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Della copertina come opera d’arte: l’esordio dei Black Sabbath

Ci avete fatto caso? È un venerdì 13. Scusa perfetta per recuperare una pagina che scrissi riguardo al disco più influente che mai sia stato pubblicato – non casualmente – un venerdì 13. Uno dei dischi più influenti di sempre e stop.

Black Sabbath - Black Sabbath

Una delle più bizzarre aberrazioni prodotte dall’introduzione del CD fu – non rammento né l’anno né il marchio, né se si trattasse giusto di un prototipo o se fu in effetti commercializzata – una testina fonografica… senza puntina: era un raggio laser a leggere il microsolco (posso immaginare che tale testina potesse essere montata solo su bracci tangenziali), eliminando così, in assenza di un contatto fisico, il problema dell’usura del vinile. L’idea non era poi così bislacca, ma evidentemente il curioso oggetto non doveva funzionare granché bene se è sparito senza lasciare tracce, a parte un vago ricordo nella memoria degli appassionati. Peccato. Forse il compact disc non si sarebbe imposto tanto velocemente in presenza di una simile invenzione. Non che io abbia alcun pregiudizio contro quello che è da ormai tre lustri il supporto più diffuso, ne apprezzai da subito maneggevolezza e capienza (assai meno un suono che impiegò anni a perdere una patina di artificiosità), ma ho altresì sempre pensato che uno dei suoi principali pregi, le dimensioni ridotte che consentono di archiviare in poco spazio quantitativi immani di musica, sia nello stesso tempo il difetto che più lo fa detestabile. Insomma: mi garberebbe di più se avesse un diametro di trenta centimetri come i buoni, vecchi dischi in sacro vinile. Lo amerei di più non avesse assassinato l’arte della copertina discografica, ambito in cui quanto è grosso – lo spazio che hai a disposizione per esprimerti – conta eccome. Perché puoi essere inventivo quanto vuoi (e c’è chi, Bruce Licher ad esempio, con il CD ha realizzato oggetti splendidi), ma una cosa è potere contare su 31 centimetri per 31, quando non per 63 in caso di copertina apribile, altra sulla miseria di 12 per 12. Estraggo dalla sua pesante busta di plastica trasparente la ristampa griffata Earmark del primo, omonimo 33 giri dei Black Sabbath, la spalanco e per l’ennesima volta mi perdo (nulla in questo senso è cambiato da quando un compagno di liceo mi prestò la sua copia) nell’immagine quintessenzialmente gotica della misteriosa signora in nero, in piedi in mezzo a una palude vestita dai colori dell’autunno. Alle spalle, una casa che in tale contesto pare non meno sinistra. Getto un’occhiata al CD e ne resto un po’ schifato. Rifletto su quanto in questo caso il fascino che promana dalla copertina sia parte integrale dell’essere tale disco un capolavoro e mi dispiace per il ragazzino che, inevitabilmente, a essa non potrà dare che uno sguardo distratto: molto si perde, moltissimo. Estraggo il disco, faccio scivolare la puntina sui solchi esterni, getto un’occhiata perplessa – nulla si ode dai diffusori – alla manopola del volume, convinto di essermela dimenticata sullo zero e invece no, è su una tacca che incrementerà la mia popolarità nel condominio. Dal silenzio assoluto del vinile vergine si levano uno scrosciare di pioggia e campane a morto. Poi un lento, mefitico, squassante riff.

Sono imbarazzato. Mi sento un po’ scemo a raccontare un album che non posso credere che un solo lettore di questo giornale non conosca, qualunque sia la sua età, raro esempio di quel tipo di cose che ti spari in cuffia a tredici anni e ti cambiano la vita e puoi riascoltarle decenni dopo senza vergognartene. Un classico che venne spernacchiato all’epoca dell’uscita dalla stampa, come tutti i dischi successivi dei Sabbath (almeno due dei quali possono legittimamente essere detti, come questo, delle pietre miliari). Solo che poi ci si è resi conto che, se un singolo LP ha inventato l’heavy metal, ebbene: eccolo. E infiniti, metallici sottogeneri. E lo stoner. E… Non male per essere l’esordio frettolosamente assemblato (“Ci avevano dato due giorni per registrarlo. Al tempo non sapevamo se due giorni fossero tanti o pochi. Così incidemmo tutto in un giorno solo”, riferisce il chitarrista Tony Iommi) da quattro ragazzetti che in precedenza tutt’altro avevano suonato: blues, pop-rock intriso di psichedelia. Non che qui non ci sia del blues (l’armonica di The Wizard lo è, indiscutibilmente, e così l’impianto di Evil Woman). Non che non ci sia un’attitudine psichedelica (espressa da bislacche trovate come l’intreccio di chitarra acustica e scacciapensieri che introduce il pauroso riffarama di Sleeping Village; e che dire di The Warning, che parte direttamente con un assolo di elettrica?). Ma ciò che alla fine ricordi è il mostruoso muro di suono che ti si staglia davanti e che fa di quest’album uno dei… dieci?… più influenti (o semplicemente copiati) della storia del rock.

