedici anni prima, sotto l’occhio vigile del padre.

Pubblicato per la prima volta su “Blow Up”, n.44, gennaio 2002. Ristampato in Scritti nell’anima, Tuttle Edizioni, 2007.

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