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Il prog molto punk dei Rush

Nel 1980 e con l’album prima di questo, “Permanent Waves”, i Rush aggiornavano parzialmente il loro sound alla new wave montante, asciugando certi eccessi prog, concedendosi persino qualche spiazzante ritmica in levare. Soprattutto, aggiornavano precedenti record di vendite che nondimeno i lavori successivi letteralmente stracceranno, con stupefacenti apici in piena era grunge/crossover. Una volta di più in controtendenza, anche se va detto che uno dei gruppi cardine (non a caso: probabilmente il più sofisticato) di area funk-metal rivendicherà sempre con orgoglio un’ascendenza Rush: leggere una qualunque intervista ai Primus (non a caso 2: un altro power-trio) per verificare. Oppure puntare le parti centrale e finale, in questo “Moving Pictures” freschissimo di ristampa per quella stessa Mercury che lo pubblicò in origine negli Stati Uniti, dello strumentale YYZ per avere la certificazione ultima di tale influsso. Laddove James Hetfield non ha mai nascosto (non potrebbe) che i Metallica il riff di Welcome Home (Sanitarium) lo presero di peso da una Tom Sawyer che invece a me ricorda tanto ma tanto i Pavlov’s Dog.

Confesserò di avere sempre avuto, se non esattamente un debole, quantomeno della simpatia per questi canadesi progressivi fuori tempo massimo e in violazione di tante regole del genere (quindi, se vogliamo, punk). Fieri bastian contrari schifati dalla critica e che il successo se lo costruirono dal basso, con una perseveranza da pochi. Registrato in maniera fantastica, con un’attenzione ai colori e alle dinamiche da fare scomparire tante abominevoli incisioni odierne, “Moving Pictures” scivola più di ogni tanto sulle bucce di banana di un synth sopra le righe o di un assolo di elettrica inutilmente virtuosistico, ma sa anche essere misurato: ad esempio in una Limelight di epicità non tronfia e fenomenale incisività pop; ad esempio in una Witch Hunt che è uno dei migliori apocrifi Black Sabbath di sempre. A rimarcare la complessità di lettura del trio di Toronto potrebbe bastare il triplo senso su cui giocano titolo dell’album e copertina: sulla quale persone in movimento (“movers”) spostano quadri (“pictures”) i cui soggetti commuovono (e sono dunque “moving”) chi osserva. Che viene filmato e se ne fa quindi una “moving picture”. Se non è geniale, è come minimo ingegnoso.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.368, ottobre 2015.

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Cheap Trick: è solo rock’n’roll ma…

Per essere un album eccezionalmente influente di un gruppo assai riverito e che da lì a breve vivrà momenti di stardom autentico, “Cheap Trick” ha venduto singolarmente poco. All’epoca dell’uscita, quando nemmeno riusciva a entrare nei Top 200 di “Billboard”, e nei trentotto anni trascorsi: tant’è che negli Stati Uniti deve ancora essere certificato d’oro quando i tre successivi lavori in studio sono da lungi di platino e di platini il live “At Budokan” ne ha collezionati tre. Idolatrati in Giappone, Robin Zander, Rick Nielsen, Tom Petersson e Bun E. Carlos registravano un album in concerto per ringraziare l’adorante platea locale ed era precisamente quell’album a farli diventare profeti anche in patria, di rimbalzo. Consigliatissimo, “At Budokan”.

Nondimeno il disco più rappresentativo del quartetto resta un debutto in studio che rende perfettamente plausibile il suo essere implausibilissimo anello di congiunzione fra George Martin (più avanti l’ex-produttore dei Beatles firmerà la regia di “All Shook Up”, ma sarà un mezzo disastro) e Steve Albini (che designerà a lato A del singolo più famoso dei suoi Big Black una cover di He’s A Whore). Capace di mettere insieme la seduttività melodica dei Fab Four e l’incisività dei riff degli Who, con a buon rendere un tocco di sfacciataggine glam, “Cheap Trick” ha trovato nei decenni estimatori nei circoli più diversi e lontani: per non citare che alcuni fra i cultori dichiarati si possono ritenere in qualche misura sua progenie Smashing Pumpkins e Nirvana, i Green Day così come Foo Fighters e Weezer, i Mötley Crue ma anche i Trans AM, gli Urge Overkill, i Fountains Of Wayne. Essendo il classico LP che si trova sulle bancarelle a dieci euro o meno, il lettore potrebbe legittimamente chiedersi quale sia il senso di spendere tre volte tanto per questa stampa Speakers Corner calda di pressa. Non se lo chiederà più dopo avere strabuzzato… le orecchie di fronte a una ripresa sonora letteralmente tridimensionale che esalta oltre il dicibile quello che in fondo è solo rock’n’roll per voci, due chitarre, basso e batteria. Ma ci piace, oh se ci piace…

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.366, agosto 2015.