Veniva pubblicato il 13 febbraio 1970 (un venerdì, ça va sans dire) e subito violava i Top 10 britannici e sfiorava i Top 20 statunitensi. Non passavano che sette mesi e aveva già un successore, “Paranoid”, ancora più scuro e possente, numero uno nel Regno Unito, numero dodici negli USA. Nel 1971 toccava a “Master Of Reality”, copertina minimale quanto quella di “Black Sabbath” era stata affresco in cui obnubilarsi, il nome del gruppo in viola, il titolo del disco in rilievo e in nero su sfondo nero. La Earmark ha ristampato pure questo ed è l’occasione giusta per verificare come in trentadue anni non abbia smarrito un’infinitesimale frazione del suo rude fascino. Per stupirsi di fronte al folk di Orchid e di Solitude e alla sensibilità ecologica esibita (anche in questo anticipatori!) dai presunti satanisti di Birmingham nel gioco al massacro di Into The Void.

Pubblicato per la prima volta su “Audio Review”, n.237, luglio/agosto 2003.

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Motörhead – Aftershock (UDR)

Motorhead - Aftershock

Sarà che un altro apparentemente indistruttibile ci lasciava proprio nella settimana in cui questo disco vedeva la luce. Sarà che lo scorso agosto è successo l’inconcepibile, quando il penultimo Iron Man vero del rock’n’roll ha dovuto interrompere uno spettacolo dopo poche canzoni, arrendendosi per la prima volta – e oltretutto in pubblico, e davanti alla classica platea oceanica da festival – agli oltraggi del tempo e agli effetti collaterali di una vita spericolata. Fatto è che il ventunesimo album in studio dei Motörhead sta collezionando recensioni fuori dal tradizionale ambito di riferimento della band come non accadeva da minimo vent’anni, fors’anche trenta. Tutte uniformemente elogiative, più o meno tutte con un retrogusto di elogio funebre che starà probabilmente solleticando il perverso sense of humour del destinatario di tante e tanto sperticate lodi, il sessantasettenne Ian Lemmy Kilmister. Registrato in febbraio e dunque, a dispetto del titolo, prima e non dopo lo shock procurato al líder máximo dallo scoprirsi fragile (della mortalità siamo consapevoli, non è quella che fa paura), il nuovo Motörhead non si distingue affatto in realtà, per come suona, dal paio di decine che lo hanno preceduto e come la maggior parte di essi – siamo onesti, su! – sarebbe passato inosservato presso certa stampa senza il prologo di cui sopra. Ma… qualitativamente?

Naturalmente non millanterò di avere ascoltato tutto quanto prodotto in precedenza da Lemmy e soci. Figurarsi. Non l’ho fatto più di chi ne ha scritto, per dire, su “Pitchfork”, che questi biker brutti, sporchi e cattivi non se li era mai filati e oggi improvvisamente li scopre e li sdogana presso la nazione hipster. Naturalmente, come ogni amante del rock degno di tal nome ho un culto per i loro primi quattro-cinque dischi e considero “No Sleep ’Til Hammersmith” uno dei più grandi live di sempre e chiunque. Però come i più fra i cultori di non stretta osservanza io pure ammetto di essermi fermato poco dopo “Iron Fist” – “Orgasmatron” non era male, via, e assaggiati a casa di amici “Bastards” e “Overnight Sensation” mi piacquero abbastanza da farmene restare in testa i titoli – e dunque di non essere in grado di collocare “Aftershock” in una scala qualitativa che, fatti salvi i classici, parta dalla metà degli ’80. È il miglior Motörhead da allora? Sa il cazzo. È un ottimo Motörhead, questo sì, fedele a uno stile inimitabile ma anche con un paio di pezzi abbastanza sorprendenti fra i quattordici che ne compongono il programma. Tipo Lost Woman Blues, che per essere una canzone dei Nostri è romantica forte e arriva a regalare una pausa quasi subito, dopo la serratissima cavalcata inaugurale di Heartbreaker (echi di Highway Star) e una Coup de grace ancora più incalzante e stentorea. Tipo Dust And Glass, che incastona una sorta di Layla ma come suonata dai Led Zeppelin fra una definitiva estremizzazione di Train Kept A Rollin’ chiamata Death Machine e quasi una piccola, novella Ace Of Spades di nome Going To Mexico. L’ultima canzone si chiama Paralyzed ed è ovviamente ipercinetica. Grandiosa come uscita di scena. Per ora, che avevate capito?

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Velvet Gallery (39)

Ferragosto del 1991 lo trascorsi ascoltando e riascoltando un album uscito tre giorni prima, un doppio dalla copertina tutta nera fatto salvo il disegno in grigio di un serpente nell’angolo in basso  a destra. Oggi come allora lo trovo monumentale e bellissimo, straordinario per gusto e scrittura. Che i Metallica che hanno cambiato la storia del rock pesante siano i primi è un altro discorso.

Metallica 1

Metallica 2

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Velvet Gallery (38)

Per un breve, incredibile momento un’accozzaglia di disadattati e minus habens fu la più grande rock’n’roll band di questo e di ogni altro universo possibile. Quel momento nel 1991 era già storia passata, da un paio di anni.

Guns N'Roses 1

Guns N'Roses 2

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Black Sabbath – 13 (Vertigo)

Black Sabbath -13

Naturalmente lo sanno pure loro che non è un nuovo inizio bensì un PS (quei tre decenni e mezzo dopo; we love you potremmo aggiungerlo noi) a una storia gloriosa a un certo punto miserevolmente deragliata. Perché gli anni sono quelli che sono, lo stato di salute di qualcuno non dei migliori e i miracoli è tanto se accadono una volta e non c’è fede in Satana o chi per lui – ad esempio: Rick Rubin – che tenga: non si ripetono quasi mai. Conta quindi di più lo scrosciare di pioggia accompagnato da rintocchi di campane in coda a una traccia conclusiva, “Dear Father”, che esplicitamente si rifà al brano (omonimo del gruppo stesso) che nel ’70 inaugurava un’album epocale (e a sua volta omonimo) che non che il primo degli otto pezzi della scaletta ufficiale si intitoli End Of The Beginning. E non viceversa. Solo che una chiusura di cerchio che più perfetta non si potrebbe un po’ viene smentita dalle tre (pregevoli) bonus di un’edizione speciale ed come se una porta che era stata definitivamente chiusa inopinatamente si riaprisse. Io tifo per il non-sequel del sequel, sia chiaro, ma a questo punto non mi va di escludere nulla. Primo pensiero venutomi in mente in fondo a un primo ascolto parecchio distratto perché, tanto per cambiare, stavo scrivendo: oh, pur sempre meglio di un mucchio di merda indie-chic. Poi ho riascoltato per bene.

Posso capire e anche condividere le critiche feroci alla produzione di Rubin per l’abuso di compressione della dinamica e un missaggio claustrofobico che riempie ogni spazio (soprattutto di batteria) che vado leggendo da tante parti. Posso capire, ma mi va di perdonare, perché vale come attenuante non generica che il barbuto una volta di più abbia resuscitato una carriera che pareva senza possibilità di redenzione. È infinitamente più significativo che sia stato capace di mettere insieme in uno studio tre quarti della formazione storica (manca solo Billy Ward) e di farli interagire come se non ci fosse un ieri, piuttosto che un domani. “13” è Sabba classico sin dal riff mefitico, sormontato da una voce malevola, dell’attacco della già menzionata End Of The Beginning e lo è sempre di più in un prosieguo di una solidità – in ogni senso – che sarebbe stato sconsiderato attendersi. Che poi si resti nell’ambito del già sentito – si tratti dei giochi di arpeggi e sferzate, tensione e rilascio di God Is Dead? o di un’elettroacustica (con uno squisito assolo jazzato di Tony Iommi) Zeitgeist ovviamente ricalcata su Planet Caravan, dell’“heavy metal thunder” di Age Of Reason come di una Live Forever dallo stentoreo all’ustionante – nessuno potrà mai rimproverarlo a un gruppo che da quarantatré anni genera volonterosi epigoni o autentici cloni. “13” è memento che, ricreandosi l’alchimia d’antan, non vi è chi sappia fare i Black Sabbath meglio dei Black Sabbath medesimi.