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Wolf People – Ruins (Jagjaguwar)

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È che nell’epoca in cui vivono i Wolf People probabilmente l’Internet non esiste ancora e dunque figurarsi Wikipedia. Solo così può spiegarsi l’assenza di una scheda loro dedicata sulla nota enciclopedia “on line”. Fatto assurdo e tuttavia non più di un rimanere culto noto al massimo a chi è abbonato a “Shindig” mentre, per dire, un altro gruppo al pari palesemente retromaniaco (e meno talentuoso) come i Kings Of Leon capeggia la classifica USA con la più recente uscita proprio nel momento in cui scrivo queste righe. Non che ai nostri eroi importi più di tanto, credo. I quattro giovanotti del Bedfordshire continuano felicemente ad abitare le discografie ereditate presumibilmente, più che dai fratelli maggiori, dai padri e ad aggiungerne ogni tanto uno loro di album a quelle collezioni. “Ruins” è il terzo o il quarto, contando una raccolta, arriva a tre anni dal superlativo “Fain” e come i predecessori vede la luce per un’indipendente americana di ottima reputazione. Però inadeguata a gestire una band dal potenziale commerciale elevato, quasi clamoroso. Perché la forza dei Wolf People è quella di rivolgersi sia agli appassionati con la storia del rock sulla punta delle dita che, potenzialmente, a un pubblico meno sofisticato ma pronto a farsi conquistare dal riff marmoreo, dalla cavalcata guerriera.

Innamoratissimo di “Fain”, ho trovato più di grana grossa le pur non poche seduzioni che offre il sospirato seguito. Posto un po’ in secondo piano l’amore per certo folk-rock progressivo di fine ’60/inizio ’70 (rimarchevole eccezione una Salt Mills immaginabile dagli Steeleye Span), qui i ragazzi quasi saltano i Jethro Tull più hard e puntano direttamente Led Zeppelin e Black Sabbath. Nella radio del mio cuore un pezzo come Ninth Night sarà sempre in heavy rotation.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.382, dicembre 2016.

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Dall’hardcore all’hard: i Black Flag di “Slip It In”

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Per otto esaltanti anni – fra continui cambi di formazione, una persecuzione poliziesca e l’altra, un tour degli Stati Uniti da costa a costa e una scorribanda nel Vecchio Continente – la Bandiera Nera ha garrito su Los Angeles. Diciotto sono ormai trascorsi dacché venne ammainata, eppure pare che sventoli ancora e insomma (per citare un gruppo nostrano che dalle gesta di Greg Ginn e soci prese indubbia ispirazione) “lo spirito continua”. Al di là dello stardom cui nei ’90 è assurto Henry Rollins, che del complesso californiano non fu fra i fondatori ma resta l’icona e la voce per eccellenza, Black Flag è ancora presenza palpabile nel rock contemporaneo, riferimento sia per quel poco punk degno di essere così chiamato che per molto metal e un tot di cani sciolti. Tutti gli album degli anarchici losangeleni sono facilmente rintracciabili e hanno venduto nel tempo parecchio più di quando uscirono.

Due almeno quelli dai quali non si può prescindere. “Damaged”, del 1981, è probabilmente il migliore LP hardcore di sempre, pietra miliare del rock estremo scolpita nel magma e nel granito da inni frenetici e urticanti come Six Pack e Rise Above, Police Story e Gimmie Gimmie Gimmie. E poi c’è “Slip It In”, che è quello che ci interessa in questa sede, di tre anni posteriore e un classico assoluto di moderno hard rock, conscio delle sue radici e ovviamente aperto a ogni contaminazione, dal punk (ça va sans dire) a certa avanguardia. E retrospettivamente, con il suo essere volto a un aggiornamento del passato, molto in anticipo sui tempi (e per questo frainteso) giacché la scena di Seattle era in fasce. Se The Bars e My Ghetto sono ritorni di fiamma per l’hardcore che fu, la traccia omonima e inaugurale e la conclusiva You’re Not Evil sono ricostruzioni sabbathiane di classe suprema e Rat’s Eyes, lenta e caratterizzata da un cantato cavernoso, prefigura il grind, ma non fategliene una colpa. Imprescindibile.