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Velvet Gallery (30)

Un articolo scritto quando ancora non potevo sapere che il 1991 sarebbe stato l’anno dei Red Hot Chili Peppers  almeno quanto dei Massive Attack, dei Primal Scream, dei Nirvana, dei My Bloody Valentine, degli Slint. Al botteghino, solo  “Nevermind” sopravanzerà “Blood Sugar Sex Magik”.

Funk-metal - Un magnifico casino 1

Funk-metal - Un magnifico casino 2

Funk-metal - Un magnifico casino 3

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Velvet Gallery (11)

Quanto poco io ami mettere un microfono sotto il naso di una persona è certificato dal numero ridottissimo di interviste fatte in vita mia: dall’83 a oggi non credo di essere arrivato a totalizzarne venti. La timidezza scompariva improvvisamente il 20 aprile 1989 quando, al torinese Hiroshima Mon Amour (la vecchia sede in pieno centro, testimone negli anni ’80 e nei primi ’90 di decine di spettacoli memorabili), mi ritrovavo davanti i tedeschi Jingo De Lunch e, soprattutto, la loro strepitosa cantante canadese. Non ero lì per lavoro, solo per assistere al concerto, ma la prospettiva di una mezzoretta a quattr’occhi con costei mi induceva a sequestrare prontamente un walkman e una c60 riciclabile a un collega di “Rockerilla” e ad appartarmi con l’artista in una saletta messa a disposizione da un gentilissimo quanto perfidissimo Mauro Boglione. Che dopo tutto questo tempo ancora mi sfotte ogni volta che ci incrociamo. rievocando quella manciata di ineffabili minuti in cui diedi vita a un siparietto di giornalismo tanto spudoratamente servile da fare impallidire al confronto futuri “Porta a porta” con ospite di Vespa l’uomo di Arcore. Oh… sempre meglio inginocchiarsi di fronte a una Yvonne Ducksworth, dico io.

Jingo De Lunch

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Velvet Gallery (5)

C’è chi ha scoperto gli Screaming Trees nel 2012: meglio tardi che mai.  C’è chi nel gennaio 1989 (e non era la prima volta che ne scriveva)  già dedicava un articolo ai Soundgarden, precedendo (tanto per non fare nomi) “New Musical Express”, “Spin”, “Rolling Stone”… In ogni caso: non sembra anche a voi che i gruppi emergenti non siano più quelli di una volta?

Soundgarden - Hammer Of Gods 1

Soundgarden - Hammer Of Gods 2

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Quando i Metallica erano la Rivoluzione

Sono trascorsi trent’anni (e qualche mese) dacché un quartetto di under 21 debuttava discograficamente partecipando a un’antologia – “Metal Massacre” – che suscitava una qualche eco giusto fra i più maniacali cultori di heavy. Da un esordio sottotraccia a un’epopea e una rivoluzione. In dieci anni e cinque album.