Pubblicato per la prima volta su “Extra”, n.16, inverno 2005. Henry Rollins compie oggi cinquantasei anni.

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Ten Years After – Stonedhenge (Deram)

Ten Years After - Stonedhenge

Galeotta fu Woodstock e ben lo sa chiunque di storia del rock abbia anche solo un’infarinatura. Saliti su quella ribalta non da sconosciuti (proprio quest’album a inizio anno era andato al numero 6 nella natìa Gran Bretagna) ma comunque da gruppo poco noto al pubblico americano, i Ten Years After ne scendevano da superstar e questo in forza di una performance esplosiva. Al culmine in una versione di undici minuti di quella I’m Going Home già decisiva (in una più concisa lettura di sei minuti e mezzo) l’anno prima per il successo, più modesto e tutto inglese, del live “Undead”. Galeotta fu Woodstock però anche in negativo, giacché da quel 17 agosto 1969 i Ten Years After nel sentire comune sono rimasti “quelli di I’m Going Home”, un boogie-blues tanto travolgente quanto banalotto, ed è nomea che non rende giustizia a una band che fu tutt’altro che unidimensionale. A volte magari un filino scolastica nella sua resa di grammatica e vocabolario delle dodici battute, ma spesso anche no. Nel post-Woodstock a fare fede di una cifra stilistica personale saranno soprattutto “Cricklewood Green” (sul fronte della jam) e “A Space In Time” (su un versante più pop). Prima del fatidico festival aveva provveduto “Stonedhenge”.

Si scoccerà chi del terzo album (secondo in studio) del gruppo di Alvin Lee già aveva acquistato una precedente edizione rimasterizzata con quattro bonus. Questa sul secondo CD ne riprende tre aggiungendone tre ulteriori, laddove sul primo sistema il programma originale sia in mono che in stereo. Gioirà viceversa chi ancora non aveva in casa questo classico minore. Si stupirà magari, avendo in testa solo “quei” Ten Years After lì, dei tanti piccoli tocchi di jazz, così come di una gemma di blues insieme psichedelico e gotico chiamata Going To Try.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.366, agosto 2015.

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Il Sensazionale Alex Harvey

The Sensational Alex Harvey Band

È una storia gloriosa e tragica, incastonata fra due morti premature e suggellata da altre due. Il 3 maggio 1972 al Top Rank Bingo Club di Swansea, Galles, sono in programma gli Stone The Crows, gruppo di blues progressivo in decisa ascesa (il loro manager è Peter Grant, lo stesso dei Led Zeppelin) reso inconfondibile dalla voce della cantante Maggie Bell. Li caratterizza quasi altrettanto la chitarra del ventisettenne Leslie Harvey. Quella sera qualcosa non va nell’impianto di amplificazione. Leslie si avvicina a un microfono per scusarsi e ci posa sopra una mano. Muore all’istante, fulminato da una scarica elettrica. Colpo tremendo per Alex Harvey, che quel fratellino talentuoso, di tanto più giovane di lui (dieci anni) se l’è cresciuto svezzandolo a dixieland, blues e rock’n’roll. Eventi simili possono rivoluzionare una vita ed è quanto accade ad Alex. Da un paio di anni ha lasciato le scene musicali, dopo un’ultradecennale carriera che l’ha visto pubblicare quattro pregevoli LP. Performer fenomenale e interprete e compositore eclettico, ha praticato un robusto errebì (in questo un pioniere nella natìa Scozia) come un blues di ricerca, mai dimentico delle radici folk, sperimentando anche con la psichedelia alla testa dei misconosciuti Giant Moth. È come se la scomparsa di Leslie fosse per lui un segnale che il suo cammino artistico deve riprendere ed è un’autentica frenesia di vita che si impossessa di lui. Con complici scovati casualmente e dell’età di Leslie o meno piuttosto che della sua (sono all’orizzonte i quaranta), in poco più di cinque anni pubblicherà otto album (i primi sette per i tipi della Vertigo), conoscendo pure in patria un successo di cui in precedenza aveva avuto assaggi da emigrante in Germania. Tolto il trascurabile “Fourplay”, inciso senza il leader, l’intera discografia della Sensational Alex Harvey Band è stata appena ristampata su quattro doppi CD Mercury. Ottima occasione e perdipiù a buon mercato per fare la conoscenza di un artista che fu fra i pochi della vecchia guardia rispettati dalla generazione del punk (molto di lui nel vociare malevolo di Johnny Rotten) e del cui club di estimatori fanno parte nomi tanto diversi come Nick Cave, che ne ha coverizzato un brano nel capolavoro “Kicking Against The Pricks”, e Marc Almond.

Primo frutto dell’incontro fatale fra Harvey e i Tear Gas – Zal Cleminson alla chitarra, Hugh McKenna alle tastiere, Chris Glenn al basso, Eddie McKenna alla batteria -, registrato sul finire del 1972 e pubblicato a inizio ’73, “Framed” è apprezzabile debutto in bilico fra il passato del capobanda e la voglia di attualità che in quel momento in Gran Bretagna si chiama glam. Ne offre sintesi perfetta proprio la title track, classico di Leiber & Stoller che Alex ha in repertorio dai tempi in cui chiamava casa Amburgo ed è qui bluesone ultraelettrico con su la polvere di stelle di un piano luccicante. Ove più avanti I Just Want To Make Love To You di Willie Dixon è impossibilmente intensa e randellata da ottoni striduli. Altri apici: la gotica ballata folk Hammer Song, che stregherà Cave; la favolistica e molto articolata Isobel Goudie. Chiudono la cabarettistica There’s No Lights On The Christmas Tree Mother, They’re Burning Big Louie Tonight e l’hard schiacciasassi di St. Anthony ed è fra questi due estremi che si colloca una formazione che da subito offre soprattutto dal vivo il meglio di sé, con spettacoli di accentuata teatralità. “Next” (ancora 1973) va comunque assai vicino a riprodurre in studio la possenza tutt’altro che priva di sottigliezze di performance circondate da un alone di mito. Bellissimo il brano che lo battezza, cover di Jacques Brel inondata d’archi e valgono poco di meno la politicamente scorrettissima Gang Bang, che è una coda di cometa Ziggy Stardust, una Vambo Marble Eye di cui Bo Diddley potrebbe essere orgoglioso e il finalino alla American Graffiti di The Last Of The Teenage Idols. Volendo scegliere uno solo fra i quattro doppi CD da poco disponibili, è su questo che conviene puntare.

Vale certamente l’esborso comunque pure quello che accoppia “The Impossible Dream” (1974) e “Tomorrow Belongs To Me” (1975), i due 33 giri di maggior successo. Nel primo scorci di funkadelia e innodie da pub (Anthem: basta il titolo), nel secondo hard’n’roll melodico, scampoli di dodici battute, music hall da suburbia alla Irvine Welsh e il non plus ultra della scorrettezza politica con la canzone omonima, struggente resa (ma non fatevi strane idee; il nero di Harvey era piuttosto quello dell’anarchia) di un inno della gioventù nazionalsocialista. Per completisti “Live” (1975) e “The Penthouse Tapes” (1976), quest’ultimo tutto di brani altrui, mentre valgono più di quanto di solito non si dica “SAHB Stories” (ancora 1976) e il congedo “Rock Drill” (1978). Quest’ultimo vede la luce (poca) dopo che la banda ha pubblicato il dispensabile “Fourplay” senza il leader, ormai in china discendente.

È accaduto che nel luglio ’76 un incidente aereo si è portato via Bill Fehilly, che più che semplicemente un ottimo manager per Alex Harvey era il migliore amico. La fiamma che ha arso in lui per un lustro vacilla. La bottiglia sostituisce Bill. Il solistico “The Mafia Stole My Guitar” sarà, nel 1979, ancora degno. In alcuni momenti viceversa imbarazzante il postumo “Soldier On The Wall”, uscito a qualche mese dalla morte per infarto, il 4 febbraio 1982. Esattamente un anno dopo un infarto si porterà via anche Leslie Harvey Snr, sopravvissuto a entrambi i figli. Ebbe il tempo di rimpiangere di avere instillato in loro l’amore per la musica.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.501, 17 settembre 2002.