Metallica

Nella Hit The Lights inclusa nella raccolta di cui sopra, e proveniente da un demo inciso nell’autunno ’81, ci sono in realtà solo due dei Metallica che saranno, vale a dire il chitarrista ritmico e cantante James Hetfield e il batterista – danese – Lars Ulrich, che si erano conosciuti poco prima in quel di Newport Beach, California. Gli altri sono comprimari arruolati per l’occasione. Un chitarrista solista, Dave Mustaine, arriverà da lì a breve ma si fermerà appena il tempo necessario a scoprire di non essere fatto per un pollaio di soli galli: se ne andrà per formare i Megadeth e con gli ex-compagni sarà subito rivalità fierissima. Di un primo bassista, Ron McGovney, si perderanno viceversa in fretta le tracce. Ma già prima di arruolare in quei ruoli rispettivamente Kirk Hammett e Cliff Burton, e non avverrà che a inizio 1983, nell’embrione di Metallica che registra il brano in questione i semini di quanto verrà sono in germoglio. Infatti, se le parti di chitarra hanno un gusto tipicamente metal la ritmica echeggia il punk – la voce in mezzo – e non si era mai sentito nulla di simile. Non si era mai nemmeno immaginato nulla di simile, siccome trattavasi di mondi lontani e in lotta anche – come dire? – ideologicamente e questo nonostante in Gran Bretagna complessi come Motörhead e Iron Maiden avessero evidenziato da subito le contiguità. È però soltanto con i Metallica di Hit The Lights che nasce sul serio una nuova concezione del rock pesante, depurata dagli stereotipi sessisti, dai belletti del glam, da un’epicità fine a se stessa e inconciliabile con il quotidiano, dal tecnicismo esasperato. È grazie a loro che il metal, ibridandosi con il punk, recupera energia genuina, non artefatta, e diventa un genere “di confine”, non più intrappolato dentro rigide coordinate stilistiche bensì aperto alle contaminazioni. Senza Hetfield e Urlich, e poi Hammett e Burton e Newstead, saremmo probabilmente ancora alle pagliacciate masturbatorie di cui Spinal Tap fu parodia irresistibile perché perfettamente centrata. E pazienza se quelle pagliacciate restano parte di una musica che non è una ma dieci o cento e i Metallica stessi, completando malauguratamente il cerchio, nella loro multimilionaria e astiosa media età (ricorderete la polemica contro il download) hanno finito per fare un disco con l’orchestra: la loro rilevanza storica, vero e proprio spartiacque, non ne viene toccata. In assenza della compagine californiana la musica hard’n’heavy degli ultimi due decenni sarebbe stata assai diversa e infinitamente meno intrigante e variegata, appannaggio di un pubblico conservatore caratterizzato da una chiusura mentale estrema (quella sì, mica i suoni) e non piuttosto terreno di caccia e coltura di musicisti disposti al rischio e appassionati curiosi, senza pregiudizi.

Naturalmente tutto ciò in Hit The Lights non era che in nuce e ci vorrà un più corposo pronunciamento, in forma di LP edito nell’83 dalla Megaforce, perché almeno la stampa più attenta si renda conto che qualcosa di nuovo si sta muovendo nei territori del rock duro. Formidabile “Kill’em All”, apertura affidata all’unico brano già edito, chiusura al rovinoso maelstrom di Metal Militia e in mezzo altri otto pezzi mozzafiato. Si va da The Four Horsemen, epica e innodica come titolo impone, a una quasi stoogesiana Seek And Destroy (ma guarda un po’…), passando per una breve e affilata Motorbreath (guarda un po’ 2), per una Jump In The Fire che modernizza gli AC/DC con un riff granitico e un ritornello di impatto, per una (Anesthesia) Pulling Teeth con influenze Black Sabbath e persino psichedeliche che sfumano nell’assalto all’arma bianca di Whiplash. E ancora: per Phantom Lord, riff micidiale, breve intermezzo acustico e sprintata ripartenza, e No Remorse, in cui la solista spadroneggia ma senza esibizionismi di grana grossa. Una pietra miliare.

Non altrettanto eccitante (arduo del resto dare a cotanto debutto un successore completamente all’altezza) ma in ogni caso notevole “Ride The Lightning”, del 1984 e sempre su Megaforce. Che contiene alcune cose “radiofoniche” quali la title-track, Trapped Under Ice ed Escape, qualche brano sulla falsariga thrash del primo album (Creeping Death il migliore) e il gioiello The Call Of Ktulu, superbo strumentale di indole progressiva omaggiante il maestro dell’horror letterario H.P. Lovecraft. Soprattutto, ed è inclusione di quelle che strappano stelle al cielo, contiene Fight Fire With Fire, strepitoso esempio di grind ante litteram, assai prima e meglio dei Napalm Death e dei loro digrignanti discepoli. Altra classe, i Metallica.