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Never Say Dio! I Black Sabbath di Ronnie James

Ronnie James Dio con i Black Sabbath

Reduci da un tour del decennale in cui i supporter Van Halen li hanno fatti a pezzi e da tre LP di fila – “Sabotage”, “Technical Ecstasy” e “Never Say Die!” – uno più scadente dell’altro, in caduta libera di consensi critici (non che la stampa sia mai stata tenera con loro) e, quel che è peggio, di pubblico, i Black Sabbath di inizio 1979 sono una sorta di manicomio nel quale la convivenza fra due cocainomani e due alcolizzati si va facendo sempre più difficoltosa. Alla fine impossibile. Nell’attesa di venire a sua volta allontanato, a uno dei due alcolizzati, il batterista Bill Ward, viene dato l’incarico di comunicare all’altro, il cantante Ozzy Osbourne, che è licenziato. Dà un tocco surreale alla triste vicenda che a ispirare la mossa sia in primis Sharon Arden, figlia del manager Don e futura moglie proprio di Ozzy. Serve a quel punto un nuovo cantante e viene ingaggiato all’uopo l’italo-americano Ronnie James Dio, uno gnometto dalla voce duttile, lirica, baritonale. Che tecnicamente sia superiore al dimissionato, nemmeno c’è discussione. Che i fan possano accettarlo – figurarsi amarlo – e che proprio il suo innesto possa istigare una rinascita, be’, è una doppia scommessa che pare impossibile da vincere.

Sorpresa! Pubblicato nell’aprile 1980, acclamato e vendutissimo, “Heaven And Hell” è il disco che nessuno si aspetterebbe da un gruppo che dal 1973 non ne azzecca una: energico e variegato come i Nostri forse mai nemmeno nell’epoca eroica, con un lieve calo di tensione giusto in Wishing Well e per il resto solo canzoni di vaglia. Come Neon Knights e Lonely Is The Word, agli estremi opposti di velocità (che si incontrano nella traccia omonima) del tipico riffarama sabbathiano. Come una Lady Evil che potrebbe essere degli AC/DC e una Walk Away quasi sudista. Soprattutto, come una elettro-acustica Children Of The Sea che subito si iscrive fra i grandi classici del gruppo di Birmingham. Suo perfetto controaltare in “Mob Rules”, che esce nel novembre ’81 con Vinny Appice in luogo di Ward, è la fors’anche più epica The Sign Of The Southern Cross. L’album ha due evidenti difetti e un pregio: ricalca troppo smaccatamente il predecessore (identica la struttura) e lo fa con ispirazione meno vivida ma potendo godere, a parziale compensazione, delle affinate capacità (da ringraziare gli Iron Maiden, con cui ha lavorato nel frattempo) del produttore Martin Birch. E poi va di nuovo tutto a puttane e il finale per gli ultimi Sabbath da avere è da Spinal Tap, con la giovane guardia fatta fuori dalla vecchia con l’accusa di essersi introdotta nottetempo nello studio dove venivano mixati i nastri del comunque ottimo “Live Evil” per alzare i volumi di voce e batteria.

A parte bei libretti e suoni migliori, queste “Deluxe Edition” non offrono aggiunte imprescindibili. Ai due dischi in studio sono state accoppiate altrettante raccolte di incisioni in massima parte dal vivo. Il doppio live presenta una scaletta identica all’originale e francamente sfugge in cosa consista il suo essere Deluxe: in qualche scambio di battute e/o applauso in più?

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.670, maggio 2010.

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Per intanto era un inizio: i sopravvalutati Pearl Jam di “Ten”

Ho da sempre un rapporto un po’ problematico con i Pearl Jam: guardati con diffidenza ai tempi di un debutto – “Ten” – che continuo a pensare sopravvalutato, due canzoni memorabili e il resto contorno prescindibile, rivalutati un po’ grazie a “Vs.” e molto dopo “Vitalogy”, amati senza più riserve all’altezza di un “No Code” che trovo invece sottovalutatissimo, uno dei grandi classici dei ’90. Sugli anni 2000 di Vedder e soci, e a maggior ragione sull’orrido “Lightning Bolt”, stenderei un pietoso velo.

La scusa per recuperare questa pagina che dedicavo qualche anno fa alla prima ristampa (più o meno) per audiofili del loro esordio mi è stata data dalle pessime notizie di cronaca degli ultimi giorni, che dicono il batterista Dave Abbruzzese braccato dall’FBI, con imputazioni che potrebbero costargli anche l’ergastolo. Abbruzzese in “Ten” non figura, ma si univa al gruppo per il tour promozionale proprio di quel disco e resterà con i Pearl Jam per i successivi due album.

Pearl Jam - Ten

Per intanto è un inizio. Oppure è la fine? La notizia è che non un qualche minuscolo marchio specializzato bensì un colosso come Sony & BMG ha reso nuovamente disponibili in nera plastica lucente dodici suoi album “classici”. C’è di tutto un po’: il Leonard Cohen di “Songs Of” e il Bob Dylan di “Blood On The Tracks”, il Lou Reed di “Transformer” e la Patti Smith di “Horses”, i Simon & Garfunkel di “Bridge Over Troubled Water” così come i Clash di “Combat Rock”, la Janis di “Pearl” e il Johnny Cash di “At Folsom Prison”. E ancora: i “Golden Records” di Elvis, il Miles Davis di “Kind Of Blue” e… uh… il Michael Jackson di “Bad”. Tutto questo mentre si celebra il venticinquennale del CD e mai festeggiamenti sono sembrati così simili a un funerale. Tutto questo mentre anche i quotidiani dedicano articoli importanti al fatto che con il download – quello legale sta prendendo decisamente piede ed è un fenomeno che mi lascia cento volte più sconcertato dell’affermarsi di quello illegale – la musica si è fatta “liquida” e – guarda un po’! – la radice è la stessa di “liquidare”. Si chiude la stalla dimenticandosi che il bue non è scappato ma lo si è mangiato e digerito da un pezzo. Certo che non ci volevano dei geni per capire – siccome da sempre l’occasione fa l’uomo ladro – che dare al pubblico la possibilità di fare delle copie indistinguibili all’ascolto dagli originali avrebbe determinato un crollo delle vendite dei secondi. Prima ancora del p2p. Il cerchio si chiude e, almeno come atto simbolico, si torna al vinile: l’unico supporto fisico le cui vendite sono in ascesa. Non riproducibile domesticamente nella sua essenza, trova sempre nuovi estimatori in quest’era che ha reso la musica immateriale.

Per intanto è un inizio e, facendo finta che non sia disperazione, si può apprezzare che, per la stampa di “Ten” dei Pearl Jam che sta girando in questo momento sul mio Thorens, Sony & BMG abbia almeno in parte preso atto che gli standard odierni in materia di vinile sono incomparabilmente più alti di quelli pre-’82. Ha cercato allora di adeguarsi: da cui i 180 ormai canonici grammi di peso, una planarità perfetta e un vinile di qualità eccellente, assolutamente silenzioso. È da altri particolari che si coglie, a volere essere gentili, la desuetudine con il supporto oppure, pensando male, la voglia di risparmiare. Nessuna etichetta per audiofili si sarebbe dimenticata (spesa modestissima) di inserire una morbida busta antistatica all’interno di una di cartone che minaccia di non trattare affatto bene i solchi. Nessuna etichetta per audiofili avrebbe nemmeno preso in considerazione (ma allora i costi sarebbero saliti eccome) l’idea di ristampare “Ten” tale e quale a come uscì al tempo, distribuito su due sole facciate la prima delle quali va a sfiorare i trenta minuti. Causa eccessivo affollamento dei solchi, prevedibilmente ci si ritrova costretti per ottenere un’apprezzabile pressione sonora ad alzare il volume e con il volume, si sa, cresce la distorsione. Naturalmente non si incrementa invece una dinamica che resta deplorevolmente piatta e sarebbe inadeguata a un cantautore solo soletto con la sua chitarra acustica, figurarsi a un gruppo esplosivo come i Pearl Jam degli esordi. Inutile girarci intorno: questo “Ten” in vinile suona peggio del corrispondente CD e mai era andata così in cinque anni di rubrica e confronti (al più dei bei pareggi). Dovrebbe essere però un caso isolato in negativo nella lista di titoli summenzionata e sarà mia cura, scrutinandone un altro paio, darvi conferma di ciò.