Trascorrono due anni ed ecco arrivare nei negozi quello che parve il disco della maturità, della definizione di un canone che subirà invece innumerevoli aggiunte e aggiustamenti ancora. Primo atto del matrimonio con la Elektra tuttora perdurante, “Master Of Puppets” si colloca nell’esatto mezzo fra i predecessori con il bonus di una scrittura la cui raffinatezza resterà – quella sì – insuperata. In esso a trascinanti, forsennate cavalcate elettriche come Battery, Disposable Heroes e Damage Inc. si alternano classici dell’heavy evoluto come la canzone che lo intitola (monumentale e liricissimo l’assolo di chitarra al centro) e Orion, prossima a certi Hawkwind e seguito ideale di The Call Of Ktulu. A questo punto i Metallica sono beniamini della critica rock in generale, non solo di quella metal. A questo punto i Metallica sono beniamini non soltanto più dell’underground: l’album sale nelle classifiche statunitensi fino al ventinovesimo posto, una performance di tutto rispetto. È anche più diffusa la loro popolarità in Europa ed è proprio nel Vecchio Continente che i ragazzi sono in tour quando – per crudele ironia della sorte in Danimarca, patria di Ulrich – si abbatte su di loro una tragedia che sembra per un attimo destinata a interromperne l’ascesa, decretarne lo scioglimento, consegnarli anzitempo ai libri di storia della musica. Il 27 settembre 1986 l’autobus su cui viaggiano esce di strada e Burton muore. Non aveva che ventiquattro anni e mezzo. Colpo devastante e che divide in due la vicenda dei Metallica: prima un gruppo “di genere” ma nell’ambito di quel genere sovvertitore di qualsiasi regola; dopo, un gruppo di fama universale e decisamente transgender ma, nel contempo, non più propulsivo. Non se ne fa una questione di qualità, e anzi è opinione diffusa e che mi sento di sottoscrivere che il capolavoro dei Nostri sia il loro quinto album, l’omonimo datato ’91, ma di spinta innovativa via via più frenata. Di un guardare indietro in luogo che avanti. Della qual cosa non appena Jason Newstead prende il posto del caro estinto si ha eclatante ancorché eccitante indicazione con il mini “Garage Days Re-Revisited”, ruvido campionario di cover di quantomai varia provenienza – Diamond Head, Holocaust, Killing Joke, Budgie e Misfits – che sdogana sì il punk e persino la new wave presso il pubblico metal più aperto ma per la prima volta vede la band inserirsi in un filone – sia pure il più laterale possibile – di classicismo rock. Bulimico ove “Garage Days” aveva optato per una concisione settantasettina, l’anno dopo – e siamo arrivati al 1988 – “…And Justice For All” sembra andare in direzione opposta, verso folk e progressive piuttosto che punk e new wave, ma è per l’appunto apparenza. Sarà il primo disco dei Metallica a entrare nei Top 10 USA e nondimeno fu controverso allora e non è invecchiato bene, azzoppato dall’eccesso di ambizioni e più ancora da una produzione assurda: fredda, esile, piatta. Capace di sciupare l’unico momento di grandezza autentica, la ballata One. I tre anni seguenti saranno dedicati nell’ordine: 1) a consolidare una popolarità ormai enorme in ogni angolo del globo; 2) a riprendere fiato e raccogliere le idee; 3) a concretizzarle, tali idee, e stavolta facendo in modo che la produzione non le opacizzasse ma il contrario. Splendida splendente e per sempre una medaglia al collo di Bob “nomen omen” Rock. Esito un indiscutibile trionfo, tanto artistico che commerciale.

Che dire di un disco, ribattezzato subito il “Black Album”, vendutosi in milioni di copie (sette nei soli Stati Uniti) e al numero uno su entrambe le sponde dell’Atlantico? Se non che nell’ultimo annus mirabilis del rock, l’anno di “Screamadelica” e “Nevermind”, “Spiderland” e “Loveless”, fa la sua figurona, pur senza spostare in avanti (come quelli) alcun paletto e anzi retrocedendo verso riff levigati e ballate distese. È semplicemente la qualità compositiva a renderlo immenso, l’immediatezza di materiali che tuttavia reggono la frequentazione assidua. Andato a trovare in sala prove non ricordo quale gruppo nostrano, rammento che restai sbalordito sentendo nello studio accanto un’altra band che coverizzava Enter Sandman. Il “Black Album” era uscito da due giorni, forse tre: quel che si dice un classico istantaneo.