Per intanto era un inizio, “Ten”, intendo dire. L’inizio di una nuova vita per il chitarrista Stone Gossard e il bassista Jeff Ament, pionieri del grunge con i seminali ma misconosciuti Green River, poi costretti a sciogliere dei Mother Love Bone freschi di approdo a una major (e a un passo dal successo vero) causa la prematura dipartita non dal gruppo ma da questa terra del cantante Andrew Wood. Idem per il secondo chitarrista (i batteristi tenderanno a essere una variabile) Mike McCready e figurarsi allora per il cantante Eddie Vedder, che prima di farsi riottosa rockstar riempiva serbatoi a una pompa di benzina. Pubblicato nell’autunno ’91 a ridosso di “Nevermind” non ne pativa la concorrenza, collezionando giusto qualche platino in meno. Nonostante offra le due canzoni che hanno dato la fama ai Nostri, il midtempo solenne di Alive e l’epica e maliosa Jeremy, con il senno di poi “Ten” pare però a oggi l’articolo più debole del catalogo Pearl Jam. Once, Why Go, Porch, Deep sono grunge all’ingrosso e giusto una sfolgorante melodia evita a Even Flow, brano ad alto tasso innodico, lo stesso vicolo cieco. Meglio le ballate, Oceans e Release, anche se i R.E.M. avrebbero potuto chiedere i diritti. Pur tuttavia: resta un album storico e in quanto tale un classico del rock. Pur tuttavia: si può osservarlo da un diverso punto di vista e lodare allora Vedder e sodali per la capacità che hanno avuto di crescere, cambiare e alla lunga convincere della loro onestà di intenti chi dapprincipio – e un po’ mi ci metto – ne diffidava, dicendoli pallidi epigoni dei Nirvana e complesso artatamente costruito per spadroneggiare nelle classifiche offrendo una finta alternativa a un mainstream di cui era invece parte. La smentita saranno i comportamenti, da granello di sabbia negli ingranaggi dell’industria. La smentita saranno un paio di piccoli capolavori: “Vitalogy” nel 1994 e soprattutto “No Code”, due anni dopo.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.284, novembre 2007.

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Marilyn Manson – The Pale Emperor (Hell, etc.)

Marilyn Manson - The Pale Emperor

Peccato. Avevo in testa un incipit perfetto per questa recensione ed era una cosa così: magari sarò io che non ho più l’età per Marilyn Manson (non che l’abbia mai avuta) ma nemmeno lui ce l’ha più, per fare Marilyn Manson. E vai con le ironie sul God of Fuck ormai sul lato sbagliato dei quaranta e sulla scelta, rivelatasi preveggente, di puntare tutto, come i Kiss, sul trucco. Vai con l’evocazione dei dubbi fasti passati, quando una versione da grand guignol, e palesemente meno ispirata dell’originale per quanto da esso legittimata, di Trent Reznor bastava a scandalizzare con blasfemie spicciole certa Amerika bigotta e scema, persino a impaurirla. Peccato, peccato sul serio ch’io non riesca a togliermi un vizio da cui certi colleghi (colleghi… oddio…) sono sempre stati palesemente immuni: quello di ascoltare i dischi prima di scriverne. Ascoltarli a lungo, ascoltarli con attenzione e dedicandogliene tanta di più quanto più mi hanno spiazzato. Insomma: ero partito con l’idea, che mi divertiva assai, di stroncare Marilyn Manson e mi ritrovo non direi a incensarlo ma ad applaudirlo sì. Con convinzione.

Lo dicono tutti e per quanto io, lo ammetto, non abbia fatto girare tutti quelli usciti nel frattempo mi accodo: il migliore lavoro dell’uomo nato Brian Hugh Warner dacché eravamo ancora nel Novecento. Da “Mechanical Animals”, che è dal ’98, se non da “Antichrist Superstar”, che è di due anni prima e, via, si può anche avere. Non solo in quanto testimonianza di un fenomeno di costume ma per un sound indubbiamente di impatto e una scrittura scaltra nel miscelare metal e new wave, attitudine dark e industrial adattata alle masse. Lì Marilyn Manson era vincente perché, pur puntando moltissimo sul personaggio, non dimenticava il musicista e il musicista qualche numero dimostrava di averlo. Con “The Pale Emperor” torna a vincere perché il costume da supereroe negativo viene appeso (per sempre?) al chiodo e ci si concentra sulle canzoni. Ce ne sono di ottime in un album teso e coeso e che, se è furbo, lo è giusto nel calare subito alcune delle carte migliori del mazzo: una Killing Strangers massiccia e contemporaneamente elastica, con uno zing di chitarre taglienti e insieme il semi-inedito swing di un passo ondeggiante; una Deep Six dall’arpeggiante evocativo all’incalzante nel tempo di un respiro e quindi felicemente ostaggio di un riffone che squassa; una Third Day Of A Seven Day Binge che pagherei per sentirla ancora da un Iggy Pop una cosa così. Da lì al fondo la tensione non cala mai più di tanto e, quel che è più notevole, per restare alta non è ai volumi che si affida bensì alle atmosfere, a un gioco sapiente di arresti e ripartenze e rilasci. Un’altra cosa che dicono tutti o quasi è che questo è il disco “blues” di Marilyn Manson e, aggiungendo un tot di virgolette alla definizione, ci sta e ci sta sempre di più, tornando a sottrarre virgolette, man mano che ci si avvicina al congedo squisitamente malevolo di Odds Of Even. Ditemi voi se, fatta la tara (ma anche no) a un synth minaccioso, Birds Of Hell Awaiting non è una novella Riders On The Storm, il nostro eroe che sceglie di reincarnarsi Re Lucertola invece che Alice Cooper. Gioco, partita, incontro.