Nel ’96 “Load” replicherà formula e successo e sarà l’ultimo baluginare di ispirazione vera, l’ultimo disco capace di moderate e positive sorprese come un tocco di country qui, uno di boogie sudista là. Prima degli scarti all’ammasso di “Re-Load”. Prima di una seconda e più cospicua collezione di cover, “Garage Inc”. Prima soprattutto delle patetiche per quanto stereotipate storiacce di droga di Hetfield, delle dimissioni di Newstead, di un album con l’orchestra (“S&M”) imbarazzante sin dal fatto stesso di essere stato concepito, prima di un “St. Anger” che nel 2003 ha – probabilmente definitivamente – certificato nei Metallica dei ricchi e reazionari reduci di una rivoluzione che pare ben più lontana di venticinque anni.

Pubblicato per la prima volta su “Il Mucchio”, n.632, marzo 2007.

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Bad Brains – Into The Future (Megaforce)

Disponibile all’epoca solo su cassetta (come del resto tutte le altre produzioni della benemerita ROIR), il primo, omonimo album dei Bad Brains vedeva la luce nel 1982 ed è intessuto della stoffa delle leggende. Lì “il migliore hardcore punk di sempre”, stando ad Adam “MCA” Yauch, e in tanti sono tuttora d’accordo con il compianto rapper dei Beastie Boys. Esordire direttamente con un capolavoro ha naturalmente le sue controindicazioni, essendo la prima che se parti dalla cima della montagna dopo non potrai che scendere. I più radicali fra gli estimatori del complesso di Washington DC hanno addirittura da ridire (benché i due lavori abbiano diversi titoli in comune) sull’al pari basilare “Rock For Light”, di un anno successivo, regia curata da Ric Ocasek e pubblicato da una casa discografica “vera”, PVC. E a loro tempo “I Against I” e “Quickness”, oggi giustamente considerati fra i capisaldi di una concezione moderna del metal, vennero molto criticati proprio perché verso il metal inclinavano, “tradendo” le radici del combo. Insomma: nella gloriosa quanto travagliata – l’hanno scandita rimescolamenti, licenziamenti, scioglimenti, ricostituzioni – storia di questi rastafari punk quasi immancabilmente ogni nuova uscita è stata salutata dai lamenti di coloro che per una ragione o un’altra ritenevano preferibile la precedente. Fino a “Build A Nation”, il disco prima di questo e non sembra che già cinque anni siano trascorsi, la cui produzione era firmata per l’appunto da MCA e che dopo la fiacca collezione in levare del 2002 “I & I Survived” risollevava i fans sciorinando una sorta di riassunto, stilisticamente parlando, di una vicenda artistica a quel punto già ultraventicinquennale. “Into The Future” secondo me è migliore. Per carità, nulla di cui la vostra vita non possa fare a meno, ma averne di giovincelli con la classe, la freschezza, l’energia di questi veterani… Averne!

Parte bene, “Into The Future”, con una traccia omonima che attacca riffeggiando stentorea, salvo rallentare mefitica e ripartire con uno strappo che la congiunge all’incedere da schiacciasassi di una Popcorn che, se i Red Hot Chili Peppers sapessero ancora scrivere canzoni così, sarebbero ancora i Red Hot Chili Peppers. Si congeda da lì a poco più di mezzoretta con l’omaggio squillante e virilmente commosso al discepolo che si fece mentore di MCA Dub. Quanto sta in mezzo è una dimostrazione da manuale di un sound che per primo mise insieme (per quanto solitamente facendoli correre su binari paralleli, laddove qui, in Youth Of Today, le rette si intersecano) l’hardcore più feroce mai uditosi su questo lato dei Black Flag e il più melodioso reggae scuola ’70, suonato con maestrìa tecnica impressionante da gente che veniva dal jazz. Per poi, in un paio di esemplari tappe, approdare a una forma di crossover che altri – Living Colour per primi – porteranno all’incasso, i Bad Brains sfortunatamente mai. Fra un attacco spiritato e un assalto furibondo, ho qui apprezzato particolarmente una Earnest Love che macina massiccia e malevola e una Make A Joyful Noise sfacciatamente solare. Mai sotto un’abbondante sufficienza il resto.

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