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Earth – Primitive And Deadly (Southern Lord)

Earth - Primitive And Deadly

Sublime paradosso: gruppo la cui musica da sempre si muove su scansioni dal lento al più lento ancora al semplicemente bradipico, gli Earth sono invece costanti e svelti nel loro riposizionarsi senza posa. Come dire che non li ritrovi mai dove li avevi lasciati al giro prima, come dire che ogni volta che metti su un loro disco nuovo risulta altro rispetto a quel che ti aspettavi. Esaltato dal precedente “Angels Of Darkness, Demons Of Light II”, raccontavo qui la mia relazione complicata con Dylan Carlson e variabili soci, storia partita con il piede sbagliato in quei primi anni ’90 scanditi da album tanto influenti quanto almeno allora per me indigeribili, mastodonti di drone metal che solo una casuale congiuntura spazio-temporale faceva collocare in area grunge. Felice sconcerto nel ritrovarli due decenni dopo alle prese con una sorta di post-folk con in comune con gli Earth che ricordavo giusto un certo gusto ossianico. Stregato, percorrevo qualche passo all’indietro ed era uno strabuzzare d’orecchie, per così dire, dinnanzi al desertico post-rock (Bill Frisell ospite!) di “The Bees Made Honey In The Lion’s Skull” e all’Americana pur gotica con tendenza al doom di “Hex: Or Printing In The Infernal Method”. “Primitive And Deadly” avrebbe potuto essere più plausibilmente il successore di quest’ultimo, che risale al 2005, che non dei due volumi di “Angels Of Darkness, Demons Of Light”.

Che si tratti di tutt’altra musica rispetto a quelli, che gli amplificatori siano stati riaccesi, che Carlson (come dichiarato in un’intervista fra il serio e il faceto) in seguito a una crisi di mezza età abbia recuperato le frequentazioni metal di una giovinezza debosciata provvede subito il riff quietamente squassante del blues very psych & very heavy Torn By The Fox Of The Crescent Moon a chiarirlo. Peregrinazione estatica in catacombe illuminate a tratti da un sole i cui raggi penetrano attraverso squarci nelle volte crollate, i suoi quasi nove minuti sono come una intro agli otto del western sabbathiano scandito da cadenze processionali There Is A Serpent Coming, alla voce Mark Lanegan ed è il primo brano non esclusivamente strumentale degli Earth da cinque album e diciotto anni in qua. Lanegan tornerà nella chiusa sempre di nove minuti di Rooks Across The Gate, fra elettriche in ogni senso elementari, acustiche battenti e un balenare di moog, finale atmosferico dopo gli abbondanti undici minuti di collusioni fra minimalismo doom, florilegi di wah wah e bordoni all’acido lisergico (canta Rabia Shabeen Qazi) di From The Zodiacal Light e i quasi dieci giocati su due accordi e un feedback sapientemente modulato di Even Hell Has Its Heroes. Un’altra caratteristica, ecco, accomuna tutti gli Earth dalle origini ai giorni nostri oltre al procedere in moviola: che ciascun loro brano si prende il tempo che ci vuole – tanto – per trovare adeguato sviluppo.

Detto che nella playlist di fine anno “Primitive And Deadly” ci sarà di sicuro, al momento non so ancora in che posizione si collocherà. Ma se dovessi provare a fare una classifica dei dischi che ho ascoltato di più nel 2014 sarebbe probabilmente primo.

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